I popoli indigeni e il mondo attuale

Luca_baldassini_

Aldo Gonzalez

Stiamo svolgendo concretamente delle azioni in alcune comunità di Oaxaca, ad esempio la elaborazione di alcuni strumenti legali che sono piccoli, non molto decisivi che però ci aiutano a provocare la riflessione all’interno delle comunità per difendere la terra. La elaborazione degli statuti comunali è una specie di regolamento di accesso alla terra, non solo per la gente della comunità, ma anche per impedire l’accesso alla gente di fuori, alle multinazionali. Inoltre si stanno elaborando, in diverse organizzazioni e in diverse comunità, progetti produttivi che riguardano la conservazione della natura e la creazione di mercati ‘verdi’, giusti. Il problema per questo tipo di progetti è che la maggioranza di essi sono per il commercio esterno non sono per il consumo. Tuttavia le nostre comunità non sono sufficientemente forti per potere mantenere tutta la popolazione e perciò si stanno vivendo processi migratori sempre più forti a causa dei problemi che si vivono nelle zone agricole.
Alcune trappole si incontrano anche nei programmo sociali, per esempio il Governo Messicano stabilisce alcuni programmi per pagare in modo individuale i membri della comunità se si realizza un lavoro per il beneficio comune. Perciò noi facciamo in modo che questi compensi individuali si concentrino fra le autorità, per il servizio alla comunità, con un riconoscimento solo formale dei compensi individuali che vengono invece usati per l’intera comunità. Questo è possibile con alcuni programmi, ma con altri no e ciò provoca molte divisioni all’interno della comunità.
Alla domanda se, come avviene nelle comunità zapatiste, si è creata anche nelle altre comunità una lotta per il riconoscimento dei diritti delle donne risponde:
Le condizioni economiche che stanno vivendo le nostre comunità stanno dando un ruolo nuovo alla donna. Il fenomeno migratorio le pone in una situazione diversa, perchè oggi i mariti devono emigrare negli Stati Uniti e perciò qualcuno deve rappresentare la famiglia per esempio nell’assembea comunitaria. Tradizionalmente, nella maggioranza delle comunità indigene le donne non potevano svolgere un ruolo di rappresentanza familiare, tuttavia oggi, di fronte all’assenza maschile, le donne si vedono obbligate a farlo. Quello che stiamo facendo in alcune comunità indigene è rinforzare la preparazione delle donne perchè possano prendere decisioni come gli uomini, però non è facile. Per esempio nella mia comunità le donne hanno compiti di rappresentanza importanti, sono sindaci municipali [consiglieri-assessori, nell’ambito della giustizia]. Oggi ci sono due donne che potranno essere presidenti comunali per il prossimo periodo.

Claudio Albertani

I POPOLI INDIGENI E IL MONDO ATTUALE
Nella versione spagnola del dizionario elettronico Microsoft, i sinonimi di “indio” erano fino a qualche anno fa: “selvaggio”, “antropofago” e “primitivo”. La ribellione del Chiapas ha attirato l’attenzione sulle condizioni dei popoli indigeni ed ha spazzato via questo genere di luoghi comuni. “Non lasciateci soli” era stato il drammatico appello lanciato nel febbraio 1994 da Ramona, la fragile guerrigliera maya, simbolo della sofferenza, ma anche della tenacia india.
Da allora, gli zapatisti si sono fatti portavoce della richiesta di autonomia e dell’aspirazione a creare un nuovo tipo di nazione, pluriculturale e multietnica. I loro sforzi non sono stati finora coronati dal successo, però è indubbio che essi siano riusciti a commuovere la società contemporanea.
L’emergere dei popoli indigeni come attori importanti sullo scenario politico internazionale ha tuttavia radici più lontane. Negli ultimi vent’anni, il dato rilevante è, infatti, l’esplosione di un gran movimento indigeno che, dall’Alaska alla Patagonia, attraversa tutto il continente americano e offre l’occasione di chiedersi se questi popoli non abbiano qualcosa d’importante da dire. E se non sia venuto il momento di ascoltarli.

Una lunga marcia
Nel mondo contemporaneo, gli sforzi da loro realizzati per conquistare una tribuna internazionale risalgono al viaggio che il capo Deskaheh, dei cayuga, fece a Ginevra nel lontano 1923 per esigere – senza successo – una rappresentanza in seno alla Società delle Nazioni.
Cominciava un lungo cammino attraverso i fori e le istituzioni internazionali i cui risultati ottant’anni dopo non sono molto brillanti, visto che i rappresentanti dei governi alla recente Conferenza Mondiale contro il Razzismo, la Discriminazione, la Xenofobia e l’Intolleranza (Durban, Sudafrica, agosto 2001) persistono a non considerare gli indigeni come “popoli”.
Essi preferiscono parlare di “etnie”, “minoranze” o “popolazioni”, perché il termine “popoli” implica dei diritti, il riconoscimento della libera determinazione, con il corollario dell’autonomia o, peggio, della separazione e l’indipendenza.
È perciò che nei principali documenti del diritto internazionale, come la Carta delle Nazioni Unite (1945), o la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (1948), questi popoli, semplicemente, non figurano.
Uno degli ostacoli legali risiede nel fatto che la categoria centrale per loro non è l’individuo e nemmeno la nazione, bensì una collettività legata ad un territorio il che è difficile da assimilare per il diritto internazionale.
E così oggi esattamente come cinque secoli fa, gli indigeni sono l’altro di cui nessuno vuole sapere, il tabù della coscienza sociale dell’Occidente.
Bisogna dire che qualche innovazione fu introdotta nella seconda metà degli anni cinquanta allorquando l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (O.I.L.) consacrò (articolo 107) il diritto di ogni popolo alla terra ed alla proprietà collettiva (1957). In seguito (1960) si riconobbe il diritto dei popoli all’autodeterminazione ed all’impiego delle risorse naturali. Ma erano vittorie sulla carta. Gli indigeni, infatti, non potevano aspirare a nulla perché erano solo “popolazioni” e questo spiega il senso della loro battaglia per essere riconosciuti in quanto “popoli”.
Gli ostacoli erano molteplici. Alcuni paesi come gli Stati Uniti e l’Argentina, erano nati proprio in quanto negazione delle culture native la cui alterità era percepita come una minaccia intollerabile. Altri (Guatemala, Brasile, Perù) per molto tempo avevano applicato o continuavano ad applicare politiche etnocide.
Altri ancora, come il Messico, rivendicavano radici indigene senza che ciò significasse molto nella pratica. Infatti, il nazionalismo in voga esaltava l’indigeno morto del passato per continuare ad opprimere l’indigeno vivo del presente.

Il risveglio
Le prime proteste a livello continentale fecero seguito al ciclo di lotte sociali che commosse il mondo negli anni 60-70. Fu un vero e proprio risveglio: da nord a sud nacquero movimenti, parlamenti, e congressi pan-indigeni i cui leader erano principalmente sioux, aymara e quechua. Negli Stati Uniti, apparve l’American Indian Mouvement (A.I.M.) che acquistò una certa notorietà con l’occupazione dell’isola di Alcatraz (1969).
Più o meno nello stesso periodo, in Messico, nacquero combattive organizzazioni contadine – di solito ispirate alla figura di Emiliano Zapata – che concentravano la loro lotta sulla questione della terra.
Nel 1977, i rappresentanti degli indigeni ottennero una prima vittoria quando il Consiglio Internazionale dei Trattati Indigeni – una coalizione continentale – ottenne dall’Onu il riconoscimento in quanto organizzazione non governativa con funzioni consultive.
Non era molto: tuttavia, per la prima volta, essi avevano la possibilità di farsi ascoltare in un foro internazionale di alto livello.
Nello stesso periodo un gruppo di noti antropologi e studiosi occidentali intrapresero una critica dei paradigmi di modernità e progresso, cominciando a intendere la questione india come alternativa di civiltà (Dichiarazioni di Barbados, 1971 e 1977).
Parallelamente, nacque l’indianismo, ovvero una riflessione intorno alla cosmologia india portata avanti dalla nuova generazione di intellettuali nativi tra cui spiccano Russell Means e Vine Deloria negli Usa e Ramiro Reynaga in America del Sud. Sebbene oggi molto criticato è innegabile che l’indianismo svolse una funzione analoga al Black is beautiful degli anni 60: rivendicare la dignità dell’altro di fronte alla società dominante.
Nel 1981, alcuni esperti dell’Unesco condannarono la pratica dell’etnocidio – la distruzione dell’identità etnica di un popolo – pronunciandosi a favore del concetto di etno-sviluppo (Dichiarazione di San José).
In questo periodo, l’Onu stabilì a Ginevra il “Gruppo di Lavoro sui Popoli Indigeni” e, poco tempo dopo, la “Commissione per la Prevenzione della Discriminazione e la Protezione delle Minoranze”.
Con la collaborazione di rappresentanti indigeni di vari paesi, entrambi questi organismi intrapresero l’elaborazione di norme atte a difendere le libertà e i diritti dei popoli nativi, diffondendone le denunce.
Era l’epoca della guerra di sterminio in Guatemala e le testimonianze raccapriccianti di persone come Rigoberta Menchú, la cui famiglia era stata quasi interamente massacrata dai militari, contribuì a sollevare un’ondata di indignazione mondiale.
Nel 1989, l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (Oil) adottò la Convenzione 169 sui “Popoli indigeni e tribali nei paesi indipendenti”, il primo strumento legale che, pur con alcune limitazioni, andava oltre la logica integrazionista. In Messico, paese che fu uno dei primi a firmarla, la Convenzione entrò in vigore il 5 settembre 1991, senza che questo abbia purtroppo significato un mutamento di rotta da parte del governo.
L’articolo primo definiva “indigeni quei popoli che discendono da popolazioni che abitavano il paese (…) al momento della conquista o colonizzazione (…) e che, a prescindere dalla loro situazione giuridica attuale, conservano istituzioni sociali, economiche, culturali e politiche proprie”. L’articolo quinto stabiliva la necessità di “riconoscere e proteggere i valori e le pratiche sociali, culturali, religiose e spirituali di questi popoli”.
Sebbene non raccogliesse la richiesta di modificare la natura degli stati nazionali in senso multiculturale e multietnico, la Convenzione 169 fu sostenuta e difesa da gran parte delle organizzazioni indigene del continente.

La campagna dei 500 anni
Alla tappa, per così dire, diplomatica, ne seguì un’altra, ben più appassionante il cui teatro principale furono le strade e le piazze delle grandi città, non solo americane ma anche europee. Le celebrazioni che gli stati del vecchio continente venivano preparando per il quinto centenario della conquista offrirono, infatti, alle organizzazioni indie un’occasione che non poteva essere perduta.
A partire dalla fine degli anni ottanta, esse lanciarono una campagna mondiale che aveva come obiettivo demistificare il colonialismo del passato e combattere quello del presente. La rivendicazione principale adesso non era più semplicemente l’uguaglianza, ma qualcosa di molto più radicale: la differenza.
Gli indigeni legarono inoltre la propria lotta a quella di altri gruppi emarginati lavorando con non indigeni ed affrontando il tema della convergenza fra movimenti. In stretta collaborazione con le società civili locali e, soprattutto, con i movimenti contadini e operai, organizzarono incontri, eventi culturali e grandi manifestazioni di protesta in tutto il continente americano ed in Europa.
Uno dei paesi più attivi della campagna fu il Guatemala dove gli indigeni caricavano su di sé il peso principale della lotta contro la dittatura militare che durava ormai da quasi quattro decenni. Per questo essi avevano pagato un prezzo terribile: 400 villaggi distrutti, un milione di rifugiati interni, un milione di espatriati e circa 200.000 vittime su una popolazione totale di appena 10 milioni di abitanti.
Il momento culminante della campagna fu probabilmente l’incontro continentale “500 anni di Resistenza Indigena, Negra e Popolare”, celebrato a Quetzaltenango, Guatemala, tra il 7 e il 12 ottobre 1991. Dall’Alaska al Cile, un migliaio gli esponenti di una cinquantina di etnie amerindie raggiunsero l’altopiano guatemalteco portando con sé tradizioni spirituali, abiti variopinti e una lunga storia di resistenza. Qui, si incontrarono con rappresentanti sindacali, agitatori sociali e partiti di opposizione.
Alcuni denunciarono campagne di sterminio, altri parlarono del persistente tentativo di sopprimere l’identità, altri ancora del saccheggio ecologico e della depredazione di terre.
All’incontro fece seguito la più importante manifestazione india della storia guatemalteca: 50 mila maya per le strade di Quetzaltenango in sfida aperta verso la ferocia dei militari.
Una delle caratteristiche importanti di questa tappa è l’emergere di una generazione di giovani donne indigene (soprattutto maya) con grandi capacità politiche. In Guatemala, accanto a Rigoberta, possiamo citare, fra le altre, Rosalina Tuyuc – fondatrice dell’organizzazione delle vedove di guerra, CONAVIGUA, e Juana Vázquez, allora dirigente del Comité de Unidad Campesina, CUC.
In Messico questa è l’epoca della crescita silenziosa e clandestina dell’EZLN nella Giungla Lacandona, ma anche dei grandi sindacati con forte partecipazione indigena come l’ARIC-Unión de Uniones, e di marce – ad esempio quella organizzata nel 1991 dal gruppo Xi-Nich (le formiche in lingua chol) che da Palenque raggiunse il Districto Federal percorrendo 1200 chilometri a piedi.
Il principale risultato di questi fermenti fu la crescita della rete di organizzazioni indoamericane nate nella tappa anteriore, le quali, a poco a poco si trasformarono in organizzazioni di massa. Non solo. Esse intessero anche dei contatti proficui con altri popoli, soprattutto in Asia, dove paesi come la Tailandia, la Birmania, l’Indonesia, l’India e le Filippine presentavano problematiche analoghe a quelle dei popoli amerindi. Il concetto di “popolo indigeno” oltrepassò allora il continente americano per estendersi alla totalità del mondo. Secondo le stime ufficiali dell’Onu circa 400 milioni di persone rientrano oggi in questa categoria.

Adesso Basta
Il teatro principale della fase successiva è il Messico. Le prime avvisaglie dell’imminente ciclone si ebbero il 12 ottobre 1992, quando una moltitudine furiosa distrusse a San Cristobal la statua di Diego de Mazariegos, il conquistatore del Chiapas.
Quel giorno fra i manifestanti vi erano anche le basi d’appoggio, i miliziani e i principali dirigenti dell’EZLN, organizzazione ancora in gran parte sconosciuta che avrebbe conquistato le prime pagine delle cronache internazionali poco più di un anno dopo, con il travagliato Ya Basta! del primo gennaio 1994.
La ribellione che molti paventavano da tempo scoppiò infine nel luogo meno verosimile: un paese dalle apparenze democratiche che, secondo i criteri delle agenzie di sviluppo, presentava alti tassi di crescita economica e stava per accedere alla modernità.
Il Chiapas – “Terra ricca, per gente povera”, secondo il titolo del libro di Thomas Benjamin – concentrava però i paradossi di una società che si dibatteva tra l’improbabile sogno americano e la dura realtà di una miseria ancestrale.
Esattamente come in Guatemala, esisteva qui un vero e proprio apartheid che giustificava ideologicamente lo sfruttamento inaudito della manodopera india. Al pregiudizio razzista di bianchi e meticci, l’Insituto Nacional Indigenista aveva risposto negli anni quaranta sostenendo che è la società, non la natura, a creare e ricreare l’inferiorità, ed è allo stato che spetta il compito di trovare il rimedio. Come? Attraverso programmi di sviluppo che educhino ed emancipino l’indio in quanto essere razionale dotato di potenzialità universali.
I risultati però non erano certo brillanti. Cinquant’anni dopo in Chiapas si continuava a morire di malattie curabili e le varie etnie maya erano catalogate tra le più povere e discriminate del Messico. Inoltre, una tale impostazione – condivisa dalla sinistra marxista – aveva come corollario il tentativo di integrare gli indigeni ai valori economici occidentali, spogliandoli di quanto più prezioso essi possedevano: la cultura.
In tal modo, l’indigenismo – ovvero l’insieme di politiche e dispositivi dello stato nei confronti degli indigeni – si era trasformato nell’ennesima versione del vecchio progetto colonialista: cancellare ogni traccia delle civiltà native.
Adesso la ribellione metteva tutto ciò in discussione: la burocrazia paternalista, i cacicchi, il razzismo, la povertà. Nelle prime valutazioni a caldo si mescolarono i sentimenti, le ferite collettive e la memoria storica. Pochi compresero che quel grido disperato era anche un’affermazione di civiltà, l’ultimo episodio di un rinascimento culturale incominciato molto tempo prima.
“Siamo qui, i morti di sempre, morendo di nuovo però questa volta per rinascere” dicevano gli insorti in un comunicato. Cento cinquantamila decessi per malattie curabili negli ultimi dieci anni gettavano una luce sinistra su quelle terribili parole.
Ben presto si rese evidente che non si trattava di una guerriglia tradizionale, né di una riedizione delle guerre indiane del secolo precedente. Non era neanche un movimento millenarista; non c’erano redentori, né vergini miracolose. Non c’era odio.
Era un fenomeno complesso, pieno di paradossi e difficile da definire. I maya del Chiapas erano insorti per conquistare la parola, si erano coperti il volto per essere visti, facevano la guerra per conquistare la pace. Essi si opponevano alla dittatura del denaro che dissolve il loro modo di vita e al libero commercio che li rende schiavi. Non volevano conquistare il potere, né instaurare una repubblica india, e neppure il “comunismo primitivo”.
Volevano continuare ad esistere all’interno della nazione messicana, senza un ruolo subordinato e mantenendo la propria civiltà. E mentre altrove nel mondo si praticava la pulizia etnica, essi davano una lezione di moderazione esigendo “tutto per tutti, nulla per noi soli”. Il loro cuore batteva nel passato, però lo sguardo scrutava il futuro.
La rivolta oltrepassò i confini del Chiapas e del Messico assumendo rapidamente un nuovo significato. Era il sintomo che qualcosa non andava nel regno della merce. E che la storia non era finita.
Da allora sono passati quasi otto anni. Le armi indigene hanno taciuto, non quelle degli assassini protetti dallo stato. Tuttavia i ribelli maya non hanno mai smesso di creare situazioni memorabili e di inviare messaggi a chi era disposto ad ascoltare. La Giungla Lacandona, che qualcuno aveva chiamato “il deserto della solitudine”, è diventata un polo di resistenza dove si pensano, si dicono e si fanno cose importanti per l’umanità del prossimo millennio.
Ed è significativo che il più importante movimento sociale dell’Occidente, quello contro la globalizzazione neoliberista, abbia avuto origine proprio in quest’angolo sperduto del sud-est messicano.

Utopie indie?
A questo punto sorge una domanda. Che esito può avere la lotta dei popoli indigeni nel mondo attuale? Certamente il messaggio che viene dagli stati non è incoraggiante.
La ribellione del Chiapas aveva suscitato molte speranze anche altrove nel continente, però, come è noto, le trattative di pace si sono poi arenate sull’iniziativa di legge sui diritti e cultura degli indigeni proposta dalla commissione parlamentare, COCOPA.
Il nuovo presidente, Vicente Fox, il quale aveva esordito facendo tante promesse, ha finito per sottoscrivere una legge – approvata anche con i voti della sinistra – che tradisce lo spirito e la lettera degli accordi di San Andrés, firmati tra le parti nell’ormai lontano 1996. Nulla di concreto è rimasto dell’autonomia, i diritti, la cultura, le risorse naturali e i territori degli indigeni.
Oggi come ieri, il razzismo e l’intolleranza impediscono alla classe politica messicana di riconoscere il diritto dei popoli indigeni a conservare i loro modi di vita. E così l’ombra della guerra con il macabro rituale di tortura, massacri e sparizioni, può calare di nuovo sul paese.
Se il Messico, culla della prima rivoluzione contadina del novecento, ha reagito in questo modo, cosa aspettarsi dagli altri paesi? Ovunque la risposta alle loro rivendicazioni, generalmente moderate e limitate all’autonomia all’interno degli stati nazionali, è stata negativa.
In Guatemala alla sanguinosa dittatura militare è subentrata una caricatura di democrazia dove, un po’ come nell’antica Unione Sovietica, la vecchia casta dominante continua a esercitare il proprio dominio assoluto. L’URNG – l’organizzazione guerrigliera che ha condotto le trattative di pace – ha commesso molti errori e le poche conquiste strappate a fatica (riconoscimenti di diritti e cultura, riforma agraria, autonomia) sono ben presto sfumate.
In Ecuador, dove esiste un gran movimento indio che da tempo ha messo radici profonde nella società locale, vi sono stati vari sollevamenti pacifici, l’ultimo dei quali, avvenuto nel gennaio 2001, ha ottenuto di far cadere un governo, senza però concludersi con la soddisfazione delle rivendicazioni fra le quali vi era la fine dell’adozione del dollaro Usa come moneta. E neppure in Bolivia le proteste, massicce e combattive del mese di luglio, hanno avuto un esito positivo. Altri paesi, come Colombia e Perù, si stanno vietnamizzando e gli indigeni si trovano di nuovo nel mezzo di una sanguinosa guerra interna finanziata dagli Stati Uniti.
E tuttavia, qualcosa si è mosso. Negli ultimi vent’anni i popoli indigeni hanno adottato metodi di lotta che vanno dalla lotta armata alle petizioni legali nei fori internazionali con l’intera gamma delle variazioni intermedie. In tal modo essi sono riusciti – e non è poco – a rompere il muro del silenzio e la validità delle loro richieste è ormai riconosciuta oltre i ristretti circoli iniziali. Non è molto, e tuttavia anche grazie a ciò essi stanno recuperando la dignità negata.
Il loro cammino non è facile. Da tempo, la civiltà del denaro e della merce si è imposta costringendo gli altri modi di pensiero a una sorta di clandestinità. É nella difesa dell’ambiente e nella rivendicazione di uno sviluppo equilibrato che l’apporto dei popoli indigeni appare decisivo nel mondo attuale.
Infatti, per le cosmologie indie, la natura non è un oggetto da dominare, ma un soggetto con cui interagire, il che introduce una rivoluzione per così dire copernicana. Già Horkheimer aveva avvertito che nella dominazione sulla natura è contenuta la dominazione dell’uomo sull’uomo.
La civiltà occidentale, infatti, ha tendenza a negare all’ “altro” la qualità di soggetto. Le relazioni di uguaglianza tra soggetti sono rare: tanto nel pensiero come nell’azione, noi scegliamo spontaneamente il rapporto tra soggetto ed oggetto.
Invece per i popoli amerindi non vi sono oggetti, né esseri separati gli uni dagli altri. E nemmeno vi è contraddizione tra l’anima e il corpo, tra la natura e gli esseri umani. Tutto è vivo e tutto interagisce, un concetto al quale, seguendo altre piste, è pervenuta anche la scienza moderna con il feedback.
Tali elementi, uniti alla proposta di un uso intelligente della tecnologia che emancipa dal lavoro possono aiutare, almeno in parte, a correggere i disastri commessi negli ultimi decenni da un sistema omicida che sta arrivando all’autodistruzione.
D’altra parte, la crisi delle idee di progresso fa vacillare la credenza nella superiorità della nostra civiltà. I popoli nativi dispongono da sempre di grandi risorse spirituali e possono aiutare a cambiare rotta: sta a noi saperli ascoltare. I ponti non mancano. Il movimento contro la globalizzazione ne offre uno. Non è l’unico.
La questione della comunità – con il corollario della democrazia diretta – attraversa anche le correnti sotterranee dell’Occidente e l’autonomia – una autonomia autentica non certo le caricature in voga nei nostri paesi – che è il nucleo delle loro rivendicazioni, può portare ad una definizione – estremamente attuale – degli stati nazionali secondo criteri multiculturali e plurietnici. I popoli indigeni non sono residui esotici: essi aspirano a trovare una collocazione degna nel mondo del futuro, un mondo, come dicono gli zapatisti che contenga molti mondi.
É un’utopia?

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