Cuatla, Messico

Dice il piccolo commerciante di Tepoztlàn, il giorno dopo il gran circo dell’arrivo della delegazione zapatista, con il suo seguito di società civile messicana, stranieri di ogni tipo e giornalisti in branchi irti di antenne e microfoni pelosi: “Be’, la gente qui è contenta, anche se è stato faticoso. Il fatto è che la visita di Marcos ha coinciso con questa faccenda del campo di golf, qui sopra il paese, dove c’è la piramide antica, sono giapponesi e nordamericani che vogliono fare il golf su un’area sacra dei nahua. Così il popolo ha detto no, se lo vadano fare vicino a Città del Messico, ed è nata una rivoluzione”. Perciò Marcos rappresenta l’opposizione… “No, rappresenta la cultura”.

Dice Fernando, ingegnere civile di Siviglia che organizza la solidarietà spagnola con i Saharui e sta promuovendo una nave della pace che vada fino al porto dell’ex colonia spagnola oggi occupata dal Marocco: “Mi sorprendo ad aspettare i due o tre discorsi quotidiani di Marcos, perché ogni volta propone un’idea, un’ipotesi. Perché parla alla gente non prendendola per stupida, come da noi, in Spagna, fanno tutti i politici, senza distinzioni, sempre lì a dire che quello che dice l’altro è sbagliato eccetera, e non dicono mai niente. Da voi in Italia è così?”.

Dice il subcomandante Marcos, di fronte a una folla impolverata alla periferia di Cuautla, città industriale e commerciale dello stato di Morelos: “Terzo messaggio a Città del Messico. Noi siamo quelli di prima, ma siamo nuovi”. Il messaggio è chiaro, a chi ha ascoltato la sua breve spiegazione del neoliberismo. All’incirca dice così: noi zapatisti siamo ancora quelli che dicono “tierra y libertad”, come novanta anni fa. Ma allora la terra era quella che ci rubavano i terratenientes, i grandi proprietari, che ci volevano fare diventare contadini schiavi. Oggi i grandi padroni sono le banche. E alle banche non interessa affatto coltivare la terra, a loro interessa specularci sopra, venderla e comprarla, estrarre i frutti del suo ventre, il petrolio o l’uranio o quel che è. La vogliono distruggere. Magari (questo Marcos non lo dice) facendoci un campo da golf per i ricchi. Noi, conclude, dobbiamo difendere nostra madre. Ecco, in parole semplici, la differenza tra la rivoluzione di un secolo fa e quel che sta accadendo ora. Cosicché, quando l’uomo del microfono che presenta i comandanti grida le sue parole d’ordine, un uomo tra la folla gli suggerisce a gran voce quella che manca: “Viva Zapata!”. Giorno dopo giorno, l’Esercito zapatista di oggi e il generale Zapata di ieri si sovrappongono, nella percezione di quelli che si affollano lungo le strade, che mostrano le fotografie del generale e regalano alla “Comandancia” un quadro a olio dove Marcos ed Emiliano sono fianco a fianco. Vecchi, cioè nuovi. Al punto che gli ex padroni del Pri, il Partido Revolucionario Institucional che ha governato per settant’anni e oggi va in pezzi, ha rivendicato in un comunicato ufficiale le “radici comuni” di Ezln e Pri, lo zapatismo appunto. E Marcos aumenta la dose ogni giorno. I “messaggi a Città del Messico” sono nella storia di Emiliano Zapata, erano i suoi avvertimenti prima dell’invasione della capitale, nel 1914. Da ieri la carovana segue la “ruta” che l’Ejercito libertador del sur seguì allora. Il “quarto messaggio”, anch’esso letto mercoledì a Cuautla, elenca seccamente le strade, le avenidas eccetera che la delegazione dell’Ezln percorrerà, domenica 11, per arrivare nello Zocalo, il cuore di Città del Messico.

La mattina di mercoledì, i comandanti zapatisti avevano fatto la loro incursione nel Guerrero, a Iguala, nello stato popolato da quel tipo umano speciale, “contadino o abitante rurale”, che uno storico (citato da Adolfo Gilly su La Jornada) descrive così: “Travestito da banchiere sociale, artigiano, giornaliero stagionale o imprenditore collettivo; o anche camuffato da coltivatore di maijuana per necessità, da cittadino irriducibile e da guerrigliero ribelle”. Uno stato in cui vi è stata la prima guerriglia post-rivoluzionaria, negli anni venti, e dove l’occupazione militare cominciata dai Conquistadores non è mai terminata. Dove il 60 per cento della popolazione vive in villaggi spesso con meno di cento abitanti, senza strade, in cui due terzi delle case non ha fogne, la metà non ha acqua corrente, un quarto non ha elettricità, uno stato solo il 16 per cento dei giovani termina la scuola primaria. “Il Guerrero–dice Marcos alla folla–è il riassunto del dramma nazionale”.

Saranno notazioni oziose, ma quel che colpisce, della gente che si affolla a salutare il passaggio della carovana zapatista sono tre cose. La prima è che, invariabilmente, si tratta di poveri. La seconda è la quantità di donne: coi bambini in braccio o anziane, ragazzine e bambine. La terza, la più strana, è che ridono. I poveri dovrebbero essere rassegnati o incazzati, secondo le regole. Invece ridono. Allegri. Come andassero a una festa. Magari lunedì 12 e nei giorni e anni seguenti non succederà nulla. Ma quando i poveri ridono c’è da pensare. Per lo meno, per un solo momento, hanno riso loro e non gli altri.

Tags assegnati a questo articolo: chiapas, democrazia, zapatismo, marcos

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