"A volte ci vogliono più di 500 anni"

“Quando una cosa ci mette più di sei mesi, o è una gravidanza o non vale la pena.”
Così mi disse il Sup. Io lo guardai per capire se stava scherzando o se parlava sul serio. Perché certe volte il Sup pare che va in corto circuito, cioè prende in giro i cittadini ma alla nostra maniera, oppure prende in giro noi ma alla maniera dei cittadini. Insomma, è come se sbagliasse sintonia. Anche se non sembra fregargliene granché. Lui se la ride.

Invece no, quella volta non era così. Il Sup non scherzava. Bastava vedere il suo sguardo serio, fisso sulla pipa mentre l’accendeva. Guardava la pipa come se si aspettasse di sentirsi dare ragione da lei, anziché da me.

Lui mi aveva detto che voleva mandarmi in città, che dovevo fare dei lavori per la nostra lotta, che prima dovevo passare un po’ di tempo in città per prenderci la mano e poi potevo essere pronto per quei lavori. A quel punto gli chiesi quanto tempo mi ci voleva per abituarmi all’andazzo della città e lui mi rispose sei mesi, e io chiesi se sei mesi erano sufficienti e il Sup allora disse quello che disse.

Il Sup me lo disse dopo aver parlato a lungo con un certo Pepe Carvalho che era venuto a La Realidad, portando un messaggio di don Manolo Vázquez Montalbán che voleva incontrare il Sup. Be’, così mi disse Max, che lo aveva ricevuto. Ebbi modo di conoscerlo bene, don Manolo. Sono passati tanti giorni da quando venne a intervistare il Sup. Portò un mucchio di butifarra, cioè di carni salate, nello zaino. Io non sapevo cos’era questa butifarra, ma quando andai a prenderlo con il cavallo, vidi don Manolo circondato dai cani. Gli chiesi se aveva della carne nello zaino e lui rispose “è pieno di butifarra, ma per il Subcomandante Insurgente Marcos”, disse proprio così. Da questo capii che aveva molto rispetto per il Sup, perché in quel modo lo chiamano solo i cittadini che lo rispettano e gli vogliono bene. Così venni a sapere cosa era la butifarra, perché gli avevo chiesto se c’era carne nel suo zaino e lui aveva risposto che c’era della butifarra, quindi la butifarra è un modo di conservare la carne nel paese di don Manolo.

A don Manolo non piaceva sentirsi chiamare Manolo, preferiva Manuel. Questo me lo disse mentre andavamo verso il comando. Ci mettemmo un sacco ad arrivare. Primo perché don Manolo non sapeva niente di cavalli e ci mise un bel po’ a montare in sella. E poi perché gli toccò un cavallo che faceva le bizze e siccome lui non sapeva come farsi obbedire, il cavallo tirava verso la stalla anziché seguire il sentiero principale. Con tutto il tempo perso per mettere i cavalli sulla strada giusta io e don Manolo potemmo parlare, e mi sa che diventammo abbastanza amici. Così venni a sapere che non gli piaceva essere chiamato Manolo, però quando uno mi dice cosa non devo fare mi viene voglia di farlo ancora di più. Non è per cattiveria, è che mi sa che sono fatto così, cioè a modo mio, cioè bastian contrario. Ecco perché il Sup mi chiama Elías Contreras, anche se non mi chiamo così. Elías è il nome di battaglia, e Contreras me lo ha appioppato il Sup dicendo che io avevo bisogno anche del cognome di battaglia, e visto che vado sempre contro qualcosa o sono contrario a qualcos’altro, secondo lui il cognome Contreras mi stava bene.

Questo mi è successo un bel po’ di tempo prima di andare a Guadalajara per recuperare un messaggio nei bagni pubblici della Mutualista, e di conoscere il cinese Fuang Chu. E anche molto prima di incontrare quello della commissione d’indagine che si chiama Belascoarán, davanti al Monumento alla Rivoluzione, lassù a Città del Messico. Io dico commissione d’indagine, ma Belascoarán dice “detective”. Nelle nostre terre zapatiste non ci sono “detective”, ci sono “commissioni d’indagine”. Belascoarán dice che a Città del Messico non ci sono “commissioni d’indagine”, ci sono “detective”. Io dico che ognuno fa a modo suo. Ma come ripeto, tutto questo fu molto dopo che il Sup mi disse della faccenda dei sei mesi. E dopo ancora incontrai la Magdalena a Città del Messico. Ah, Magdalena! Ma di questo parlerò più avanti… o magari non ne parlo proprio perché certe ferite non si rimarginano neanche se provi a parlarne. Anzi, le mie sanguinano quando le ricopro di parole.

Comunque, un bel po’ di tempo prima che il Sup mi dicesse dei sei mesi, io avevo già indagato su alcune cose che succedevano nei municipi autonomi zapatisti. Si dice “casi”, non “cose”, mi disse poi Belascoarán, che mi stava sempre addosso perché secondo lui parlavo in modo strano e, quando gli girava, si metteva a correggermi. Ma io, anziché dargli retta, parlavo ancora peggio. Contreras, ve l’ho detto. Uno di quei “casi” fu quello che adesso dà il titolo a questo capitolo di questo romanzo che, come vedrete, è molto strano pure lui.

Ma lasciatemi raccontare un po’ chi ero io. Sì, ero. Perché adesso sono defunto. Ero miliziano quando insorgemmo nel 1994 e combattei con le truppe del Primo Reggimento di Fanteria Zapatista, al comando del Sup Pedro, nella presa di Las Margaritas. Adesso avrei sessantun anni ma non li ho perché sono già morto. Insomma, defunto. Il Sup Marcos lo conobbi nel 1992, quando ci furono le votazioni per decidere la guerra. Poi lo rividi nel 1994 e dopo ancora scappammo insieme quando i federali ci attaccarono nel febbraio del 1995. Io ero con lui e con il maggiore Moisés quando ci lanciarono contro i carri armati, gli elicotteri e le truppe speciali dell’esercito. Fu piuttosto dura, sì, ma come vedete non riuscirono a fregarci. Ce la squagliammo, come si dice… Anche se per giorni e giorni continuammo a sentire il flap flap degli elicotteri.

Be’, sto divagando troppo. Volevo solo presentarmi: mi chiamo Elías, Elías Contreras, e sono della commissione d’indagine. Prima no, ero soltanto base d’appoggio dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale, qui in Chiapas, che si trova nel nostro paese che si chiama Messico. Dove diavolo rimane? Be’, guardate su una carta geografica, tipo quella che c’è nel…

Comando generale dell’EZLN

Un tucano solitario mostra il suo becco lucente sulla cima d’un albero di bayalte. Sotto, il tenente Hilario controlla che i cavalli non facciano fuori il piccolo campo di mais, mentre l’insorta Martina finisce di ripassare le capitali degli stati. La guardia pulisce la sua arma, seduta sulla soglia di una capanna. Di fianco, appesa a un bastone, sventola una vecchia bandiera di tela nera, con la stella a cinque punte e la sigla EZLN. La stella e le lettere sono di un rosso scolorito. Sulla porta compare il Sup. La guardia scatta sull’attenti.
“Chiama il tenente colonnello José” dice il Sup.

José arriva subito. Il Sup gli consegna alcune carte dicendo: “Questo è appena arrivato”.
Dopo aver letto, il tenente colonnello gli restituisce i fogli e chiede: “Che intendi fare?”.
“Non lo so” risponde il Sup, e i due rimangono a pensarci su. Il tucano spicca il volo sbattendo rumorosamente le ali e distrae gli sguardi di entrambi.
Dopo qualche istante i due si fissano, e dicono contemporaneamente, uno rivolto all’altro: “Elías”.
Sta ormai calando la sera quando sul crinale della collina si staglia la figura del tenente a cavallo. Costeggia il villaggio, evitando il fango e gli sguardi indiscreti. Raggiunge il punto dove Adolfo è appostato di vedetta.

“E il maggiore?” chiede.
“È in riunione con le autorità municipali.”
Il tenente riparte.
Il maggiore riceve e legge: “Trova Elías e digli di venire dove lui sa per parlare con il vecchio. Se è possibile domani stesso, altrimenti appena può. È tutto”.
Alla radio, il maggiore trasmette: “Gama, Gama. Se mi ricevi, dì a quello con gli occhi grandi di comprare gli occhiali domani o appena può”.
Sulla cima di un monte, l’operatore riceve e a sua volta trasmette: “Tortolita, Tortolita, mi ricevi? C’è un 40 per Elías, Nube dice di andarci domani”.
Nel villaggio, la sentinella di turno va a parlare con il responsabile: “Cerca Elías e digli che domani deve andare a La Realidad”.
Il sole è calato da qualche minuto dietro l’ondulata cresta delle montagne, quando Elías si affaccia alla porta della sua capanna, caricando sulle spalle un sacco di zucche. In una mano stringe la cinghia di cuoio, nell’altra…

Il machete

Sì, fu proprio il Sup a mostrarmi il foglio e a spiegarmi di cosa si trattava. Una sparizione. Nel foglio lo informavano che una compagna era sparita e gli chiedevano di fare un comunicato dando la colpa al malgoverno. Che quello infatti era compito suo, del Sup, ma il problema è che la gente di città, cioè i cittadini, hanno fatto l’abitudine a sentirsi dire sempre la verità dagli zapatisti, cioè sanno che non diciamo bugie. E insomma, figuriamoci, se il Sup faceva il comunicato di denuncia e poi veniva fuori che la compagna non era sparita o che il malgoverno non c’entrava niente, insomma sarebbe stata una bugia, e insomma da lì in avanti la nostra parola perdeva valore per la gente e nessuno ci credeva più. Insomma, il mio compito era indagare se la compagna era sparita davvero o cos’altro, per poi dire al Sup tutto quello che era successo e lui così decideva che fare.

Chiesi al Sup quanto tempo avevo e lui mi disse tre giorni, non di più. Io non chiesi perché tre giorni e non uno o dieci o magari quindici. Questo lo sapeva lui. Andai a sellare la mula e, quella sera stessa, presi il sentiero per Entre Cerros, il villaggio dove era scomparsa la compagna, che si chiama o si chiamava María, perché non si sapeva se era viva o morta, ed è o era la moglie del responsabile zapatista del posto.
Arrivando al villaggio ne parlai con il compagno responsabile che si chiama Genaro, e che è o era il marito della defunta María. Cioè, non era defunta… ancora. Bisognava verificarlo. Genaro mi disse che lui credeva che era andata a far legna ma poi non era più tornata. L’aveva cercata, sì. Ma niente da fare.

Anche perché se aveva avvisato il Comando voleva dire che non l’aveva ritrovata, ovvio. La cosa era successa tre settimane prima. E perché non aveva dato l’allarme subito? Perché sperava di vederla ricomparire. E non sapeva dove era andata? No. Dovevo cercarla io. Forse l’avevano presa i soldati o i paramilitari e a quel punto poteva essere già morta. E adesso chi gli preparava la sua zuppa e le sue tortillas. Chi badava ai bambini.

Lo salutai. Anche perché mi sembrava più preoccupato per la sua cena che per la sorte della poveretta. Insomma, non la ricordava per bene, con amore, come si dice, ma la ricordava per i lavori che faceva. Allora decisi che era meglio andarmene al torrente, dove le donne lavano i panni, e lì incontrai la comare Eulogia. Era insieme al mio figlioccio, Heriberto, e stava lavando non so cosa. Allora parlai con la comare Eulogia perché lei era una che la sapeva lunga. E mi disse che, prima di sparire, la defunta María che non era ancora defunta, aveva smesso di andare alle riunioni della cooperativa Donne per la Dignità, proprio quando stavano per nominarla responsabile, e lei, Eulogia, era andata a trovare la presunta defunta per sapere perché non veniva alle riunioni, e lei, María, le aveva detto: “Se mi ci mandano”, senza spiegare altro perché in quel momento era arrivato Genaro e María si era zittita, continuando a macinare il mais. Le chiesi se María poteva essersi persa nei boschi, e allora Eulogia rispose:
“Macché persa, quella conosce tutti i sentieri e tutti i monti!”.
“Allora non può essersi persa” dissi.
“No” disse lei.
“E allora?” chiesi.
“Insomma, io credo che se l’è portata via il Sombrerón” confessò lei.
“Non dica scemenze, comare. Lei, alla sua età, crede ancora alla storiella di quel Sombrerón.”
“Va bene, ma poi succedono certe cose, compare mio, come alla moglie di Ruperto” insistette Eulogia.
“Ah, via, comare! Che c’entrava il Sombrerón, era Miguel. O forse non si ricorda che li hanno trovati sotto la stufa della cucina, tutti e due belli nudi?” provai a farla ragionare.
“Be’, sì” disse Eulogia “però ci sono altre storie sul Sombrerón che a me sembrano proprio vere.”
Non avevo tempo per convincere la comare Eulogia che le storie del Sombrerón erano soltanto storie, appunto, e me ne andai verso il sentiero che porta nel bosco, dove si va a far legna.
Stavo uscendo dal villaggio quando sentii una voce: “Ma guarda un po’, Elías Contreras!”.
Mi voltai ed era il comandante Tacho che arrivava nel villaggio in quel momento, credo per una discussione pubblica.

“Come va, Tacho” lo salutai.
Volevo restare lì a parlare con lui del neoliberismo e della globalizzazione e di cose del genere, ma pensai che avevo solo tre giorni per risolvere la faccenda della defunta María e quindi salutai Tacho.
“Devo andare” dissi.
“Ah, sei in missione?” chiese lui.
“Sì” risposi.
“Vai con Dio, don Elías” mi salutò.
“Anche lei, don Tacho” dissi, e presi il sentiero.
Ero appena arrivato nel campo di girasoli quando cominciò a piovere. Non mi ero portato dietro un telo di nylon, e attaccai con una serie di imprecazioni, che non riparano dalla pioggia ma almeno riscaldano un po’. Seguii il sentiero della legna da cima a fondo. Il problema è che si biforcava di continuo, come i rami di un albero. Così girai da tutte le parti, ma non trovai niente di niente, nessuna traccia della presunta defunta María. Mi avvicinai al ruscello e mangiai la mia zuppa seduto su una pietra. Si fece notte. Anche se c’era una luna come un pallone, dovetti usare la torcia per ritrovare il sentiero principale. Avevo seguito un vecchio varco nella boscaglia. “E adesso?” mi misi a pensare, e guardando come uno scemo i rami tagliati dal machete… machete…

Machete! Ecco il punto! Non avevo trovato da nessuna parte il machete con cui la presunta defunta María era andata a tagliare la legna. Allora mi ricordai che, nella casa di Genaro, avevo visto un machete accanto alle fascine accatastate contro la parete della capanna. C’era un bel po’ di legna, quindi perché la allora non ancora defunta María era andata a prenderne dell’altra se già ne aveva a sufficienza? A quel punto pensai che María non l’avevano fatta sparire ma forse lei stessa era voluta sparire. Cioè, come diciamo da queste parti, se l’era svignata.

Con questa idea in testa ripresi il sentiero per Entre Cerros e, dopo un caffè dalla comare Eulogia, mi sistemai per dormire nella capanna. Ma non riuscivo a prendere sonno. Tra il rumore della pioggia e la preoccupazione, non c’era verso di addormentarmi. Quando mi succede così, penso molto. Sara mi sgrida perché secondo lei penso troppo. Io le dico pazienza, sono fatto così. Mi misi dunque a pensare. Se María non era morta, se non l’avevano fatta sparire, se si era fatta sparire da sola, allora chissà dov’era andata, perché significava che non voleva ricomparire, quindi doveva stare in un posto dove nessuno poteva trovarla.

All’alba pioveva ancora, così presi in prestito un telo di nylon dal compare Humberto. Gli lasciai la mula in custodia e mi incamminai verso il Caracol de La Realidad. Arrivato lì, chiesi di poter parlare con la Giunta di Buon Governo. Mi fecero prima passare dalla Commissione di Vigilanza. Lì c’erano Mister e Bruslí. Dissi che ero della commissione d’indagine e volevo parlarne con la Giunta di Buon Governo. Mi ci fecero andare subito. Alla Giunta chiesi se avevano informazioni sui collettivi di donne nei vari villaggi. Mi diedero un elenco. Ci misi un po’. In quel foglio non mi tornava niente. Restituii l’elenco.
“Cosa cerchi?” mi chiesero.

“Non lo so” risposi, perché era la verità, neanch’io sapevo bene cosa stavo cercando, però sapevo che quando lo avrei trovato avrei capito che era quello che stavo cercando.
“I tuoi pensieri ci sembrano piuttosto ingarbugliati” dissero quelli della Giunta.
“In effetti” risposi.
“Allora, non hai trovato niente?” chiesero ancora.
“Purtroppo no” dissi io.
“Però in quell’elenco ci sono tutti i collettivi di donne” disse uno di loro.
“Sì, tutti… meno uno che si è appena formato” aggiunse un altro.
“Ah sì, ma si trova in una nuova regione che sta nascendo adesso, non hanno ancora un municipio autonomo, comunque le donne si stanno già organizzando in un collettivo” disse il primo.
“Sì sì, le donne sono le prime a organizzarsi, se ci stiamo mettendo tanto a ottenere risultati nella lotta è colpa degli uomini che pensano in piccolo e sono troppo lenti” disse l’unica compagna che fa parte della Giunta. Noi maschi restammo in silenzio.
Me lo sentivo, stavo per trovare quello che cercavo senza saperlo, e chiesi: “Dov’è questo collettivo che si sta formando?”.

“Nella regione Ceiba, nel villaggio Tres Cruces, dalle parti della strada per Comitán” disse la compagna.
Mi feci prestare la cavalla di Bruslí e partii per Tres Cruces. Lungo il cammino scese la notte e la cavalla si spaventava davanti a qualsiasi ombra, così la lasciai a un contadino e continuai a piedi. Stava finendo il secondo giorno, e pensandoci mi misi a correre. Arrivai al villaggio con la luna che aveva fatto più di metà della sua strada. Andai dal responsabile locale e mi presentai. Lui sparì per un po’. Immaginai che stava controllando via radio se io ero quello che dicevo di essere, perché poco dopo tornò tutto contento e mi invitò addirittura a cena. Banane e caffè. Finendo di mangiare, gli chiesi come andavano i lavori, e lui mi rispose che lì abbastanza bene, anche se il collettivo ogni tanto si scoraggiava, ma poi, col dibattito politico, riprendeva a marciare, e così via.
“Quello che va un po’ meglio è il collettivo di donne, perché c’è Abril che ci mette l’anima” disse il responsabile.

“Abril? E questo chi sarebbe?”
“Macché questo, dì piuttosto questa” rispose lui.
Bevvi un altro sorso di caffè, aspettando il resto.
Il responsabile continuò: “Abril è una compagna arrivata qui circa tre settimane fa, ha detto di far parte della commissione delle donne. L’abbiamo sistemata a casa di doña Lucha, che è da sola da quando Aram è passato a miglior vita. Abril vive da lei e io credo che quella ha proprio una bella testa, perché le donne del villaggio l’hanno presa a benvolere. Una volta alla settimana si riuniscono per discutere di politica e organizzare i lavori. Mi sa che hanno già chiesto di inserire il loro collettivo nella Giunta di Buon Governo”.
Salutai il responsabile e gli dissi che andavo a dormire in chiesa. Facendo finta di niente gli chiesi anche dove viveva doña Lucha. Mi disse che stava al margine del villaggio, dalla parte che dà verso i monti. Me ne andai, ma anziché dirigermi alla chiesa feci il giro largo. Dalla parte delle montagne c’era solo una capanna, dunque doveva essere quella la casa di doña Lucha. Rimasi ad aspettare per un po’. Non molto. La porta si aprì, e all’inizio vidi soltanto un’ombra, che alla luce della luna piena diventò una donna.
“Buonasera, María” dissi sbucando da dietro l’abbeveratoio.
Lei rimase paralizzata. Un attimo dopo, si chinò a raccogliere un sasso e mi affrontò dicendo: “Non sono María, io mi chiamo Abril”.

La guardai in silenzio, pensando che un’altra donna si sarebbe spaventata e sarebbe scappata via urlando. Lei, invece, era pronta a tenere testa a uno sconosciuto. Una donna così non se ne sta zitta se qualcosa non le va a genio. E neppure resta a vivere con chi la maltratta.
Senza perdere di vista la mano con cui stringeva il sasso, le parlai lentamente: “Io mi chiamo Elías e sono della commissione d’indagine. Sto cercando di sapere cos’è successo a una donna che si chiama María ed è scomparsa dal villaggio di Entre Cerros, perché suo marito è molto preoccupato”.
E lei, senza mollare il sasso: “Io non conosco il villaggio di Entre Cerros, né questa María e tanto meno il marito Genaro”.

La buttai lì, senza tanti giri di parole: “Io non ho detto che il marito si chiama Genaro”.
Immagino che impallidì, perché a essere sincero riuscivo a vedere a malapena la sua faccia, non certo a capire se cambiava colore.
Dopo un lungo silenzio, lei disse in tono deciso, afferrando un bastone con la mano libera: “Non mi lascerò portare via”.
“Io non sono venuto qui per portare via nessuno, compagna, né con le buone né con le cattive. Sto solo indagando” dissi, e poi mi voltai come per andarmene.
Feci qualche passo e subito la sentii dire: “Non vuole entrare a mangiare qualcosa? Doña Lucha ha fatto i tamales…”.
Dopo aver mangiato, mentre María-Abril o Abril-María mi raccontava la sua storia, doña Lucha mi offrì…

Un caffè

“Il Sup ti sta aspettando” mi disse il compagno miliziano che montava la guardia all’ingresso del Comando.
E lì, dove si legano i cavalli, c’era il Sup che fumava la pipa. Mi abbracciò, mi offrì un caffè e ci sedemmo su un tronco. C’era anche il tenente colonnello José. Feci un rapporto dettagliato. Perché risultava che María, cioè Abril, veniva trattata male dal marito, cioè Genaro, che non le permetteva di partecipare alle riunioni, ed era molto geloso. Quando Genaro, cioè il marito, aveva saputo che volevano nominarla rappresentante del collettivo di donne, l’aveva persino picchiata. Lei era andata a esporre la questione all’assemblea del suo villaggio, ma non si era arrivati a un accordo e la faccenda andava avanti come prima. I figli erano ormai grandi e non avevano bisogno di lei. La Legge Rivoluzionaria delle Donne dice che ha tutto il diritto di fare così. Ogni tanto, ascoltandola parlare, doña Lucha scuoteva la testa come per dire che era d’accordo e stringeva i pugni, per far capire quanto era decisa.

Abril, cioè María, si era stufata di essere trattata come un cane. Prima di sparire aveva lasciato una buona scorta di legna a Genaro, giusto per dimostrargli che non se ne andava perché era una scansafatiche. Aveva deciso di sparire perché non ne poteva più. La Legge Rivoluzionaria delle Donne dice che può scegliersi un altro compagno o starsene da sola, se preferisce. E se n’era andata a Tres Cruces perché aveva conosciuto doña Lucha a una riunione di donne e sapeva che lei l’appoggiava. Ammetteva di essere in torto per aver detto la bugia di far parte della “commissione delle donne”, ma l’aveva fatto per poter restare nel villaggio. Si faceva chiamare Abril perché era il mese delle donne che lottano. E io non mi ero azzardato a correggerle dicendo che il mese delle donne che lottano è marzo e non aprile, perché quelle due erano piuttosto aggressive. Meglio aspettare che glielo diceva qualcun altro, magari quando erano più calme. Abril accettava la punizione per aver detto di essere della “commissione delle donne”, ma non voleva saperne di tornare a casa a farsi trattare male. Lei era zapatista e si stava comportando da zapatista.

Il Sup e il tenente colonnello mi ascoltarono in silenzio, il Sup riempiva la pipa e la accendeva ogni tanto. Quando finii il rapporto, mi disse: “Per me è una sorpresa. Quel Genaro l’ho conosciuto a una riunione di responsabili, parlava bene e mi è sembrato un bravo zapatista”.
Io dissi: “Senta, Sup, conosce forse qualcuno che per un certo periodo può smettere di essere zapatista?”.
Lui scosse la testa, riflettendoci su.
“Quanto ci vuole a diventare zapatista sul serio, secondo te?” chiese aiutandomi a sellare la mula.
“A volte ci vogliono più di cinquecento anni” risposi, e poi mi affrettai a prendere il sentiero verso il mio villaggio, che era abbastanza lontano.
Sopra di noi, il sole se ne stava andando come se di qualcosa sentiva la…

Mancanza

Il cielo strappa a morsi l’oscurità che già fiorisce sulle chiome degli alberi. Assorto nel volo di una nube, il Sup mordicchia la pipa ormai spenta.
“Sulla questione delle donne manca ancora molto” dice il tenente colonnello.
“Manca molto” dice il Sup, che infila i fogli relativi al caso in una carpetta rigonfia con su scritto: “Elías: Commissione d’Indagine”.
Qualcuno, lontano da lì, riceve una busta chiusa, e nello spazio del mittente si legge:
DALLE MONTAGNE DEL SUDEST MESSICANO
SUBCOMANDANTE INSURGENTE MARCOS
MESSICO, NOVEMBRE 2004

Mail_long
11 ottobre 20 ottobre 8 luglio 8 marzo abbonamenti abdul abiti puliti aborigeni acqua Afganistan Afghanistan africa agricoltura agricoltura biologica agricoltura biologica. decrescita agricoltura. decrescita Aiab Aids alitalia altra economia altra politica Amazzonia ambiente America latina Americhe 2004 animalisti Annapolis antifascismo antimafia antimafia sociale antirazzimso antirazzismo antirzzismo anziani api Argentina Armenia armi Atene 2006 atomiche Australia auto autoproduzione aziende Balcani Bali Bamako banca Banca mondiale Bangladesh banlieues basi militari Basilicata bene comune beni comuni Bergamo bilanci partecipativo biocarburanti biologico Birmania bitch Bolivia Bolkestein bollywood Bologna borse Brasile brimania Britel Bulgaria bussolengo Calabria calcio cambiamenti climatici cambiamento climatico Campania cantautore cantieri cantieri sociali Caracas Caracas 24/29 gennaio carbone carcere carovita Casa catania Caucaso cemento censura centri sociali cgil Chavez chiaiano chiapas Ciad ciampino cibo Cile Cina cinema Cipro città cittadinanza clandestini clandestino clima Colombia comboniani commercio commercio equo commercio equo. decrescita comunicazione Congo conoscenza consumi consumo critico contadini controvertice cooperazione cornelio cornelio bizzarro cosa rossa cpt crisi crisi alimentare crisi finanziaria critical mass Cuba curdi dal molin