Introduzione - Contesto e valutazioni generali - Sfide e prospettive

Luca_baldassini_

Introduzione

Iniziata il 1° gennaio ‘94 l’insurrezione degli indigeni zapatisti del Chiapas è ancora in corso e continua a lanciare al Messico ed al mondo il suo messaggio di dignità, democrazia, libertà e giustizia per tutti.
La recente ‘marcia della dignità’ fino a Città del Messico, dopo aver suscitato speranze ed entusiasmi, è stata mortificata dall’approvazione nel Parlamento messicano di una legge che anziché recepire il contenuto degli Accordi di San Andrés li elude sostanzialmente riportando indietro la situazione di mesi con il ritorno di un pesante clima di militarizzazione e di guerra di bassa intensità che si speravano superati.

L’insurrezione zapatista, i cui contenuti andavano ben oltre rivendicazioni localistiche particolari, ha mostrato le cause nazionali ed internazionali dello stato di povertà ed emarginazione crescenti in Chiapas come in cento altri luoghi del mondo e grazie alla sua carica di denuncia e di proposizione, ormai affievolite se non scomparse nell’azione della sinistra partitica mondiale, ha costituito un ‘prologo’ ad altre prese di coscienza e di lotta, da Seattle a Porto Alegre ed a Genova.
I popoli indigeni, in America Latina come altrove, si presentano oggi sulla scena politica mondiale come gli attori di una contestazione radicale del capitalismo neoliberista. La loro vittoria o sconfitta in Chiapas sarà una vittoria od una sconfitta per tutti nella lotta per la costruzione di quel ‘mondo di mondi diversi’ che solo può rispettare la dignità e la ricchezza delle culture.
Per questo, mentre intensifichiamo ciascuno la propria lotta nelle proprie specifiche realtà, affinandone i contenuti e gli strumenti, confermiamo l’importanza di costruire dal basso nuove relazioni di solidarietà a livello internazionale che diano corpo alla coscienza maturata nei movimenti di opposizione. Da qui l’esigenza di riunire insieme liberamente realtà diverse che hanno operato ed operano in Chiapas per un momento di riflessione e di bilancio ma anche per la ricerca di nuove forme di sostegno in questo riacutizzarsi della crisi.

Abbiamo ritenuto farlo ascoltando prima le voci di alcuni protagonisti rappresentanti di altrettante realtà impegnate a costruire un Messico alternativo, partendo dal Chiapas ed allargando la visione ad altre situazioni critiche – Guerrero ed Oaxaca – ed infine ad una prospettiva continentale, rianalizzando poi le forme di solidarietà italiana già in atto ed interrogandoci sulla loro attualizzazione.
Al termine proponiamo un supplemento di riflessione specifico sui grandi interessi economici e finanziari legati al Trattato di Libero Commercio Europa – Messico, alle prime conseguenze già misurabili, ed al megapiano economico Puebla – Panama i cui obiettivi sono intrinsecamente incompatibili con i contenuti degli Accordi di San Andrés che trovano in questo piano l’ostacolo inconfessato ma più concreto alla loro attuazione.
Miguel Alvarez Gandara- SERAPAZ

Verso una nuova strategia di pace

SITUAZIONE ATTUALE, RISCHI E SFIDE CIVILI
Messico, D.F. 30 giugno 2001

I.- CONTESTO E VALUTAZIONI GENERALI

1. Dopo un lungo periodo, compreso tra gennaio 1997 e novembre 2000, che abbiamo definito “di impasse formale con deterioramento reale”, alla fine del semestre scorso avevamo detto che i governi di Vicente Fox e di Pablo Salazar, insieme all’iniziativa politica dello zapatismo, avevano aperto una nuova fase nel processo che ha riportato sul terreno politico le diversi parti del conflitto.
In questi sei mesi del 2001, intensi e difficili, abbiamo vissuto momenti di grande speranza insieme con altri di grande disillusione. Il semestre era iniziato con grandi attese e prospettive favorevoli alla Pace, ma ora questo si chiude con aspettative minime e prospettive ancora una volta sfavorevoli.

La strada per riprendere il dialogo e districare il processo di Pace, era stata segnata dalla ripresa di dichiarazioni pubbliche delle Parti e dall’accoglimento da parte del governo dei temi di discussione proposti dagli zapatisti. Come si ricorderà, il governo federale aveva accolto quasi immediatamente i tre segnali: la liberazione dei prigionieri zapatisti, il ritiro dalle sette posizioni militari indicate e la presentazione dell’Iniziativa di Riforma Costituzionale elaborata dalla COCOPA. Questa, era stata accolta e presentata come propria dal governo di Fox, perciò entrambe le Parti convergevano nella rivendicazione e nel fare pressione sul Congresso che avrebbe potuto sfruttare l’opportunità di conseguire tre importanti risultati: maturare come organo autonomo dello Stato, diventare il fulcro della transizione democratica e consolidare il percorso politico nella costruzione della Pace.

Ben consci che questo passaggio legislativo era politicamente il più difficile – di là dalla volontà e capacità delle Parti, infatti nel Congresso è in corso una complicata crisi tra i partiti – gli zapatisti decidono di Marciare verso Città del Messico, come espressione della lotta politica per il reale compimento dei primi Accordi di San Andrés. Importanti settori politici si sono opposti ed hanno tentato di ostacolarne il successo.
Per il Governo Federale era difficile accettare che lo zapatismo stabiliva da sé le proprie forme di lotta politica ribelle, per questo ci sono state tensioni quando, inizialmente, il governo voleva subordinare la Marcia alla ripresa del dialogo, almeno per fornire alcuni strumenti di tipo operativo e di sicurezza. Di fronte al rifiuto zapatista, il governo rallentava il graduale adempimento ai tre segnali, proseguendo su questa strada ma senza arrivare al loro totale compimento. Inoltre, rilasciava dichiarazioni stampa contraddittorie e confusi calcoli politici su pressione dei potentati economici che criticavano al foxismo la sua esagerata attenzione o consenso allo zapatismo. Così facendo, il governo ha seminato dubbi sulla sua reale volontà perché, invece di decidere il completo adempimento ai segnali ed agire di conseguenza, ha finito per alimentare questi dubbi, indebolendosi.

Colmo di aspettative, lo zapatismo ha percorso vari stati del paese, rafforzando la sua capacità di articolazione e di convocazione. Oltre a questo viaggio, è stato importante il percorso dell’EZLN in direzione della partecipazione politica e la presentazione del proprio movimento indigeno nazionale quale asse principale dei processi civili a favore della democrazia. In questo senso la realizzazione all’inizio di marzo della III Assemblea Nazionale del Congresso Nazionale Indigeno, ha segnato una tappa importante nel percorso politico del paese.
Settimane e tensioni dopo, è nota a tutti la storica presenza in Parlamento della delegazione zapatista e dei dirigenti del Congresso Nazionale Indigeno. Un largo spettro di settori sociali prendeva quindi atto che la transizione alla democrazia richiedeva il re-incontro con i popoli indios del Messico, il riconoscimento della loro identità culturale e la loro capacità di essere cittadini a tutti gli effetti. Questa Marcia ha segnato, a livello nazionale, il culmine della mobilitazione popolare, con la sua aperta protesta e ricerca di dialogo con il Congresso e i partiti, un’elevata sensibilizzazione sociale e la massiccia presenza sui mezzi di informazione nazionali ed internazionali.

Eppure, come è ben noto, il Congresso dell’Unione ha approvato un Disegno di Legge di Riforma Costituzionale molto distante dall’Iniziativa COCOPA e dallo stesso Trattato 169 della OIT, ratificato dal Senato nel 1991. Forse le Parti non hanno dispiegato tutta la loro capacità di persuasione, ma è certo che le forze politiche dominanti all’interno del Congresso, con questo Disegno di Legge hanno voluto lanciare molti messaggi: al foxismo, in quanto all’autonomia critica e reale del Congresso; al Presidente Fox, per impedirgli un rafforzamento che vada oltre i partiti; allo zapatismo, che non è riconosciuto sufficientemente rappresentativo del movimento indigeno nazionale né quale interlocutore principale riguardo ai cambiamenti di fondo; al movimento indigeno, che non si vuole che cresca troppo; ai movimenti dei cittadini ed alla transizione democratica, nel senso che i partiti ed il voto restano i fattori privilegiati dell’azione politica; alla Pace in Chiapas, che non merita misure straordinarie né di priorità nazionale; ed infine, ai movimenti armati, affinché non si aspettino importanti risultati come “premi per azioni illegali”.

Con l’invio di questi messaggi, le forze conservatrici dominanti impongono la loro posizione nella transizione e nel tipo di Pace da costruire, imponendo al paese un costo molto alto. Il Congresso, purtroppo ridotto a mero spazio per i partiti invece di essere organo dello Stato messicano, ha commesso l’enorme errore storico di non comprendere il momento propizio per collegare i processi di transizione democratica nazionale con la partecipazione indigena e con il processo di Pace in Chiapas. Nello stesso tempo, ha commesso l’errore strategico di non trasformarsi nell’organo politico fondamentale della transizione e della Riforma dello Stato, in grado di creare convergenze tra le complesse dinamiche sociali e mantenere aperto un dialogo fra tutti gli attori. Inoltre, frena il processo di Pace, in quanto si trattava di ridefinire e rafforzare la politica quale strada principale per la soluzione di tutti i problemi e, il salto qualitativo del Congresso, avrebbe fatto sì che la società messicana, generalmente razzista, ascoltasse e riconoscesse veramente gli indigeni come popoli che sono sopravvissuti e che, come tali, vogliono partecipare alla vita civile.

In questo quadro, in cui gli attuali partiti politici rimpiccioliscono di fronte alla sfida nazionale e la congiuntura predomina sulla visione strategica, nei mesi di maggio e giugno il processo legislativo è proseguito con l’approvazione o la bocciatura del Disegno di Legge da parte dei Parlamenti Locali dei 31 Stati della federazione. È necessario raggiungere la maggioranza (16) perché poi l’Esecutivo proceda alla sua promulgazione definitiva o a respingerlo per modificarlo. In allegato è riportato lo sviluppo della discussione a livello legislativo che si concluderà tra qualche settimana e che ha visto una situazione inedita e favorevole, dato il voto discorde verificatosi in tutti i Parlamenti, il rifiuto fino ad ora da parte di otto Parlamenti ad elevata presenza indigena e la crescente mobilitazione indigena e civile locale.
Di fronte a questa accesa discussione che ha dimostrato l’illegittimità del Disegno di Legge, si sta operando, a livello legislativo e politico, per bloccare il Disegno di Legge stesso, perché la sua approvazione getterà il processo in corso in una profonda e rischiosa crisi.

2.- Il processo sta entrando in una fase critica molto complessa perché i problemi fondamentali del conflitto stesso, relativamente alla sua percorribilità militare, convivono con le difficoltà della ripresa, in una nuova forma, del dialogo e del negoziato e con le problematiche tipiche del post-conflitto, causate dalla mancanza di controlli e verifiche e dal mancato adempimento degli accordi firmati. Tutto ciò aggravato dalla mancanza di volontà in ambito politico e della società in generale, di riconoscere ed accogliere nel processo nazionale gli attori, gli accordi ed i bisogni del processo di Pace. Al di là delle Parti in causa, senza questa volontà politica e sociale, quale Pace si può costruire?
Si può quindi affermare che, quando alla fine la Riforma Costituzionale sarà ratificata, tre fatti risulteranno ben chiari: i tre segnali richiesti dall’EZ ed accettati dal Governo Federale non sono stati rispettati; non esistono le condizioni per la ripresa del dialogo a breve termine e, ancora più grave, la transizione politica attualmente presente nel paese non è in grado di farsi carico della costruzione di un solido processo di Pace. Cioè, sarà evidente che la politica è ancora incapace di presentarsi come strumento di partecipazione e di lotta per tutti gli attori e tutte le cause; così, per molti settori, l’uso delle armi continuerà ad essere una valida ragione in questo Messico moderno, in transizione e percorso dalle ingiustizie.
Più volte abbiamo dichiarato che il processo di Pace richiede che le Parti passino dallo scontro militare a quello politico e che il processo richiede che si arrivi ad un punto in cui ad entrambe le Parti convenga esclusivamente lo scontro politico perché riconoscono che le armi non aiutano la costruzione delle relazioni e delle negoziazioni. Si può affermare che in questo semestre siamo stati molto vicini al raggiungimento di questo passaggio irreversibile, perché le due Parti hanno mostrato i segnali della volontà politica di arrivare a questo punto. Eppure, la crisi in cui è entrato il processo di Pace fa retrocedere il processo stesso ed oggi il riaccendersi del conflitto può far ripercorrere la strada armata. Questa possibilità torna ad essere praticabile per entrambe le Parti, per altri gruppi armati e per altre forze “dure” del paese.

Il Chiapas rivela un nuovo tipo di conflitti armati interni, tra altre ragioni, perché si tratta di una ribellione indigena le cui rivendicazioni nazionali non sono esclusivamente indigene. Infatti, i temi in discussione concordati nei negoziati di San Andrés definivano sette punti, quattro dei quali implicavano cambiamenti reali e riforme costituzionali. Quindi, la riforma indigena non è sufficiente ma è indispensabile perché, come chiave per la Pace, tra altri punti, definisce il grado di accettazione politica e sociale relativamente al riconoscimento, ruolo e dialogo dei popoli indigeni.

L’Iniziativa arbitrale della COCOPA è stata una proposta legittima, legale e percorribile. Non copriva certamente tutta la problematica della sua applicazione e le implicazioni con altre leggi, cosa che sarebbe stato il passaggio successivo. Affermare che questi passaggi non erano chiari per ostacolare l’Iniziativa, dagli indigeni è stato letto e percepito come una forma di aggressione e di esclusione. Il movimento indigeno in generale, che ha concentrato la propria lotta sulla legge, sulla mobilitazione e sul dialogo con il Congresso, è rientrato nelle rispettive zone di provenienza portandosi un nuovo dolore: essere usciti per le strade a lottare in maniera pulita per lanciare una voce propositiva nei luoghi della “rappresentazione nazionale” ed aver constatato l’inutilità di questo sforzo. Valorizzare e permettere che gli indigeni e lo zapatismo consolidassero la loro capacità di dialogo e di lotta politica, era opportuno non solo per il processo di Pace, ma anche per il processo di transizione verso una democrazia ricca di contenuti ed alternativa. E’ a questo tipo di Pace e di transizione cui oggi si è negato il cammino. Non è un fatto minore che spiega la crisi in cui ci troviamo. Non sono solo errori: è una chiara lotta politica e di potere.

Si può allora dire che, si è fatto fallire il confronto per dare vita alla quinta fase del dialogo e del negoziato tra le Parti (si ricorderà che la prima furono i Dialoghi della Cattedrale nel febbraio e marzo del ‘94; la seconda a Guadalupe Tepeyac nel gennaio del ’95; la terza, i Tavoli di San Andrés; la quarta, la “via parallela” tra il governo federale e l’EZLN, tramite la COCOPA, tra ottobre e dicembre del 1996). Come nelle precedenti occasioni, ogni fase del negoziato ha rispecchiato il contesto, la correlazione e la situazione concreta in cui versava il conflitto. Non si tratta ora di riprendere le cose dal punto in cui si erano bloccate, perché il conflitto stesso ridisegna ogni negoziazione. Se questa quinta opportunità fallisce, il conflitto riprenderà e la ricerca della Pace non passerà dalla ripresa del dialogo, perché non ci saranno le condizioni per il dialogo stesso; si tornerà al conflitto e al suo inasprimento. Purtroppo, i segnali indicano che questo inasprimento sarà cruento e difficile, perché non dipende più solo dalle Parti. Il conflitto e la Pace si collocano in una situazione ancora peggiore di quella del dicembre dello scorso anno.

Oggi è molto più evidente di allora che quello che è in gioco nel paese è la lotta per guidare la transizione verso progetti di nazione diversi. Il tipo di Pace da costruire dipende da questa lotta.
L’aspettativa iniziale generata da Fox, apriva le condizioni per questa lotta, perché la promessa originale prevedeva una transizione su basi e proposte che non si sono concretizzate (per esempio, Progetto nazionale, patto politico, Riforma dello Stato, nuova Costituzione, consenso sociale, dialogo permanente, pluralità, Speranza…). Gli argomenti ed il sostegno di cui godeva Fox al principio si sono indeboliti; ora la presidenza viene sempre più spesso messa in discussione. La sua proposta è sempre più la promozione del progetto economico che negli anni si è impossessato del paese. La sfiducia cresce così come si indeboliscono le scelte e le alternative politiche. Il paese è arrivato ad un bivio che va oltre l’alternanza tra i partiti. Il vecchio regime non è sparito, la transizione non ha ancora assunto responsabilità né di regime né progettuali. E’ il momento di confrontarsi sulle strade da intraprendere e la Pace ne è rimasta intrappolata perché vi si oppongono forze che non vogliono consolidarla quale fattore determinante per la transizione democratica.

3.- Oggi, vediamo con preoccupazione il grave rischio del ritorno alle strategie applicate durante i sei anni di Zedillo.
Da un lato, il riemergere della logica militare. Di fronte ai problemi ed alle debolezze della politica, l’Esecutivo Federale ha rafforzato i suoi legami con l’Esercito messicano che, inizialmente, nonostante gravi difficoltà interne, aveva accettato di ritirare le sette posizioni e sostenuto gli sforzi per la ripresa del Dialogo. Poi, a dimostrazione del recente deterioramento, l’Esercito ha accentuato di nuovo la sua presenza nella zona del conflitto, sommandosi ai fattori che sottraggono credibilità alla volontà o capacità politica del Governo. Riappaiono così due circoli viziosi che definivano la strategia di Zedillo: “senza soluzione politica è sicura la soluzione militare” (che impedisce la costruzione della soluzione politica) e “maggiore tensione sociale, più presenza militare” (che impedisce di incanalare politicamente le cause di questa tensione). Senza nuove iniziative politiche, si tornerà al predominio della logica militare che precluderà qualsiasi possibilità alla logica politica…
D’altro lato, da maggio si sono ripresentati due scenari strategici già ben collaudati dal governo di Zedillo:
Quello del non-dialogo, o dello sviluppo-senza-dialogo, che tenta di risolvere le cause locali del conflitto derivate dalla povertà, attraverso programmi sociali studiati in maniera verticistica, mentre nello stesso tempo gestisce il contenzioso mantenendo la pressione, la presenza e l’attività militare, lasciando la definizione dei conflitti al libero arbitrio degli attori locali e dei paramilitari. La “logica e la ragion di Stato”, causa del mancato compimento dei tre segnali, lascerebbe al fattore militare ed al costo sociale lo sviluppo della soluzione minima desiderabile per lo Stato, lasciando al governo statale locale il ruolo di attore principale del conflitto.

Quello del dialogo-per-forza, proposto recentemente dall’Incaricato governativo, che vorrebbe fare pressione sull’EZLN cambiando l’attuale “Legge per il Dialogo, la Conciliazione e la Pace Degna in Chiapas” del marzo 1995 che, come è noto, a dialogo in corso, sospende gli ordini di cattura nei confronti della comandancia zapatista. Si comprenderà che aprire ora questo dibattito, senza alcun sostegno politico per il raggiungimento di una Pace Degna all’interno del Congresso, potrebbe aprire un terzo scenario, quello della forza-senza-dialogo.
Di fronte al rischio del proseguimento della strategia equivoca di Zedillo e al fatto che dal mese di aprile l’EZLN ha riattivato la strategia di Resistenza Civile e di consolidamento e diversificazione delle esperienze autonome, è urgente insistere sulla necessità di una nuova strategia da parte dello Stato per la Pace, basata su una corretta valutazione del conflitto, delle sue sfide e rischi.
E’ necessario ripensare nell’insieme al conflitto ed al processo di Pace, che sono sorpassati e da questo momento in poi, non servirà più quanto conseguito prima: Principi, Regole, forme, leggi, accordi, protagonisti, interlocutori, appoggi, ecc. Niente di tutto questo sarà più sufficiente per riprendere il dialogo e re-indirizzare il processo di Pace. L’unica possibilità, la soluzione delle cause del conflitto, richiede la Riforma dello Stato.

La Pace dipende da come si svilupperà la lotta politica nazionale che ha varcato le frontiere. Sono però necessari attori importanti che la promuovano, con una forte capacità di aggregazione e mobilitazione. Per ora, purtroppo, non si vedono né questa nuova proposta di Pace e neppure questi attori nazionali di peso ed autorevolezza per promuoverla.

4.- Di conseguenza, il panorama nazionale si è oscurato, la tensione è tornata in Chiapas accelerando le dinamiche locali. Le diverse posizioni si radicalizzano generando polarizzazione, scontri e violenze. All’inizio, quando la definizione delle scelte fondamentali passava per certo a livello nazionale, per il Governo di Pablo Salazar la sfida principale era quella di consolidare il suo progetto e la sua squadra di Governo. Poi, collegata la problematica locale con il processo nazionale, nei primi mesi è stato possibile mantenere “l’impasse” ed anche affrontare alcune contrapposizioni con gruppi legati al priismo tanto a livello regionale quanto nel Parlamento locale (non si dimentichi che in Chiapas erano presenti le strutture più arretrate, quelle dei caciques e le ingiustizie dell’era priista).

Il declino inizia quando, in vista della liberazione dei prigionieri e delle posizioni militari, un giudice federale legato al regime precedente, libera i dirigenti paramilitari della zona nord del Chiapas. Questo atto segna la ripresa dell’attività paramilitare e la resistenza dei caciques politici locali che, mentre le Parti ed il Congresso si scontrano politicamente in ambito federale, ne approfittano per fare pressioni sulle basi zapatiste, sui municipi autonomi e su altre organizzazioni sociali. Inoltre, uno scontro nato dalla questione della terra tra organizzazioni campesinas nel municipio di Venustiano Carranza, diventa l’occasione per esplicitare la presenza attiva in Chiapas di altri gruppi armati del paese.
In questa fase di deterioramento e di attacco alla governabilità, Pablo Salazar si trova in una difficile situazione, senza aver ancora sufficientemente consolidato la strategia, la squadra ed i programmi che permettano all’azione governativa di contribuire efficacemente a smantellare la logica di controinsurrezione e creare condizioni favorevoli alla Pace.

Tra i segnali di allarme sempre più frequenti dal 28 aprile in Chiapas, si possono evidenziare i seguenti:
La moltiplicazione delle denuncie e delle proteste da parte di organizzazioni e comunità per la crescente presenza militare e di polizia in diverse regioni.
Le ripetute denuncie sulla riattivazione di gruppi paramilitari, in particolare nella Zona Nord e ne Los Altos del Chiapas e la loro presenza in nuove zone.
La sensazione che non sono state prese le misure necessarie, di competenza statale, per frenare la paramilitarizzazione e l’impunità.
La sensazione che non si sono adottati i necessari provvedimenti di giustizia, di competenza statale, per frenare la polarizzazione, prodotto della paramilitarizzazione e di altri abusi.
L’applicazione di politiche e programmi sociali che contribuiscono alla divisione ed allo scontro tra organizzazioni e comunità.

La sensazione che il governo statale si sia sintonizzato con la politica economica del governo federale a favore delle imprese, in particolare con il sostegno al Piano Puebla Panama, che rappresenta una minaccia ai diritti dei popoli indigeni e, in generale, alla produzione ed alla proprietà collettiva.
La disarticolazione e frammentazione delle organizzazioni sociali e civili nel loro rapporto con il governo statale in termini di collaborazione o resistenza, che genera un nuovo terreno di scontro e polarizzazione.
L’elevato rischio che, in queste condizioni di divisione ed incertezza, in occasione della prossima tornata elettorale, le posizioni ed i personaggi più conservatori ottengano posti nel Parlamento Locale e nei governi municipali, favorendo una politica che ostacola i processi di cambiamento democratico e le condizioni per il re-indirizzo del processo di Pace.
La crescente distanza e sfiducia nelle istituzioni politiche e nei partiti dopo l’approvazione del Disegno di Legge, che favorisce la radicalizzazione delle forme di lotta sociale.
I problemi e le tensioni presenti apertamente o in maniera latente nelle comunità quando vengono applicate politiche governative di riconciliazione che non sono indirizzate alla soluzione delle cause del conflitto e all’applicazione della giustizia.

Un prossimo prevedibile scenario potrebbe essere così tracciato:
La radicalizzazione dell’EZLN, di diversi settori sociali e di altre esperienze armate di fronte all’evidenza della non percorribilità di spazi istituzionali per risolvere le cause del conflitto.
La debolezza degli attori della Pace, a livello sociale e civile, nel dar vita a nuove iniziative in grado di frenare il deterioramento ed i rischi di un’escalation del conflitto e di aprire nuove alternative al processo di Pace.
La delegittimazione degli uomini dei partiti e in generale del mondo politico, così come la mancanza di leader politici e di rapporto con le dinamiche sociali.
Nuove forme di espressione e lotta del movimento indigeno attraverso la promozione di autonomie di fatto.
Tra le priorità, sappiamo che deve consolidarsi, soprattutto in Chiapas, uno spazio civile e indigeno che ricerchi e promuova le cause del conflitto. Oltre a questo necessario rafforzamento degli attori e delle espressioni locali, è necessario fare in modo che il rapporto del Chiapas con la situazione nazionale si esprima nel senso di vantaggio reciproco.

Sembra anche necessario rafforzare il governo del Chiapas affinché possa imprimere maggiore energia e peso alle sue proposte, senza rompere con nessuna delle Parti ma libero dai limiti imposti dalla strategia del governo federale. Il problema è stato scaricato sul Chiapas e lì si dovrà cominciare a costruire l’alternativa, non per isolarlo, come voleva fare la strategia zedillista, ma per farlo diventare il modello della transizione democratica nazionale, che non avverrà mai senza una Pace giusta e degna.

5.- La società civile continua ad essere un attore fondamentale nel processo ed è riuscita a creare espressioni nazionali e locali, mobilitazioni ed aggregazione. Eppure, dobbiamo riconoscere che, davanti alle complicazioni e dopo il culmine raggiunto dal movimento indigeno e zapatista, ha subito una certa dispersione e riflusso. Deve ripensare la sua partecipazione e maturare una propria Strategia Civile di Pace.
In particolare è urgente un legame più stretto tra le organizzazioni nazionali con quelle chiapaneche, dato che le comunità zapatiste ed indigene si preparano alla resistenza che sarà difficile mantenere a medio termine di fronte all’aggressione dei gruppi paramilitari e al grave deterioramento sociale ed economico che soffrono quotidianamente. I rischi di aggressione e di massacro contrastano con le allegre dichiarazioni governative su piani e investimenti, che dimostrano che non si è compresa la rivendicazione fondamentale del Chiapas: la Dignità. Riconoscerla significa ammettere la capacità dei popoli e delle comunità di far fronte ai propri bisogni e necessità, compresa l’amministrazione delle proprie risorse, progetti e programmi.

E’ urgente inoltre rafforzare l’azione sui Parlamenti degli stati che ancora non hanno votato il Disegno di Legge attraverso la mobilitazione, l’aggregazione e la presenza presso l’opinione pubblica, sommando la pressione nazionale agli sforzi locali.
In questo momento è in discussione l’iter giuridico per la trasformazione del Progetto di riforma costituzionale, agendo in particolare sugli elementi politici per poterlo poi ripresentare al Congresso dell’Unione. Alcuni degli elementi di questa azione sono:
- Il recupero dei Forum di Consultazione realizzati nei diversi stati che mostrano una rilevante maggioranza di popoli ed organizzazioni indigeni contrari al Disegno di Legge.
- La bocciatura del Disegno di Legge da parte delle Legislature di stati a forte presenza indigena, Oaxaca, Chiapas e Guerrero, che ne contestano la legittimità.
- La constatazione che essendo stato bocciato da nove stati, fino a questo momento, il Disegno di Legge è privo del consenso nazionale.
- Richiedere al Relatore Particolare delle Nazioni Unite per i Diritti Indigeni, una dichiarazione su questo Disegno di Legge.
- La richiesta all’Esecutivo Federale di definire pubblicamente la sua posizione con un Veto politico al Disegno di legge, unendo la sua voce a quella degli indigeni, che lo hanno bocciato in maniera schiacciante.

Questo è un momento critico e chiave per la costruzione della Pace. Torniamo agli interrogativi sul ruolo stesso e le priorità dell’azione civile: mantenere l’impasse perché non si aggravino le già dolorese condizioni, svolgere una mediazione sociale nonostante le Parti per riscattare le cause del conflitto ed aprire un terreno di azione politica e civile al margine delle polarizzazioni, prendere posizione da parte di qualcuno degli attori sperando che dalla loro capacità di persuasione nasca la forza per affrontare il problema? Che cosa devono fare la società civile, le università, le chiese o la cooperazione internazionale, gli attori della Pace, ora che il conflitto stesso si ripresenta e serve una volontà più forte per riprendere l’azione politica? La Pace è oggi l’impegno principale e necessario di tutte le agende e tutti gli attori; solo così riusciremo a renderla ripercorribile.

II.- SFIDE E PROSPETTIVE

1.- In sintesi, nuova crisi e sfide

a) Gli scenari nazionali e locali sono cambiati rapidamente a partire dall’approvazione del Progetto di riforma su diritti indigeni al Congresso dell’Unione; questo fatto ha segnato la fine di una fase provocando la sospensione del processo in corso per la ripresa del dialogo tra l’EZLN ed il Governo Federale. Se ne è aperta un’altra che può essere grave, caratterizzata dall’incapacità della politica di risolvere le cause di fondo del conflitto, dall’accelerazione del deterioramento delle condizioni di convivenza politica e sociale e dall’estendersi della polarizzazione di posizioni e attori. E’ urgente rivedere il momento attuale partendo da una visione strategica che permetta di definire le azioni necessarie per arrestare queste tendenze e re-indirizzare il processo di Pace.

b) La vittoria della coalizione Alianza por Chiapas il 20 agosto del 2000 e l’impegno assunto dal governo eletto nei riguardi del processo di Pace; la decisione del governo federale di soddisfare i segnali che avrebbero permesso la ripresa del dialogo; la strategia dell’EZLN di portare sul terreno politico la soluzione del conflitto, così come il largo appoggio sociale raccolto dalla Marcha por la Dignidad a favore delle rivendicazioni indigene e per la soluzione pacifica…: sono stati segnali molto positivi che hanno generato grandi aspettative in ampi settori della società nazionale e chiapaneca nella prospettiva di conseguire:
La soluzione politica delle cause del conflitto.
La promozione di un reale processo di democratizzazione.
Le condizioni per la nascita e la promozione di alternative politiche, economiche e sociali che permettano di migliorare le condizioni di vita e di lavoro dei popoli e delle comunità indigene.
Uno spirito rinnovato e Speranza.

c) La classe politica non è riuscita a comprendere il rapporto tra il processo di Pace e la Riforma dello Stato, né ha ammesso la sua responsabilità storica. Anche se è ancora possibile impedirlo, l’approvazione definitiva della riforma costituzionale da parte delle legislature locali e la sua successiva promulgazione, getterebbero il processo di transizione e di pace in una grave crisi generale e di fondo.

d) Il 28 aprile la situazione si è modificata radicalmente, perché il fallimento del recupero di credibilità e delle condizioni per il dialogo, quindi il processo di Pace stesso, ha accelerato la crisi.
Tra gli altri, i dati preoccupanti di questa nuova situazione sono:
Crescente polarizzazione politica e sociale.
Sfiducia nei confronti dei governi Federali e del Chiapas e nel progetto nazionale di trasformazione politica, economica e sociale.
Nuovi elementi di lotta e terreni di scontro.
Espressioni radicali e violente di lotta per cambiare le condizioni attuali.
Disarticolazione, frammentazione e divisione delle forze politiche, sociali e civili che hanno contribuito alla costruzione della Pace.
Il ritorno della strategia governativa di risolvere le cause del conflitto senza dialogo e senza canali utili al processo di Pace.

e) In questo panorama si aprono diverse scelte strategiche, senza però alcuna possibilità a breve termine. Oggi è difficile pensare che le Parti modifichino la loro strategia, o che altri attori abbiano la chiarezza, la coesione e la forza di muovere la scena.
I tempi politici e le possibilità si sono ridotte. La polarizzazione offusca le prospettive. La perdita di credibilità e di Speranza suggerisce l’urgenza di una nuova posizione pubblica sul processo nel suo insieme. Il salto di qualità della Società Civile non basterà, ma è necessario per favorire la maturità ed il cambiamento degli attori, Governo Federale compreso.
2.- Orientamenti e compiti per una nuova Strategia Civile per la Pace.

Come abbiamo già detto in questa relazione, il semestre seguente sarà segnato dalle conseguenze dell’approvazione o della bocciatura dell’equivoca Riforma Costituzionale. Se gli ultimi tentativi falliscono, si accelereranno le tendenze che già indicano un aggravamento del conflitto, si allontaneranno le possibilità di riprendere il dialogo a breve termine. La riattivazione degli attori dovrà prima passare attraverso un’analisi generale del processo così come vissuto fino ad ora, allo scopo di definire nuove azioni e strategie.
Ammettendo che la lotta sarà dura e che sarà sempre più difficile arrestare il deterioramento, è necessario realizzare strategie che, a medio termine, permettano di affrontare con maggiore chiarezza e coesione la congiuntura e, a lungo termine, creino le condizioni per la soluzione politica delle cause del conflitto.

E’ necessario un salto di qualità della società civile organizzata, che deve rifondarsi partendo da un’analisi storica che recuperi i contributi, i progressi e le forze accumulate durante il processo. E’ necessario capitalizzare il sostegno e la simpatia raccolti durante la Marcha por la Dignidad. Per tutto questo è necessaria una nuova Strategia Civile per la Pace così orientata:
a) Raccogliere consensi nei confronti di un Progetto alternativo di Nazione da inserire nella tanto necessaria Riforma dello Stato e favorire le migliori condizioni per la transizione democratica.
Prendere atto che si è entrati in un’altra fase della storica lotta del movimento progressista e popolare contro l’attuale progetto egemonico della destra. Quindi, dalla messa in discussione della classe politica, le sue strutture e regole, la sua mancanza di etica e responsabilità, è necessario ricostruire la Speranza nel nuovo, ridefinendo temi centrali quali la democrazia, la Pace, la giustizia, la rappresentanza, lo sviluppo, la società civile, ecc.
Costruire una visione strategica a partire dall’identità ed autonomia civile stessa e da un’analisi condivisa della realtà che sviluppi i diversi temi di discussione alternativi in ambito sociale e civile, in direzione di un progetto alto di politiche e obiettivi comuni.
Che cosa vogliamo e dove stiamo andando?
Recuperare la memoria storica dei movimenti e delle azioni civili per raccogliere i contributi e le lezioni di questi anni, così come riconoscere gli errori ed i limiti che dobbiamo superare.

b) In questa fase finale per la Riforma Indigena, continuare le azioni in ambito giuridico, elaborando le diverse opzioni e piani di azione:
Promozione di campagne di mobilitazione, pressione e consenso a livello statale, affinché le Legislature locali respingano il Disegno di Legge.
Promozione di condizioni legislative e politiche per la concessione di un periodo straordinario per la revisione del Disegno di Legge o la riforma della Riforma presso il Congresso.
Richiesta di azioni presidenziali affinché eserciti quelle facoltà costituzionali e politiche che consentano di riportare in vigore l’Iniziativa COCOPA.
Presentare un’istanza di incostituzionalità per aver violato la procedura di consultazione dei popoli indicata nel Trattato 169 e in alcune leggi locali.
Promuovere un’ Iniziativa Popolare che riporti all’interno del Congresso la discussione sulla riforma indigena, impedendone l’applicazione per ragioni di illegittimità e anticostituzionalità.
Elaborazione di una informativa per i tribunali internazionali con competenza in materia, sulla base del fatto che il Disegno di Legge contravviene al Trattato 169 della OIT.
A supporto di tutto questo, dare ampia diffusione di tutte le azioni realizzate per la bocciatura del Disegno di Legge approvato e per la rivendicazione dei contenuti che sono stati eliminati dal Disegno stesso.

c) Promuovere più coscienza nell’Opinione Pubblica.
Spiegare all’opinione pubblica le implicazioni della rottura del dialogo nel processo di Pace, in particolare la situazione di tensione e deterioramento presente nello stato del Chiapas.
Intensificare l’azione sui mezzi di comunicazione per far capire all’opinione pubblica perché il Disegno di Riforma viola gli Accordi di San Andrés e lo spirito dell’Iniziativa COCOPA. Contribuire a creare consenso sociale su questo punto.
Agire con particolare attenzione in ambito internazionale per spiegare le ragioni del rifiuto e la particolarità della situazione attuale.
Riattivare strumenti di comunicazione ed informazione civili.

d) Attività e Iniziative Internazionali
Attività di relazione e informazione in ambito internazionale per sviluppare la solidarietà attiva e la pressione internazionale per invertire il processo legislativo e creare condizioni e proposte che re-indirizzino il processo di dialogo.
Verificare possibilità, interventi e forme per la realizzazione di un Incontro Internazionale per la Pace in Messico.

e) Promuovere nuove forme di organizzazione sociale ed espressione civile.
Sono necessarie nuove forme di organizzazione civile per un’azione più concreta ed incisiva. Di fronte alla radicalizzazione della lotta politica ed ai rischi di scontro violento, si deve incidere concretamente nel processo attraverso una visione più strategica ed un maggior coinvolgimento delle diverse rivendicazioni e potenzialità.

Promuovere valori, criteri e forme organizzative basate sulla solidarietà, il consenso, la capacità di elaborare un progetto alternativo, il rafforzamento delle organizzazioni sociali e civili, con dinamiche dal basso verso l’alto a partire dai processi sociali di base e dalle relazioni orizzontali tra settori diversi.
Promuovere azioni più ampie che permettano di tessere altre reti e di accedere ad altri settori, oltre i nostri movimenti, in un concatenamento civile-indigeno, riconoscendo il CNI (Congresso Nazionale Indigeno) quale protagonista chiave di questa fase. Promuovere la partecipazione attiva di coloro che sono stati i consulenti nei dialoghi a San Andrés, in particolare i rappresentanti indigeni.
Per questo, si propone la promozione e la convocazione di uno spazio pluralista, di incontro, nazionale, della Società Civile per sviluppare questi temi e lo studio di un processo organizzativo che deve considerare le seguenti dimensioni:
Una dimensione di ampia articolazione dei movimenti e delle organizzazioni sociali e civili. Varie opzioni: creazione di fronti, un “forum” dei principali movimenti; riprendere i legami con i settori chiavi di questa fase quali il CNI, la UNT, i movimenti urbani, delle donne, ecc.; redigere una mappa degli attori che permetta di identificare le diverse iniziative e referenti organizzativi; legare le dinamiche ed i processi locali.

Uno spazio di discussione strategico più formale e regolare, con compiti di ricerca e analisi permanente che coadiuvi altri spazi con i suoi contributi.

Un meccanismo di articolazione civile e sociale tra la dimensione nazionale e la dimensione statale in Chiapas. Studiare forme di dialogo e mutuo appoggio.

Una piattaforma di personalità e interlocutori di peso politico e audience diffusa che, in questa fase, servano da referenti e da supporto alle azioni civili.

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