Un sindaco toscano tra gli indigeni

08min

Città del Messico, marzo 2001

11 marzo 2001
Oggi arriverà nel centro della città la marcia zapatista, con alla testa il subcomandante Marcos.
E’ quasi mezzogiorno; ma già nella piazza dello Zocalo ci sono migliaia di persone e continuano ad arrivare altre migliaia di ragazzi con le magliette di Ya Basta e di Marcos. Arrivano anche tanti messicani di ogni età con cartelli e striscioni di benvenuto all’Ezln.
L’arrivo della carovana è previsto per le quattro del pomeriggio. Già alle 12,30 però la piazza brulica di persone ed è un grande bivacco. Nonostante il caldo e il sole, la gente non si muove. Al primo impatto, più che un momento rivoluzionario, di cambiamento, di svolta, sembra una grande festa, con tanto di vendita di souvenir e gadget che mi ricorda le vecchie feste de l’Unità.
A parte le note di colore, non c’è dubbio che questa giornata abbia un significato politico profondo: è il riconoscimento della lotta di un popolo che ha ritrovato orgoglio e dignità, che ha saputo rialzare la testa. E questo ha valore ben oltre la singola nazione o la regione, oltre il Messico e il Chiapas.
Mi sembra però che questa presa di coscienza sia solo di noi che veniamo da fuori. Cerco di capire, per quanto posso; certamente però, in questo momento, credo che questi “rivoluzionari incappucciati” siano molto attenti alla loro lotta come a un problema circoscritto in un ambito locale, legato alla loro identità indigena. Non so giudicare se sia giusto o no, e non voglio neanche farlo; certo è che questa è la sensazione che mi fa vivere da esterno questo avvenimento. Ci sono molti italiani; molti, compreso il sottoscritto, sono venuti per vivere questo momento tra testimonianza e romanticismo, e non certo per la reale convinzione che questo gruppo di “guerriglieri pacifisti” possa incidere su una realtà dura e complessa come quella messicana, o addirittura sulla condizione occidentale. Questo però non significa che non sia giusto portare solidarietà politica e aiutare concretamente il Chiapas.
Rimane però il dato che questa marcia, come questa lotta, è cosa loro, e nonostante gli sforzi di alcuni italiani di comprendere o, peggio, di essere compresi, l’impressione è quasi di dar fastidio, e devo confessare di sentirmi un intruso, uno che vuole violare un segreto o una cosa altrui. Non so se apetterò l’arrivo della marcia, anche perché si è diffusa la notizia che i comandanti arriveranno sopra al loro pullman. Intorno alle14,30, mentre la piazza è ormai colma e anche le strade adiacenti sono bloccate dalla gente, i comandanti salgono sul palco; prima i rappresentanti degli Indios, coi loro costumi, e poi uno ad uno i comandanti zapatisti. Parleranno poco: prima il saluto di una donna, ma non riesco a comprenderla; poi il comandante David e per ultimo Marcos.

Lunedì 12 marzo
E’ venuto a prenderci in albergo Armando. Intorno a mezzogiorno, al centro sportivo universitario, ci sarà una conferenza stampa con tutto il gruppo degli zapatisti e sicuramente vi saranno alcuni intellettuali, ci sarà Montalban, ci sarà Saramago, la signora Mitterrand e forse anche Gianni Minà. Siamo arrivati intorno alle undici, il sole è già alto e fa molto caldo, il campo è una vecchia struttura ben tenuta e la tenda per la conferenza è al centro di un campo da gioco. Sotto la tenda ci sono i rappresentanti della marcia e vari personaggi; di fronte, una selva di giornalisti, tv e fotoreporter. Inizia la conferenza: parlano Montalban e Saramago e gli altri intellettuali; poi prende la parola il comandante David, che parla in una lingua indigena e poi traduce in spagnolo, e dopo parla Marcos. Scandisce bene le parole e i concetti che esprime, li colorisce di storie, di aneddoti e di battute politiche; dà l’impressione di essere, oltre che un ottimo comandante militare, anche un vero politico, molto attento ai media e alla comunicazione.
Appena finita la conferenza facciamo recapitare un altro biglietto alla “direzione” zapatista, tramite Juan, ma ancora non sappiamo se saremo ricevuti da Marcos. Decidiamo di andare a pranzo e Juan ci porta in un grande centro commerciale. Io perdo la mia agenda e sono disperato. Dopo pranzo torniamo all’università, nella facoltà di antropologia, dove sono alloggiati tutti i comandanti zapatisti. Appena arrivati ci rendiamo conto della difficoltà di essere ricevuti; ci sono centinaia di giornalisti, stanno aspettando l’uscita della commissione parlamentare che discute con la comandancia. Improvvisamente escono i parlamentari e i giornalisti assediano il presidente della commissione, che rilascia alcune dichiarazioni rassicuranti sul proseguimento della trattativa e sulla possibilità che la delegazione zapatista sia ricevuta dal parlamento messicano.
Dopo un po’ decidiamo di andare via e tornare il giorno seguente.

Martedì 13 marzo
Si parte dall’albergo intorno alle 10 del mattino, accompagnati da Armando; ormai, nonostante nessuno lo dichiari esplicitamente, stiamo perdendo ogni speranza di incontrare i guerriglieri zapatisti. Ma ho una strana sensazione, che non so spiegare, che quel giorno sarebbe accaduto qualcosa. Il taxi, il solito maggiolino verde, percorre i viali di Città del Messico a velocità folle e per poco non ci spiaccichiamo contro un bus di linea: speriamo non sia un incidente, quello che ci deve accadere.
La sera io e Ilenia dobbiamo partire per il sud: se non riusciremo ad incontrare qualcuno neanche oggi, non lo incontreremo mai più. Mi sono messo la giacca, come buon auspicio e per essere più ufficiale, almeno spero. Ai cancelli della facoltà di antropologia ci sono pochissimi giornalisti, anche perché un cartello dell’Ezln informa che la conferenza stampa è spostata alle 20. Incontriamo la companera Camelia, responsabile della sicurezza zapatista, a cui già nei giorni precedenti avevamo chiesto un incontro con la comandancia per consegnare dei documenti ufficiali di varie amministrazioni locali della Toscana in favore della lotta del Chiapas. Camelia, simpaticissima, corrisponde perfettamente all’idea della vera zapatista: robusta abbastanza da resistere a lunghe fatiche e a lunghi digiuni senza che il fisico ne risenta. Esprime nei gesti e nelle parole un animo gentile e fiero. Ci fa capire che forse si può incontrare qualcuno della comandancia, anche se non Marcos: le rispondiamo che va benissimo.
Passano alcune ore, cominciamo nuovamente a preoccuparci che anche questo tentativo vada a vuoto. Con Armando decidiamo una nuova strategia: io comincio ad agitare i documenti da consegnare, mentre cammino nervoso e un po’ indispettito lungo la cancellata degli edifici universitari. Armando fa presente a qualcuno e alla stessa Camelia che quel signore con la giacca deve partire nel pomeriggio, ed è molto nervoso per non aver potuto consegnare i documenti a nessuno dei responsabili zapatisti. Il sole comincia nuovamente a picchiare, e un po’ per il caldo, un po’ per il nervosismo, la situazione diviene poco sopportabile. Improvvisamente la radio di Camelia inizia a gracchiare. Lei parla e ci guarda e poi, con uno sguardo fra il soddisfatto e l’incredulo, si volta verso di noi e dice: vamos, vamos. Immediatamente la seguo; chiamo Armando e mia figlia, che dovrà fotografare e tradurre.
Al cancello principale i ragazzi della sicurezza ci bloccano. Camelia spiega che siamo italiani e abbiamo un incontro ufficiale con il comandante David. Passiamo il primo controllo; poi altri controlli nei vari piazzali dell’università. Siamo orgogliosi di passare con tranquillità, e con un piglio di civetteria per l’attenzione che ci riservano, quasi fossimo chissà quali personalità. In realtà, solo dopo l’incontro saremo personalità speciali, consapevoli di essere fra le poche centinaia di persone al mondo ad aver incontrato questo gruppo di guerriglieri. Siamo felici anche perché siamo i primi italiani ad essere ricevuti ufficialmente, prima ancora dell’on. Mantovani di Rifondazione. Il passo è veloce e, dopo l’ultimo controllo, Camelia ci affida ad una nuova compagna, forse la responsabile delle relazioni estere, che si presenta gentilmente e ci fa segno di entrare nell’edificio universitario. Qui ci dicono di non fare né foto né riprese senza autorizzazione. Tengo bene in vista i documenti dei comuni. Devo ammettere che, forse per la lunga attesa, per l’improvvisa convocazione e per il momento in sé, quando la compagna ci dice di attendere nel cortile, il cuore accelera e siamo tutti emozionatissimi.
Il cortile è ricoperto da un telo giallo che divide i due edifici principali; in mezzo alcune sedie. Appaiono gli zapatisti, un’intera delegazione, cinque comandanti. Appare anche Marcos, fa un cenno di saluto e scompare.
La delegazione è guidata dal numero due della comandancia, il comandante David, un vero indio col tipico cappello Tzotzil. Tutti e cinque hanno il volto coperto dal passamontagna. Ci salutano, e con grande modestia si scusano di averci fatto aspettare tanto.
Sono uomini dalle mani callose e piccole, come sono loro, non più alti di un metro e mezzo. Hanno uno sguardo tenero e dolce, come tutti i contadini del mondo. Inizia a parlare Armando, mentre Ilenia tenta di riprendere l’avvenimento con la telecamera: ma l’emozione fa brutti scherzi, e l’effetto lo vedremo dopo. Spiega che lui rappresenta il Comitato toscano di solidarietà al Chiapas. Con voce tranquilla, ma emozionata, illustra le finalità del comitato e le attività che ha svolto in questi anni. Io osservo i comandanti; col viso coperto, posso solo intuire dagli occhi e dalle mani la loro età e il loro lavoro. Ho di fronte il comandante David, con occhi attenti e guizzanti e col suo copricapo festoso. Sembra anziano; non posso dire lo stesso per gli altri. David è attentissimo alle parole di Armando, ma controlla con sguardi rapidissimi anche me e mia figlia. Seduto su una sedia di plastica, con le gambe arriva a mala pena a sfiorare il pavimento; un uomo minuto, che mi ricorda mio padre, anche’egli minuto ma di grande forza, materiale e morale. Ho sempre pensato che l’essere più piccoli offra il vantaggio di essere meno visibili, meno appariscenti, ma molto più efficaci e operativi sia in politica che in guerriglia: questa figura di ultimo guerrigliero del secondo millennio e primo del terzo è ora qui ha dimostrarlo con tutta la sua forza morale.
Gli altri comandanti–uno di loro, mi sembra si chiami Javer, ha tirato fuori un pezzo di carta e prende appunti–ci scrutano in ogni particolare e sembrano chiedersi “perché questi europei sono venuti fin qui, per dirci cose che già conosciamo?”. Credo invece (o perlomeno voglio credere) che questi uomini siano orgogliosi di incontrare persone che vengono dall’altra parte dell’oceano, per esprimere solidarietà. Poi Armando mi presenta, dicendo che sono lì a rappresentare diversi comuni della Toscana che, messi assieme, contano più di 200mila cittadini. Tutti hanno un attimo di stupore, e il comandante Javer–sembra il più giovane, almeno da ciò che il passamontagna lascia intravedere, credo non abbia più di 30 anni–sottolinea alcune parole che si era scritto prima. Inizio una breve presentazione: premetto subito che non rappresento né gruppi politici, né comitati, ma rappresento l’intera comunità. Sono un sindaco, e rappresento altri sindaci della Toscana e il presidente della provincia di Lucca.
Mi fermo per dare modo ad Armando di tradurre, anche se questi cinque uomini hanno sicuramente già compreso le mie parole. La tensione è superata, e io ripenso a quella frase, “rappresento l’intera comunità”: penso alla faccia di qualche mio oppositore, o a qualche concittadino, a cosa potranno dire. Ma il momento è talmente forte che le osservazioni di comari di provincia non mi riguardano né mi possono interessare. D’altra parte “la comunità” non ha speso nulla per questo incontro, tutto il viaggio è a spese mie, e questo è ciò che conta nella nostra società! I valori negativi o positivi di ogni azione sono sempre misurati dai costi dell’azione stessa, non certo da ciò che vale in termini umani o di esempio etico. Insomma tutto ha un prezzo, e se il prezzo dell’azione è minimo, allora il suo valore è positivo.
Tutti nella nostra democratica ed opulenta società si indignano, e sono portati ad esprimere solidarietà nei confronti di popoli che subiscono ingiustizie o calamità: ma se si tratta di spendere un po’ del proprio tempo o di impegnarsi economicamente, allora la cosa cambia. Le ferie, termine per definire il tempo che uno dedica a se stesso, devono, secondo i canoni della normalità, essere trascorse nelle località turistiche, luoghi che fanno di tutto fuorché occuparsi del benessere della gente. Non è normale, per i benpensanti, che uno trascorra le ferie cercando di aiutare gli altri o portando semplicemente della solidarietà umana.
Appena Armando finisce di tradurre, la confusione di pensieri che affolla la mia mente scompare, e devo continuare il mio saluto. Ricordo che la loro battaglia non è solo una lotta giusta per affermare i loro diritti, ma sta anche nel dire al mondo dell’economia globale e dell’informazione totale che un diritto negato al loro popolo è un diritto negato ai popoli dell’Europa: “ecco perché la vostra lotta è la nostra lotta, e siamo qui a testimoniarlo”. Vedo dai loro occhi che hanno compreso, e annuiscono con la testa accennando un sorriso. Passo a leggere il documento ufficiale e lo consegno al comandante David, che lo prende con un gesto di ringraziamento e con uno sguardo fra lo stupito e la referenza, quella referenza che forse hanno tutti i contadini nei confronti degli “estranei”. David fa un gesto come per dire accomodatevi, ed inizia a parlare. Ringrazia per le nostre parole, saluta con orgoglio, sottolinea che loro, gli zapatisti, sono ben consapevoli che la lotta iniziata per i diritti degli Indios ha superato i confini del loro territorio e non è più una piccola lotta, ma sta sempre più assumendo i connotati di una lotta contro la globalizzazione e l’annullamento delle diversità che esistono su questo pianeta.
Per continuare la battaglia più ampia, dice, è necessario che prima vengano riconosciuti i nostri diritti primari, salvaguardando la nostra dignità: ecco l’importanza delle pressioni sul governo e sul parlamento messicano affinché sia accettata la nostra richiesta ci cambiamento costituzionale. Continua: “Noi siamo partiti dai diritti dei campesinos–il diritto alla terra, la terra dei nostri avi, la terra di noi Indios”. Nel parlare David è fermo, fa pochi gesti con le mani; le sue sensazioni traspaiono dal tono della voce. Gli altri comandanti seguono attentamente le parole del “capo”, ma controllano anche le nostre reazioni, o almeno quelle che possono emergere dai nostri volti. Non c’è dubbio che i nostri sguardi sono colmi di soddisfazione, e in qualche modo rassicurano i nostri interlocutori.
Armando interrompe David, ormai si è rotto ogni protocollo e ogni tensione iniziale. Raccontiamo, un po’ in italiano e un po’ in spagnolo, che i nostri comuni sono comunità di campagna e quindi conosciamo molto bene cosa significhi il lavoro della terra. E’ allora che esce in me tutta la mia toscanità, sarcastica, dissacratrice e velenosa, e rivolto a David e a coloro che mi sembrano più legati alla campagna, ricordo un vecchio detto, “la terra è bassa”; Armando con un po’ di imbarazzo tenta di tradurre. Mi rendo conto che è difficile, per un campesino del Chiapas, comprendere il significato di un proverbio toscano: allora spiego che questo proverbio vuole significare che il lavoro della terra è duro, di fatica fisica, fatto di sudore, e per questo il mezzadro toscano o il campesino messicano sono uomini di grande dignità e di rispetto. I nostri interlocutori comprendono, sorridono e annuiscono.
Armando consegna i disegni dei ragazzi di Empoli. David ci ricorda con molta gentilezza che dobbiamo prendere l’aereo per l’Italia; ci alziamo e con una certa aria di festa cominciamo i saluti, chiediamo di poter fare delle foto e ci abbracciamo come vecchi amici. Li incitiamo a tenere duro e ci diamo appuntamento nel Chiapas per i patti di amicizia. Al saluto “hasta la vittoria” mi rispondono in coro “siempre, e grazias”. Poi con un po’ di nostalgia, ma anche felici di aver raggiunto l’obbiettivo che ci eravamo proposti già alla partenza dall’Italia, usciamo dall’università. Armando non fa che ripetere: siamo nella storia.

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