Una marcia universale

Anno 1914, anno 2001: Emiliano Zapata entra del Distretto federale per la seconda volta. Questa seconda volta viene da La Relidad, per cambiare la realtà: arriva dalla Selva Lacandona perché ci sia un profondo cambiamento nella realtà messicana.
Da quando sono apparsi sulla scena pubblica, gli zapatisti del Chiapas stanno cambiando la realtà del paese intero. Grazie a loro, e all’energia creatrice che hanno scatenato, niente di ciò che era è più come era.
Quelli che parlano del problema indigeno dovranno iniziare a riconoscere la soluzione indigena. Dall’inizio alla fine, la risposta zapatista a cinque secoli di mascheramento, la sfida di queste maschere che smascherano, sta dispiegando lo splendido arcobaleno che il Messico contiene e sta restituendo la speranza ai condannati all’attesa perpetua. Gli indigeni, lo si è visto, sono un problema solo per quelli che gli negano il diritto di essere quello che sono, e così negano la pluralità nazionale e negano ai messicani il diritto di essere pienamente messicani, senza le mutilazioni imposte dalla tradizione razzista, che svilisce le anime e taglia le gambe.
Di fronte al buffone del progetto di annessione e tradimento, di fronte al patetico modello di una Disneyland di quarta categoria, cresce e cresce questo movimento, che continua a essere locale, con le sue radici affondate nella terra da cui è germogliato, però che è già nazionale. Può cambiare, sta cambiando, e in grande misura grazie al levantamiento indigeno del Chiapas, questo paese che è di tutti e però appartiene a pochi ed espelle i suoi figli. Perché è bene che il governo voglia proteggere i messicani che se ne vanno, e che muoiono al ritmo di uno al giorno, per i proiettili o per la sete; però più importante del diritto di andarsene é il diritto di restare.
E perché uno straniero dovrebbe mettere il naso nei nostri affari messicani, se non ha investito nel petrolio né in altro nemmeno un dollaro pidocchioso? Perché succede che questo movimento locale, che già è diventato nazionale, ha da tempo saltato le frontiere. Democrazia, giustizia, dignità: siamo milioni di persone di tutti i paesi a ringraziare gli zapatisti e gli altri movimenti che si muovono nel mondo, per la resurrezione di queste bandiere in un mondo che si regge sul profitto, sulla umiliazione e sull’obbedienza. C’è sempre meno democrazia al tempo della globalizzazione obbligatoria; mai siamo stati governati da così pochi. C’è sempre più ingiustizia nella distribuzione dei pani e dei pesci. E la dignità è sempre più schiacciata dalla prepotenza del potere universale, oggi incarnato in un ospite rozzo (Bush, ndt) capace di sedersi alla tavola del suo anfitrione (Fox, ndt), per offrirgli il dolce avvelenato di un bombardamento su Baghdad.
Niente di quello che succede in Chiapas, niente di quello che succede in Messico, ci è estraneo. Nella patria della solidarietà non ci sono stranieri. Siamo milioni di cittadini del mondo a essere lì senza esserci.

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