C’erano più antenne o ce n’erano meno? Ce n’erano molte di più, disse tra sé. Molte più antenne della tv. Molte di più rispetto a quando? A prima, ovvio. E lasciò che quel “prima” svanisse. Comparivano sempre più “prima” nelle sue conversazioni o nelle immagini che gli passavano per la testa, stava diventando un adulto prepensionato. Per la verità, la faccenda delle antenne ce l’aveva abbastanza chiara. Erano molte più di prima, e senza dubbio formavano la cupola di una selva. La selva delle antenne televisive del Distrito Federal. La selva di antenne e pali della luce e fili penzolanti che si intrecciavano con i rami degli alberi, spuntavano dalle terrazze, pendevano dagli stendipanni, svettavano su bastoni di scope, fieri, arroganti. La selva del D.F., con le montagne e tutto il resto, le colline inquinate dell’Ajusco.
Il pomeriggio stava svanendo, Belascoarán accese l’ultima sigaretta e si diede il tempo dei sette minuti che sarebbe durata per lasciare l’osservatorio. In quegli ultimi mesi gli piaceva guardare Città del Messico dall’alto. Da terrazze e ponti elevati, o dai tetti più alti che riuscisse a trovare. Così sembrava meno dannosa, più città, un pezzo unico fin dove arrivava la vista. Gli piaceva, continuava a piacergli.
Quando era arrivato al quinto minuto e mezzo della sigaretta, il suo coinquilino di ufficio, il tappezziere Carlos Vargas, comparve fischiettando sulla porta metallica che immetteva nella terrazza del tetto. Fischiettava Volver a empezar, quella canzone che aveva reso famosa l’orchestra di Glenn Miller, e nel D.F. era molto in voga alle feste dei quindicenni degli anni sessanta. La fischiettava senza stonature, con notevole precisione.
“Capo, ho una mezza idea che queste sue fughe sulla terrazza siano dovute al fatto che si è messo a fumare marijuana di nascosto. Mi sta forse diventando pacheco, motorolo, fumarolas, insomma tardofricchettone?”
“Vedo che te la meni non poco, comunque, mi spiace deluderti” disse Belascoarán porgendogli il mozzicone mordicchiato della Delicados con filtro.
Carlos scosse la testa.
“La cerca un funzionario progressista.”
“E che gente è?”
“Uguali agli altri, ma non accettano mazzette, e questo ha la cravatta macchiata di cioccolato e si porta appresso un cane zoppo.”
Héctor Belascoarán Shayne, detective indipendente, abituato agli enigmi assurdi perché viveva nella città più meravigliosamente assurda del pianeta, scese i sette piani chiedendosi cosa significasse “cane zoppo” nel linguaggio criptico del tappezziere, per poi scoprire che un “cane zoppo” era soltanto uno schifo di cane zoppo, con la zampa anteriore destra steccata, il muso sofferente e un paio di borse sotto gli occhi che gli arrivavano sul pavimento. Il cane si riposava docile e triste ai piedi del “funzionario progressista”. Carlos, ignorandoli, si diresse al suo angolo nell’ufficio dove stava lavorando alle viscere di una poltrona di peluche quasi rosa.
Belascoarán si lasciò cadere sulla sua sedia e le ruote scivolarono elegantemente fino a fermarsi contro la parete. Squadrò il funzionario progressista e alzò le sopracciglia, o meglio ne alzò uno, perché da quando lo avevano reso cieco da un occhio aveva qualche problema di mobilità con l’altro.
“Lei è un uomo di sinistra?” chiese il funzionario, e chissà perché per Belascoarán non fu un esordio inaspettato, in tempi in cui le monache dell’inquisizione ritornavano a cavallo delle loro scope a congiurare con il governo di quel tale Fox, che di volpe non aveva neanche il pelo.
Prese fiato. “Mio fratello dice che sono di sinistra per natura, ma in modo fottutamente incosciente” rispose Héctor sorridendo. “Cioè, di sinistra ma senza aver letto Marx a sedici anni, senza essere andato a tutte le manifestazioni e senza avere in casa un poster di Che Guevara. Insomma, sì, io sono di sinistra.”
La manfrina sembrò convincere il tipo.
“Mi garantisce che questa conversazione resterà confidenziale?”
“Se lo sa Dio, può saperlo anche il mondo” rispose Héctor, che non garantiva niente da molto tempo.
“Lei è credente?” chiese il progressista sconcertato.
“Un amico mio dice di aver lasciato la religione cattolica per due motivi: perché gli sembrava una carognata la faccenda dei tesori del Vaticano in un mondo di poveri e perché nelle chiese è vietato fumare. Suppongo che questo valga per tutte le religioni. Io mi associo. L’idea di Dio mi fa cascare le palle” concluse Héctor serissimo.
Approfittando del silenzio osservò il “funzionario progressista”, che a dispetto della descrizione fatta da Carlos Vargas non portava la cravatta anche se in effetti c’era una macchia di cioccolato sulla sua camicia gialla, aveva la barba incolta e occhiali da miope allo stadio terminale. Era alto, altissimo. Quando si infervorava scuoteva la testa da una parte all’altra, come se negasse. Sembrava un tipo onesto, di quelli che sua madre avrebbe definito “una brava persona”, espressione che usava esclusivamente per operai, lattai, idraulici, giardinieri, venditori di biglietti della lotteria. Che Héctor ricordasse, sua madre non aveva mai definito “una brava persona” un borghese, né grande né piccolo. Doveva pur esserci un motivo.
“C’è un morto che mi parla” disse il tipo interrompendo le considerazioni che Héctor stava facendo su di sé e sul proprio passato.
Héctor scelse il silenzio. Un paio di mesi prima aveva noleggiato in un videoclub la serie di Alec Guinness tratta da un romanzo di Le Carrè, La talpa, prodotta dalla BBC, e aveva notato, affascinato per sei ore di seguito, che Smiley-Guinness usava il metodo di interrogatorio più efficace del mondo: faceva la faccia da idiota (se non fosse stato inglese avrebbe osato definirla la miglior faccia da scemo che avesse mai visto) e fissava le persone languido, con scarso interesse, vagamente distratto, come se stesse facendo loro un favore, e la gente parlava, parlava, e lui solo ogni tanto, proprio di rado, buttava lì una domanda laconica, come se non gli importasse granché, giusto per partecipare.
Il metodo sortì il suo effetto.
“Da almeno una settimana mi tocca ascoltare nella segreteria telefonica i messaggi di un tizio, solo che il tizio è morto nel 1969. L’hanno ammazzato. E adesso mi parla, mi lascia messaggi. Mi racconta storie. Ma non so cosa vuole, davvero, non lo so. E credo che chiami quando sa che non sono in casa, in modo da lasciare la registrazione… Magari è uno scherzo. Ma se è uno scherzo, è proprio uno scherzo del cazzo.”
Héctor mantenne l’espressione da Alec Guinness.
“Mi chiamo Héctor” disse l’altro.
“Anch’io” rispose Belascoarán, come per scusarsi.
“Héctor Monteverde.”
“E il morto?”
“Il morto si chiama Jesús María Alvarado. Ed era uno in gamba.”
Héctor tornò al silenzio.
“Lei quanto prende?”
“Poco” rispose Belascoarán. Il tipo sembrò soddisfatto. Il cane pure.
“Qui c’è il nastro. Insomma, lei lo ascolta in cinque minuti, decide, e ci rivediamo subito dopo.”
“Non ho la segreteria telefonica in quest’ufficio. Se mi lascia la cassetta, domani…”
“No, domani no, meglio tra poco. Le lascio il mio indirizzo” disse Monteverde porgendogli un foglietto che aveva già preparato. “E qui ci sono alcuni appunti su come ho conosciuto il morto. Starò in casa… Io non dormo.”
“Neanch’io” disse Héctor.
E guardò l’omonimo Monteverde alzarsi in piedi e, seguito dal suo cane zoppo, uscire dall’ufficio.
“Che cazzo di storia!” disse Carlos Vargas con la bocca piena di puntine da disegno e agitando il suo dannato martello sulla poltrona rosa.
“Mi viene in mente quella frase che dice che la realtà sta diventando molto strana” ribatté Belascoarán.
Qualche ora dopo, a casa sua, Héctor ascoltò la voce del morto che parlava nel nastro registrato.
“Ciao, sono Jesús María Alvarado. Ti richiamo, fratello.”
La voce non gli risultava familiare, era roca e non sembrava carica di ansia, premura o altro, ma solo una voce afona che diceva un nome. Comunque non era cavernosa e non l’avevano truccata con effetti speciali, non pretendeva di sembrare la voce di un morto. Ma come erano le voci dei morti? Parlare con i morti…
Eppure, Jesús María Alvarado era morto, anche se non nel ‘69 come aveva detto il funzionario progressista Monteverde, ma nel ’71. Cioè nella preistoria, trentaquattro anni addietro. Lo avevano assassinato all’uscita dal carcere. Un colpo alla nuca per il primo prigioniero politico che lasciava la galera dopo il movimento del ’68. Ley fuga, il diritto a sparare su un fuggiasco. Senza spiegazioni ufficiali.
Monteverde e Alvarado si erano conosciuti in un liceo dove entrambi insegnavano lettere. Una frequentazione breve, saltuaria. Un paio di caffè insieme, un paio di riunioni del corpo docente. Le assemblee del ‘68, la creazione della Coalizione degli insegnanti in appoggio al movimento studentesco. Monteverde era disorientato, sempre pronto a innamorarsi, timido, figlio di un impresario delle pompe funebri che aveva fatto la sua fortuna con il lusso della morte, cosa che a Héctor Monteverde (sempre secondo gli appunti esaurientemente redatti) sembrava non solo amorale, ma anche vergognosa, da nascondere, nell’anno del movimento. La letteratura universale era dunque l’antidoto alle agenzie di pompe funebri. Alvarado era un figlio di contadini di Puebla arrivato alla letteratura per inspiegabili ragioni di patriottismo, a forza di recitare la Suave Patria e imparare a memoria i versi di Díaz Mirón, Gutiérrez Nájera e Suor Juana per poi declamarli al suo paesello. Eternamente miserabile, arrivava alla fine del mese senza neanche i soldi per lavarsi i panni, indebitato col negozio all’angolo e furibondo.
A quanto pareva, Héctor Monteverde, in quegli anni magici e terribili, aveva seguito a distanza la storia di Alvarado e le sue tracce, fino all’assassinio.
Héctor pensò che la faccenda andava valutata con calma, mise da parte la segreteria telefonica, gli appunti e il succo di pesca che stava bevendo e salì sulla terrazza di casa con il mazzo di lettere che aveva trovato nella cassetta della posta. Poi, con infinita pazienza, si mise a fare aeroplanini di carta che posava sul parapetto del quarto piano. Sotto, la rinnovata vitalità della colonia Condesa, i motociclisti, gli adolescenti chiassosi.
C’era poco vento, ma ogni tanto gli aeroplanini di carta riuscivano a decollare e fluttuavano compiendo giravolte graziose, e uno dopo l’altro venivano trascinati via nella brezza. Quando anche l’ultimo sparì nel vuoto, Héctor tornò nella sua stanza. Aveva lasciato tutte le luci accese, il miglior antidoto contro la solitudine, trasformare la casa in un albero di Natale deprimente. Riavvolse il nastro. Quello che aveva sentito era sempre lo stesso, la voce disse di nuovo: “Ciao, sono Jesús María Alvarado. Ti richiamo, fratello”.
Riassumendo: un altro Jesús María Alvarado, il figlio di Jesús María Alvarado, il fantasma di Jesús María Alvarado, l’alter ego omonimo di Jesús María Alvarado, una ballerina di table dance che voleva attirare l’attenzione, quelli del ministero degli Interni che tentavano di far uscire di testa Monteverde per chissà quali motivi inconfessabili.
La seconda telefonata era meglio: “Senti, fratello, parla Jesús María Alvarado. Spero che il nastro duri un po’ perché voglio raccontarti una storia che mi è successa. Una storia stronzissima, davvero assurda. Mi trovavo a Juárez, in una cantina, e siccome tutti i tavoli erano occupati me ne stavo in piedi a bere una birra davanti a quel televisore del cazzo. C’era un casino pazzesco e non sentivo un accidenti, però a un certo punto è comparso Bin Laden con quella sua faccia da topo morto in uno dei soliti comunicati video; a me quel tizio mi fa cagare e non gli davo granché retta, ma all’improvviso, dietro di me, dei tipi si sono messi a sbraitare qualcosa come: "Guarda il Juancho, quel cazzone del Juancho!”. Mi sono voltato per vedere qual era il problema con ’sto Juancho. E ho visto due stronzi muscolosi e mezzo ubriachi che ripetevano la solfa: Juancho, quello è Juancho!, e intanto indicavano il televisore.
Ho guardato anch’io per capire se non mi stavo sbagliando, e Bin Laden era sempre lì, lo stronzo, con un mitra in mano e il turbante e la faccia da scemo. Mi sono voltato di nuovo verso i fans del Juancho e ho chiesto: cos’è ‘sta storia del Juancho? E quelli, un po’ impastati dalla bumba, mi dicono che quello è il loro compare Juancho, proprio lui, ma guarda come s’è conciato quel frocio, e così via. Insomma, mi raccontano che Juancho era un loro amico, vendeva tacos a Juárez, si era stufato di tirare avanti senza un soldo in tasca, e tre anni fa aveva passato clandestinamente la frontiera per andare a mettere su una macelleria a Burbank, in California. E io cominciavo a stufarmi di quella stronzata, ho guardato di nuovo la tele e quel cazzone di Bin Laden era sempre lì, ma quando mi sono voltato verso quei due fessi per chiedere cos’altro sapevano del Juancho e se erano proprio sicuri che era lui e da quanto tempo portava quella barbetta da capra, i due ubriaconi squinternati erano già spariti.
Li ho cercati dentro la cantina e poi anche fuori, ma niente. Mi sono detto: guarda che caso strano, l’alter ego di Bin Laden è un venditore di tacos di Juárez. Poi mi si accende una lampadina in testa e mi chiedo: Alvarado, che ne sai di Burbank? E risulta che qualcosa so, perché Burbank è la capitale del cinema porno negli Stati Uniti, un paesotto vicino a Los Angeles, motel e imprese tripla X, scopa che ti scopa, filma che ti filma, evviva il capitalismo selvaggio. Metto tutto assieme e penso: non sarà che quei cialtroni di Bush e i suoi compari stanno facendo i comunicati di Bin Laden, i messaggi del satanasso, in uno studio porno di Burbank, California, che lì intorno hanno persino il deserto? Non sarà tutta una montatura, una fabbrica di sogni di merda, con un ex venditore di tacos messicano di nome Juancho come protagonista? Io, a essere sincero, non ci volevo credere, però non ti sembra una bella storia?"
Héctor spense la segreteria telefonica. Andò in bagno, si guardò allo specchio e si sciacquò la faccia con l’acqua fredda. Come tutte le persone che vivono da sole, parlava spesso con la sua immagine riflessa, ma stavolta non gli veniva niente da dire. Ci ripensò, e scoppiò a ridere. Kafka in mutande a Xochimilco. Bin Laden Juancho a Burbank. Come no, nel tempo libero tra un comunicato e l’altro, come diceva Alvarado, Juancho si dedicava a scopare e a farsi filmare. Le mille e una notte nella versione di un venditore di tacos di Ciudad Juárez, erotici ma simpatici, l’uccello più scemo della frontiera.
Il terzo nastro cominciava come gli altri: “Parla Jesús María Alvarado”, come se volesse chiarire che il morto era tornato dal regno delle ombre. Dopo il nome, una pausa. Poi una frase criptica: “Avrei fatto meglio a non tornare”, e quindi un lungo silenzio e il clic a fine chiamata.
La quarta cominciava con il solito “Parla Jesús María Alvarado” e subito dopo alcuni versi: “Dove io solo sia / memoria di una pietra sepolta tra le ortiche / sulla quale il vento sfugge alla sua insonnia”.
E basta. La poesia gli suonava familiare, ma non riusciva a ricordare di chi fosse o dove l’avesse letta.
Il progressista Monteverde abitava nella colonia Roma Sur a una dozzina di isolati da casa sua, quindi Héctor Belascoarán decise di fare una passeggiata, camminando lungo l’aiuola spartitraffico di Alfonso Reyes, che era meglio quando si chiamava Juanacatlán ed era piena di prostitute sindacalizzate o quasi. Si fermò a farsi due tacos di carne arrostita e formaggio con molta salsa verde, e proseguì la passeggiata sorridendo agli sconosciuti, elargendo ogni tanto un buonasera per il piacere di constatare che i cortesi messicani del D.F. stavano riacquistando la buona educazione e gli rispondevano.
A quanto pareva il tipo viveva da solo. Solo con il cane dalla zampa steccata che, quando Belascoarán superò la soglia d’ingresso, si avvicinò a leccargli la mano in segno di riconoscimento, di identità acquisita, o semplicemente di solidarietà tra zoppi. Non c’erano tracce di bambini in quella casa, niente fotografie, soltanto riproduzioni di quadri con montagne e vulcani alle pareti, da un Velasco fino al Paricutín del dottor Atl, passando per belle immagini dell’Everest stile National Geographic.
Monteverde indossava la stessa camicia macchiata di cioccolata di qualche ora prima. Héctor gli chiese di poter andare in bagno. Era uno splendore, brillava di pulizia. Monteverde, nel tempo libero, doveva essere un fanatico di detersivi e detergenti. Lo commosse un tocco di umorismo incongruente in mezzo a tanta sobrietà igienica: un poster sulla parete diceva “La stitichezza favorisce la lettura”. Decise di metterne uno uguale in casa sua. L’idea non era nuova, e il problema non lo riguardava, però forniva una scusa in più per leggere seduto sulla tazza.
Il corridoio era ingombro di libri accatastati sul pavimento, in mancanza di scaffali li avevano sistemati di costa in modo che bastava chinarsi per scegliere. Notò diversi autori che leggeva anche lui: Remarque, Fast, Haefs, Ross Thomas, Neruda, Hemingway, tutto Cortázar.
“Allora, non le è sembrata una faccenda stranissima, caro omonimo?”
Senza rispondere, Belascoarán giunse alla conclusione che avrebbe dovuto mettere da parte il metodo Alec Guinness. Era il momento di fare domande.
Si lasciò cadere su una poltrona grigio topo e senza aspettare che Monteverde facesse altrettanto, attaccò: “Riconosce la voce?”.
“No, come potrei? Sono passati tanti anni.”
“Eravate molto amici? Amici al punto che se fosse vivo…”
“Sono andato al suo funerale, lui è morto. L’ho visto nella bara, con un cerotto che gli spuntava dalla parte posteriore della testa, dove gli avevano sparato il colpo” lo interruppe Monteverde.
“Ed eravate molto amici?”
“Diciamo amici. Lui era avventato in tutto, io ero più timido, però stavamo assieme nel movimento e davamo lezioni di lettere nelle scuole e avevamo anche avuto la stessa fidanzata, prima lui e poi io, e mangiavamo alle bancarelle per strada, per spendere poco.”
La faccenda delle lezioni ricordò a Belascoarán la poesia: “Dove io solo sia / memoria di una pietra sepolta tra le ortiche / sulla quale il vento sfugge alla sua insonnia…”.
“Dove risiede l’oblio / nei vasti giardini senza aurora / dove io solo sia…” proseguì Monteverde.
“Certo, è Cernuda, "Dove risiede l’oblio”, mi pareva di conoscerla, ma non riuscivo…" disse Belascoarán battendo le mani, come per applaudire alla memoria riacquistata.
“Meravigliosa poesia” disse Monteverde, e concluse: “Dove pene e gioie non siano altro che nomi / cielo e terra nativi intorno a un ricordo; / dove alla fine sarò libero senza rendermene conto; dissolto nella nebbia, assenza / assenza tenue come carne di bambino.”
“Laggiù, lontano; / dove risiede l’oblio” finirono in coro.
Gran poesia, di quelle che ti prendono per le palle e stringono dolcemente finché il dolore si trasforma in un’idea. Grande poeta, il vecchio spagnolo esiliato in Messico. Héctor accese una sigaretta, approfittò della pausa per riordinare i pensieri, e il cane, che doveva essere un antitabagista, si allontanò dal fumo zoppicando.
“Questo mi ha spaventato più degli altri messaggi, era la poesia preferita di Jesús María, la recitava spesso ai suoi alunni, e anch’io avevo cominciato a farlo per colpa sua.”
Héctor accese un’altra sigaretta con il mozzicone della precedente, il cane non osò protestare.
“Perché Alvarado, il fantasma di Alvarado o qualcuno che si spaccia per lui le lascerebbe questi messaggi? Chi è lei, Monteverde? Cosa fa nella vita?”
“Lavoro per il governo del D.F., sono investigatore speciale alla revisione dei conti. Un lavoro piuttosto delicato e ancora di più in questi tempi, ecco perché la cosa mi ha insospettito. Altrimenti avrei pensato a uno scherzo di pessimo gusto. Ma sa, ultimamente la situazione è così torbida…”
“E a cosa sta lavorando adesso?”
“Mi dispiace, è roba riservata e comunque non mi pare abbia nulla a che fare con le telefonate del morto. Le sembrerà che faccio il misterioso” aggiunse Monteverde sorridendo “vero? Ma è una faccenda delicata, con tutta la corruzione che c’era all’epoca del PRI e che quei farabutti ci hanno lasciato in eredità…”
“E lei non è corrotto? Mi scusi se glielo chiedo, ma noi non ci conosciamo.”
Monteverde abbozzò un sorriso triste.
“Si può comprare solo chi si mette in vendita. Io sono d’acciaio, amico mio, inossidabile, incorruttibile, un po’ coglione e molto di sinistra. Io non insulto i miei morti.”
Il sorriso malinconico si tramutò in fierezza e gli occhi sprizzavano scintille. Persino il cane si rianimò e sollevò la testa.
“E lei si mette mai in vendita?” chiese al detective.
“Per quel che ci resta da vivere, amico, non mi piacerebbe svegliarmi ogni giorno accanto a un tizio che puzza di marcio. Io potrei anche arrugginirmi, ma non mi piego” rispose Belascoarán toccandosi la gamba dove aveva un chiodo d’acciaio che mandava in fibrillazione tutti i metaldetector degli aeroporti.
“A chi ha raccontato questa storia?”
“A Tobías” disse Monteverde indicando il cane.
“E a quella storia di Bin Laden, lei ci crede?”
“No, ma è grandiosa. Avrei voluto essere io raccontarla.”
Belascoarán tornò al ruolo di Alec Guinness silenzioso, ma stavolta non ottenne alcun effetto, perché Monteverde si era perso in pensieri lontani, molto lontani.
“E lei, quando è diventato insonne?” chiese infine il detective.
“Quando abbiamo perso le elezioni dell’88, il giorno in cui hanno detto che era caduto il sistema computerizzato, sancendo così la frode elettorale. Non so perché ma mi ero convinto che quella notte sarebbero venuti a prenderci per ammazzarci tutti… E lei?”
“Qualche mese fa, una notte in cui la donna che ogni tanto dormiva con me non è arrivata, allora sono rimasto ad aspettarla e adesso la notte non dormo più” disse il detective un po’ imbarazzato. La sua motivazione risultava misera al confronto di quella di Monteverde, la sua insonnia amorosa valeva ben poco se paragonata all’insonnia storica del professore di lettere divenuto funzionario progressista.
“Chi le ha dato il mio indirizzo? Chi le ha suggerito di parlare con me?”
“Nell’ufficio di Cuauhtémoc Cárdenas lavora un nostro comune amico. Mario Marrufo Larrea. Gli ho raccontato che mi stava succedendo una cosa molto strana e lui ha detto che lei è uno specialista in cose strane.”
“In Messico non sono certo l’unico.”
Per celebrare l’evento bevvero due Coca-Cola con limone, quella di Belascoarán senza ghiaccio.
Ormai sta diventando un luogo comune dire che uno è legato a questa città da un cordone ombelicale, intrappolato da un misto di amore e odio. Belascoarán, insonne, guardando la notte al neon dalla finestra, ripassa le proprie parole. Si sente l’ultimo dei mohicani. Constata, conferma: non c’è odio. Solo un’enorme, un’infinita sensazione d’amore per la città mutante in cui abita e che lo abita, che sogna e lo sogna. Una volontà d’amore che non è intrisa di rabbia, possesso, erotismo, ma che scivola nella tenerezza. Forse sono le manifestazioni, il colore dorato della luce nello Zócalo, le bancarelle di libri, i tacos di carnitas, i fiumi di solidarietà profonda, gli amici dell’officina meccanica di fronte che lo salutano quando passa. Sarà quella meravigliosa luna invernale. Sarà.
Héctor si sedette a fumare in poltrona. Trascorse la nottata a fumare e ascoltare i rumori della strada. Senza sapere perché, gli tornò in mente la faccia del cane zoppo di Héctor Monteverde. All’alba, si addormentò.
Da Città del Messico
Paco Ignacio Taibo II
Messico, dicembre 2004






