Dall'altra parte dell'America

Mexigiovanesemizapa

La caravana, una lunga fila di pullman sgangherati e fumosi, macchine e furgoni, diventava un pò più lunga ogni giorno. Ha attraversato paesaggi bellissimi e periferie terribili, paesi minuscoli dai nomi per noi impronunciabili, città grandi e piccole. Dovunque si è fermata, ha ricevuto un’incredibile accoglienza gioiosa, fatta di cene abbondanti, musiche la notte e colazioni all’alba, tantissime arance (“para el camino”)e tante chiacchiere, per provare a togliersi le curiosità reciproche.

Ci chiedevano: ma perché siete arrivati fin qui, dall’Italia? (Una signora, in una farmacia, mi ha chiesto: quanto ti hanno pagato? A me puoi dirlo) Che cosa vi chiama? E forse la domanda vera era: ma che volete? Volevamo vedere, imparare, portare via un po’ di questa meraviglia. Un po’ di consapevolezza, di coraggio, della capacità di parlare e farsi ascoltare, di riunirsi attorno a un evento, una idea. Vedere com’è una vittoria, come sono un milione di persone in una piazza sola (e non in tre, come per la manifestazione a Roma del ’94).

Guardare, abbiamo guardato. Ci si sono ingranditi gli occhi, a forza di guardare…se davvero abbiamo imparato, chissà. Chi di noi cercava risposte ne ha trovate ben poche (ma buone). Perché lo zapatismo, come dice Ramón, è una domanda, non una risposta. E c’è qualcosa di strano, di difficile e faticoso, nel ritornare da una esperienza come questa e cercare di spiegare che nessuno sa quello che ora accadrà in Messico, nel bene e nel male; che davvero, camminare domandando non è solo uno slogan, è una scelta di sopravvivenza, di senso e di efficacia; che il bello, forse, è proprio questo straordinario “fare”, che non si è dovuto adattare a una “linea”, ma se l’è dovuta (saputa) inventare ogni giorno, guardandosi intorno.

Poi, abbiamo ascoltato. Guardare e ascoltare era davvero ciò che di meglio potevamo fare: non era mai abbastanza. Nel pullman, scendendo di corsa per non perderci gli actos (per poi di corsa risalire, per non perderci il pullman), ci chiedevamo un po’ emozionati “chissà che dirà, qui, il sup?”. Credo di non aver mai corso, prima, per andare a sentire un comizio. Le nostre attese non sono mai state deluse: fin da quando, nel nostro primo giorno a Cuernavaca, il sup ha letto alla piazza una vera-finta lettera di Zapata, che diceva “cari fratelli e care sorelle, credo proprio che questi pazzi abbiano ragione, vedete di aiutarli”.
Ogni tappa della marcia ha avuto un significato preciso, radicato nella storia del Messico e della sua rivoluzione interrotta (come dice Gigi): ogni tappa, parole nuove. Perché ogni luogo, con la sua gente in attesa, ha meritato lo sforzo di un saluto e di un messaggio diverso, giusto, rispettoso e degno: sempre comprensibile, chiaro, sempre “condito” da qualche bella risata (anche il senso dell’umorismo di questa lotta, dovremmo imparare). Il rispetto che c’è tra la comandancia tutta e la “sua” gente per le strade è infatti assolutamente reciproco e paritario. Le piazze hanno ascoltato tutti gli uomini e le donne della delegazione dell’Ezln in assoluto silenzio (se qualcuno troppo entusiasta partiva con uno slogan fuori tempo veniva zittito da un immenso “sssssssssssssssshhhhhh!” plateale) e con la più affettuosa attenzione. Le voci leggere delle piccole comandanti mujeres indigenas sono state ascoltate con la stessa considerazione partecipata riservata al sup (e qualche caloroso incoraggiamento, quando traspariva l’emozione forte e la fatica della lettura e dello spagnolo): su questo naturale modo di fare e di partecipare dovremmo riflettere per bene.

E’ stato così anche l’otto marzo. Dentro i pullman, si litigava sulla opportunità o meno di festeggiare, e perfino di ricordare, “perché ormai è una giornata commerciale”. Timidamente i compagni l’otto marzo ti dicono “auguri”, come se fosse Natale. Il sup, nella sera di quel giorno, è salito sul palco colorato di Milpa Alta per salutare brevemente, e per dire che non avrebbe parlato oltre, perché la parola andava alle donne della comandancia. Il fatto è che in Messico l’otto marzo proprio l’otto marzo è una conquista. E quindi hanno parlato solo le donne, a una piazza stracolma che le ha abbracciate e incoraggiate. Hanno parlato semplicemente, raccontato le ingiustizie e le speranze e anche delle loro nonne, ed è stato un bellissimo otto marzo, il che è tutto dire (compreso, nel pomeriggio, un piccolo corteo voluto da una ragazza messicana che ha messo in mano a ognuna di noi un cartello, uno striscione meraviglioso preparato a casa sua, e senza chiedere nulla a nessuna ha detto sorridendo: andiamo? E siamo andate).

Mentre eravamo in Messico, qualcuno di noi si è chiesto: saremo compresi se al ritorno, nel raccontare, useremo l’aggettivo “storico” per definire questi giorni? Ci eravamo abituati alle vittorie minuscole e alle sconfitte storiche. Davvero, però, abbiamo vissuto un’altra bellissima storia: che ci insegna anche ad usare parole vecchie, se servono, con coraggio nuovo. La marcha, la caravana, la piazza dello Zocalo e i suoi partecipanti felici sono stati una cosa talmente grande che passerà alla storia. Gli ultimi della terra hanno sfidato, armati di parole e di ragione, il potere inaudito della Coca Cola e del governo. Hanno invaso il paese, hanno ritrovato la dignità e la speranza. Hanno dato vita a un movimento sociale, cresciuto intorno ad un esercito nato per scomparire, che ha espresso una forza indiscutibile, perché è composito ma unito, creativo e capace di parlare di sé al mondo intero. Che restituisce dignità perfino alle nostre speranze di europei confusi e incastrati nelle nostre beghe.

Tags assegnati a questo articolo: chiapas, democrazia, zapatismo, marcos

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