Allerta! 12 anni di guerra contro l'oblio

"I morti sono ogni giorno più inquieti[…] Oggi fanno gli ironici domandano. Mi sembra che si rendano conto Di essere ogni volta di più la maggioranza" (Roque Dalton, El Salvador, 1975)

Questi appunti vogliono essere uno spunto per approfondire la comprensione del conflitto in Chiapas, oggi arrivato ad un punto critico che porta in sé tutte le conseguenze dell’impatto violento del neoliberismo in Messico come in tutta l’America Latina. La pressione militare sta aumentando, l’amministrazione Bush al secondo mandato ha bisogno di sicurezze nel giardino di casa, che invece è scosso da violenti rivolgimenti.

L’EZLN, è stato definito, con una felice espressione, un esercito di sognatori, la cui meta più alta è scomparire. Tuttavia, a quasi dodici anni dalla insurrezione del primo gennaio 1994, l’ELZN esiste come realtà politica nel sudest del Messico e in diverso grado in altre parti del territorio nazionale. Il conflitto sociale nelle regioni a maggioranza indigena del sudest messicano si è trasformato velocemente, dopo lo scoppio insurrezionale, in uno dei conflitti a “bassa intensità” più lunghi e sanguinosi degli anni ‘90 in America Latina. Se escludiamo la guerra civile Colombiana, combattuta come vera e propria guerra totale, quello Chiapaneco è uno dei conflitti aperti dell’America Latina continentale con maggiori implicazioni politiche e militari.

Nonostante la rilevanza della ribellione zapatista nello scenario politico messicano e nel contesto geopolitico centro americano, le posizioni ufficiali, del governo e dell’esercito sono improntate, dall’inizio della amministrazione Fox ad un costante understatement del conflitto. Se non puoi sconfiggere il tuo nemico, fai finta che non esista.
Contestualmente all’allerta rossa decretata dall’EZLN ed ai successivi comunicati culminati nella “sesta dichiarazione della Selva Lacandona” del 28 giugno, le linee di azione strategiche del governo e dell’esercito messicano hanno approfondito quella impostazione “controinsurgente” delle politiche di difesa interna che hanno le loro origini nei primi anni ‘70. Il 27 giugno, ad Ottawa, in Canada, i responsabili della sicurezza interna dei tre paesi firmatari del trattato di libero scambio dell’America del Nord, Canada, USA e Messico, hanno sottoscritto un documento di 80 pagine che implementa il coordinamento tra i paesi in ordine alla sicurezza interna dell’area di libero scambio. Questo documento aumenta la libertà di circlazione di merci e capitali e aumenta le misure di controllo e repressione delle migrazioni e dei movimenti sociali.

Questo ulteriore passo nella distruzione e ristrutturazione in senso neoliberista del territorio Nordamericano viene denominato ASPAN ovvero Alleanza per la Sicurezza e la Prosperità dell’America del Nord .
Lo stesso giorno viene data notizia della pubblicazione del libro bianco a cura della SEDENA, la segreteria nazionale della difesa, in cui si disegnano le linee guida di sviluppo delle Forze Armate fino al 2025. In questo documento l’EZLN non viene menzionato, ma è evidente l’enfasi posta sulla necessità di includere sempre più l’Esercito in compiti di mantenimento dell’ordine interno, in chiave di lotta al narcotraffico (sic!) e tra le nuove minacce e le nuove sfide vengono menzionate “la povertà estrema e la esclusione sociale di ampi settori della società che ugualmente minacciano la stabilità e la democrazia perché "la povertà estrema erosiona la coesione sociale e vulnera la sicurezza degli Stati”, oltre ad includere disastri naturali, malattie come l’AIDS e gli attacchi cibernetici. L’Esercito dunque si “propone” come agente armato del controllo biopolitico e come risposta alla crescente precarietà e disperazione della maggior parte della popolazione messicana. Nello stesso documento, si ammette implicitamente quello che le ONG indipendenti Chiapaneche affermano da anni, cioé che in Chiapas, come in tutto il sudest messicano (Guerrero, Oaxaca, Veracruz, Tabasco) soprattutto le zone indigene vivono una vera e propria occupazione militare . Nel silenzio della quotidianità, in operazioni camuffate da lotta alla droga, in scontri armati non pubblicizzati, dal 2000 ad oggi, sono morti 1010 soldati, di cui 92 in Chiapas, ed hanno disertato 4481 effettivi solo in questo stato, sebbene a livello nazionale, le cifre siano molto più alte . Ricordiamo a questo proposito che già da metà degli anni ‘80 l’intelligence militare era sulle traccie dei superstiti delle FLN, nucleo guerrigliero urbano di cui era membro anche Marcos, e nel 1993, a maggio e giugno si produssero diversi scontri armati tra l’Esercito e l’EZLN con morti da entrambe le parti ma per non compromettere l’approvazione del Trattato di libero scambio, nulla venne pubblicato.

Sono innumerevoli gli episodi di guerra a bassa intensità che hanno scosso il paese a partire dalla metà degli anni ‘90 ad oggi. Nel 1996 appare nello stato di Guerrero l’EPR, Esercito Popolare Rivoluzionario. Questo gruppo e altri gruppi scissionisti come l’ERPI o la sua colonna urbana, le FARP, aumentano il livello militare dello scontro nel paese. Si calcola che siano presenti 14 gruppi armati attivi nel paese . Nel 1999 Ernesto Zedillo crea la PFP, la polizia federale preventiva, un corpo di polizia sotto controllo militare con compiti di contro-insorgenza. La PFP viene inaugurata nella operazione militare di sgombero della Università di Città del Messico, la UNAM occupata da nove mesi contro lo smantellamento della educazione gratuita secondo i dettami del FMI. Il 6 febbraio 2000, la città universitaria viene attaccata, i feriti sono centinaia, gli arrestati migliaia. Tutto il sudest messicano e le principali metropoli sono oggi praticamente sotto occupazione militare. All’inizio del 2005 l’esercito prende il controllo delle prigioni del paese spiegando che a causa delle infiltrazioni dei narcotrafficanti non sono più sicure. Da allora si moltiplicano le violazioni dei diritti umani e le torture ai prigionieri politici.

L’allerta rossa decretata dall’EZLN in Chiapas il 19 di giugnio e che riguarda tutti gli integranti dell’organizzazione dagli insurgentes, le truppe regolari dell’esercito popolare, alle basi di appoggio nelle comunità e nelle città riporta dunque all’attenzione di tutti un dato non scontato, ovvero che in quei territori, da 12 anni, è in corso una guerra. Già nel 1999, Luis Hernandez Navarro, la chiamava “la guerra innominabile” la cui negazione è una strategia altrettanto reale che la paramilitarizzazione, entrambe promosse dallo Stato messicano: “Qualcuno ebbe una idea: se il problema non si poteva risolvere, bisognava cambiargli il nome. Se la guerra in Chiapas non si poteva risolvere, bisognava dire che non esisteva. La idea è dal 1999 la tesi ufficiale del governo messicano.” Hernandez completa il quadro sintetizzando quattro punti che sono ancora validissimi per leggere la situazione di conflitto attuale: “In Chiapas c’è una guerra, il conflitto in Chiapas ha un carattere nazionale (ma ha una forte tendenza alla internazionalizzazione),quello che attrae dell’EZLN è il suo carattere di novità, il governo non ha una politica di pace” . Al dilà della propaganda, la guerra in Chiapas è tale per tutti i suoi attori: popolazione civile indigena è sotto occupazione militare, migliaia di profughi sono ancora “desplazados” senza casa né prospettive di vita dignitose, staziona nella regione una cifra di effettivi militari che fluttua sulle 60-70.000 unità, è attivo il principale dispositivo militare del centroamerica supportato dal 1994 da armamenti e addestramento forniti da diversi paesi tra cui Israele, Spagna, Stati Uniti, Argentina e Chile , e la dichiarazione di guerra è sempre vigente da parte dell’EZLN che nel 2004 ha celebrato i 10 e 20 anni di clandestinità e di resistenza armata.

Dal primo gennaio 1994 alla quarta guerra mondiale.

La guerra è oggi, una dimensione politica fondamentale, una categoria purtroppo fondante dei rapporti sociali a livello globale. A questo proposito è utile notare come Hardt e Negri sottolineino questo dato all’inizio della loro ricerca sulle forme di resistenza attuali: “La sovranità imperiale crea l’ordine non ponendo fine alla "guerra di tutti contro tutti”, come avrebbe detto Hobbes, bensì imponendo un regime articolato in un’amministrazione disciplinare e in una forma di controllo politico sostenuto direttamente da una continua azione militare. L’applicazione constante e coordinata della violenza diviene la condizione necessaria per il funzionamento della disciplina e del controllo." A questo proposito anche l’EZLN ha riassunto delle analisi estremamente significative in una serie di comunicati pubblicati nel 2003, le cui basi vennero poste da quello pubblicato in Italia dal Manifesto con il titolo “La Quarta guerra mondiale è cominciata” (Originalmente, Siete piezas sueltas del rompicabezas mundial) nel 1997.

Gli zapatisti, fin dalla insurrezione del 1994, hanno argomentato come la loro offensiva politica e militare fosse una misura estrema ma necessaria per rispondere alla violenza che ha ininterrottamente, per 500 anni mantenuto in una situazione di sottomissione e sfruttamento le popolazioni indigene messicane.

Quando nel 1994, migliaia di combattenti soprattutto indigeni, con una operazione militare coordinata, conquistano sette città del Chiapas, tra cui quattro capoluoghi municipali, comunicano le loro ragioni attraverso la Dichiarazione di Guerra anche conosciuta come “Prima dichiarazione della Selva Lacandona”. Al termine del manifesto, affisso sui muri delle città occupate si può leggere:

“Noi, uomini e donne integri e liberi, siamo coscienti che la guerra che dichiariamo è una misura estrema ma giusta. I dittatori stanno applicando una guerra genocida non dichiarata contro i nostri popoli da molti anni, per cui chiediamo la tua partecipazione decisa appggiano a questo piano del popolo messicano che lotta per lavoro, terra, tetto, alimentazione, salute, educazione, indipendenza, libertà, democrazia, giustizia e pace. Dichiariamo che non smetteremo di lottare fino a raggiungere il soddisfacimento di queste richieste basiche del nostro popolo formando un governo libero e democratico del nostro paese.” (EZLN, Prima dichiarazione della Selva Lacandona, Messico, 1993).

Le prime interviste rilasciate da Marcos, appena scoperto dai mezzi di comunicazione di massa come efficace portavoce del movimento e principale quadro militare, disegnano una concezione della lotta armata che è stata seguita con coerenza negli anni successivi e che può spiegare alcune delle opzioni future per il movimento: “Vediamo la lotta armata non nel senso classico delle guerriglie precedenti, cioé, la lotta armata come un solo cammino, come una solo verità onnipotente attorno alla quale si aggregava tutto il resto, piuttosto noi abbiamo visto fin dal principio la lotta armata come parte di una serie di processi o di forme di lotta che si trasformano; qualche volta è importante una e a volte è più importante un’altra” [La Jornada, di Blanche Petrich e Elio Henriquez, 5-8 febbraio 1994].

L’Esercito insorgente mostra una organizzazione ed una tattica militare che rompono con le tattiche delle altre guerriglie messicane storiche sebbene ne rivendicano la continuità. Marcos afferma di aver preso ispirazione dalla presa di Ciudad Juarez ad opera delle truppe di Pancho Villa durante la rivoluzione messicana del 1911. Sin dalla sua apparizione pubblica, l’EZLN cerca di ottenere il riconoscimento politico di forza belligerante, previsto dalle convenzioni di guerra di Ginevra anche nell’ambito delle guerre civili. Ma inutilmente. Per l’ELZN, la scelta militare è stata fin dall’inizio una scelta necessaria ed espressione di rapporti politici che fanno del militare un mezzo per l’azione, non una finalità in sé. Si è ripetuto più volte che gli zapatisti rompono con la tradizione delle guerriglie centroamericane, dimenticando che per esempio, quelli che combatterono in El Salvador o in Nicaragua non erano soltanto gruppi guerriglieri foquisti, bensì in un certo momento storico, veri e propri eserciti popolari appoggiati dalla popolazione civile.

Le mobilitazioni popolari che culminano nelle manifestazioni per il cessate il fuoco del 12 di gennaio e considerazioni di ordine politico e militare, portano il governo di Carlos Salinas de Gortari a decretare il cessate il fuoco unilaterale, seguito dal cessate il fuoco degli Zapatisti. In realtà si combatterà fino almeno al 17 di gennaio.

All’inizio di febbraio si rende manifesta la dimensione Messicana ed internazionale che caratterizzerà il conflitto per tutti questi anni, e l’EZ, sebbene politicamente impreparato a questa fase, accetta la proposta di un dialogo nella Cattedrale di San Cristobal de Las Casas per spiegare al paese e al Governo le sue ragioni e per capire come relazionarsi con la emergente forza civile che sostiene le sue domande politiche ma si oppone ad una soluzione militare. L’insurrezione che gli Zapatisti si auguravano seguisse alla loro azione del primo gennaio non si dà in termini armati bensì in termini civili, il paese è scosso, il piano politico ed economico del neoliberismo rampante visibilmente preoccupato, l’EZ si avvia al dialogo ma precisa: " Non andremo a chiedere perdono né a supplicare, non andremo a chiedere elemosina o a raccogliere gli avanzi che cadono dalla tavola dei potenti. Andremo ad esigere quello che spetta di ragione e di diritto a tutti: libertà, giustizia, democrazia, tutto per tutti, niente per noi. Per tutti gli indigeni, per tutti i contadini, per tutti i lavoratori, per tutti i maestri e gli studenti, per tutti i bambini, per tutti gli anziani, per tutte le donne, per tutti gli uomini, tutto per tutti: libertà, giustizia, democrazia. […] Se la menzogna torna sulla bocca dei potenti, la nostra voce di fuoco parlerà di nuovo, tutto per tutti. (CCRI-CG del EZLN, 16 febbraio 1994) [grassetto mio, N.d.A.].

Nel corso degli anni, l’EZ è rimasto fedele a questa impostazione, moltiplicando le iniziative politiche volte ad ampliare la propria base sociale, a sviluppare gli strumenti politici e tecnici per un reale autogoverno delle popolazioni ribelli, nel tentativo di provocare quella “rivoluzione che renda possibile la rivoluzione” entrambe minuscole, entrambe concepite come una trasformazione molecolare del potere, una sottrazione dal basso della sovranità dittatoriale dello Stato e del capitalismo, come insorgenza plurale. Tutti questi sforzi, vengono ricordati oggi, con una punta di amarezza nella “sesta dichiarazione della Selva Lacandona”. La volontà di collocarsi in un contesto nazionale ed internazionale sta alla base dei successi e degli insuccessi del movimento. Nel primo gennaio del 1996, con la formazione del Frente Zapatista di Liberazione Nazionale, gli zapatisti della Selva, crearono lo spazio di manovra politico per essere presenti nella cosiddetta “società civile” senza dover cedere le armi. Nella stessa data con la “Prima dichiarazione della Realidad”, inserirono la loro lotta nel più generale contesto di lotte sociali contro la globalizzazione del neoliberismo. Con il lemma, destinato a entrare nella storia, “per la umanità e contro il neoliberismo” convocarono il primo incontro intercontinentale, inequivocabilmente il punto di partenza dei nuovi movimenti anti-capitalisti globali. Questo incontro, tenutosi nel 1996 in vari centri politco-culturali chiamati “Aguascalientes”, inaugurò una stagione di lotte anticapitaliste e un nuovo stile politico proiettando definitivamente la lotta zapatista messicana in un contesto globale:
“Fratelli e sorelle: continuiamo ad essere scomodi.
E’ falso quello che ci dicono i teorici del neoliberalismo: che tutto è sotto controllo, incluso ciò che non lo è.
Non siamo la valvola di sfogo per la ribellione che può destabilizzare il neoliberismo.
E’ falso che la nostra esistenza ribelle legittimi il Potere.
Il Potere ci teme. Per questo ci perseguita e ci assedia.
Per questo ci arresta e ci uccide.
Noi siamo una possibilità che può sconfiggerlo e farlo scomparire.
Forse non siamo molti, ma siamo donne e uomini che lottiamo per la umanità, che lottiamo contro il neoliberismo.
Siamo uomini e donne che lottiamo in tutto il mondo
Siamo uomini e donne che vogliamo per i cinque continenti:
Democrazia!
Libertà!
Giustizia!
Dalle montagne del sudest messicano. Comité Clandestino Revolucionario Indígena-Comandancia General del Ejército Zapatista de Liberación Nacional.
La Realidad pianeta Tierra, agosto del 1996.” (CCRI-CG, 3 agosto 1996)

Questa doppia dimensione, profondamente messicana ed indigena, e globale allo stesso tempo, sarà il terreno sul quale l’EZ riuscirà, nonostante il dialogo e le relazioni con il governo messicano siano state sostanzialmente un fallimento, a sviluppare contraddizioni, analisi e proposte politiche molto avanzate. Non senza errori di percorso o defezioni di alcune parti politiche che nella prima ora si erano sommate al movimento come una parte del PRD di Cuahutemoc Cardenas Solorzano, oggi totalmente screditato dagli zapatisti.

La situazione del conflitto sul territorio del sudest messicano (Chiapas ma anche Guerrero, Puebla, Veracruz, Oaxaca e Tabasco) si è andata logorando con l’avanzare del tempo. Fin dal 1994, l’esercito messicano, elaborò due opzioni strategiche per risolvere in termini militari il conflitto in Chiapas: il colpo chirurgico e la guerra di bassa intensità attraverso l’uso dei paramilitari e delle operazioni di guerra psicologica. Per quest’ultima operazione viene accelerata la creazione di forze speciali sul modello statiunitense, i GAFE, supportati da elicotteri Huei Bell e Balck Hawk donati dal governo di Clinton ed aerei Pilatus di fabbricazione svizzera. L’addestramento è come sempre a cura dei migliori: gli istruttori dei berretti verdi di Fort Bragg NorthCarolina e i kaibiles, le spietate forze speciali Guatemalteche.

Dopo il primo impatto della insurrezione che fece vacillare il progetto neoliberale di Salinas e l’impianto del Trattato di Libero Scambio dell’America del Nord entrato in vigore nel 1994, riprese l’offensiva dei poteri forti. Dal febbraio 1995 dove le forze speciali tentano, e falliscono, il colpo chirurgico, con la sola eccezione del periodo in cui viene negoziata la prima parte degli accordi di San Andrés sui diritti e la cultura indigena (primavera del 1996) la guerra di bassa intensità proseguì ininterrottamente, con massacri paramilitari gravissimi come quello di Acteal il 23 dicembre 1997 in cui vengono uccise 45 persone. Nell’aprile del 1998 una offensiva contro i municipi autonomi zapatisti provocò altri scontri con l’Esercito Federale e la Polizia nei quali ci furono morti da entrambe le parti e presso il municipio autonomo di San Juan de la Libertad, in uno scontro venne abbattuto addirittura un elicottero dell’esercito, anche questo scontro trasmesso accidentalemente dalla televisione messicana Televisa, non ebbe un seguito di pubblicità.

Nel 1999 si riallacciò la possibilità di un dialogo con la società attraverso diverse iniziative di massa che coinvolsero il Messico: la Consulta, la marcia del 1111 zapatisti a Città del Messico, etc. Nel 2000, cadde il partito di stato, il PRI, con un voto di protesta per il PAN e si aprì un periodo di transizione. Sempre appoggiandosi sulla “società civile” e su una alleanza di forze rivoluzionarie e riformiste di sinistra l’EZLN lanciò l’iniziativa della Marcia del Colore della Terra nel tentativo di dare una spallata definitiva al sistema di potere priista e di imporre una ripresa del negoziato interrotto a San Andrés nel 1996. Il tentativo fallì.

Nel corso degli anni 90 in Messico si era acuita la pressione del capitalismo transnazionale sulle risorse naturali ed umane del paese. Il presidente Vincente Fox, espressione della classe impresariale più globalizzata del paese aveva proposto come cavallo di battaglia una riattualizzazione delle strategie di privatizzazione Saliniste, il Plan Puebla Panama. Questo progetto, si integra nel contesto macroeconomico degli accordi di libero scambio (sic!) promossi dagli Stati Uniti per l’America del Sud e il Centroamerica (ALCA e CAFTA). Consiste in una violenta espropriazione dei beni comuni come acqua, terreni, biodiversità, una riconcentrazione della popolazione rurale nei centri urbani per fornire mano d’opera ad una nuova cintura di maquiladoras nel sudest del paese, unita ad un sistema di trasporto intermodale attraverso lo stretto di Tehuantepec come alternativa strategica al canale di Panama non più in mani Statiunitensi. Gli zapatisti si sono opposti al piano rilanciando un progetto di autogestione e sovranità nazionale, il “Reality-Tijuana” che coinvolge anche il Frente Zapatista nella organizzazione di reti di resistenza civile in tutto il paese, questo piano, proposto nel 2003 con la nascita dei Caracoles, è l’antecedente della attuale proposta politica in via di formazione.

War on drugs e biopotere.

Purtroppo, il contesto della società messicana è fortemente in crisi. La partecipazione politica dei primi anni novanta viene oggi pesantemente colpita dalla repressione, dalle crisi economiche, dal dilagare del narcotraffico e della corruzione a tutti i livelli sociali. La disoccupazione tocca almeno un terzo della popolazione attiva che sopravvive con il commercio informale, le attività illegali, l’emigrazione o semplicemente muore di fame e di malattie nel peggiore dei casi. Intanto nel 2004 le rimesse degli emigrati negli USA hanno superato le entrate per la vendita del petrolio estratto da PEMEX per non parlare del giro di affari stratosferico del narcotraffico.

In questa sede non è possibile argomentare in tutta la sua complessità le relazioni tra le mafie del narcotraffico e il potere politico messicano, sebbene da più parti, compreso ovviamente l’EZLN, si insista e dimostri che si tratta di un narco-Stato. Piuttosto vorrei sottolineare l’importanza del fattore “narco” nelle dinamiche politiche del conflitto in corso. Fin dal 1994, l’EZLN aveva compreso la necessità di svincolarsi da un modello interpretativo contro-insorgente, che aveva già iniziato a prendere piede in America Latina sotto la spinta delle amministrazioni repubblicane (Reagan e Bush padre). Le accuse di narcotraffico erano servite nel 1990 per giustificare l’operazione “Just Cause” ovvero l’invasione Statiunitense di Panama, governata dall’uomo della C.I.A. Manuel Noriega. Nel ottobre del 1989 era fallito un colpo di stato contro il governo legittimo di Noriega e i cospiratori, tra cui un agente nordamericano erano stati fatti prigionieri. Questa operazione “antidroga” e per il “ristabilire la democrazia” vide impiegati 27.000 uomini di cui 14000 aviotrasportati in poche ore. L’attacco iniziò il 20 dicembre e servì come banco di prova per i bombardieri invisibili F117 e per diversi altri mezzi militari di pronto impiego e si concluse sei giorni dopo con la cattura di Noriega da parte della DEA, con 23 morti nell’esercito USA e centinaia di morti panamensi, cifre dell’esercito USA parlano di 314 combattenti e 220 civili uccisi (Rivista Italiana Difesa, n.4 1990).

Il Messico è per ragioni geografiche e sociali, un paese di transito e di produzione strategico per la penetrazione dell’insaziabile mercato degli Usa nonché per il proprio mercato interno in crescita.

Mentre in America Latina, di fronte al crollo degli stati nazionali di fronte alla globalizzazione neoliberista e ai diktat dell’FMI e della Banca Mondiale, riprendono forza i movimenti guerriglieri e le ribellioni indigene, la “guerra alla droga” diventa lo schermo di tutte le operazioni di controllo sociale manu militari. Sebbene in Messico siano presenti numerosi gruppi politico-militari attivi, nel 2004, la Segreteria della Difesa Nazionale, SEDENA ha rilasciato comunicati ufficiali solamente sulle operazioni anti-narcotici che sembrano essere l’unica ragione per la militarizzazione estrema del paese.

La violenza del narcotraffico, sconvolge l’opinione pubblica: nel corso del 2005, secondo fonti di stampa sono state uccise 627 persone in scontri a fuoco legati al narcotraffico. Lo stato di emergenza sociale legittima la sospensione dei diritti civili e l’uso indiscriminato di strumenti militari contro i civili come sta succedendo a partire dall’11 giugno in diversi stati del Nord e Centro del Messico nel contesto della operazione “Mexico Seguro” che comporta posti di blocco e la presenza dell’Esrecito Federale direttamente nelle operazioni di polizia.
“La triade Stato-narcos-guerriglia introduce una complessità combinatoria confusa e obbliga a parlare di "violenza” invece che di “guerra civile”. […] le guerriglie nel contesto della globalizzazione e del neoliberismo selvaggio reclamano in fondo più il mantenimento dello stato nazione che la rivoluzione mondiale, ma si scontrano a loro volta con un apparato di stato che gestisce il trionfo del neoliberismo economico e della narco-violenza, promosse dal neoliberismo militare che conduce e a volte rappresenta la privatizzazione delle forze armate".

Non è dunque un caso quello che Ana Esther Ceceña riporta nel suo documentato articolo di ieri la presenza a Tapachula in Chiapas di funzionari della Organizzazione di Stati Americani, dell’FBI, e delle polizie ed eserciti di tutto il continente americano per una riunione operativa di lotta anti banditismo e antinarcotici. L’importanza stratgica di un controllo delle attività illegali e del terrorismo nella frontiera nord e in quella sud in un ottica flessibile (quindi onnipresente) è stato ribadito dalla visita di Condoleeza Rice in messico a marzo creando il quadro politico e militare per un uso più disinvolto dell’esercito in chiave controinsurrezionale e di polizia. La frontiera, così come la guerra, non è più localizzata fisicamente ma diventa “intelligente” diventa una questione di sicurezza, cioé di biopotere con strumenti militari.

Nel fuoco.

Dal 2002 si preparava, secondo il comunicato della Comandancia General datato 20 giugno e pubblicato il 21, una riconfigurazione della struttura politico-militare dell’EZLN, in che termini non è ancora chiaro. Comunque l’EZLN resta fedele alla sua vocazione di esercito popolare di autodifesa capace però di effettuare importanti offensive politiche e militari. Gli ultimi comunicati erano chiari a questo proposito: la possibilità di una relazione con il mondo politico “di sopra” si erano chiusi. La classe dirigente messicana si trova impantanata in una sanguinosa successione presidenziale e in una collaterale narco-guerra che soprattutto nel nord del paese sta mietendo centinaia di vittime e sta aumentando in modo terrificante il livello di violenza già endemico nella società. Al punto che a febbraio, di fronte al rapimento di alcuni turisti americani nel nord del paese, il dipartimento di stato statiunitense fece delle osservazioni e delle critiche ai suoi colleghi messicani e mise in guardia i cittadini del nord sulla insicurezza delle regioni confinanti.

Adolfo Gilly, storico argentino vicino al movimento zapatista, nel 2002 scrisse un saggio sulle relazioni tra i conflitti nel mondo globalizzato dopo l’11 settembre e i movimenti di resistenza. Per lui non è possibile concepire una dominazione perfetta, ogni forma di sfruttamento e alienazione genera la sua risposta: “Distrutte o smantellate le materializzazioni organizzative della resistenza innalzate durante il XX secolo, non è svanita con loro la esperienza umana di resistere, organizzare, pensare ed immaginare un mondo-altro, sia per negoziare di volta in volta le forme della nuova dominazione se non le si può cambiare, sia per ribellarsi contro di loro quando le loro inevitabili fratture nel futuro lo permetteranno. Questa è stata la constante di tutte le rivolte e ribellioni dei subalterni e degli oppressi e tantomeno si vedo la ragione per cui pensare che questo modo di essere e di esistere degli esseri umani in relazione alla dominazione esercitata su di loro debba essere svanito. […] "Nella globalizzazione stanno prendendo forma nuove relazioni tra dominazione, resistenza e violenza. Se questo è così, questa globalizzazione porta con sè il seme di nuove guerre e rivoluzioni, dove la violenza, come ultima istanza, ridefinirà queste relazioni. Ogni altra supposizione, nell’attuale stato delle vicende umane, appartiene appieno al regno della fantasia.” Lo stesso Gilly torna a parlare il 22 giugno sulla Jornada, con la stessa serietà della realtà di un colpo di mano fascista e impresariale sul paese con una forte sponda nella strategia regionale USA. La militarizzazione del paese è già una realtà, cosa succede in Chiapas?

Nel 2003, il subcomandante Marcos nell’ultima intervista da lui rilasciata fino ad oggi dichiarò: “[…] Oggi, nove anni e sette mesi dopo, siamo nel settembre 2003, bisogna sempre sottolineare la data perché poi cambiano le circostanze, noi continuiamo a vedere la guerra che iniziò nel primo di gennaio del 1994, e che ancora manteniamo, come una guerra che si portò a termine per la disperazione, ma che allora vedemmo come necessaria. Nove anni e nove mesi dopo, continuiamo a pensare che fosse necessaria. […] noi vorremmo distinguere tre grandi assi durante questi quasi dieci anni. Quello che noi chiameremmo l’asse del fuoco, che si riferisce alle azioni militari, ai preparativi, ai combattimenti, ai movimenti propriamente militari. L’asse della parola, che si riferisce agli incontri, dialoghi, comunicati, dove c’è la parola o il silenzio, cioè l’assenza di parola. Il terzo asse sarebbe la colonna vertebrale e si riferisce al processo organizzativo o alla forma nella quale si sta sviluppando la organizzazione della popolazione zapatista. Questi tre assi, l’asse del fuoco e l’asse della parola, articolati dall’asse della popolazione, del suo processo organizzativo, sono quelli che segnano i dieci anni della vita pubblica dell’EZLN. L’asse del fuoco o quello della parola, appaiono con maggiore o minore intensità, anche in determinati periodi con maggiore o minore durata e con maggiore o minore incidenza nella vita dell’EZLN e del suo intorno o nella vita nazionale o nel mondo. Però i due assi hanno sempre a che vedere e sono determinati dalla struttura che va acquisendo la popolazione, che non è soltanto il sostegno dell’EZLN, ma, come abbiamo detto molte volte, è il sentiero attraverso cui cammina l’EZLN. Il ritmo del suo passo, l’intervallo tra un passo e l’altro, la velocità, hanno a che vedere, tanto nel fuoco come nella parola, con il processo organizzativo della popolazione.” (Intervista con Gloria Muñoz, 16 settembre 2003).

L’allerta rossa decretata dall’EZLN il 19 di giugno non significa dunque nè che la parola ha fatto definitivamente il suo tempo, nè che le armi avranno di nuovo e definitivamente il sopravvento, ma che sicuramente la pazienza della popolazione indigena e povera del Messico è finita. Nel mondo della politica ufficiale, impegnata in una guerra intestina, nessuno sembra accorgersi che la storia è di nuovo accesa.
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Questa volta anche la guerra della comunicazione si gioca in condizioni diverse. Dal 1994 la pressione degli apparati militari sui media e il controllo dello scenario di guerra sono diventate delle priorità. L’esperienza della interposizione civile in Palestina, in Irak e in Colombia indicano che gli spazi di agibilità civile all’interno dei conflitti non sono mai scontati nè garantiti. Come si muoverà la ormai “vecchia” società civile quando nelle strade di Città del Messico c’è già l’Esercito?

L’ultimo comunicato di ribelli dà delle indicazioni molto chiare al riguardo, l’EZLN ha la forza politica, culturale, sociale e militare per promuovere una insorgenza sociale generalizzata in tutto il paese stringendo alleanze molto oltre i movimenti indigeni e per proporre una alternativa politica di fronte ad un sistema politico auto-referenziale e delegittimato. Dopo l’impressionante serie di insurrezioni e rivolte popolari che hanno scosso l’ America Latina dal 2001, anche in Messico si appresta a sorgere un diffuso movimento di resistenza e di costruzione di alternative politiche dal basso. La scommessa è effettivamente grande, la posta in gioco, altissima.

I movimenti e le comunità in resistenza che in Europa hanno a cuore l’esito di questa lotta per un presente di dignità, libertà, giustizia e democrazia (assoluta, autogestiva, radicale) si stanno già muovendo verso un incontro che si terrà a Barcellona il 23 e 24 di luglio. Forse anche da questa parte del mondo ci si accorge che ancora “manca quello che manca” ovvero, detto con la schiettezza dei campesinos del Chiapas, quando ci vuole, ci vuole.

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