Intervento di Luis Hernández Navarro

Luca_baldassini_

Grazie a tutti per essere qui e grazie a Mani Tese e all’organizzazione Punto rosso per averci permesso di venire da tanto lontano. Parlare di Messico oggi è parlere di un gioco di specchi, di un ballo in maschera. Nella società messicana ci sono molte illusioni e fantasie di cambiamento che ancora non si possono vedere con chiarezza. Dopo nove mesi di questo nuovo governo stiamo entrando nella fase in cui in questo ballo in maschera si comincia a togliere le maschere, cominciamo a scoprire che il presunto principe era un uomo molto cattivo e che la graziosa principessa sembra essere un rospo. Ricorderete che il 2 luglio dell’anno passato ci sono state le elezioni in Messico e che furono vinte da un candidato dell’opposizione Vicente Fox. Terminò l’epoca del governo di un partito praticamente unico e fu sostituita da un governo che nella sua origine fa parte di una coalizione di centro desta, che però fu capace di mettere insieme la volontà e la disposizione al cambiamento di molti Messicani.

Vicente Fox ha preso possesso il primo di gennaio, però dal primo dicembre dell’anno passato cominciò a portare avanti un progetto che possiamo definire di ‘rivoluzione conservatrice’. Il voto per Vicente Fox è stato fondamentalmente un voto di giovani, di donne e dei settori urbani più colti e con maggiore potere economico. Fu anche un voto che mise insieme le persone che vedevano come principale problema del Messico quello della mancanza di democrazia. Fu dunque, e questo è il paradosso, un voto per un partito di destra che riuscì ad articolare le necessità di cambiamento della società messicana. Riuscì ad ottenere ciò grazie alla manipolazione massiccia dei mezzi di comunicazione. C’è chi dice che nel mondo sta sorgendo un nuovo tipo di governante che potremo chiamare Berlusfox, in modo che quando converso sulle caratteristiche dell’azione politica di Fox sto parlando, per quello che capisco, anche di molte delle forme con cui Berlusconi fa politica in Italia.

Quando entrò in carica Fox annunciò che voleva dare vita ad una rivoluzione, sono sue parole testuali. Parlava della necessità di una rivoluzione spirituale che cambiasse i valori e ottenesse la felicità degli uomini messicani. Il senso di questa rivoluzione cominciò ad essere molto chiaro nel suo primo atto di governo: cambiando il concetto di democrazia, disse che il suo governo era un governo di imprenditori, per imprenditori, fatto da imprenditori. Rompendo la tradizionale separazione tra stato e chiesa cattolica che esisteva in Messico, cominciò a promuovere una politica in cui i politici, invece di offrire discorsi, offrivano delle prediche. Immediatamente, propose di aumentare le tasse sulle medicine e gli alimenti e di cercare di privatizzare industrie che continuano ad essere parte del settore pubblico in Messico, come l’elettricità e il petrolio.

In coincidenza con il suo arrivo al governo, i diversi governi tenuti dal PAN nei diversi stati del paese, iniziarono campagne per fare retrocedere la legislazione vigente sull’aborto e si creò un clima di omofobia abbastanza esteso. Questo è il senso profondo della rivoluzione spirituale di cui parla il nuovo governo. Il 2 di luglio dell’anno scorso in Messico è terminato un regime politico, però a più di un anno di distanza non ne abbiamo ancora uno nuovo. C’è stata un’alternanza di governanti, però non un cambiamento nelle istituzioni. Il sistema di partiti che abbiamo è figlio del vecchio regime: i partiti realmente esistenti sono sorti nel contesto delle regole del passato, ne sono figli, gli uni apocalittici e gli altri integrati, però mantengono le regole nel modo di fare politica.

Hanno già cominciato a dividersi in modo molto veloce, vertiginoso. In tal modo, in ciascun partito è difficile parlare con una sola testa perchè ce ne sono almeno due. Si sta aprendo il registro dei nuovi partiti e ci sono 51 nuovi partiti che hanno chiesto di essere registrati e non sto parlando di partiti regionali, sto parlando di partiti che pretendono di essere nazionali. Si è dunque creata una situazione di frammentazione politica complessa, una situazione nella quale il presidente Fox conserva ancora molta popolarità, però nella quale questa popolarità non gli permette di portare avanti le sue iniziative politiche, perchè i partiti sono frammentati, divisi e in contesa tra di loro.

Ciò crea un clima politico che punta sempre di più verso la disillusione: da un lato molta popolarità, dall’altro molta poca efficacia. Fu in queste circostanze che l’EZLN tornò a irrompere nella scena politica nazionale: dopo mesi di silenzio, alcuni giorni prima della presa di possesso di Fox, è tornato ad apparire pubblicamente. Stabilì tre condizioni per il ritorno al dialogo che consistevano fondamentalmente nel ritiro dell’esercito da sette posizioni delle più di 260 che occupa in Chiapas, nella libertazione dei prigionieri zapatisti e nelll’approvazione dell’iniziativa di riforma costituzionale sui diritti e cultura indigeni elaborata dalla COCOPA. Annunciò anche il trasferimento di 24 membri del suo comando a Città del Messico per dialogare con i legislatori. L’effetto immediato di questo annuncio fu un’enorme polarizzazione della vita politica e il ritorno al centro dell’agenda nazionale della questione indigena.

Il 24 febbraio la carovana uscì dal Chiapas verso Città del Messico e riuscì a mettere insieme una mobilitazione veramente notevole lungo il suo percorso. Metterei in risalto, tra le tante, due cose di questa mobilitazione: la prima, al suo passaggio attraverso le regioni indigene, l’espressione del profondo scontento che c’è nei popoli indigeni in Messico; la seconda, l’enorme timore degli uomini più ricchi del paese che, assieme alla marcia Zapatista, si producesse una gran mobilitazione dei poveri che terminasse in rivoluzione. La marcia ottenne che una commissione del Congresso Nazionale Indigeno e dell’EZLN si incontrasse con i legislatori all’interno del Congresso Messicano. Fu un fatto inedito nella vita politica nazionale che pose di nuovo al centro anche della rete nazionaledella televisione la questione indigena. In fine, giorni dopo il Congresso discusse e approvò una Riforma Indigena, che però è una riforma abbastanza limitata rispetto a quello che i popoli indigeni e l’EZLN pretendevano. Se le leggi sono come alberi che danno protezione, ombra ai benficiari della legge, la riforma approvata dal Congresso messicano è come un piccolo bonsai. E molto carino, ha le sue foglie ma serve solo come ornamento, serve perchè l’ambasciatore Messicano in Europa, Porfirio Muños Ledo possa dire ai membri del Parlamento Europeo che il Messico ha già una legge indigena.

Qual’è la situazione attuale a causa di questa riforma? La riforma indigena è stata respinta in modo molto energico da parte della maggioranza dei protagonisti significativi del mondo indio. L’EZLN ha detto che era un tradimento, il Congresso Nazionale Indigeno l’ha rifiutata, gli indigeni del PRI l’hanno rifiutata e i settori della intellettualità legati al mondo indio hanno detto che era una riforma che non serviva. Quando questa riforma è stata approvata dai Congressi Statali si è prodotta un’enorme mobilitazione, insolita per il Messico. I Congressi degli Stati con maggioranza di popolazione indigena hanno rifiutato questa legge, nonostante siano congressi dominati dal PRI. Tuttavia, la maggioranza dei Congressi hanno finito con l’approvare la riforma, però anche questa divisione dei Congressi nell’approvare una riforma è un fatto insolito nella storia del Messico. Oggi vari congressi statali e più di 275 presidenze municipali e molte altre comunità indigene hanno presentato alla Suprema Corte di Giustizia una domanda contro questa riforma.

C’è una grande disputa legale per cercare di invalidare la riforma, mai nel passato era successo qualcosa di simile con una riforma costituzionale. E succeda quello che succeda, decida quello che decida la Corte, sono già cambiate le regole del gioco. Contemporaneamente, molte comunità indigene hanno deciso di passare alla resistenza pacifica e hanno dichiarato che questa legge non entrerà in funzione nelle loro comunità. Il governo di Vicente Fox ha appoggiato pubblicamente la riforma, dice che questa riforma deve essere messa in atto e che è la pietra angolare di una nuova relazione tra lo stato e i popoli indigeni. Ha già cominciato a fare pressione sull’EZLN perchè ritorni al dialogo. Contemporaneamente, all’interno del Governo hanno cominciato ad affermarsi posizioni come quella capeggiata dal consigliere Jorge Castañera (Ministro degli Esteri). Non c’è peggior nemico dello zapatismo all’interno del governo messicano di Jorge Castañera. Sembra ironia, perchè Jorge Castañera proviene dalla sinistra, è autore di un libro molto famoso sulle guerriglie in America Latina che si chiama “L’utopia disarmata”.

Con questo libro voleva diventare una sorta di ayatollah della sinistra Latinoamericana rinnovata e il sollevamento zapatista fece crollare il libro, le sue vendite e la pretesa di essere ayatollah. Gli zapatisti hanno anche osato non chiedergli di fare un lavoro internazionale a loro favore e l’hanno trattato con disprezzo, in modo tale che dal 1995, quando ancora non era nel governo, egli ha cominciato a costruire un discorso deliberatamente antizapatista. La sua tesi centrale è che lo zapatismo è una forza militarmente insignificante e che non si può negoziare con loro quello che non hanno ottenuto attraverso l’uso delle armi. Per portare avanti questa politica, si appoggia sul suo segretario Gustavo Ruegas, un bieco negoziatore governativo a San Andrés, sul responsabile della politica di sicurezza interna del Messico, anche lui uomo che viene dalla sinistra e sull’ambasciatore del Messico presso l’Unione Europea, PorfirioMuños Ledo, anche lui proveniente dalla sinistra. Una parte del suo lavoro è stato un lavoro diplomatico per cercare di limitare l’influenza dello zapatismo nei circuiti del Parlamento Europeo.

Terminerei dicendo che la nuova situazione, oltre a quelli descritti, ha due elementi in più molto importanti. Primo, il ritorno dello Zapatismo alla politica del silenzio (non è un fenomeno nuovo, lo hanno fatto nel passato, non significa che non stiano facendo niente: c’è nelle comunità un intensissimo lavoro di organizzazione, di formazione, di crescita, però non ci sono prese di posizione sui problemi nazionali e internazionali). E’ una politica che provoca sconcerto tanto nei loro alleati che nei loro nemici che però ha molto a che vedere con la forma e il comportamento delle comunità indigene messicane. Il secondo elemento nuovo della congiuntura messicana è il rianimarsi delle azioni armate di organizzazioni politico-militari. L’8 agosto, data di nascita di Emiliano Zapata, un’organizzazione che si è separata dall’EPR (Esercito Popolare Rivoluzionario) che si chiama FARP (Forze Armate Rivoluzionarie del Popolo) ha messo dei petardi nelle sedi di una banca che è appena stata acquistata da una banca nord-americana e un’altra organizzazione, che pure si è separata dall’EPR, l’esercito Villista, ha realizzato alcune azioni di ostilità armata verso l’esercito. Tutti loro hanno giustificato le loro azioni dicendo che il risultato della legge indigena mostrava che il cammino del dialogo, come soluzione dei conflitti in Messico, era chiuso.

In sintesi dunque, abbiamo una situazione di un nuovo regime che non ha potuto o non ha voluto ottenere il passaggio alla democrazia, viviamo in una situazione di alternanza senza cambiamento, una situazione di decomposizione delle istituzioni poliche tradizionali, di emergenza della lotta indigena a livello nazionale e di rianimazione delle azioni di organizzazioni politico-militari. Però ci sono ancora le maschere, ci sono alcuni settori della popolazione che ancora si illudono che la democrazia con queste regole del gioco sia possibile.

Risposte alle domande:

Luis Hernández Navarro

Si dice che ci sono più di 15 organizzazioni politico-militari in Messico, però quelle attive sono le seguenti: l’EZLN con una legge speciale che è la legge per la concordia e pacificazione che gli dà uno statuto legale specifico; e dopo organizzazioni che si sono staccate dall’EPR, lo stesso EPR e l’EPR-Tendenza democratica, le Farp, l’Esercito Villista, l’ERPI (Esercito Rivoluzionario Popolare Insurrezionale). Ci sono pure delle scissioni dell’ERPI che sono i Comando y ajusticiamento campesino 28 de luglio. Fondamentalmente questo è lo spettro delle organizzazioni. Formalmente nessuna di queste organizzazione ha relazioni con l’EZLN. Quando durante la marcia l’EZLN è passato attraverso il Guerrero che è lo stato nel quale operano molte di queste organizzazioni si è riferito a loro con un comunicato, le ha avvisate che stava per passare di lì, gli ha fatto la cortesia di riconoscere la loro esistenza e di avvisarle. Però pubblicamene, non c’è nessun altro tipo di relazione tra loro.
Credo che quello che ci mostra la lotta indigena è che dal basso, dalla mobilitazione popolare si stanno aprendo spazi, utilizzando la libertà esistente, impegnando il governo a tenere conto delle domande, in questo caso, indigene, mettendo in pratica la disobbiedenza civile che non è un’azione di tipo violento. Questi spazi ci sono, questa mobilitazione li sta aprendo. Mio parere personale è che azioni come i petardi nelle banche, lungi dallo stimolare la partecipazione della gente, hanno come risultato finale quello di inibire la partecipazione: esprimono la disperazione che c’è in alcuni settori, ma non si convertono in strumento di organizzazione e mobilitazione. C’è una differenza molto grande tra lo “Ya Basta” del 1° gennaio 94, atto nel quale erano migliaia gli indigeni che presero questa via per fare sentire la loro voce, e un’azione di un piccolo gruppo al margine della società.

Miguel Alvarez Gandara

Già nell’agosto del 96, quando l’EZ interruppe il dialogo di San Andrés, era nelle intenzioni del Governo fare una distinzione tra guerriglia buona e guerriglia cattiva. Anche se l’EZ è stato molto chiaro nelle sue relazioni, di fatto è chiaro anche che la strategia generale deve includere tutti i protagonisti. In questo senso bisogna valorizzare la decisione strategica dell’Ez di passare di nuovo alla resistenza. L’EZ è un protagonista a tre livelli: locale, nazionale e internazionale e in ogni fase sta identificando il livello principale di partecipazione. Adesso, dopo che è uscito nei primi mesi dell’anno con tutta la sua forza a livello nazionale, in questa fase passa di nuovo alla resistenza e a una dinamica legata all’autonomia delle sue basi. E capisco che questo crea sconcerto sia a livello nazionale che internazionale, perchè invece ci aspettiamo che appaiano, definiscano, precisino, conducano le opposizioni. Invece loro sanno quando è il momentodi giocare e quando lo devono fare gli altri: l’EZ sta decidendo di resistere per lasciare che altri protagonisti nazionali e internazionali giochino l’apertura di nuove condizioni politiche.
Se prendiamo in considerazione la delusione di molti settori che credevano che l’alternanza fosse sufficiente per la democrazia, se vi aggiungiamo la crisi economica, la crisi della condizione contadina, la crisi delle città, vecchi problemi che ora emergono con maggiore forza, se accettiamo che la marcia zapatista sia stata un climax della lotta nazionale organizzata, con una grande capacità di impatto, e se una lotta politica di questa grandezza non è stata capace di fare capire alla società politica i cambiamenti necessari, io concluderei dicendo che il Messico sta vivendo una crisi delle condizioni della lotta politica. Nella misura in cui i partiti non sono lo strumento nel quale vengono rappresentati tutti i protagonisti del paese io penso che più che riprendere la lotta armata il grosso dei gruppi messicani sta pensando di recuperare il suo spazio con attori propri. In un momento di debolezza di leadership, di figure e spazi politici è prevedibile una momento molto caldo di emergenza, di mobilitazione, di lotte politiche. Chiaramente ha un significato sociale domandarsi quali strategie userannogli altri movimenti armati. Per lo meno resta molto chiara la differenza tra l’EZ che ha una base sociale ampia, indigena, con una causa storica sostenibile e gli altri movimenti che non sono passati attraverso questo problema di legittimare le loro cause, il loro modo di agire (è un processo che può essere modificato qualsiasi giorno).
Il momento è complicato anche perchè è in crisi il modello di San Andrés. Come sapete, in altri conflitti generalmente si nogozia, si firma e dopo comincia il processo di compimento degli accordi e di verifica. Nel caso del Messico si concordò di cominciare il processo di compimento e di verifica dopo l’accordo su ognuno dei temi sostanziali, in modo che se si portava a compimento il primo tema si aiutava la negoziazione del secondo, però se si arrestava il primo tema si arrestava tutto il processo di negoziazione. Quindi oggi abbiamo nello stesso tempo il problema del riciclaggio del conflitto, il problema della crisi della negoziazione e i problemi conosciuti come ‘postconflitto’. In questa crisi di negoziazione la difficoltà di creare un nuovo modella implica nuove condizioni politiche. Tutto quello che è successo quest’anno, con la relazione della marcia con il Congresso, dimostra che dobbiamo avere migliori garanzie di vincolare la negoziazione del Chiapas con lo stato messicano. L’argomento del Congresso è stato che loro non erano responsabili della pace, che è un problema del Governo Federale e quindi in prospettiva dobbiamo ridisegnare la concezione sia della pace che della negoziazione.

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