Discorso del subcomandante Marcos, tenuto a San Cristóbal de Las Casas, Chiapas, sabato 24 febbraio.
Compagni e compagne, basi d’appoggio, miliziani e insorti dell’Ezln, fratelli della società civile nazionale e internazionale: attraverso la mia voce parla la voce dell’Esercito zapatista di liberazione nazionale.
Raccontano i nostri vecchi più vecchi che i primi di queste terre videro che i dzules, i potenti, vennero ad insegnarci la paura, vennero a far appassire i fiori e, affinché il fiore del potere potesse vivere, sciuparono il nostro fiore. Dicono i nostri più antichi che è marcia, la vita dei potenti, che il cuore dei loro fiori è morto, che lo strappano fino a romperlo, che distruggono e svuotano i fiori degli altri.
Raccontano e dicono i nostri predecessori che il primo fiore di queste terre, della terra prese il colore per non morire, che, piccolo, resistette e che nel suo cuore conservò il seme affinché, con il cuore come terra, un altro mondo nascesse.
Non il mondo più antico, non il mondo che il potente faceva marcire. Un altro mondo. Uno nuovo. Uno buono.
“Dignità” è il nome di quel primo fiore e deve molto camminare perché il seme incontri il cuore di tutti e, nella gran terra di tutti i colori, nasca finalmente quel mondo che tutti chiamano “domani”.
Oggi la dignità sta in chi prende, con le nostre mani, questa bandiera. Finora non c’è un posto in lei per noi, noi che siamo il colore della terra. Finora abbiamo aspettato che quegli altri che sotto di lei si proteggono accettassero che fosse pure nostra la storia che la fa ondeggiare.
Noi indigeni messicani siamo indigeni e siamo messicani.
Vogliamo essere indigeni e vogliamo essere messicani.
Però il signore dalla lunga lingua e dallo scarso udito, colui che governa, ci offre menzogne e non la bandiera. La nostra è la marcia della dignità indigena. La marcia di noi che siamo del colore della terra e la marcia di tutti quelli che sono di tutti i colori del cuore della terra.
Sette anni fa la dignità indigena chiese a questa bandiera di avere un posto dentro di lei. Con il fuoco parlò allora il colore che siamo della terra. Con menzogne e fuoco rispose il dzul, il potente, che del denaro ha il colore che appesta la terra. Però allora altre volte venimmo ed ascoltammo altri colori. Questi altri non colpivano il giorno, non cozzavano con la notte, non avevano la gola contorta, né svogliata la bocca che parla la parola. Fratelli son quelli che con i loro colori ci affratellano. Con loro, con i fratelli colori, cammina oggi il colore della terra. Con dignità cammina e cerca con dignità il suo posto nella bandiera.
Hanno il loro governo i potenti, però i loro re sono falsi. Hanno la gola contorta e svogliata la bocca di chi comanda ed ordina. Non c’è verità nella parola dei dzules, dei potenti.
Oggi camminiamo perché questa bandiera messicana accetti d’essere nostra e invece ci offrono il drappo del dolore e della miseria. Oggi camminiamo per un buon governo e ci offrono la discordia. Oggi camminiamo per la giustizia e ci offrono elemosina. Oggi camminiamo per la libertà e ci offrono la schiavitù dei debiti. Oggi camminiamo per la fine della morte e ci offrono una pace di menzogne assordanti. Oggi camminiamo per la vita. Oggi camminiamo per la giustizia. Oggi camminiamo per la libertà. Oggi camminiamo per la democrazia. Oggi marciamo per questa bandiera.
Non basta la nostra sola voce ad aprire le orecchie del signore dalla lunga lingua e dallo scarso udito, di colui che governa. Non bastano le molte voci che camminano perché taccia e ascolti colui che con molto rumore regna. Tutti i passi sono necessari, sono necessarie tutte le voci. Con tutti, è questo che vogliamo: un posto in questa bandiera. Ha nome questo nostro passo, ha parola la voce che ci parla: questa è la marcia della dignità indigena, la marcia del colore della terra.
Compagni e compagne dell’Ezln:
per sette anni abbiamo resistito ad attacchi di tutti i tipi. Ci hanno attaccato con bombe e proiettili, con torture e carcere, con menzogna e calunnie, con disprezzo e oblio. Però siamo qui.
Siamo la dignidad rebelde.
Siamo il cuore dimenticato della patria. Siamo la memoria più antica. Siamo il nero sangue che fra le montagne illumina la nostra storia. Siamo coloro che lottano e vivono e muoiono. Siamo coloro che parlano così: “Tutto per tutti, niente per noi”. Siamo gli zapatisti, i più piccoli di queste terre.
Salutiamo i popoli indigeni che ci comandano e proteggono. Salute al loro saggio sapere ed alla loro intelligenza. Salutiamo i nostri e le nostre combattenti insurgentes, che oggi fra le montagne vegliano perché nulla di male succeda a quelli che oggi sono una luce momentanea.
Salutiamo tutti gli zapatisti che oggi parlano attraverso la nostra voce e vanno col nostro passo. Salutiamo gli zapatisti, i più piccoli di queste terre. Come i nostri predecessosi resistettero alle guerre di conquista e di sterminio, noi abbiamo resistito alle guerre dell’oblio. La nostra resistenza non è terminata, però non è più sola. Ci accompagnano ora i cuori di milioni, nel Messico e nei cinque continenti.
Con loro va insieme il nostro passo. Con loro andremo alla capitale della nazione che sulle nostre spalle si innalza e ci disprezza. Con loro andremo. Con loro e con questa bandiera.
Compagni e compagne:
il signor Vicente Fox vuole dare un nome a questo passo con cui oggi andiamo. “E’ la marcia della pace”, dice, e tiene i nostri fratelli detenuti per il reato peggiore del mondo moderno: la dignità. “E’ la marcia della pace” dice, e tiene il suo esercito ad occupare le case di Guadalupe Tepeyac, mentre centinaia di bambini, donne, anziani ed uomini guadalupani restano fra le montagne, resistono con dignità. “E’ la marcia della pace”, dice, e cerca di convertire in merce la nostra storia. “E’ la marcia della pace”, dice, e quelli a lui vicino sottovoce aggiungono: “Di menzogne”. Questo dice. Però i nostri passi parlano un’altra parola ed è quella vera: questa è la marcia della dignità indigena, la marcia del colore della terra.
Fratelli e sorelle:
Oggi, 24 febbraio 2001, giorno della bandiera del Messico, noi zapatisti iniziamo questa marcia, la marcia della dignità indigena, la marcia del colore della terra.
Non è solo il nostro passo. Con noi vanno i passi di tutti i popoli indigeni e i passi di tutti gli uomini, le donne, i bambini e gli anziani che nel mondo sanno che nel mondo ci stanno tutti i colori della terra.
Noi indigeni messicani abbiamo colorato questa bandiera. Con il nostro sangue le abbiamo dato il rosso che la adorna. Con il nostro lavoro mietiamo il frutto che il verde dipinge. Con la nostra nobiltà facciamo bianco il suo centro. Con la nostra storia abbiamo disegnato l’aquila che divora il serpente perché Messico si chiamassero il dolore e la speranza che siamo. Noi abbiamo fatto questa bandiera e, di certo, non abbiamo un posto in essa. Oggi chiediamo a quelli che in alto sono potere e governo: chi è che ci nega il diritto a che questa bandiera sia finalmente nostra? Chi è che brilla per non ricordarsi e dimentica che, essendo come siamo il colore della terra, che abbiamo dato colore e scudo a questa nostra bandiera?
Da quasi duecento anni cammina questa terra chiamandosi nazione e patria e casa e storia. Da quasi duecento anni va avanti mietendo il nostro sangue e dolore, la nostra miseria, affinché Messico sia patria e non una vergogna. Da quasi duecento anni continuiamo a stare fuori dalla casa che dal basso abbiamo costruito, che abbiamo liberato, dove viviamo e moriamo, noi che siamo il colore della terra.
Adesso basta, ¡ya basta!, dice e ripete la voce più antica, noi indigeni che siamo il colore della terra. Vogliamo un posto. Abbiamo bisogno di un posto. Ci meritiamo un posto, noi che siamo il colore della terra. Un posto degno per essere quello che siamo noi, il color della terra. Per non essere più l’angolo dell’oblio. Per non essere più oggetto di disprezzo. Per non essere più motivo di schifo. Per non essere più la nera mano che riceve elemosina e lava coscienze. Per non essere più la vergogna del colore. Per non essere più la pena della lingua. Per non essere più l’umiliazione o la morte per sentenza. Perciò questa è la marcia della dignità indigena, la marcia del colore della terra.
E comincia questa marcia oggi che la luna è nuova, affinché la terra mieta alla fine la giustizia per quelli che sono il colore della terra. E comincia oggi una marcia che non è solo nostra, ma di tutti quelli che sono il colore della terra. E comincia oggi il terremoto più grande e primordiale, la memoria di colui che ci ha fatto nazione, ci ha dato la libertà e ci ha dato la grandezza. Comincia la marcia della dignità indigena, la marcia del colore della terra.
Con quelli che sono il colore della terra, altri colori lontani stanno attenti a ciò che oggi comincia: la possibilità che l’altro possa esserlo senza vergogna. Che il diverso sia uguale nella dignità e nella speranza. Che il mondo sia in fine un posto di tutti e non la proprietà privata di coloro che hanno del denaro il colore e lo sporco.
Un mondo con il colore dell’umanità.
Fratelli e sorelle:
coloro che sono governo si sforzano oggi di fare di questa marcia la marcia della pace bugiarda. Non sono soli nella menzogna, coloro che governano. Con loro vanno i passi di coloro che vogliono morto il nostro passo e morto per sempre il colore della terra. Con loro vanno coloro che non ammettono nel mondo un altro colore che non sia il colore del denaro e della sua miseria.
Molto grida e gesticola chi è governo, il suo fiato sa di menzogna e vuole che facciamo nostra la paura che insegna. Ci vogliono far del male e sottrarre la nostra forza. Però sarà inutile. Con tutti i colori, il fiore che siamo del colore della terra, avrà un domani perché avrà la bandiera. Con lei e per lei, noi popoli indigeni avremo finalmente…
Democrazia!
Libertà!
Giustizia!
Dalle montagne del sudest messicano
Comitato clandestino rivoluzionario indigeno–Comando generale dell’Esercito zapatista di liberazione nazionale
Messico, 24 febbraio 2001, giorno della bandiera
(Tradotto dal Comitato Chiapas di Torino)
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