Piove. Normalmente piove in luglio, il settimo mese dell’anno. Sto tremando vicino al fuoco rigirandomi su me stesso come un pollo in rosticceria, per vedere se così mi asciugo un po’. La riunione con i comitati è finita molto tardi, all’alba, e noi siamo accampati a buona distanza dal luogo della riunione.
Non pioveva quando siamo partiti ma, come se stesse aspettandoci, si è scatenato acquazzone tremendo proprio mentre ci trovavamo a metà della strada, in pratica, alla stessa distanza che proseguire o tornare indietro. Gli insurgentes sono andati nelle rispettive capanne a cambiarsi l’uniforme bagnata. Io no, e non per coraggio, ma per stupidità perché per alleggerire il peso dello zaino non mi sono portato indumenti di ricambio. Quindi, adesso faccio il “pollo alla Sinaloa”. E inutilmente per giunta, perché per qualche ragione che non riesco a comprendere, il mio berretto sembra spugna che assorbe l’acqua quando piove e si spreme solo al coperto. Per cui, dentro la capanna dove c’è il mio fuoco ho la mia pioggia personale. Questi assurdi non mi meravigliano. Dopo tutto siamo in terre zapatiste e qui l’assurdo è frequente quanto la pioggia, soprattutto nel settimo mese dell’anno. Ho gettato molta legna sul fuoco, e non in senso figurato, e ora le fiamme minacciano di bruciare il soffitto. “Non c’è limite al peggio”, mi dico ricordando uno dei proverbi di Durito, ed è meglio uscire.
Fuori oramai non piove dall’alto ma sotto il mio berretto è un diluvio. Io sto tentando di accendere la pipa rivolta verso il basso quando arriva il Maggiore Rolando. Nel vedermi così si blocca. Rivolge gli occhi al cielo [che a queste altezze è completamente sereno e con una luna che sembra un sole di mezzanotte]. Mi guarda di nuovo. Io comprendo il suo sconcerto e dico: “È il berretto”. Rolando dice “Mmh”, che significa qualcosa come “Ah”. Sono arrivati altri insurgentes e insurgentas e, ovviamente, una chitarra [quella sì, ben asciutta] e si mettono a cantare. Il Rolando ed un altro iniziamo a duettare “La Chancla” davanti ad un pubblico sconcertato perché qui la “hit parade” comprende le cumbias, i corrido e le canzoni del nord.
Visto il mio fallito lancio come cantante, mi sono ritirato in un angolo ed ho seguito il saggio consiglio del Monarca che, come Rolando, mi ha guardato, ha sollevato gli occhi al cielo, è tornato a guardarmi e ha detto soltanto: “Sup, togliti il berretto”. L’ho tolto ed ovviamente la pioggia privata si è interrotta. Il Monarca ha raggiunto gli altri. Ho detto al Capitano José Luis [la mia guardia del corpo] di andare a riposare. Il Capitano è andato via ma non a riposare, bensì ad unirsi al gruppo che canta.
Mi sono così ritrovato solo. Tremavo ancora ma ormai senza la pioggia su di me. Ho ritentato di accendere la pipa, questa volta nel verso giusto, ma l’accendino si era bagnato e non produceva nemmeno una scintilla. Ho mormorato: “porca miseria, nemmeno la pipa riesco ad accendere, certamente il mio sex appeal se ne andrà in malora”. Stavo cercando nelle tasche dei pantaloni, che non sono poche, non un esemplare tascabile del “kamasutra”, ma un accendino asciutto, quando una fiamma si è accesa molto vicino a me.
Ho riconosciuto il volto del Vecchio Antonio dietro la luce, ho avvicinato la pipa al fiammifero acceso ed espirando una boccata ho detto al Vecchio Antonio: “Fa freddo”.
“Già”, ha risposto, e con un altro fiammifero ha acceso la sua sigaretta di foglie di mais. Alla luce del fiammifero, il Vecchio Antonio mi ha guardato, poi ha rivolto gli occhi al cielo, mi ha guardato di nuovo ma non ha detto niente. Io nemmeno, sicuro che il Vecchio Antonio è abituato, come me, agli assurdi che popolano le montagne del sudest messicano. Un vento improvviso ha spento la fiamma e siamo rimasti solo con la luce di una luna come una scure intaccata dall’uso e il fumo che rigava l’oscurità. Ci siamo seduti sul tronco di un albero caduto. Credo che siamo stati un momento in silenzio, non molto mi ricordo, ma il fatto è che, senza nemmeno rendermi, il Vecchio Antonio stava già raccontando….
LA STORIA DEL SOSTENITORE DEL CIELO
"Secondo i nostri antenati, bisogna sostenere il cielo affinché non cada. Cioè, il cielo non è solido, ma ogni tanto si indebolisce e sviene e si lascia cadere così come cadono le foglie dagli alberi e allora arrivano solo calamità perché il male si abbatte sul campo di mais e la pioggia lo rovina tutto e il sole punisce la terra ed è la guerra che comanda ed è la menzogna che vince ed è la morte che cammina ed è il dolore che pensa.
I nostri antenati affermavano che accadeva così perché gli dei che fecero il mondo, il primo, ci misero così tanto impegno nel farlo che, dopo avere finito, non avevano più la forza per fare il cielo, cioè il soffitto della nostra casa, e misero solo quello che capitò e da allora il cielo è sistemato sulla terra come un soffitto di quelli di plastica. Per cui il cielo non è stabile, ma a volte è come se si afflosciasse. E devi sapere che quando succede questo, si crea disordine tra venti e acque, il fuoco si inquieta e la terra si alza e cammina senza trovare sostegno.
Per questo motivo quelli che arrivarono prima di noi dicevano che, dipinti di colori differenti, quattro dei ritornarono nel mondo e, diventando giganti, si misero ai quattro angoli del mondo per fissarlo al cielo perché non cadesse e si acquietasse e appianasse, affinché senza pena lo percorressero il sole e la luna e le stelle ed i sogni.
Ma, raccontano anche quelli che fecero i primi passi in queste terre, che a volte ad uno o a più sostenitori del cielo, quando sognano e si addormentano o quando sono distrattisi da qualche nuvola, non tendono bene il tetto del mondo, cioè il cielo, ed allora il cielo cioè il tetto del mondo si affloscia ed è come se volesse cadere sulla terra, e il sole e la luna non hanno più il loro pianeggiante cammino e così le stelle.
Così accadde al principio, per questo i primi dei, quelli che crearono il mondo, incaricarono uno dei sostenitori del cielo di essere sempre a disposizione per controllare il cielo e vedere quando incomincia ad afflosciarsi, allora questo sostenitore deve svegliare gli altri sostenitori perché tengano teso il loro lato e le cose si risistemino.
Questo sostenitore non dorme mai, deve essere sempre vigile e a disposizione per svegliare gli altri quando il male cade sulla terra. E dicono i più antichi nel passo e la parola, che questo sostenitore del cielo porta appesa al petto una chiocciola con cui ascolta i rumori e i silenzi del mondo per vedere se tutto è a posto, e con la chiocciola chiama agli altri sostenitori affinché non si addormentino o perché si sveglino.
E dicono quelli che furono i primi, che per non addormentarsi, questo sostenitore del cielo va e viene dentro il suo stesso cuore, per le strade che porta nel petto, e quegli antichi insegnanti dicono che questo sostenitore insegnò agli uomini e alle donne la parola e la sua scrittura perché, dicono, finché la parola percorre il mondo è possibile che il male si calmi e il mondo sia a posto, così dicono.
Per questo motivo la parola di chi non dorme, di chi è attento al male ed alle sue malvagità, non cammina dritto da uno all’altro lato, ma cammina verso sé stesso, seguendo le linee del cuore, e verso l’esterno, seguendo le linee della ragione, e dicono i primi saggi che il cuore degli uomini e delle donne ha la forma di una chiocciola e coloro che hanno buon cuore ed il cui pensiero camminano da uno all’altro lato, svegliano gli dei e gli uomini perché stiano attenti che il mondo sia a posto. Per questo motivo chi veglia quando gli altri dormono usa una sua chiocciola, e la usa per molte cose, ma soprattutto per “non dimenticare”.
Con le ultime parole, il Vecchio Antonio ha preso un bastoncino ed ha disegnato qualcosa in terra. Il Vecchio Antonio va via ed anche io me ne vado. Ad oriente il sole si affaccia all’orizzonte, si affaccia solamente come per controllare se chi veglia non si è addormentato e se c’è qualcuno attento a che il mondo torni ad essere a posto.
Sono ritornato in quel posto all’ora del pozol, quando il sole aveva già asciugato la terra e il mio berretto. A un lato del tronco caduto, in terra, ho visto il disegno che aveva fatto il Vecchio Antonio. Era una decisa spirale, era una chiocciola.
Il sole stava a metà della sua strada quando sono tornato alla riunione con i comitati. Decisa all’alba precedente la morte degli “Aguascalientes”, si era decisa ora la nascita delle “Chiocciole” con altre funzioni, oltre a quelle che già avevano gli agonizzanti “Aguascalientes”.
Le “Chiocciole” saranno delle porte per entrare nelle comunità e perché le comunità vi escano; come finestre per guardare dentro e vedere fuori; come corni per lanciare lontano la nostra parola e per ascoltare quella che viene da lontano. Ma soprattutto, per ricordarci che dobbiamo vegliare ed essere attenti alla correttezza dei mondi che popolano il mondo.
I comitati di ogni zona si sono riuniti per dare il nome alla propria chiocciola. Saranno ore di proposte, discussioni su traduzioni, risate, arrabbiature e votazioni. So che ci vorrà tempo, quindi mi ritiro e dico loro che mi avvisino quando avranno raggiunto l’accordo.
Nel quartiere mangiamo e, durante la conversazione, il Monarca dice che ha trovato una pozza d’acqua molto bella, “bien chingona”, per lavarsi e non so cosa. Il fatto è che Rolando, che non si lava per niente, si entusiasma e dice “Andiamo”.
Io ho ascoltato con scetticismo [non sarebbe la prima volta che il Monarca se ne esce con una delle sue], ma bisogna in ogni modo aspettare che i comitati si mettano di accordo, quindi anche io dico “Andiamo”. José Luis ci raggiunge più tardi perché non ha mangiato, quindi usciamo in tre, cioè il Rolando, il Monarca ed io. Attraversiamo un campo e non siamo arrivati. Attraversiamo un campo di mais e non siamo arrivati. Ho detto a Rolando: “Credo che arriveremo quando la guerra sarà già finita”. Il Monarca risponde che “sta qui”.
Finalmente arriviamo. La pozza si trova nel guado del fiume che attraversa l’allevamento e, di conseguenza, è fangosa e circondata di merda di vacche e cavalli. Rolando ed io protestiamo all’unisono. Il Monarca si difende: “Ieri non era così”. Io dico: “Inoltre fa freddo, io credo che non mi laverò”. Rolando che durante il tragitto ha perso l’entusiasmo, ricorda che la sporcizia, come dice il Piporro, protegge contro le pallottole e si unisce dicendo “Nemmeno io”. Il Monarca allora se ne esce con un discorso sul dovere e non so che e che “non importano le privazioni e i sacrifici”. Io gli dico che cosa ha a che fare il dovere con la sua miserabile pozzanghera e lui allora ci frega dicendoci: “Allora voi vi tirate indietro”.
Non l’avevo detto. Rolando digrigna i denti come un cinghiale furioso mentre si toglie i vestiti ed io mordo la pipa e mi svesto fino a rivelare totalmente “l’altra metà della filiazione”. Entriamo nell’acqua più per orgoglio che per piacere. Ci laviamo ma il fango ci lascia dei capelli che farebbero l’invidia del punk più radicale. Arriva anche José Luis che dice: “che acqua sporca”. Rolando ed io gli diciamo in stereo: “Ah, ti tiri indietro”. Così, anche José Luis è entrato nella pozza fangosa. Uscendo ci siamo accorti che nessuno aveva portato qualche cosa per asciugarci. Rolando dice: “Ci asciugheremo con il vento”, quindi ci siamo infilati solo gli stivali e le pistole e ci siamo messi sulla strada del ritorno con indosso solo gli stivali e con le nostre miserie al vento, asciugandoci al sole.
All’improvviso José Luis che era in avanguardia, allerta tutti: “arriva gente”. Ci mettiamo i passamontagna e proseguiamo. Era un gruppo di compagne che andavano a lavare il bucato al fiume. Ovviamente hanno riso a crepapelle ed hanno detto qualche cosa nella loro lingua. Ho chiesto a Monarca se aveva capito quello che dicevano e mi ha detto che hanno esclamato: “Quello è il Sup”. Mmh… io dico che mi hanno riconosciuto dalla pipa, perché, credetemi, non ho dato motivo perché mi riconoscano per “l’altra” mezza filiazione.
Prima di arrivare al quartiere ci vestiamo, anche se siamo ancora bagnati, per non inquietare le insurgentas. Ci avvisano che i comitati hanno finito. Ogni chiocciola ha già un suo nome.
La Chiocciola di la Realidad, di zapatisti tojolabales, tzeltales e mames, se chiamerà “MADRE DE LOS CARACOLES DEL MAR DE NUESTROS SUEÑOS”, cioè “S-NAN XOCH BAJ PAMAN JA TEZ WAYCHIMEL KU”UNTIC" [Madre delle chiocciole del mare dei nostri sogni].
La Chiocciola di Morelia, di zapatisti tzeltales, tzotziles e tojolabales, se chiamerà “TORBELLINO DE NUESTRAS PALABRAS”, cioè "MUC"UL PUY ZUTU"IK JU"UN JC"OPTIC". [Vortice delle nostre parole]
La Chiocciola di la Garrucha, di zapatistis tzeltales, si chiamerà “RESISTENCIA HACIA UN NUEVO AMANECER”, cioè “TE PUY TAS MALIYEL YAS PAS YACH”IL SACÁL QUINAL" [Resistenza verso un nuovo giorno].
La Chiocciola di Roberto Barrios, di zapatisti choles, zoques e tzeltales, si chiamerà “EL CARACOL QUE HABLA PARA TODOS”, cioè “TE PUY YAX SCO”PJ YU"UN PISILTIC" [in tzeltal], e “PUY MUITIT”AN CHA “AN TI LAK PEJTEL” [in chol] – [La chiocciola che parla per tutti].
La Chiocciola di Oventik, di tzotziles e tzeltales, si chiamerà “RESISTENCIA Y REBELDÍA POR LA HUMANIDAD”, cioè “TA TZIKEL VOCOLIL XCHIUC JTOYBAILTIC SVENTA SLEKILAL SJUNUL BALUMIL” [Resistenza e ribellione per l’umanità].
Quel pomeriggio non ha piovuto ed il sole è potuto arrivare senza problemi percorrendo un cielo piano, fino alla casa che ha dietro la montagna. Poi è spuntata la luna e, benché sembri incredibile, l’alba ha intiepidito le montagne del sudest messicano.
[Continua…]
Dalle montagne del Sudest Messicano.
Subcomandante Insurgente Marcos
Messico, luglio 2003
[Traduzione Comitato Chiapas “Maribel”, Bergamo]






