Nurio, Mich. 2 aprile. Iniziando la riunione dell’altra campagna in questa comunità purépecha, il Delegato Zero ha definito la Sesta dichiarazione della Selva lacandona come lo “sforzo nazionale” per innalzare un’argine contro il capitalismo. Tra i popoli indios, ha affermato, “esiste la possibilità di costruire una realtà diversa per la nostra Nazione”. Ha sottolineato che avere “un rapporto diverso con la natura”, com’è il caso dei popoli indigeni, è ciò che potrebbe evitare l’avanzata della distruzione neoliberale.
Le due riunioni indigene dell’altra campagna in Michoacán (Ostula e Nurío) hanno suscitato i discorsi più convincenti del subcomandante Marcos sulla “guerra di conquista sconsiderata” dello Stato messicano e dei suoi soci capitalisti contro i popoli. Si sono anche ascoltati i discorsi e le relazioni più forti ed implacabili fino ad ora diffusi da rappresentanti purépechas, wixaritari, nahuas, ñañhús e chichimeca-guachichiles, membri del Congresso nazionale indigeno nella loro regione Centro-Pacifico. Ed una denuncia contro la polizia ed il governo statale, per bocca dello stesso Delegato Zero.
Ha ricordato che dopo la sollevazione, gli zapatisti “non solo incontrammo la solidarietà di molta gente, ma soprattutto l’identificazione piena col movimento indigeno, che non nacque con la lotta del primo gennaio del 1994, ma già da molto tempo lottava per i propri diritti e la sua cultura. Da quel Forum nazionale indigeno, che poi si trasformò nel Cni, incominciamo a camminare con i popoli indios”.
Ha detto che mentre l’Ezln aveva difficoltà a intendersi con la sinistra, il movimento urbano e la società civile che gli chiedeva di “non seguire a modo loro”, con i popoli indios ci fu identificazione rispetto alla lotta per l’autonomia ed il rapporto con la natura. “Per questo mettemmo in atto una grande lotta nazionale insieme a tutti i popoli indios, scommettendo che la classe politica capisse la necessità di incorporare alla bandiera i popoli indios. Confidammo che i settori che si dicono progressisti o democratici dentro la classe politica avrebbero capito, ed avremmo potuto unirci con altri movimenti per quello che ci proponevamo di principio: la liberazione del nostro paese”.
Ha riconosciuto che gli accordi di San Andrés non furono costruiti solo con le domande dell’ Ezln. “Hanno contato sulla partecipazione dei popoli che erano già in resistenza. Il tavolo di San Andrés significa l’imposizione del sistema indigeno su quello governativo. In San Andrés, grazie alla saggezza di questi popoli, si potè costruire un consenso. Gli accordi includevano le principali domande dei popoli indios e segnavano il punto di avviamento per la ricostruzione del loro posto nella nazione messicana. Allora si pose l’asse centrale degli accordi di San Andrés e della lotta dei popoli indios: il diritto all’autonomia e alla libera determinazione, che significavano un colpo frontale ai piani capitalisti neoliberali. Che la decisione sulla terra e le risorse naturali è delle comunità e non di chi ha denaro per comprarle”.
Malgrado la presenza di un grande movimento nazionale e “che nessuna altra iniziativa di legge ha avuto l’appoggio della legge Cocopa, la classe politica ha serrato le fila intorno al gran capitale, sapendo che questa quella legge avrebbe impedito che si impadronissero delle risorse che ci sono in terre indigene. Si è visto poi il tradimento che conosciamo e che fu guidato, tra gli altri, dall’attuale governatore di Michoacán, Lázaro Cárdenas Batel”, che, ha aggiunto, si è valso del cognome di suo nonno".
Marcos ha rivelato che da tre o quattro anni l’Ezln ha cominciato “a seguire da vicino il ripiegamento del Cni, e praticamente solo la regione Centro-Pacifico l’ha mantenuto in vita con riunioni e discussioni, incoraggiando i movimenti per l’autonomia e la libera determinazione che si stavano sviluppando. Benché il movimento indigeno sia passato in secondo piano o scomparso del tutto dall’opinione pubblica, questi compagni hanno proseguito e grazie a loro siamo ancora qui”.
Gli zapatisti conclusero che non era possibile ottenere le domande indigene solo con la forza dei popoli indios e con la simpatia instabile della società civile. “Dico instabile, perché in alcuni settori continua ad esserci la speranza che la classe politica darà qualche soluzione. Col risultato che settori della società civile che prima appoggiavano la richiesta di riconoscimento dei diritti e la cultura indigena, ora hanno declinato a favore della falsa speranza che un governo di sinistra – dicono – risolverà quello che non ha risolto prima”.
Decidendo di lottare non solo con i popoli indios, ma in unità con altri settori, “noi zapatisti sapevamo che saremmo stati abbandonati da questa gente, cosa che è successa, e che inoltre saremmo stati attaccati dai mezzi di comunicazione, cosa anche questa successa, e che si sarebbe aperta la possibilità di un attacco militare”. Allora “cominciammo a lavorare per uscire. Era necessario che l’ Ezln si staccasse dalle comunità, in modo che il prevedibile fallimento della Sesta non implicasse costi per i popoli. Il nostro fondo di guerra è stato totalmente dedicato al consolidamento dei municipi autonomi ribelli zapatisti e a incoraggiare le società tra loro ed il germe delle Giunte di Buon Governo. Ci preparammo come per il primo gennaio del 1994, di modo che che le comunità sopravvivessero senza perdere l’appoggio guadagnato con la loro sollevazione”.
L’asse della Sesta “è identificare il responsabile del dolore dei popoli indios, lo stesso incaricato di impartire il dolore ad operai, contadini non indigeni, studenti, insegnanti, impiegati e settori che si indentificano con lo zapatismo. La classe politica attuale non rappresenta un’alternativa per ricostruire il paese, ma è una simulazione per continuare con la distruzione. L’Ezln richiama particolarmente l’attenzione sulle pratiche dei partiti politici, in particolare de quel partito gabbamondo che è il Prd, che ha costruito la sua debole autorità morale nella speranza che settori della società civile dimenticassero la storia di questo partito, dei suoi legislatori e di quello che ha fatto per distruggere il movimento indigeno ed i settori più dimenticati e sfruttati”.
Così, “avvenne la rottura con la classe politica e in particolare con la cosiddetta sinistra elettorale e gli intellettuali che usufruiscono della sua vicinanza. Questo significava che l’Ezln avrebbe perso quasi tutti i simpatizzanti che ha avuto per 12 anni”, ha detto Marcos. Per questo, ha spiegato, “tre anni fa iniziammo a staccarci con prudenza e radicalità dalla classe politica, inclusa la sinistra parlamentare. Quando fummo pronti, lanciammo l’allerta rossa, facemmo l’ultima consultazione all’interno delle comunità per vedere se erano disposte a andare avanti. La maggioranza disse di sì, e incominciamo a trovare gente umile e semplice e forze politiche di sinistra che non credono che il capitalismo si possa umanizzare solo facendolo sparire”.
La Sesta presenta due problemi. Uno “che se parliamo col nostro modo indigeno suscitiamo simpatia, carità o pena, ma mai il riconoscimento come compagni. Dobbiamo trovare forze politiche e collettivi che imparino a vederci come diversi e come compagni. Qui si apre l’altro problema: in questa lotta gli unici che non tentennano sono i popoli indios”. Ha anticipato che gli altri settori durante il cammino potranno trovare “le poltrone che offrirà loro il sistema. Gli unici che non troveranno poltrone per sedersi sono i popoli indios, perché il loro progetto centrale di autonomia, libera determinazione, terra e territorio significa il colpo mortale al sistema capitalista, il crollo del suo fondamento, che è la proprietà privata e la logica del profitto”.
“Difficilmente potrete trovare nelle dichiarazioni di principio di forze radicali di sinistra che partecipano all’altra campagna una menzione ai popoli indios. A differenza dei popoli, che non combattono per incorporare questi ‘altri’, quelle forze ancora non ci vedono. Abbiamo detto loro che quando vinceremo, perché vinceremo, se continuerà irrisolta la questione, noi torneremo a ribellarci contro essi. L’impegno dell’Ezln, veniamo a dirlo qui nella casa del purépecha, è che non ci fermeremo fino a che non saranno riconosciuti i diritti e la cultura indigena”.
Ha invitato i presenti “a non finire fino a che non finiremo, a non tralasciare niente fino a che saremo riconosciuti come popoli indios. E vi invitiamo insieme a sfidare perfino chi dentro l’altra campagna o simulando posizioni progressiste, continua a vederci come oggetto di carità, di risata o simpatia”.
Concludendo la riunione, il subcomandante Marcos ha denunciato che la carovana è stata aggredita “da governo di Lázaro Cárdenas Batel. Quest’aggressione che paradossalmente avviene in uno stato governato dal Partito della rivoluzione democratica, che tanta speranza suscita negli intellettuali, è dei più gravi ricevuti dall’altra campagna”.
Sabato, intorno alle 22, "10 compagni e compagne aderenti dell’altra campagna delle organizzazioni Partito dei comunisti, Fronte popolare Francisco Villa indipendente, Collettivo radio pacheco, compagni della Casa dallo studente Efrén Capiz e compagni della comunità di Tingambato, e compagni della Casa dallo studente Carlo Marx, di Uruapan, hanno subito un’aggressione sulla strada Buenavista-Los Reyes da parte di tre pattuglie della Direzione Generale di pubblica sicurezza, con i numeri 00012, 00595 e 00596, composte da 15 elementi della polizia che sono stati obbligati a stendersi a terra e coperti di insulti.
Poi, sono stati avvicinati da poliziotti con uniformi della polizia statale e che hanno perquisito tutte le loro cose con il pretesto di detenzione di armi e che c’era una denuncia secondo cui stavano fermando la gente sulla strada per derubarla".
(Traduzione Comitato Chiapas “Maribel” – Bergamo)
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