La tredicesima stele. Seconda parte: una morte

Qualche giorno fa, l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale ha deciso la morte dei cosiddetti “Aguascalientes” di La Realidad, Oventik, La Garrucha, Morelia e Roberto Barrios. Tutti localizzati in territorio ribelle. La decisione di far sparire gli “Aguascalientes” è stata presa dopo un lungo processo di riflessione…

Il giorno 8 agosto del 1994, nella sessione della Convenzione Nazionale Democratica celebrata a Guadalupe Tepeyac, il Comandante Tacho, a nome del Comitato Clandestino Rivoluzionario Indigeno-Comando Generale dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale, inaugurò, di fronte a circa 6.000 persone provenienti da diverse parti del Messico e del mondo, il cosiddetto “Aguascalientes” e lo consegnò alla società civile nazionale ed internazionale.

Molti non hanno conosciuto quel primo “Aguascalientes”, sia perché non hanno potuto andarci, sia perché erano molto giovani all’epoca [se tu adesso hai 24 anni e vai per i 25, allora ne avevi 14 ed entravi nei 15], ma era un vascello formidabile. Incagliato nel fianco di una collina, la sua bianca e gigantesca velatura spirava per percorrere i 7 mari. Sul ponte ondeggiava feroce e provocatoria la bandiera col cranio e le tibie incrociate. Due gigantesche bandiere nazionali sventolavano ai lati, come ali. Aveva un sua biblioteca, infermeria, servizi sanitari, docce, musica diffusa [che alternava ossessivamente “el moño colorado” e “cartas marcadas” e, come raccontano, perfino un’area per attentati. La forma della struttura somigliava, come ho raccontato qualche volta, ad una gigantesca chiocciola e per questo la chiamavamo la “casa storta.”

La “casa storta” non era storta, aveva un rampa che a prima vista sembrava un errore architettonico ma che dall’alto permetteva di vedere la spirale formata dalla struttura. L’equipaggio della prima “Aguascalientes” era composto da individui e “individui” senza volto, evidenti trasgressori delle leggi marittime e terrestri, ed il loro capitano era il più leggiadro pirata che abbia mai solcato gli oceani: toppa sul buco dell’occhio destro mancante, barba nera con scintillii platinati, naso pronunciato, uncino in una mano e sciabola nell’altra, gamba di carne e gamba di legno, pistola nella cintura e pipa in bocca.
Il percorso per arrivare alla costruzione di quel primo “Aguascalientes” fu accidentato… e doloroso. E non mi riferisco alla sua realizzazione fisica [completata in tempo record e senza “spot” televisivi], ma alla sua costruzione concettuale. Mi spiego:

Noi, dopo esserci preparati per 10 anni ad uccidere e morire, maneggiare e sparare con armi di ogni tipo, fabbricare esplosivi, eseguire manovre militari strategiche e tattiche, alla fine, a fare la guerra dopo i primi giorni di combattimenti, ci siamo visti invadere da un vero esercito, primo di giornalisti, poi di uomini e donne delle più diverse provenienze sociali, culturali e nazionali. Fu dopo i “Dialoghi della Cattedrale”, nel febbraio-marzo del 1994. I giornalisti continuarono ad apparire ad intermittenza, ma quello che noi chiamiamo “la società civile”, per distinguerla dalla classe politica e per non classificarla in classi sociali, è stata costantemente presente.

Noi stavamo imparando e, mi immagino, quella società civile anche. Noi imparavamo ad ascoltare e a parlare, e così pure, immagino, la società civile. Immagino anche che l’apprendistato per noi fu meno arduo.

Dopo tutto, era quella l’origine fondamentale dell’EZLN: un gruppo di “illuminati” che arriva dalla città per “liberare” gli sfruttati e che, a confronto con la realtà delle comunità indigene, più che un gruppo di ³illuminati² sembrava un gruppo di faretti fusi. Quanto tempo ci mettiamo per renderci conto che dovevamo imparare ad ascoltare e, poi, a parlare? Non sono sicuro, trascorsero parecchie lune, ma io calcolo almeno due anni circa. Quindi, quella che nel 1984 era una guerriglia rivoluzionaria di tipo classico [sollevazione armata delle masse, presa del potere, instaurazione del socialismo dall’alto, molte statue e nomi di eroi e martiri ovunque, purghe, eccetera, alla fine, un mondo perfetto], nel 1986 era ormai un gruppo armato, fastidiosamente indigeno, che ascoltava con attenzione e balbettava le sue prime parole con un nuovo maestro: i popoli indio.

Credo di aver già raccontato diverse volte questa parte del processo di formazione, o “rifondazione”, dell’EZLN. Ma se ora lo ripeto non è per tediarvi con la nostalgia, bensì per tentare di spiegare come si arrivò all’edificazione del primo “Aguascalientes” e poi alla loro proliferazione nelle terre zapatiste, cioè, ribelli.

Con questo voglio dire che il principale atto fondante dell’EZLN è stato imparare ad ascoltare e a parlare. Credo che abbiamo imparato bene ed abbiamo avuto successo. Col nuovo strumento ottenuto grazie alla parola appresa, l’EZLN si è trasformato presto in un’organizzazione non solo di migliaia di combattenti, bensì chiaramente “fusa” con le comunità indigene.

Per dirla in breve, abbiamo smesso di essere “stranieri” e siamo diventati parte di quell’angolo dimenticato del paese e del mondo: le montagne del sudest messicano.

Arrivò un momento, non potrei precisare meglio quando, in cui non c’era più l’EZLN da una parte e le comunità da un’altra, ma tutti eravamo semplicemente zapatisti. Nel ricordare quel periodo sono necessariamente schematico. Ci sarà spero un’altra occasione ed un altro modo per dettagliare quel processo che, nella sua forma cruda, non fu esente da contraddizioni, retrocessioni e ricadute.

Il caso vuole che ci trovavamo così, ancora in fase di apprendimento [perché, credo, non si finisce mai di imparare], quando l’allora “neo apparso” Carlos Salinas de Gortari [allora presidente del Messico grazie ad una enorme frode elettorale] ebbe la “brillante” idea di fare le riforme che cancellavano il diritto dei contadini alla terra.

L’impatto sulle comunità zapatiste fu a dir poco, brutale. Per noi [si noti che non distinguo tra le comunità e l’EZLN] la terra non è una merce, ma ha connotazioni culturali, religiose e storiche che non è il caso di spiegare qui. Cosicché, ben presto, le nostre fila di regolari crebbero in maniera esponenziale.

Ma non solo, crebbe anche la miseria, e con lei la morte soprattutto di bambini al di sotto dei 5 anni. In base alla mia carica, dovevo allora tenere sotto controllo via radio centinaia di villaggi e non c’era giorno in cui qualcuno non riportava la morte di un bambino, di una bambina, di una madre. Come se fosse una guerra. Poi capimmo che, in effetti, era una guerra. Il modello neoliberale che Carlos Salinas de Gortari introdusse con cinismo e leggerezza, per noi fu un’autentica guerra di sterminio, un genocidio, perché venivano liquidati interi villaggi indios. Per questo motivo noi sappiamo di che cosa parliamo quando parliamo della “bomba neoliberale”.

Immagino [da qualche parte ci saranno studiosi seri che forniranno dati ed analisi precise] che questo succedeva in tutte le comunità indigene del Messico. Ma la differenza era che noi eravamo armati ed allenati per una guerra. Dice Mario Benedetti, in un poema, che non si può fare sempre quello che si vuole, ma si ha il diritto di non fare quello che non si vuole. E nel nostro caso, non volevamo morire… o piuttosto, non volevamo morire così.

Già prima, in alcune occasioni, ho parlato dell’importanza che ha per noi la memoria. Di conseguenza, la morte per oblio era [ed è] per noi la peggiore delle morti. Io so che suonerà apocalittico e che più di uno cercherà qualche accenno martiriologico in quello che dico, ma, per metterlo in termini chiari, ci trovavamo allora davanti ad una scelta, ma non tra la vita o la morte, bensì tra un tipo di morte ed un altro. La decisione collettiva ed approvata da ognuno di noi, decine di migliaia di zapatisti, è già storia ed ha originato quella luce che fu l’alba del primo gennaio del 1994.

Mmh. Mi sembra che sto sviando perché ora si tratta è di informarvi che abbiamo deciso di far morire gli “Aguascalientes” zapatisti. E non solo di informarvi, ma anche di tentare di spiegare il perché. Quindi, siate generosi e continuate a leggere.

Accerchiati, uscimmo quell’alba del 1994 con due sole certezze: una era che ci avrebbero fatto a pezzi; l’altra che l’azione avrebbe attratto l’attenzione di persone buone su un crimine che, non perché taciuto e tenuto lontano dai mezzi di comunicazione, era meno sanguinoso: il genocidio di migliaia di famiglie di indigeni messicani. Così come lo sto dicendo può sembrare che avevamo [o abbiamo] la vocazione al martirio ed a sacrificarci per gli altri.

Mentirei se dicessi di sì. Perché benché, considerando freddamente le cose, non avessimo nessuna possibilità a livello militare, il nostro cuore non pensava alla morte, bensì alla vita e, dato che eravamo [e siamo] zapatisti, quindi, il dubbio è dentro di noi, pensammo che potevamo sbagliarci sul fatto che ci avrebbero fatto a pezzi, che forse il popolo di tutto il Messico si sarebbe sollevato. Ma il nostro dubbio, devo essere sincero, non era così grande da farci supporre che sarebbe accaduto quello che è successo poi in realtà.

E quello che accadde fu esattamente ciò che diede origine al primo “Aguascalientes” e poi a quelli che seguirono. Credo non sia necessario ripetere quello che accadde. Sono quasi sicuro [e non lo sono quasi su niente] che chi sta leggendo queste righe ha avuto poco o molto a che fare con quanto è accaduto.

Quindi fate un sforzo e mettetevi al nostro posto: anni interi a prepararci a sparare con un’arma e finisce che quello che si deve sparare sono solo parole. E’ proprio così, ed ora che leggo quello che ho appena scritto sembra che fu quasi naturale, come un sillogismo di quelli che insegnano alla scuola preparatoria. Tuttavia allora, credetemi, non fu per niente facile. Combattemmo molto… e continuiamo a farlo. Ma un guerriero non dimentica quello che impara e, come ho spiegato prima, noi abbiamo imparato ad ascoltare e a parlare. Cosicché la storia, come ha detto non so chi, stanca di camminare si ripeteva, e ci trovavamo nuovo all’inizio, cioè, ad imparare.

Ed abbiamo imparato, per esempio, che eravamo diversi e che c’erano molti diversi da noi, ma anche diversi tra loro stessi. Cioè, quasi immediatamente dopo le bombe “non erano bombe, ma razzi” si affrettarono a chiarire allora gli intellettuali di regime che criticavano la stampa che parlava di " bombardamenti sulle comunità indigene"] ci cadde addosso una tale pluralità che non poche volte abbiamo pensato se non fosse stato meglio che c’avessero fatto a pezzi.

Un combattente lo definì, in termini molto zapatisti, nell’aprile di quel 1994. Venne a riportarmi dell’arrivo di una carovana della società civile. Gli domandai quanti fossero [bisognava sistemarli da qualche parte] e chi fossero [non si chiedeva il nome di ognuno, ma a quale organizzazione o gruppo appartenessero]. L’insurgente valutò dapprima la domanda e poi la risposta che avrebbe dato. Questo richiede normalmente un po’ di tempo e così mi accesi la pipa. Dopo la valutazione il compagno disse. “Son un chingo y son un desmadre”, “Sono un mucchio ed un casino”.

Credo inutile dilungarmi nell’universo quantitativo che abbraccia il concetto scientifico di “un chingo”, ma con “desmadre” l’insurgente non esprimeva riprovazione o qualificazione dello stato d’animo di chi veniva, ma definiva la composizione del gruppo. “Come un casino?², gli domandai. "Sì”, rispose, “c’è di tutto, è… è un casino”, e concluse affermando che non esisteva concetto scientifico alcuno che definisse meglio la pluralità che era venuta all’assalto in territorio ribelle. L’assalto si ripetè più volte. A volte erano, in effetti, un chingo, un mucchio. Altre volte erano due o più chingos. Ma fu sempre, per usare il neologismo usato dall’insurgente “un desmadre², un casino”.

Intuimmo allora che non c’era altro modo che imparare e che quell’apprendistato doveva essere esteso a quanti più possibile. Quindi pensammo ad una specie di scuola dove noi saremmo stati gli alunni e il ³desmadre² il maestro. Eravamo già nel giugno del 1994 [cioè, non siamo molto svelti a renderci conto che dobbiamo imparare] e stavamo per rendere pubblica la famosa “II Dichiarazione della Selva Lacandona” che invitava a formare la" Convenzione Nazionale Democratica" [CND].

La storia della CND è materia di un’altra relazione e la cito solo per ubicarvi nel tempo e nello spazio. Spazio. Sì, questo era una parte del problema del nostro apprendistato. Cioè, avevamo bisogno di un spazio per imparare ad ascoltare e a parlare con quella pluralità che chiamiamo “società civile”.

Decidemmo allora di costruire lo spazio e chiamarlo “Aguascalientes” visto che sarebbe stata la sede della Convenzione Nazionale Democratica [ricordando la Convenzione delle forze rivoluzionarie messicane nella seconda decade del XX° secolo]. Ma l’idea del “Aguascalientes” andava oltre. Noi volevamo un spazio per il dialogo con la società civile. E “Dialogo” vuole dire anche imparare ad ascoltare l’altro ed imparare a parlargli.

Tuttavia, lo spazio “Aguascalientes” era nato legato ad un’iniziativa politica congiunturale e molti pensarono che, esaurita quell’iniziativa, “l’Aguascalientes” avrebbe perso senso. Pochi, molto pochi ritornarono al “Aguascalientes” di Guadalupe Tepeyac. Poi ci fu il tradimento Zedillista del 9 febbraio 1995 e “l’Aguascalientes” fu distrutto quasi totalmente dall’esercito federale. Lì fu costruito addirittura un quartiere militare.

Ma se c’è qualcosa che caratterizza agli zapatisti, questa è la tenacia “sarà la stupidità”, penseranno molti]. Cosicché non era passato neanche un anno quando nuovi “Aguascalientes” sorgevano in diversi punti del territorio ribelle: Oventik, La Realidad, La Garrucha, Roberto Barrios, Morelia. Allora sì, gli “Aguascalientes” furono quello che dovevano essere: spazi per l’incontro e il dialogo con la società civile nazionale ed internazionale. Oltre ad essere sedi di grandi iniziative ed incontri in date memorabili, quotidianamente erano il posto in cui si incontravano “società civili” e zapatisti.

E non solo. Altri “Aguascalientes” sorsero in altri punti dal territorio nazionale [così su due piedi ricordo quello della “Casa del Lago” fondato dalla CLETA e, più recentemente, il cosiddetto “ojo de Agua” nella Città Universitaria, nella UNAM,–entrambi a Città del Messico–] e nel mondo [quello di Madrid, Spagna, il più recente]. Le persone che hanno costruito e mantenuto in funzione questi spazi non devono essere molto contenti di leggere che ora gli zapatisti hanno decretato la morte degli “Aguascalientes.” Ma fanno male ad arrabbiarsi, perché con gli zapatisti non ci sono morti sterili.

Vi dicevo che noi abbiamo tentato di imparare dai nostri incontri con la società civile nazionale ed internazionale. Ma speriamo che anche lei abbia imparato. Il movimento zapatista sorge, tra le altre cose, per la domanda di rispetto. E non sempre abbiamo ricevuto rispetto. Non è che ci hanno insultato. O almeno non con quell’intenzione. Ma per noi la compassione è un affronto e l’elemosina uno schiaffo. Perché, parallelamente alla nascita ed al funzionamento di quegli spazi di incontro che sono stati gli “Aguascalientes”, in alcuni settori della società civile si è mantenuta quello che noi chiamiamo “la sindrome di cenerentola”.

Dal baule dei ricordi prendo una lettera che scrissi più di 9 anni che dice: “Non vi rimproveriamo niente [a quelli della società civile che arrivano nelle comunità], sappiamo che rischiate molto per venire a vederci e portare aiuto ai civili. Quello che ci fa male non è quello di cui manchiamo, ma è vedere in altri quello che altri non vedono, la stessa mancanza di libertà e democrazia, la stessa mancanza di giustizia. […] Di ciò di cui la nostra gente ha tratto beneficio in questa guerra, conservo un esempio di "aiuto umanitaria” per gli indigeni chiapanechi, arrivato alcune settimane fa: una scarpa con tacco a spillo di colore rosa, di importazione, numero 6 e 1/2… senza il suo paio. La porto sempre nel mio zaino per ricordare a me stesso, tra interviste, reportage fotografici e presunte attrattive sessuali, quello che noi siamo per il paese dopo il primo di gennaio: una cenerentola. […] Questa brava gente che, sinceramente, ci manda una scarpa rosa con il tacco a spillo numero 6 e ½, di importazione, senza il suo paio… pensa che, poveri come siamo, accettiamo qualunque cosa, carità ed elemosina. Come dire a tutta questa brava gente che non vogliamo più continuare a vivere la vergogna del Messico? In quella parte che si deve truccare affinché non imbruttisca tutto il resto. No, non vogliamo più continuare a vivere così".

Questo accadeva nell’aprile del 1994. Allora pensavamo che era una questione di tempo e che la gente avrebbe capito che gli indigeni zapatisti erano dignitosi e che non cercavano elemosine ma rispetto. L’Altra scarpa rosa non è mai arrivata ed il paio continua ad essere incompleto e negli “Aguascalientes” si ammucchiano calcolatrici che non servono, medicine scadute, vestiti stravaganti [per noi] inadatti perfino per commedie teatrali “gusti” dicono qua] e, sì, scarpe senza il loro paio. E continuano ad arrivare cose così, come se quella gente dicesse “poverini, hanno molto bisogno, sicuro che gli serve qualunque cosa e a me questo dà solo fastidio”.

Non solo, c’è un’elemosina più sofisticata. È quella che praticano alcune ONG ed organismi internazionali. Consiste, grosso modo, in che loro decidono che cosa è quello di cui hanno bisogno le comunità e, senza almeno consultarli, impongono non solo determinati progetti, ma anche i tempi ed i modi della loro realizzazione. Immaginate la disperazione di una comunità che ha bisogno di acqua potabile ed in cui introducono una biblioteca, quella che chiede una scuola per i bambini e gli forniscono un corso di erborista.

Alcuni mesi fa, un intellettuale di sinistra scriveva che la società civile doveva mobilitarsi per il compimento degli Accordi di San Andrés perché le comunità indigene zapatiste stavano soffrendo molto [attenzione: non perché fosse un fatto di giustizia per i popoli indio del Messico, bensì perché gli zapatisti non soffrisse più privazioni].

Un momento. Se le comunità zapatiste volessero, avrebbero il migliore livello di vita dell’America Latina.

Immaginate quanto non sarebbe disposto ad investire il governo per ottenere la nostra resa e scattare molte foto e fare molti “spot” in cui Fox o Martita si autopromuovono mentre il paese gli si disfa in mano. Quanto non avrebbe dato il “neo apparso” Carlos Salinas de Gortari per completare il suo mandato, non con l’accusa di omicidio di Colosio e di Ruíz Massieu, ma con la foto dei ribelli zapatisti che firmano la pace ed il Sup che consegna la sua arma [quella che Dio gli ha dato?] a chi ha gettato in rovina milioni di Messicani? Quanto non avrebbe offerto Zedillo per coprire la crisi economica nella quale è affondato il paese, con l’immagine della sua entrata trionfale a La Realidad? Quanto non sarebbe stato disposto a dare il “croquetas” Albores per far accettare agli zapatisti la falsa “rimunicipalizzazione” imposta durante la tragicommedia del suo mandato?

No. Gli zapatisti hanno ricevuto molte offerte per comprare la loro coscienza, tuttavia si mantengono in resistenza, facendo della loro povertà [per chi impara a vedere], una lezione di dignità e di generosità.

Perché noi zapatisti diciamo “per tutti tutto, niente per noi” e se lo diciamo è perché lo viviamo. Il riconoscimento costituzionale dei diritti e la cultura indigena e il miglioramento delle condizioni di vita, è per tutti i paesi indios del Messico, non solo per gli indigeni zapatisti. La democrazia, la libertà e la giustizia alle quali aspiriamo sono per tutti i messicani, non solo per noi.

Con non poche persone abbiamo insistito nell’affermare che la resistenza delle comunità zapatiste non è per suscitare pena, bensì rispetto. Qui, ora, la povertà è un arma che è stata scelta dai nostri villaggi per due cose: per evidenziare che non è assistenzialismo quello che cerchiamo e per dimostrare, con l’esempio, che è possibile governare ed arrangiarsi senza il parassita che si chiama governante. Ma nemmeno il tema della resistenza come forma di lotta è l’obiettivo di questo testo.

L’appoggio che chiediamo è per la costruzione di una piccola parte di quel mondo dove stanno tutti i mondi. È, dunque, un appoggio politico, non un’elemosina.

Parte dell’autonomia indigena [di cui parla, certamente, la cosiddetta “Legge Cocopa” è la capacità di autogovernarsi, cioè, di guidare lo sviluppo armonico di un gruppo sociale. Le comunità zapatiste si ostinano in questo sforzo ed hanno dimostrato, non poche volte, che possono farlo meglio di chi si dice governo. L’appoggio alle comunità indigene non dovesse essere visto come l’aiuto ad invalidi mentali che non sanno nemmeno di cosa hanno bisogno [e per questo bisogna dirgli quello che devono ricevere] o a bambini cui bisogna dire che cosa devono mangiare, a che ora e come, che cosa devono imparare, che cosa devono dire e che cosa devono pensare [anche se dubito che ci siano ancora bambini che accettino questo]. E questo è il ragionamento di alcune ONG e di buona parte degli organismi finanziatori di progetti comunitari.

Le comunità zapatiste sono responsabili dei progetti [non sono poche le ONG che possono testimoniarlo], li avviano, li fanno produrre e migliorano così la collettività, non gli individui. Chi appoggia una o varie comunità zapatiste, sta appoggiando non solo il miglioramento della situazione materiale di una collettività, sta appoggiando un progetto molto più semplice ma più pregnante: la costruzione di un mondo nuovo, dove stanno molti mondi, dove le elemosine e la pena per l’altro si trovano solo nei romanzi di fantascienza… o in un passato che si deve dimenticare e prescindibile.

Con la morte degli “Aguascalientes”, muoiono anche la “sindrome di cenerentola” di alcune “società civili” e il paternalismo di alcune ONG nazionali ed internazionali. Almeno muoiono per le comunità zapatiste che d’ora in poi non riceveranno più gli avanzi, né permetteranno l’imposizione di progetti.
Per tutto questo e per altre cose che vedremo in seguito, il prossimo 8 agosto 2003, anniversario del primo “Aguascalientes”, si decreterà “la bella morte” degli “Aguascalientes.” La festa [perché ci sono morti che bisogna festeggiare], si terrà ad Oventik e sono invitati tutti quelli e quelle che in questi dieci anni hanno appoggiato le comunità ribelli, sia con progetti, sia negli accampamenti di pace, sia con carovane, sia con l’ascolto attento, sia con la parola compagna, con quello che sia, sempre che non sia con la compassione e l’elemosina.

Il giorno 9 agosto 2003 nascerà qualcosa di nuovo. Ma di questo parlerò domani. O più tardi, perché adesso qui è prima mattina nelle montagne del sudest messicano, angolo degno della patria, terra ribelle, tana di trasgressori della legge [incluso quella di gravità] e pezzetto del gran puzzle mondiale della disobbedienza per l’umanità e contro il neoliberalismo.

[Continua…]

Dalle montagne del Sudest Messicano
Subcomandante Insurgente Marcos

Messico, luglio 2003

[Traduzione Comitato Chiapas “Maribel”, Bergamo]

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