Cuernavaca, Messico

Qualcosa accade, nel paese della prima rivoluzione del Novecento, quella che porta il nome di Emiliano Zapata. Anzi non accade, è in ritardo. Il pulmino dall’aspetto vagamente spaziale che trasporta “la Comandancia” avrebbe dovuto essere qui alle 11 della mattina, e invece passa un’ora, ne passano tre, e non si vede. La gente affollata nello Zocalo aspetta, pazienta, ascolta l’inno zapatista, un gruppo di percussionisti, un’altra volta l’inno zapatista. Il sole è feroce e ci si contendono i metri quadrati di ombra. I chavos, i boys, i ragazzi, cominciano a tirarsi addosso bottiglie di acqua minerale e anche una ragazza, che ride spaventata. La signora sul palco affronta il periodico martirio di annunciare che “nuestros hermanos los comandantes del e-seta-ele-ene” non sono poi così lontani, abbiamo avuto notizie “directamente” al telefono. Saranno migliaia, pigiati lì. Qualche spilungone nordamericano fa galleggiare la sua capigliatura arancione sulla marea di capelli neri lisci, che spesso invece è un passamontagna, le magliette si sprecano, e gli striscioni: il più imponente dice “Morelos territorio zapatista”.

Cuernavaca è la capitale dello stato di Morelos, proprio quello di Zapata, e al suo paese, Anenecuilco, quelli del Pri, l’ex partito padrone, hanno sparso la voce che i 23 comandanti zapatisti più un subcomandante, Marcos, avrebbero portato ventimila persone armate per rapinare i ricordi e i cimeli della casa museo del generale indigeno ribelle più amato della storia messicana. La comunità si è riunita più volte, decidendo che invece quelli dell’Ezln avevano il diritto di visitare il museo e di firmare il libro degli ospiti. Però solo loro. Nel dibattito è intervenuto anche il colonnello Pantaleòn, 105 anni, ufficiale del “libertador del sur”: sostiene che gli zapatisti di oggi sono “degni”, parola densa di significati. Ma, come ad Anenecuilco, tutto il Morelos si è schierato: i giornali sono pieni di annunci a pagamento di organizzazioni indigene e cintadine, sindacali e imprenditoriali, di commercianti e di donne indigene e non, dell’oppoisizione di sinistra e del governatore di destra: ognuno dice benvenuti o andate via.

Però a Cuernavaca i comandanti tardano. E pian piano pare che la piazza si sia svuotata. Ma poi arrivano gli elicotteri della polizia, si capisce che l’attesa è finita, e una quantità esagerata di gente esce dai portici o da dove si era riparata e comincia a vibrare. I ragazzi aspettano la rockstar Marcos, forse, ma bisogna capirli: sono la maggioranza in un paese povero e che non gli offre niente. Gli indigeni, naturalmente, ma chi non è almeno un po’ indigeno, in Messico? E la gente comune, gli insegnanti cui stanno vendendo le scuole, gli impiegati indebitati.

Ascoltano per la prima volta dal vivo il subcomandante Marcos, l’uomo senza faccia e con pipa. Dice di aver ricevuto una lettera del nostro generale, don Emiliano Zapata. Che è vivo ed è stato in Chiapas, a trovare quei “locos”, quei matti, dell’Ezln. Scrive che anche a lui diedero del matto, quando la dittatura di Porfirio Diaz cadde e il rivoluzionario Francisco Madero tentò di non cambiare nulla, e loro, gli zapatisti di allora, scrissero il Plan de Ayala, una proposta di riforma agraria tanto radicale da provocare una rivoluzione. La gente di Cuernavaca accoglie la richiesta del generale, ascoltare quel “muchachito” di Marcos. E promettono di venire tutti a Città del Messico, domenica 11.

Qualcosa accade, sembrerebbe dappertutto. La colonna di decine di veicoli che segue l’astronave dell’Ezln su e giù per le statali ovunque ci sia un paese, un villaggio, una casa, viene accolta da famiglie e bambini, operai in tuta e contadini in gruppo, parrocchie intere a festoni bianco-viola e gente che aspetta l’autobus sorridendo e facendo gesti di saluto. Sembra una nazione intera che esce di casa per fare qualcosa, finalmente. Una signora vestita di viola e rosso come le indigene alzava un cartello con scritto: “Hagamos un levantamiento indigena pacifico”.

Qualcosa accade anche altrove, a giudicare dalla disorganizzata, entusiasta e stanchissima carovana che segue i comandanti. C’è l’autobus della scuola nordamericana “por la paz en Chiapas” con dentro computer impressionanti e gente che ti saluta gridando “Viva Italia”, tra i “Viva Zapata” e i “Viva México” e i viva eccetera. Ci sono i due ragazzi di Dresda, Germania di sotto, che studiano ingegneria dell’acqua a Città del Messico. E ci sono i sei, anzi sette pullman carichi di italiani d varia età e resistenza fisica, quelli dei centri sociali, cioè Ya basta!, cioè le tute bianche che però sono anche i Giovani comunisti, ma anche comunisti non più tanto giovani, la tonaca nera di don Vitaliano, le facce arrossate dal sole di tutti quanti, e via colorando. Che ci fanno qui, quasi ignorati nella madrepatria grazie anche a giornalisti felloni che chiedono loro tutto, e quando scrivono li dimenticano? Fanno, tra l’altro, il “velo” di sicurezza tra la delegazione zapatista e i “franchi tiratori” promessi da qualche politico imbecille. E lo fanno con tanto impegno, da non dormire quasi più, tra un turno e l’altro; con tanta concentrazione, un buon numero di loro, che qualche giorno fa, raccontano, Federico, quello di Ya basta|, si è trovato lui ad essere scortato da quel burlone di Marcos e dei suoi compagni. Ma, più che altro, quelli che sono qui, e ci sono per le ragioni più svariate, stanno facendo esperienza.

Qualcosa è cambiato anche all’aeroporto di Messico. Fino a tre anni fa i poliziotti di frontiera non avevano computer. Adesso li hanno. Così, quando il vostro cronista si è presentato, tranquillo perché vari espulsi a vita o anche per dieci anni come lui erano passati indenni, il computer ha fatto bit. Il poliziotto è andato dal suo capo, dietro il vetro, il capo è venuto di qua, gridando “lei è stato espulso, deve spiegare come ha lasciato il Messico tre anni fa”. L’avevo lasciato a causa una visita a una mostra di orrori paramilitari, in Chiapas. Ma senza mai ricevere notifica di espulsioni. Per cui la risposta è: quale espulsione, scusi? Il tipo si arrabbia ancora di più, torna nel suo recinto e ne torna con una varietà di bestemmie e l’ordine al poliziotto: lascialo andare. Forse aveva telefonato al suo, di capo. Il poliziotto mette il timbro, sorride contento e dice: “Bienvenido a México”.

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