Potrà sembrare un fatto minore, e in effetti il subcomandante Marcos ha detto ai partecipanti alla Carovana di solidarietà che ha visitato le comunità zapatiste del Chiapas nella prima metà di agosto, di essersi applicato – con successo – a distruggere la popolarità che il suo passamontagna e la sua pipa avevano sui media e tra gli intellettuali di sinistra. Ciò nonostante, la carovana di qualche centinaio di persone provenienti dall’Europa [dove è in corso una campagna intitolata «Los zapatistas no estàn solos»], dall’America latina e dallo stesso Messico, incaricati di far vedere al governo messicano che per l’appunto gli zapatisti non sono soli, aveva una composizione inattesa. E’ quel che raccontano i quattro redattori di Carta che hanno camminato su e giù per le montagne e le selve dello stato meridionale del Messico insieme agli altri «internacionales». Prima di tutto, tra i quattrocento e passa, c’erano molti italiani: sono anni che va così, e la notizia è che continua ad essere così. Poi, se uno immagina militanti e rivoluzionari di professione, aggrappati alle precarie «camionetas» che portavano in giro per i cinque «caracoles» [le aggregazioni di municipi autonomi zapatisti] i «compas» venuti da lontano, si sbaglia di grosso. C’era gente normale, diciamo così, talvolta di qualche anzianità ma soprattutto molto giovane e senza particolari esperienze che non fossero i comitati che si agitano contro discariche e inceneritori, basi militari e centrali ad energia fossile, razzismi e sicurezze. Bizzarro, vero? Mentre siamo tutti qui a piangere al capezzale della agonizzante sinistra politica, ci sono ragazzi che prendono aerei e vanno a vedere che cosa capita in fondo al Messico.
E che cosa capita, laggiù? Il discorso con cui Marcos ha accolto la Carovana [che pubblichiamo integrale nel settimanale di Carta in uscita questo venerdì] contiene un paio di affermazioni forti: la prima è che il grande passo dell’Ezln, dopo l’insurrezione del primo gennaio del ’94, fu il «cambiamento di posizione sulla questione del potere», e cioè, dice il «Sup» [nomignolo usato dagli indigeni, nelle cui lingue scarseggia la «b»], capirono che le cose «cambiano solo facendole dal basso». La seconda, reciproco della prima, è che la popolarità degli zapatisti è precipitata quando hanno detto no a chi proponeva loro di sostenere il candidato del centrosinistra, Lòpez Obrador, alle presidenziali del 2006, perché, dice Marcos nel suo linguaggio diretto, «il potere è un club esclusivo» in cui puoi entrare se accetti le regole date, e che ti cambia: «E’ quel che noi chiamiamo l’’effetto stomaco’ del potere: ti digerisce e ti trasforma in merda».
Perciò, nonostante l’apparenza di una crisi dello zapatismo [poco tempo fa il settimanale Internazionale fece una copertina di questo tono], la realtà è che gli indigeni zapatisti, con le loro procedure democratiche alquanto strane, in cui ad esempio non esistono politici di professione e ogni cosa è decisa [per consenso e non a maggioranza] nelle assemblee di comunità, stanno semplicemente, dicono loro, scegliendo da sé come vogliono vivere. E i partecipanti alla Carovana, oltre a vedere i soldati federali fare cose imbarazzanti, come pisciare nei fiumi da cui le comunità traggono acqua o fare irruzione nei villaggi alla ricerca di inesistenti piantagioni di marijuana, hanno visto il sistema sanitario diffuso e la nuova clinica solo per donne, il sistema scolastico in cui non si insegna più la storia dal lato dei «conquistadores», i posti di promozione culturale con accesso a internet, il lavoro attorno a una agricoltura meno chimica e più biologica, e così via. E hanno constatato la differenza enorme che esiste tra la qualità della vita nei territori zapatisti e quella dove gli indigeni sono sotto tutela governativa. E stiamo parlando di decine di migliaia di persone.
Tutto questo raccontiamo molto ampiamente – visto lo scarso successo degli zapatisti presso gli intellettuali di sinistra – su Carta. Non solo perché è una buona notizia, ma anche perché abbiamo il sospetto che un metodo simile [non un modello, ma un suggerimento] potrebbe essere utile come antidoto a quel che Marco Revelli, in un argomentato saggio breve, scrive sullo stesso numero di Carta a proposito del «fascismo post-moderno» che è calato sulle nostre teste come un ombrellone di piombo: «Una sorta di dittatura, di dispotismo, più o meno ‘dolce’, più o meno ‘consensuale’».
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