I partiti politici dividono soltanto

El Charco, Gro, 17 aprile. Poveri tra i poveri, in questa terra scura dalla quale strappano la vita con le unghie rotte e la bocca secca, dove la malattia e la fame governano e i militari seminano morte, violenze e furto di raccolti, sono i contadini di vilaggi nu’saavi (mixtecos) e i ma’phaa (tlapanecos), degni e coraggiosi come pochi, e aderenti alla Sesta dichiarazione della Selva lacandona quelli che oggi ricevono il delegato Zero in una riunione dell’altra campagna, con le mani piene di dolore e di determinazione.

“I partiti politici non sono più buoni per il paese. Ci hanno solo usati e divisi. Quando arrivano al potere sono tutti uguali. Abusano del popolo e appoggiano la militarizzazione dei nostri territori. Per questo motivo la nostra lotta ora è anche contro i partiti che rendono più forte il sistema capitalista facendo diventare sempre più debole il popolo e la sua organizzazione. Per questo le nostre organizzazioni non porteranno più nessun partito o candidato al potere. Non li appoggeremo più. Qui già da tempo stiamo lavorando affinché le comunità abbiano una forza propria. Per questo stiamo costruendo il potere popolare di ogni famiglia, comunità e villaggio, affinché nessuno possa opprimere più ed abusare del popolo e nessuno più continui a comandare, è solo l’assemblea quella che decide che cosa si fa, come lo si fa e chi lo fa”.

Questo è il messaggio congiunto dell’Organizzazione indipendente del Popolo mixteco e del Popolo indigeno ma’phaa, che condividono queste alte montagne nell’ultimo angolo dell’oblio. “Siamo obbligati a difenderci dalle ingiustizie, dalla corruzione, dalla repressione e dall’impunità imposte dai malgoverni per diventare più ricchi e potenti”, denunciano ancora nel saluto che rivolgono al subcomandante Marcos davanti all’aula della scuola dove furono massacrati 11 indigeni in un attacco di agghiacciante brutalità il 7 giugno 1998.

El Charco, municipio Ayutla de Los Libres, divenne tristemente famoso durante il periodo di Zedillo, nel più nero dei sessenni neri (parafrasando López Velarde), campione moderno del genocidio contro i popoli indigeni nel sud e nel sudest del Messico: Acteal, unión progreso, zona Nord (Chiapas), Aguas Blancas e El Charco (Guerrero).

Prima dell’incontro con gli indigeni, il delegato zapatista ha posto una ghirlanda di fiori cempasúchil sulla croce bianca che porta scritti i nomi degli 11 morti di quella notte tra i quali si trovavano il dirigente contadino Honorio García e il giovane universitario Ricardo Zavala, che oggi riceve dagli indigeni di El Charco il miglior omaggio, perché lo considerano uno dei loro. La croce, con una candela accesa e un ramo di buganville ai piedi, sta dentro l’aula dove si trovavano riuniti gli indigeni, assediati e colpiti dalle pallottole delle truppe federali. Sulle pareti di mattoni si vedono ancora i fori delle pallottole e l’edificio rimane incompiuto, come era allora. Le aule sono altre: questa è una specie di monumento.

Poi, davanti a oltre un centinaio di uomini e donne di questa comunità e di altre, mixtecas e tlapanecas, uno di loro legge il saluto al delegato della Commissione sesta dell’Ezln: “Quando il popolo lottò insieme a Genaro Vásquez e Lucio Cabañas, i potenti malgoverni usarono l’esercito per distruggere tutto quanto il popolo aveva organizzato con le sue forze per vivere libero. Oggi continuano a fare la stessa cosa. Gli eserciti dei ricchi e dei potenti continuano ad invadere il nostro territorio, le nostre comunità indigene, violentando le donne, ammazzando e mandando in malora i popoli, come hanno fatto con i nostri popoli nu´saavi e ma´phaa in queste terre”.

Un uomo dallo sguardo triste, proveniente da Barranca Te’Cuani ed aderente all’altra campagna, come sta scritto sulla scheda appesa al petto, riferirà più tardi come la sua compagna fu interrogata e violentata dai soldati alcuni anni fa. Altre testimonianze riveleranno che questa è stata una pratica ricorrente dei militari, al punto che questi sono già stati espulsi da due comunità dagli stessi indigeni che continuano oggi a esigere la fine della militarizzazione e degli abusi. Il saluto dei mixtecos prosegue:

"In questa comunità di El Charco assassinarono impunemente i nostri compagni in questa scuola del villaggio, solo perché si organizzavano e lottavano da sotto insieme al popolo. Per questo motivo diciamo all’altra campagna che le nostre comunità sono contro la militarizzazione e denunciamo i soldati ogni volta che maltrattano il popolo. Anche se ci continuano a minacciare, violentando donne, rubando raccolti, noi non ci arrendiamo.

I compagni che caddero in questa comunità per mano dell’esercito sono i nostri morti e lo sono anche di tutti quelli che lottano in basso e a sinistra, ma continuano a essere vivi perché continueremo a lottare per finire ciò che loro hanno cominciato, la lotta contro la disuguaglianza sociale per la costruzione del potere popolare dal basso, qui ed ora. Esigiamo dai malgoverni che rispettino le nostre decisioni e che portino via l’esercito dalle nostre terre e dai nostri territori, perché è servito solo a maltrattare il popolo organizzato".

Un altro oratore annuncia: “Ci organizzeremo ed uniremo i popoli nu’saavi affinché i poliziotti siano nominati e comandati dal popolo, come abbiamo imparato dalla polizia comunitaria dei nostri fratelli di San Luis Acatlán, Malinaltepec e Metlatónoc. Difenderemo il nostro territorio, il suo legname e la sua acqua. Non lasceremo che ci privatizzino né che entrino col Procede”.

Un altro indigeno spiega ancora al microfono: “Stiamo formando i compagni commissari ejidali affinché imparino a servire il popolo e a organizzare i compagni che hanno dei progetti produttivi, per dar vita a un nostro mercato con prezzi giusti qui in alto nelle nostre comunità”. Andrea, un indigeno molto basso, dice: “Non permetteremo che ci perseguitino né i militari né i poliziotti del governo e nemmeno che ci dividano i partiti politici. Vogliamo solo il potere del popolo”.

È il turno di Orlando, rappresentante ma’phaa: “Nella regione tlapaneca sappiamo come governarci. I militari abusano della gente che non sa parlare, ma tutti stiamo per combattere quest’anomalia”. Racconta come “le autorità sanitarie hanno sterilizzato uomini giovani” (nella comunità El Camalote). Poi cerca di parlare il mixteco Victoriano, ma dato che ha il mal di gola lo fa sua moglie al posto suo, con poche parole: “Siamo stanchi di quello che ci fa il governo. Non ci abbandoneremo però alla paura. Non ci vogliono vedere, ci vogliono ‘schiacciare’ (sic), ma da qui fino a là proseguiremo”.

Il castigliano di molti è difficile e ci sono anche interventi nelle due lingue indigene di queste montagne. Cuauhtémoc spiega che ai ma’phaa non piace essere chiamati “tlapanecos”, perché significa “faccia sporcs”. E deplora che i soldati abbiano violentato le figlie, le sorelle e le mogli “per vendetta, perché stiamo costruendo il potere popolare. Ci accusano di collaborare con i guerriglieri. Ci hanno minacciati di morte, per questo li invitiamo a unirsi all’altra campagna”.

Un altro oratore dice che il governo è il responsabile “di quello che potrà succedere” se non ritirerà l’esercito e afferma che la polizia serve a proteggere i potenti “che sono i veri delinquenti. Per questo motivo non arrestano nessuno, solo noi. Che vinca López Obrador, Calderón o Madrazo è lo stesso, lasceranno i soldati qui. Il massacro di El Charco è stato solo l’inizio della guerra di bassa intensità”.

Prende anche la parola l’universitaria Erika Zamora, sopravvissuta al massacro che fu incarcerata per quei fatti: “La politica di sterminio che lo Stato ha portato avanti in questa regione ha obbligato a rafforzare le forme organizzative di costruzione dell’autonomia, come base fondamentale della difesa integrale dei diritti comunitari. Qui, oggi, a poco a poco germina il lavoro dei nostri compagni assassinati, l’esempio che ci hanno dato nel tempo che ci è toccato di convivere con loro”.

Circondato da profondi burroni e da alte cime, in questo luogo quasi inaccessibile della geografia guerrerense, prende la parola il subcomandante Marcos e condivide con questi indigeni l’esperienza ribelle degli zapatisti del Chiapas. "Per noi è molto importante essere arrivati qui, a El Charco, non solo per il dolore che ha macchiato queste terre per il malgoverno, ma anche per la lotta.

Ci tengono schiacciati fra due paure: la paura di morire nella povertà come se fossimo animali e la paura di morire per la repressione del governo se ci ribelliamo. Qui il governo non viene più, arriva solo quando vengono i soldati, quando vengono i poliziotti. E allora ci dicono: se ti organizzi e ti ribelli ti reprimo. Perché questo è il lavoro dell’esercito, non è per difenderci se ci attacca un altro paese, è per controllare la gente che lotta per i suoi diritti. Dove appaiono la polizia e l’Esercito non è per portare giustizia, ma per reprimere il popolo".

Gli oratori hanno manifestato ripetutamente il loro rifiuto del governatore dello stato. Marcos aggiunge: “Qui, in Guerrero, governa il Prd con Zeferino Torreblanca, e noi domandiamo se le comunità indigene vivono meglio. Siamo fregati come prima o peggio, non è cambiato niente ma è cambiato il governo. Prima c’era il nero pupillo di Zedillo, René Juárez, e ora c’è Torreblanca e continua ad esserci la stessa povertà”.

E riconosce: “Prima che venissimo qui pensavamo a El Charco solo per il massacro. Ora stiamo imparando che non è solo questo, che c’è una lotta, che c’è un’organizzazione per migliorare le condizioni di vita”. E si pronuncia perché il governo “non comandi più, ma ubbidisca. I soldati dovrebbero servire il popolo, non fregarlo; i poliziotti dovrebbero proteggere il popolo, non i ricchi. Quindi tutto questo deve cambiare, dobbiamo fare una nuova legge, una nuova Costituzione”.

(Tradotto dal Comitato Chiapas di Torino)

Tags assegnati a questo articolo: chiapas, democrazia, zapatismo, marcos

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