Quando è cambiata la politica del governo messicano, esisteva un rischio reale di dissoluzione del movimento zapatista. Oggi, l’eco riscontrato dalla marcia verso Città del Messico e, diciamolo chiaramente, l’impegno personale del presidente Fox, rendono poco probabile tal epilogo. I zapatisti si sono guadagnati il rispetto e l’ammirazione di tanti: il loro movimento è il più importante del continente americano. Ma soprattutto, questo movimento di difesa dei popoli indigeni ha saputo trasformarsi in un’ampia azione per allargare la democrazia in Messico, che va molto al di là del riconoscimento dei diritti indigeni, liberandosene di quel falso meticciato che è servito solo a privare gli indigeni di ogni riconoscimento della loro identità culturale e dei loro diritti materiali.
Ovviamente i zapatisti lavorano per dare a tutti gli indigeni un’espressione collettiva. Ma il loro ruolo può e deve essere più ampio. In Messico più della metà della popolazione è fuori gioco, della politica, dell’economia e della cultura. E gli indigeni, che rappresentano intorno al 10 per cento della popolazione, sono una minoranza tra gli esclusi e gli emarginati.
Come può il Messico, dopo la caduta del Pri, creare un sistema politico se la metà della popolazione continua ad esserne fuori? Questo è, a mio avviso, il senso della situazione attuale, e specialmente della complementarietà esistente tra gli obiettivi zapatisti e quelli del presidente. Lui cerca di allargare il sistema politico, e sembra essere deciso a farlo prescindendo di una campagna populista. Da parte loro, i zapatisti, che si suiciderebbero politicamente se entrassero in un partito politico, possono trasformarsi in un movimento il cui obiettivo sia l’integrazione degli esclusi nella vita nazionale.
Questa doppia iniziativa è talmente originale che trova reticenze e opposizioni. Quella del presidente Fox può scontrarsi con importanti politici, con partiti – incluso il suo – disorientati, e con il rifiuto della classe media verso le categorie più svantaggiate. I zapatisti hanno come principale ostacolo quello di superare l’arcaismo di una sinistra – per fortuna, principalmente straniera – che cerca di rivivere l’epopea del Che, mentre non c’è niente di più lontano dalle passate guerriglie che la politica di Marcos, e che non distingue tra l’ampliamento della democrazia messicana e la difesa della popolazione del Chiapas.
Le giornate che stiamo vivendo dall’inizio della marcia zapatista sono decisive. O questa marcia finisce con la dissoluzione del movimento zapatista, o, per il contrario, questo trova nuovi obiettivi, molto più ampi, direttamente democratici e che conteranno con l’appoggio di tutti quelli che vogliono costruire un vero sistema politico in Messico.
Quello che sta succedendo in questi momenti oltrepassa ogni previsione. Nessuno immaginava che il movimento zapatista potesse trovare così rapidamente un appoggio popolare di tale entità, e neanche che il presidente Fox si sarebbe impegnato in maniera così decisa.
Il Messico conta oggi con una possibilità che fino ad ieri non aveva: trasformare la propria vita politica, e in primo luogo, la propria concezione di nazione e di democrazia. Sarà riconosciuto mondialmente come un grande paese solo se riesce a realizzare questo cambiamento. I zapatisti sono stati, sono e saranno uno degli agenti principali di questa trasformazione. E il popolo messicano, nel riceverli e accompagnarli, ha dimostrato la sua capacità di riuscire ad avviare progressi decisivi per il paese.
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