Atenco, la cilena espulsa denuncia gli stupri. Valentina ha vissuto il Cile di Pinochet, ma in Messico

Ormai in Cile, dopo essere stata espulsa dal Messico, Velentina Palma prepara con i suoi avvocati tre denunce: una per rivendicare il diritto di continuare a frequentare l’università di cinematografia in Messico, una penale, contro la polizia che l’ha arrestata ad Atenco, l’ha picchiata, maltrattata e stuprata, e una terza contro lo Stato messicano per deportazione illegale. Ma soprattutto, a distanza di 6 giorni dall’esperienza più terribile che abbia mai vissuto, dice: “Posso dirlo con assoluta certezza, molte delle donne arrestate ad Atenco, con le quali ho condiviso circa 12 ore di prigione ad Almoloyita, sono state violentate durante il trasferimento dal luogo in cui sono state arrestate alla prigione. Senza dubbio più di cinque”.

La studentessa cilena deplora che le autorità messicane definiscano “bugie” e “strategie”, le denunce di stupri e torture. “le ragazze che ho visto piangevano a dirotto, sanguinavano ed avevano i vestiti strappati. Nessuna parlava di stupro, ma è normale. Le donne quando vivono una cosa del genere, la soffocano. Non hanno voluto che le visitasse il medico della prigione. Una ha detto: "Mi hanno già messo le mani addosso, di certo non aprirò le gambe per consentire ad un altro di farlo”. Non c’era una dottoressa, solo un medico insensibile e di pessimo umore".
La studentessa del Centro di cinematografia non può accettare quanto le ha detto un funzionario incaricato della sua espulsione, ovvero che si è trovata nel posto sbagliato al momento sbagliato. “Quello che studio, documentari e reportage video, implica stare lì, nel luogo sbagliato al momento sbagliato, per testimoniare quello che succede”.

La sua testimonianza è simile a quelle che ascoltavamo negli anni ‘70 nel Cile di Pinochet. Ma questo è quanto è successo a una cilena in Messico, solo una settimana fa: "Ho sentito per radio che ad Atenco avevano ammazzato un ragazzino di 14 anni. Ho deciso di prendere la mia telecamera ed andare a riprendere tutto: è l’istinto di chiunque cerchi di diventare un professionista del registrare le immagini di quanto sta succedendo. Sono arrivata al paesino mercoledì sera, intorno alle 8. Ho filmato le guardie che organizzavano la gente. Poi sono andata in piazza. Ed ero lì, mezz’addormentata, quando le campane hanno iniziato a suonare e la gente a gridare che la polizia stava arrivando. Sono tornata ai posti di guardia, ho filmato l’andirivieni delle biciclette, delle staffette che mettevano in contatti i vari posti. Quando è iniziato l’attacco ho messo via la telecamera e mi sono rifugiata nella biblioteca, davanti alla chiesa. Mi sono illusa di poter stare lì ad aspettare che si calmassero le acque. Sono entrati 2 ragazzi che non conoscevo e stavamo ancora aspettando quando è arrivata la polizia. Due mi hanno preso per le braccia mentre altri due mi picchiavano. Avevano l’uniforme azzurra, credo fossero della municipale. A noi donne davano manganellate sul seno e sul sedere.

Ci hanno portato a fianco alla chiesa, dove c’erano già molte persone che erano state arrestate, e poi ci hanno ordinato di metterci in ginocchio. Nel frattempo, continuavano a picchiarci. Quando il mio cellulare ha iniziato a suonare nello zaino, un poliziotto ha ordinato ad altri di perquisirmi. Mi hanno rubato tutto: i documenti, il materiale, la telecamera. Dopo ci hanno fatto montare su una camionetta. Non sono riuscita a vedere di che colore fosse, ma era grande. Mi hanno sbattuto sui corpi insanguinati di altra gente. Uno degli agenti mi ha detto di mettermi faccia a terra, ma c’era una chiazza di sangue. Quando ho tentato di resistere, mi ha schiacciato la testa con lo stivale. E lì sono cominciate le molestie".
Il trasferimento al carcere è durato dalla mattina alle otto, fino alle tre, le quattro del pomeriggio. Un percorso incerto ed ore di tortura continua.

“Mi hanno insultato, mi hanno messo le mani addosso, dove e come hanno voluto. Ero l’unica donna. Non c’è stata penetrazione, ma si tratta comunque di uno stupro, ci hanno ordinato di rimanere immobili. Accanto a me c’era un vecchietto che si lamentava ed implorava pietà. Il suo viso era un’unica crosta di sangue. Ho provato a toccarlo ma mi hanno picchiato. Non riesco a togliermelo dalla testa, stava davvero male”.
Quando i prigionieri sono arrivati al carcere e li hanno fatti scendere dalla camionetta, Valentina aveva i pantaloni alle ginocchia ed il corpo macchiato di sangue, il suo e quello di altri. Appena arrivata in Cile, la prima cosa che sua madre ha fatto è stata portarla in pronto soccorso. Nel referto dei medici si legge: numerosi lividi, soprattutto sul seno e sulle natiche e possibile frattura delle costole. Durante le ore di detenzione, in Messico, è stata anche visitata da alcuni medici legali, ma nessuno le ha dato il referto.

Appena scesi dai camion “ci hanno incappucciati e ci hanno fatto passare fra due file di poliziotti che ci prendevano a calci. Hanno diviso, uomini e donne. Ho visto una poliziotta e mi sono detta, "finalmente, grazie”. Ma lei non appena mi ha visto ha detto: “Lasciatemi questa cagna” e ha iniziato a darmi schiaffi sulle orecchie. Quando mi hanno portato dentro ho visto le ragazze con i pantaloni e la biancheria strappati; piangevano a dirotto. Eravamo 25 o 30 donne, molte in stato di shock. Conosco questa reazione, la crisi dopo un episodio di violenza. Almeno due sono hanno subito violenze con penetrazione, nonostante nessuno pronunciasse la parola. Una ha raccontato che l’uomo che l’aggrediva le ordinava di chiamarlo cavaliere e si burlava di lei. Le secondine ci chiedavano se fossimo state violentate, ma sembrava sapessero già la risposta."

Dopo 12 ore all’Almoloyita, Valentina, insieme alle due spagnole, è stata portata al centro di detenzione immigrati di Iztapalapa, e poi in aeroporto. Alle sette di sera di giorno 5, amici e familiari hanno presentato un ricorso contro la sua espulsione. Nonostante questo, alle 11 l’hanno messa su un aereo insieme al suo compagno, lo studente di antropologia Mario Aguirre, ed entrambi sono stati mandati a Santiago del Cile, senza un documento ufficiale di espulsione o di qualsiasi altro tipo.
Per Valentina la cosa non è finita qui : “Al di là della mia espulsione illegale, contro la quale lotterò, voglio denunciare che ad Atenco hanno utilizzato gli abusi e gli stupri come arma di repressione”.

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