Dall' Altro Morelos, Zapata vive nell'Altra campagna

Cuernavaca, Morelos.- Mentre alcuni restavano in silenzio o intonavano canti alla sua memoria, Zapata, vivo e vegeto, passeggiava oggi brandendo il machete tra coloro che non l’hanno mai dato per morto.

L’Altra campagna, in Morelos nell’87° anniversario della morte del Generale Emiliano Zapata, rende gli onori al capo del Sud come dovuto: no, non porta fiori sulla sua tomba; combatte, come egli ha insegnato, un’altra battaglia per la terra: si trasferisce fino all’accampamento per la difesa della Barranca de Los Sauces per prestare il suo aiuto a chi, incatenati agli alberi, erano minacciati di sgombero.

Al mattino, membri del Fronte civico oer la difesa del Casino de la Selva (la lotta che li ha uniti cinque anni fa) temevano il peggio. Appostati davanti a loro, mezzo centinaio di elementi della polizia statale, la polizia a cavallo e i granatieri, oltre a veicoli della Segreteria per lo sviluppo urbano e opera pubblica, del Pubblico Ministero mobile e le telecamere delle Comunicazioni Sociali del governo statale in attesa del momento dello scontro. Dalle 9 del mattino erano pronti ad entrare in azione quando il ricorso concesso agli abitanti in difesa della Barranca sarebbe scaduto alle 11 del mattino.

La Barranca de Los Sauces, chiusa ormai tra le case a causa dell’espansione della macchia urbana, qui sembrava nel suo nascondiglio, al salvo dalla predazione neoliberale che in Morerlos ha il marchio biancoazzurro. Ma la sicurezza degli enormi ficus e salici non poteva durare con un governo ostinato a fare in modo che la primavera in Cuernavaca non sia più eterna.

Un ruscello – già inquinato – attraversa la gola. Le radici ad altezza d’uomo degli alberi sono allo scoperto. Etichette con colori e numeri indicano la loro destinazione. Alcuni andranno a finire nella discarica più vicina. Altre saranno ripiantate.

“Abbiamo fatto dei corsi, abbiamo spiegato come trattarle e come bisogna procedere”, dice una delle attiviste disgustata dall’inettitudine di un governo a cui bisogna dire come fare il suo lavoro “e nemmeno così lo fa”. Hanno aperto delle buche nel parco più vicino, credono che gli alberi siano dei cespugli e il modo in cui pretendono di fare questi rimpianti ucciderà gli alberi in meno di 15 giorni.

Il piano degli industriali (quelli delle imprese edili e quelli dell’impresa che è il governo) era riempire la gola e costruirci un ponte, un ampliamento che colleghi la parte nord con la parte meridionale di un viale a quattro corsie. Circa una decina di ficus ostacolano l’entrata alla gola, sono il primo bersaglio e anche se hanno già danneggiato le loro radici, abitanti e ambientalisti in difesa della gola si sono legati alle piante per impedirne la distruzione in questo polmone quasi invisibile, ma indispensabile per la città.

“Staremo qui fino alle estreme conseguenze” dice Flora Guerrero, nota ambientalista che conosce bene quali siano le “estreme conseguenze” quando si tratta di affrontare le forze repressive del governo di Morelos.

Incatenata al primo albero dell’entrata, da sopra lo striscione osserva “i guardiani dell’ordine”, a circa cento metri da lì, mentre sostiene una bandiera azzurra, con il pianeta terra nel centro, quello che “si sta sgretolando tra le nostre mani”.

Non si tratta solo del citato ponte o solo di sconsiderata mania di urbanizzazione della Segreteria delle opere pubbliche. No. Sono molti ed evidenti gli interessi in mezzo. Il progetto è di responsabilità dell’impresa di costruzioni Plarciac, l’impresa di testa del governo di Cajigal, proprietà dell’Arq.

Sergio Barrenchea, che chiaramente non lo diceva, è un suo “parente”. Sono inoltre in gioco ricchi contratti già assegnati ad Autotransportes Rojo di Morelos, trasporta Mida (…). E se già non fosse poco, ad un lato del preteso viale si ventila il progetto un centro commerciale, il terreno è proprietà di Eduardo Fernández Placencia, ex segretario delle opere pubbliche del municipio di Cuernavaca, lo stesso che installò le opere della Plaza Galerías. Cioè, un progetto trasparente e chiaro come l’acqua.

“Io venivo qua da bambino a giocare, non voglio vedere le automobili sul viale, voglio continuare a vedere gli alberi e che li vedano i miei figli, quando ne avrò”, dice Carlos, che ha solo quattordici anni ma già si rende conto della responsabilità che ha verso le generazioni future e la assume appieno, seduto all’ombra di un albero e incatenato ad esso “accada quel che accada”.

Sono pochi, sembrano vulnerabili, cibo pronto per l’armata governativa che osserva a pochi metri, tanto che due ambulanze sono lì vicino pronte “per quello che succederà”. Ma si sono sbagliati, non contavano sull’irruzione della carovana dell’Altra campagna che in quelle ore era già per strada, a dimostrare loro che “non sono soli”.

Più tardi il subcomandante Marcos avrebbe detto:
"Questa mattina mentre stavamo andando a Tetelcingo e poi a Cuautla, siamo stati informati che questi compagni sarebbero stati sgomberati (…).

Immediatamente ci siamo messi in comunicazione con la carovana dell’Altra campagna, compagni e compagne che se la stanno giocando con noi, che hanno subito aggressioni, minacce, attacchi e si sono mantenuti fermi nel loro lavoro di fare sì che la parola di tutti cresca ed arrivi lontano. Ho spiegato loro di che cosa si trattava e domandato se erano disposti a venire ad affrontare, insieme a questi compagni e compagne, la polizia dello stato di Morelos.

Immediatamente hanno detto di sì.

Dovevamo stare dove l’Altra campagna poteva dimostrare che non importa il numero, ma il cuore e la lotta che si sta difendendo ed allora abbiamo deciso di venire qua".

In quel momento, la comunicazione tra i membri della carovana e la Commissione sesta, alla quale si autoinvitano sempre – uno più, uno meno – le spie professioniste del governo, allerta la base davanti alla Barranca e ordina la ritirata. All’improvviso, precipitosamente e nervosamente salgono sui loro automezzi e si allontanano.

“Vanno via!” gridano contenti i membri del Fronte. Altri non ne sono tanto sicuri. Li seguiamo. No, non sono andati via, si sono nascosti a qualche isolato di distanza, nell’accademia di polizia, ad aspettare che arrivino quei casinisti di zapatisti, facciano il loro show e se ne vadano. E poi tornare e allora gliela faranno vedere. Hanno dovuto aspettare tutto il giorno perché la carovana non solo non se n’è andata, ma ha chiamato altri casinisti.

Un bel esempio di quello che L’Altra campagna sta costruendo si andava figurando col passare delle ore.

Gli aderenti che aspettavano a Cuautla sono venuti a sapere della faccenda e senza indugi hanno deciso “andremo a dove siamo necessari”, per mezzogiorno erano già all’accampamento, insieme ad alcuni contadini di Michoacán appartenenti alla Ucez e rappresentanti di comunità indigene. Davanti, doña Eva Castañeda, vedova di Efrén Capiz, ambedue riferimento delle lotte indigene e contadine, si avvicina a salutare i guardiani della Barranca ed offre il suo incondizionato appoggio perché “anche noi difendiamo la terra, la nostra madre terra”.

In un attimo erano oramai decine. Ma non hanno smesso di arrivare sul campo della solidarietà. All’improvviso nell’accampamento era festa nell’aria fresca che si sprigiona dalla gola.

Gli abitanti del quartiere, sorpresi e contenti dell’aiuto, assistono per quanto possono gli improvvisati campamentisti che sanno che staranno qui “il tempo che sarà necessario”. Si prepara una grande tavola e si gusta il cibo sul prato.

Giusto in tempo per le gole secche, è arrivata su un camion ben fornito, una commissione inviata dai compagni della “Cooperativa Pascual, Boing para todos”, e la lotta acquista sapore di frutta.

Li segue il contingente del Partito dei comunisti e la Gioventù comunista del Messico, membri di collettivi aderenti all’Altra in Morelos e altri mezzi di comunicazione alternativi che nonostante l’ inusuale presenza dei media commerciali nazionali, sono come sempre la schiacciante maggioranza.

Nel pomeriggio ormai le persone presenti si perdono a vista d’occhio sul prato dall’entrata della gola fino al prato. A qualche isolato staziona un autobus e la “carovana universitaria” fa il suo arrivo. Decine di studenti della Unam irrompono contagiando tutti con la loro vivace allegria. “Vediamo chi dirige l’orchestra, l’Altra organizzata o il governo figlio di puttana”.

Da qui il tono degli slogan sale. Ritmici, creativi e molto insultanti per Estrada Cajigal. Chissà se li sente dal suo porno-elicottero (che è passato qualche momento prima).

Al suo apogeo il disordine ribelle. Ma ne mancava ancora. Da lontano si sentono slogan con un accompagnamento che suona familiare: machete che sbattono. Attesa. Sguardi in fondo alla strada.

Contadini in cima alla strada. Più di 200 membri del Fronte dei popoli in difesa della terra, “quelli di Atenco”. Immediatamente fanno loro la causa e i salici devono aver sussultato sentendoli gridare “barranca, ti vogliamo, per questo ti difendiamo”. Se non i salici, sicuramente i loro guardiani che non riescono a trattenere la contentezza.

La Commissione sesta aspettava. Il delegato Zero ha poi rivelato: “Alcune ore fa, quando stavamo cuocendo come tamales nel furgone, si è avvicinato un giornalista a chiederci cosa stavamo aspettando, e io gli ho detto: stiamo aspettando il Settimo cavalleggeri”. Un attimo dopo sono arrivati gli studenti della Unam ed i loro professori. Non sono studenti qualsiasi né professori qualsiasi, loro lottano e hanno lottato prima ed è grazie a loro che l’Università nazionale autonoma del Messico è ancora un’università pubblica e gratuita.

Nel momento in cui hanno risuonato i machete dei compagni del Fronte dei popoli in difesa della terra eravamo soddisfatti, sapevamo che era arrivato il Settimo cavalleggeri".

Ormai al completo, l’arma segreta, la parola, sguainata sul rimorchio del furgone, si diffonde dall’impianto stereo fornito dalla cooperativa Pascual.

“Le parole che mi vengono dal cuore non sono mai sufficienti a ringraziarvi di averci salvati oggi dalle grinfie della polizia statale. Letteralmente, ci avete salvato la vita” dice sull’orlo delle lacrime Flora Guerrero.

Salutano rappresentanti degli studenti della Unam, convinti che Zapata non c’è negli onori ipocriti dei deputati, ma “è qui, tra noi”. Lo stesso fanno i rappresentanti dell’Università autonoma di Chapingo, anche loro in lotta per l’istruzione gratuita.

Poi i contadini di Atenco incoraggiano i difensori della Barranca a non deprimersi per il fatto di essere pochi: “perché se siamo trenta pirla, in trenta pirla possiamo fare una bella guerra al governo bastardo”.
Luis Alfonso Vargas, a nome della carovana dice: “ci sentiamo molto onorati di potere essere stati utili a qualcosa oggi, domani magari serviremo a questo movimento che stiamo costruendo affinché cambiamo questo paese e cacciamo fuori questi senza patria dal governo del Messico”.

La moltitudine che si è riunita all’improvviso fa largo ad una sedia a rotelle. Il veterano jaramillista Félix Serdán e sua moglie raggiungono il palco tra applausi e acclamazioni. Don Félix accoglie le dimostrazioni di affetto e rispetto dei compagni, canta con loro il corrido di Jaramillo, li incita a seguire in difesa della terra e ricorda loro: “Siamo in lotta permanente contro un governo turpe, un governo capriccioso, ma siamo anche in un momento in cui il Messico deve svegliarsi”. E benché le sue mani tremino, dal suo petto ancora forte escono gli evviva a Zapata, a Jaramillo, a Villa ed al popolo messicano in lotta. Il Delegato Zero dedica il suo messaggio a lui, nominato maggiore insurgente onorario dell’Esercito zapatista di liberazione nazionale.

Si fa ormai buio. Alla porta di alberi della gola non c’è più nessuno legato, non è necessario. Vedremo se le loro macchine passeranno sopra le centinaia che si sono uniti alla causa.

La lezione è stata data. La riassumono gli slogan che non cessano. Ai membri dell’Altra, dovunque siano e comunque sia la loro lotta, per piccola che sembri, l’appoggio: “Non siete soli” e “non un passo indietro”. Ai potenti, agli industriali, il monito: “se volete la guerra, guerra sia ma la terra non la vendiamo”. Al governo di Morelos, l’avvertimento: “cacceremo Cajigal dalla Barranca. Metteremo Cajigal in prigione”. E a Zapata, il più vivo e fedele omaggio del 10 aprile.

(Traduzione Comitato Chiapas “Maribel” – Bergamo)

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