Noi, da qui, dalle città che si mobilitano per dare “la bienvenida a nuestros hermanos los comandantes zapatistas” non abbiamo proprio idea di come la vicenda cada sui lettori e telespettatori e cittadini (male)informati della madrepatria. Dubitiamo assai che riesca ad arrivare integro il messaggio, semplice ed entusiasmante (qualche volta le parole enfatiche non lo sono), che il viaggio di 23 comandanti più un subcomandante sta mandando al Messico e al mondo. Bisognerà tornarci e rifletterci, discuterne e scriverne, nei prossimi mesi e probabilmente anni. Ma, vista da qui, la cosa sta in questi termini: se un grande paese spaccato dalla povertà, dal razzismo e dalla mancanza di democrazia decide di cambiare se stesso dopo quasi un secolo, e se nel frattempo diventa presidente un neoliberista puro, già manager di una multinazionale (e a noi italiani, a questo punto, fischiano le orecchie), chi, che cosa gli si opporrà? La sinistra politica? Non c’è, si è assentata il giorno dopo le elezioni, e il suo unico personaggio che resiste sulla scena, e bene, è però soprattutto il sindaco di Città del Messico, non un dirigente della sinistra. Che cosa, allora? È questo, eccolo, è una grande movimento popolare fatto di tasselli che si compongono via via, nella società, nella cultura e nella storia messicana (Viva Zapata!, grida la gente ai pullman della carovana zapatista, mostrando i ritratti del generale indigeno rivoluzionario dei primi del Novecento). Qualcosa fatto di “quelli di prima, ma nuovi”, come dice Marcos. E cosa vuole, questa mobilitazione sociale? Non vuole il potere, perché il potere ce l’hanno le multinazionali, il Fondomonetario, ecc. Vuole qualcosa di più semplice ed estremamente più radicale. Vuole autogovernarsi. E siccome sa che questo non può avvenire solo a scala nazionale, benché si sia orgogliosi di essere i figli dei messicani che cavalcarono con Zapata e i nipoti dei maya che i Conquistadores cercarono di cancellare, bisogna stare nel mondo. La democrazia può essere qui, dove vivo, dove guardo negli occhi gli altri; e può, anzi deve, essere nel mondo, ormai globalizzato. Quando guarderete alla televisione Città del Messico, domenica, pensate a questo senso, di quel che accade. E pensateci soprattutto il giorno dopo le elezioni italiane, nel prossimo maggio.
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