Il governo messicano tenta di azzittire gli scomodi indigeni d’America

«La realizzazione di questo incontro è, in sé, un messaggio di ribellione in difesa della madre terra e contro il capitalismo ecocida, etnocida e genocida che pretende di depredarci dei nostri territori»: sono le parole con cui Juan Chavez del Congresso nazionale indigeno ha aperto il primo incontro dei popoli indigeni d’America, iniziato l’11 ottobre a Vicam, nello stato di Sonora, in Messico. I lavori dei 537 delegati indigeni, provenienti da dodici paesi americani e appartenenti a 54 popoli, continueranno fino a domenica. Con una partecipazione meno ampia del previsto: non tutti i delegati che si erano incamminati verso Vicam sono riusciti ad arrivare a destinazione.
Da diversi mesi, Ong e zapatisti hanno lanciato l’allarme sul pesante clima di repressione contro i popoli indigeni e le iniziative non istituzionali in Messico. «Il cosiddetto governo è pronto a tutto per impedire a ogni costo l’organizzazione e l’esercizio dei diritti dei popoli indigeni», ha detto il subcomandante Marcos, l’unico rappresentante presente per le municipalità autonome zapatiste. Gli altri, osteggiati da polizia e militari, hanno fatto retromarcia e sono tornati in Chiapas: colpa, ha dichiarato ancora Marcos, della «prepotenza e dell’autoritarismo del signor neoliberismo in decadenza» che usa «tutte le sue forze politiche, economiche, ideologiche e militari per colpirci». Cosa che però, avverte Marcos, «non impedirà alle nostre parole di diffondersi in tutto il mondo».

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