Sul manifesto no

Va bene l’articolo di Omero Ciai, ormai siamo abituati alla faziosità di Repubblica quando si parla di America latina e di movimenti sociali. Ma che sia paragonabile all’inguardabile (ovvero a Ciai) anche quanto scritto da il manifesto, non lo possiamo accettare in silenzio. E scriviamo prima di leggere, anche sul manifesto, quando già letto su Repubblica, ovvero che la vittoria del Pan (che le élite stanno preparando… basti pensare alla decisione di non dichiarare il risultato ufficiale delle elezioni fino a mercoledì) sia colpa del subcomandante Marcos.

Partiamo dalla storia, del conflitto in Chiapas e delle elezioni passate, per vedere che l’analisi e il giudizio, negativo, di Roberto Zanini sull’iniziativa zapatista della Otra campaña e sulla manifestazione del 2 luglio a Città del Messico, siano quanto meno “limitati”. Se torniamo indietro di sei anni, alle elezioni dell’agosto del 2000, quelle che in Chiapas dettero la vittoria al candidato dell’opposizione Pablo Salazar (di tutta l’opposizione, perché per far fuori il PRI c’era dentro di tutto il quella coalizione), e a ciò che ne seguì, possiamo trovare risposta alla domanda che è fondamentale perché la Otra campaña?, perché la critica (feroce) al PRD ed al suo candidato Andrés Manuel Lopez Obrador (AMLO), nell’ambito della critica (spietata) a tutto il sistema politico messicano? Nel 2000 Salazar ebba gioco facile a cooptare (o comprare, che tanto c’è poca differenza) numerose organizzazioni sociali e civili del Chiapas, gruppi indigeni e contadini, che fino a quel momento avevano accompagnato l’Esercito zapatista di liberazione nazionale (Ezln) e la richiesta di autonomia, giustizia, libertà e dignità delle comunità indigene del Chiapas. Un sottosegretariato a questo, la presidenza di un ente all’altro: fu facile. Il movimento (e lo zapatismo) non erano preparati, e dovettero faticare parecchio per ricostruire reti, riannodare relazioni. Ricostruire il tessuto sociale della società civile organizzata dello Stato.

Forse avrebbero dovuto lasciar correre senza colpo ferire queste elezioni presidenziali e ‘subire’ lo stesso effetto su scala nazionale? Crediamo di no.

Avrebbero dovuto lasciar correre, quando nel programma di Governo (chissà se reale o ad uso elettorale) di AMLO si legge al punto 1 “l’approvazione degli Accordi di San Andrés” su diritti e cultura indigena e poi, più avanti, l’assoluta priorità della realizzazione del progetto ‘nordamericano’ del corridoio transistmico dell’Istmo di Tehuantepec… ovvero di far passare una ferrovia e un’autostrada sulle terre coltivate a caffè dalle organizzazioni indigene che producono l’UCIRI, che tutti noi acquistiamo nelle Bdm? Crediamo di no.

Onesimo Hidalgo, brillante analista politico e profondo conoscitore dei movimenti sociali messicani ci ha dato lo scorso anno questa lettura della campagna di AMLO. In Messico, spiega, partiti politici e organizzazioni sociali è come se fossero su due camion, che corrono in direzione opposta, su una stessa autostrada, rischiando uno scontro frontale. Lopez Obrador, in campagna elettorale, voleva provare a guidare entrambi. Quello dei partiti e quello delle organizzazioni sociali (‘los de abajo’). Lo scontro sarebbe stato inevitabile. Poteva pensarlo, perché il camion della società civile non aveva, al momento estate 2005 una guida.

Gli zapatisti non si sono proposti come guida, ma hanno chiamato tutte le organizzazioni perché stessero allerta, e non facessero sedere AMLO al posto di guida, perché questo semplicemente non era possibile (non si può essere a capo del ‘sistema’ e proporsi nel contempo come guida di coloro che, per sopravvivere, per sopravvivere, ripetiamo, senza essere costretti a ‘cercar fortuna’ negli Stati Uniti d’America, si pongono contro questo ‘sistema’, quello dei tre partiti e dell’ultra-liberismo dipendente).
Se seguisse con costanza le colonne de “La Jornada”, poi, Zanini si renderebbe conto che il giornale non è che non ha appoggiato l’iniziativa zapatista, quanto piuttosto ha mostrato durante tutto quest’anno una profonda frattura al suo interno, il che è ben diverso, tra un corrente altamente perredista, legata a doppio filo con AMLO, ed una filo-zapatista (quella di Luis H. Navarro, di Hermann Bellinghausen). C’è poi da dire che, tra giugno 2005 ed oggi, è cambiato e di molto il discorso e il sostegno di numerosi editorialisti del giornale rispetto alla Sexta delcración de la Selva Lacandona e la Otra campaña (basta leggere La Jornada tutti i giorni… o seguirla nelle ottime traduzioni curate dai Comitati “Chiapas” Bergamo e Torino, parte di quella galassia che in Italia segue con interesse, e ogni giorni, ciò che accade in Messico e in Chiapas).

Luca Martinelli, Roberto Sensi, Annamaria Pontoglio (Comitato Chiapas “Maribel” Bergamo), Andrea Cegna (Comitato Chiapas Castellanza -VA-), Fabio Bianchi (Cantieri sociali), On. Ramon Mantovani, Andrea Baranes, Erica Pedone, Christian Cicala (Abruzzo Social Forum), Italo Di Sabato, Elio Gattini (vicepresidente Associazione Villaggio Terra Onlus), Chiara Vezza, Associazione “Terra e Libertà – Franciacorta Antirazzista”, Bruno Bartolozzi, Nadia De Mond, Alessandro Romaniello, Monica Uliana, Federica Rogantin, Collettivo Italia Centro America, Flavia Anconetani, Franca Rosti, Associazione Ya Basta_moltitudia, Roma.

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