La rivoluzione dentro

Sono da pochi giorni di nuovo in Italia. Ho partecipato alla Carovana Nazionale e Internazionale di osservazione e solidarietà con le comunità zapatiste del Chiapas.
Con grande entusiasmo e passione insieme ad altri 400 carovanieri abbiamo provato a dare visibilità e protezione a una delle esperienze umane e politiche più significative di questi ultimi anni. In questi tempi di crisi della globalizzazione neoliberista, le cui manifestazioni conseguenti [guerra, oppressione, sfruttamento, devastazione ambientale] si fanno a maggior ragione sempre più cruenti, il rispecchiarsi, il riconoscersi, il ritrovarsi in questi ambiti di resistenza mondiale ci ha fatto un gran bene.
Ma, ancora una volta, seppur con differenze di contesto, e senza spirito emulativo, abbiamo preso più che dato, e dobbiamo re-imparare qualcosa da queste comunità in lotta. Qualcosa che ha a che fare con la dignità, col «non girarsi dall’altra parte» visto che anche nel nostro paese si incominciamo a rivedere schifezze fasciste, col non arrendersi davanti alle sconcertanti spudoratezze e menzogne dei «governanti», con una forma di «re-esistenza», di umanesimo socialista che bisogna re-inventare. Con una rivoluzione dentro. Nell’animo, con una sorta di auto-educazione permanente. Che ci renda limpido il concetto di dignità umana. Che ci renda profondamente generosi.
Sono d’accordo con Petrella. Ci vuole una altra narrazione del mondo, che usi altri gesti e altri linguaggi. Altri simboli. Non siamo ancora pronti e non servono scorciatoie. Ma c’è un cammino intrapreso nei molti movimenti.
Dall’esperienza zapatista arrivano esempi di autorganizzazione e di autonomia nel processo decisionale. Scelte di fraternità e di non-violenza.
La domanda fondamentale è “¿Podemos vivir y construir la rebeldía en tiempos de guerra permanente, sin transformarse tal rebeldía en terror y guerra?”.
Grande ostinazione nel perseguire il riconoscimento dei diritti. Grande attenzione nel non ripetere errori della storia.

Tempo fa su Carta e oltre abbiamo discusso e argomentato sulla «scollatura», sulla distanza «incolmabile» tra società civile e classe politica, sul non riuscire a guardare «in basso e a sinistra» da parte di un intero ceto di «professionisti della politica» dovunque collocati. Si è argomentato sufficientemente sulla attuale crisi di questa «democrazia». Una democrazia dispotica, oligarchica. E di una società smarrita, che fatica a riorientarsi , persa nella menzogna, e nel martellamento mediatico. Nessun tentativo serio, però finora, di cambiare le regole.
Poi, anche sul dominio del mercato e dell’Ecomomia sulla Politica.

Lo sforzo di immaginare una via d’uscita alla fine della rappresentanza a sinistra, di suggerire forme costituenti unitarie e pluralistiche è stato davvero notevole. Le orecchie e le menti, sono però rimaste sorde. Il cuore non ha pulsato.
Probabilmente non è questione di una nuova organizzazione, anche perché una fase costituente della nuova sinistra unitaria e plurale non potrebbe concludersi in un tempo breve. Probabilmente ci sono moltissime domande che possiamo fare, ma poche risposte che possiamo dare.

Posso solo dire e comunicarvi, con affetto e profonda stima, amici di Carta e oltre, che in giro per il sud-est messicano ho chiarito a me stesso questa mia idea della rivoluzione dentro. Una rivoluzione in cui non devi aggiungere, ma solo sottrarre, fino all’essenza. Una rivoluzione che ci liberi dai falsi bisogni e ci dia gioia di vivere, sorridere, amare e, nel caso anche morire, se vale la pena.

Tags assegnati a questo articolo: messico, chiapas

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