_Che è bello lungo perché in una sola tirata racconta del Club del Calendario Rotto, di come Elías risolve il caso del picchio carpentiere, mette in guardia contro i pericoli che derivano dall’ignorare gli usi e costumi, avverte che i morti non hanno compagnia, e narra il viaggio e l’arrivo di Elías a Città del Messico con tutte le di fantastiche avventure da lui vissute, oltre a riflettere sul Male e sul Malvagio della storia.
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Un cerino si accende e illumina la sigaretta e la faccia che c’è dietro: cranio rapato alla skinhead, occhi scintillanti, anelli d’argento, guance non rasate.
“Mi sembra che sia necessario chiarirlo fin da ora, per evitare confusioni. E non sono neppure il maggiordomo. Suppongo sia doveroso dirlo fin dall’inizio perché come sapete nei romanzi polizieschi l’assassino è sempre il maggiordomo… o viceversa. Però ho fatto il portiere. Non di portineria ma di calcio. Qualche volta ho giocato in porta nelle partite che fanno nel Caracol di La Garrucha. Le prime volte non capivo bene cosa succedeva, ma ogni domenica, dopo le preghiere in chiesa, si scatenava la frenesia tra i ragazzini e un chiacchiericcio in tzeltal tra gli adulti. Io riuscivo a capire soltanto quando dicevano "volontari degli accampamenti, zapatisti”, e poi tutti andavano verso il campo di calcio. Be’, non è propriamente un campo di calcio. Dal lunedì al sabato è il recinto del bestiame, ma la domenica si trasforma in campo di calcio. Neanche sapessero che è domenica, le vacche si allontanano dal recinto lasciando il campo minato di merde. Allora alcuni del villaggio si caricano in spalla le panche della chiesa e della scuola e improvvisano una specie di tribuna. Il terreno che usiamo come campo è alle falde di una collina, così una porta rimane più in alto dell’altra, dando un evidente vantaggio alla squadra che gioca “sopra”.
Comunque, il cambio campo del secondo tempo riequilibra la situazione. O almeno dovrebbe. A quel punto vengono formate le squadre, e un abitante del villaggio, invariabilmente uno che fa parte delle autorità, fa da arbitro. Vi dicevo che qualche volta ho fatto il portiere della squadra dei “campamenteros”, come dicono quelli del villaggio, o “campamentistas”, come diciamo noi degli accampamenti. Cioè noi uomini e donne provenienti da diversi paesi del mondo che formiamo l’accampamento di pace. Dunque, mettiamo insieme una squadra di calcio e giochiamo contro le squadre dei villaggi zapatisti. Quando ho giocato io, la maggior parte delle volte abbiamo perso. Ma non crediate che succedesse perché gli zapatisti erano più forti. Era piuttosto un problema di comunicazione. Gli uni con le altre (perché la nostra squadra era sempre mista, di uomini e donne) ci urlavamo indicazioni in francese, basco, italiano, inglese, tedesco, turco, danese, svedese, aymara. Nessuno ci capiva un accidente e, come dicono da queste parti, era un casino bestiale, e la palla andava sempre dove non doveva.
Giocando a calcio con loro ho capito qualcosa di ciò che gli zapatisti chiamano “la resistenza”. Insomma, credo. Il fatto è che in una di quelle partite, nella nostra squadra giocavano due ragazze danesi impressionanti, alte due metri e con un’abilità incredibile nel tenere la palla al piede. Fra l’altezza, i salti e la falcata, non vedevano neanche gli zapatisti che, si sa, sono piccoletti e hanno il passo corto. Ai primi tocchi di palla fu chiaro che la nostra superiorità non avrebbe tardato a dare risultati. E in effetti già al decimo minuto del primo tempo vincevamo 2 a 0. Allora, semplicemente accadde. Io me ne accorsi sia perché ero il portiere sia perché, qui, ho imparato a osservare con attenzione e a vedere ciò che non è evidente. Non vi fu alcuna precisa indicazione da parte di nessuno, né una riunione, o uno scambio di frasi, segni o sguardi tra gli zapatisti. Eppure io credo che abbiano una loro maniera di comunicare, perché dopo il secondo gol incassato, tutti gli zapatisti si ritirarono nella loro metà campo a difendere la porta. In pratica lasciarono il campo libero alle nostre floride danesi, che correvano felici da un’estremità all’altra. Certo, con tanta gente nell’area zapatista, quella parte del terreno si trasformò ben presto in una palude di fango. Il pallone rimaneva incollato, come nel cemento, e ci volevano diversi calci internazionalisti per farlo rotolare. “Si sono adeguati” pensai “non vogliono perdere in modo esagerato”, e così mi misi a osservare la partita da spettatore qualunque, tanto il gioco era sempre nel campo avversario.
Trascorsero vari minuti e poi successe quello che successe. La nostra squadra, che correva in lungo e in largo, cominciava ad accusare segni di stanchezza. Nel secondo tempo era evidente che eravamo spompati. Le nostre campionesse danesi boccheggiavano disperatamente, fermandosi ogni due o tre passi. Allora, senza che neppure stavolta vi fossero stati segnali espliciti, zac!, mi arriva addosso l’intera squadra zapatista. Ci infilarono sette reti in venti minuti, con grande gioia del pubblico che, inutile dirlo, tifava compatto per la squadra locale. La partita finì 7 a 2, e metà dei nostri ci avrebbero messo almeno un’ora a riprendere fiato e tre settimane per tornare a camminare normalmente.
E così ho fatto anche il portiere, però non sono il maggiordomo né l’assassino. Come avrete già capito, sono un volontario degli accampamenti, e vengo da un altro paese. Ho fatto parte degli accampamenti di pace in cinque Caracol, fin da prima che si chiamassero Caracol, e sono stato in alcune comunità minacciate dai soldati o dai paramilitari. Voi vi chiederete cosa ci fa un “campamentista straniero” in questo romanzo poliziesco. Me lo chiedo anch’io, quindi non vi posso essere di alcun aiuto. In attesa di vedere dove va a parare la faccenda, vi racconto qualcosa di me. Magari così scopriamo insieme che diavolo ci faccio in questa storia.
Il Club del Calendario Rotto
Sono filippino e mi chiamo Juli@ e di cognome faccio Isileko. A quanto mi hanno detto, “Isileko” vuol dire “segreto” in lingua basca. Sono meccanico in un’autofficina a Barcellona e il mio nome lo scrivo con la chiocciola: Juli@. Lo scrivo così perché… è necessario che dica che sono gay? E va bene, sì, sono gay, omosessuale, maricón, florecita, puto, mampo, mariposón, joto, puñal o come preferite dire al paese vostro. Ma no, non credo sia necessario che lo dica… e neppure conveniente, perché poi finite per associare “omosessuale” con “criminale”. Dunque, lasciamo da parte le preferenze sessuali e restiamo al fatto che sono filippino con cognome basco, di professione meccanico a Barcellona, Spagna, e portiere dilettante in Chiapas, Messico. Nel villaggio mi chiamano Julio. Altri segni particolari, capelli a zero e qualche tatuaggio sul corpo. Sulla schiena, tra le scapole, mi sono fatto scrivere a caratteri gotici “Parte posteriore” e sul petto “Parte Anteriore”. Nel caso che mi squartino. Ho un altro tatuaggio, un po’ sotto l’ombelico, che dice “Maneggiare con cura” e una freccia che punta verso il sesso.
Un altro ancora, sulle natiche, avverte “Non si accettano resi”. Ho anche qualche piercing, o pendientes, come dicono in Spagna, ma non molti: uno al sopracciglio sinistro, due all’orecchio destro, tre al sinistro, uno nel naso, uno per capezzolo e basta. Sono venuto nei territori zapatisti perché ero stufo di leggere comunicati. Sì, ho cominciato a interessarmi al movimento zapatista dopo aver letto un libro di Manuel Vázquez Montalbán sulla questione. Non è che conoscessi personalmente lo scrittore, il fatto è che una volta stavo aggiustando una macchina e trovai il libro sul sedile posteriore. Dopo averlo letto chiesi a un collega dell’officina se sapeva qualcosa degli zapatisti del Chiapas. Mi rispose di no, ma vicino a casa sua c’era un posto dove si riunivano dei giovani, più o meno “conciati” come me, e si sbattevano a chiedere sostegno per questi zapatisti. Ci andai. Mi procurai altri libri e qualche indirizzo internet dove si trovavano i comunicati. Li ho letti tutti, cioè, tutti finché non sono venuto in Chiapas. E per la verità mi ero stufato di leggerli perché intuivo che quelli erano solo frammenti di una storia più grande, come se quei testi mi fornissero alcuni pezzi di un rompicapo tenendo nascosto il resto, l’importante.
Sì, mi incazzai con il Sup senza neanche conoscerlo. Cominciai a metterlo in discussione perché lì si parlava di alcune cose ma non di altre. Con quale diritto quel tizio mascherato mi mostra certe cose e me ne nasconde altre? Devo andare laggiù, pensavo. Smisi di andare allo stadio. Comunque, il Barça non era in un periodo dei migliori. Così riuscii a mettere da parte un po’ di dollari. E partii. Avevo ragione? Sì e no. Ho imparato che in effetti i messaggi degli zapatisti mostrano alcune cose e ne nascondono altre, le più grandi, le più terribili, le più meravigliose. Ma ho imparato che no, non cercano di ingannarci, ma di invitarci…
Un momento… Aspettate…
Dunque, mi hanno appena informato che io non sono in questo romanzo, dunque dev’essere stato tutto uno spiacevole equivoco che, a quanto che mi dicono, risolveranno nella redazione del giornale e nella casa editrice del libro. Poiché probabilmente la faccenda richiederà un po’ di tempo, ne approfitto per raccontarvi di alcune persone con le quali sono stato nell’accampamento di pace a La Realidad e di come ho conosciuto Elías.
Una nuova fiamma accende un’altra sigaretta…
Ne volete una? Non fumate? In questo romanzo fumano tutti. Belascoarán fuma, Elías fuma, io fumo, il Sup neanche a dirlo. Dovrebbero regalare un estintore con ogni copia del libro e mettere un avviso sulla copertina: “Il fumo nuoce alla salute” o “Fumare in gravidanza aumenta il rischio di parto prematuro o di neonati sottopeso” o un’altra di quelle scritte che mettono sui pacchetti e nessuno legge. Così, anche se il romanzo non vincerà nessun premio letterario, almeno prenderà quello dell’Associazione non fumatori militanti, ammesso che ne esista una.
Bene, vado avanti. Negli accampamenti di pace ho conosciuto gente di ogni paese, anche se non molti messicani. C’è chi resta per poco tempo e chi per anni. E qualcuno è intermittente, come quel Juanita Punto Com che non so bene da quale paese venga né se si chiami come dice di chiamarsi, ma sono certo che abbia la sua brava pagina web. Quello arriva sempre con un mucchio di riviste e giornali, e se ne va soltanto con un sorriso. Insomma, anche se siamo di nazionalità e lingue diverse, e spesso diamo valutazioni differenti sullo zapatismo, negli accampamenti si creano legami di cameratismo più o meno solidi. A La Realidad ho avuto un rapporto stretto e fraterno con tre campamenteros. Abbiamo fondato insieme il gruppo da noi battezzato Club del Calendario Rotto che, per quanto sembrerebbe un buon titolo per un romanzo poliziesco o il nome di una società segreta esoterica o di un gruppo di conigliette sparse nelle pagine centrali di Playboy, è solo l’appellativo di una squadra di persone che hanno deciso di farsi chiamare così per i motivi che adesso vi spiego.
Nel Club del Calendario Rotto c’è una tedesca. Ha messo assieme i soldi per venire qui distribuendo per un anno pizze in motorino. Non mi sembra necessario aggiungere che è lesbica, per le stesse ragioni di prima, vi dirò invece che si chiama Danna Mayo e di cognome fa Bi Mat, che in vietnamita significa “clandestino”. Danna Mayo gioca in difesa nella nostra squadra di calcio ed è venuta nelle terre zapatiste come per fare una specie di luna di miele con la sua compagna, una professoressa di matematica che adesso non c’è perché è tornata a Berlino per procurarsi altri soldi e prolungare la sua permanenza in Chiapas. Nel villaggio Danna la chiamano semplicemente Mayo.
Poi c’è una francese, insegnante a Tolosa, che si chiama Juin Hélene e ha un cognome serbocroato, Protuzakonitost, che vuol dire “illegale”. A Juin Hélene piace molto il jazz, dice che la vita è come un brano di Miles Davis ed è venuta qui, dice lei, a imparare come funziona questa faccenda dell’autonomia indigena, perché quando torna in Francia vuole organizzare con i suoi alunni un municipio autonomo ribelle e chiamarlo Charlie Parker. Juin gioca in squadra nel ruolo di “elemento di dissuasione” – per via dei calci che rifila ma alle caviglie degli avversari anziché al pallone – e nel villaggio la chiamano “la bionda” o “la francesera”.
Il quarto elemento è un italiano, di professione cuoco, che si chiama Vittorio Francesco Augusto Luigi e di cognome fa Nidalote, che in albanese significa “proibito”. Crede fermamente negli extraterrestri e, a quanto ci ha confessato nelle lunghe nottate della selva chiapaneca, è convinto che ci sono extraterrestri cattivi ed extraterrestri buoni. I cattivi, dice, sono atterrati da tempo a Washington, Londra, Roma, Madrid, Mosca, Città del Messico, hanno preso il potere e imposto la moda del fast food. E i buoni… insomma, i buoni non sono ancora atterrati, ma se mai dovessero farlo, sarà sul suolo zapatista. E non verranno per conquistarci o insegnarci le loro avanzate tecnologie, ma a imparare come sconfiggere i cattivi. Vittorio Francesco Augusto Luigi suppone che gli extraterrestri buoni avranno bisogno di un cuoco, ecco perché sta qui. Vittorio Francesco Augusto Luigi è la nostra ala sinistra – dice che bisogna essere coerenti con le posizioni politiche persino nel calcio – e nel villaggio lo chiamano Panchito, soprannome che a lui piace e a noi pure. Insomma, si può dire che siamo un gruppo originale, e se dovessimo “zapatizzare” i nostri nomi, saremmo: Maggio Clandestino, Giugno Illegale, Luglio Segreto e Agosto Proibito.
Sembrano nomi da personaggi di romanzo porno o da spie o da porno-spie, più che da romanzo poliziesco. E anche se aggiungessimo la Abril, cioè Aprile, del primo capitolo, il calendario resta incompleto, “rotto”. Non prendetemi troppo sul serio, ma forse il Sup ci ha infilati in questo romanzo per sfizio, perché come sapete gli zapatisti sostengono che il mondo non sia uno solo ma tanti, e quindi stanno buttando dentro la storia un meccanico omosessuale e filippino, una tedesca lesbica che distribuisce pizze in motorino, una maestra francese amante del jazz e un cuoco italiano che crede agli extraterrestri. Cioè per dimostrare che non ci sono soltanto uomini e donne. E così è possibile che più avanti compaiano altri personaggi “strani”.
Anche se io credo che il cuoco italiano sia comparso qui solo perché nei romanzi polizieschi prima o poi agli investigatori viene il pallino della gastronomia. L’altro giorno, per esempio, ho visto Vittorio Francesco Augusto Luigi (Agosto Proibito, nel nostro Calendario Rotto) provare una ricetta che, a suo dire, gli ha passato il Sup. Si chiama “Marco’s Special” e ve la riferisco così come l’ho saputa: si prende una razione di carne di manzo a volontà, si fa a pezzetti e si frigge; si aggiunge un barattolo di salsa messicana e del formaggio; si mescola bene il tutto e si serve caldo. Quando Agosto Proibito ha finito di cucinarla, gli ho detto: “Sembra la vomitata di un ubriaco”. Lui ha assaggiato e sentenziato: “In effetti il sapore è quello”. Ma Agosto è di quelli convinti che gli zapatisti non sbagliano neanche quando sbagliano, e ha dato la colpa alla salsa che era di marca Herdez, mentre il Sup aveva detto chiaro che doveva essere La Costeña.
Comunque sia, ci perdonino Pepe Carvalho e Manuel Vázquez Montalbán ma in questo romanzo non si mangerà per niente bene. E a proposito di mangiare, torno subito, faccio un salto al cesso…
Elías e il caso del Picchio Carpentiere
E scemo, perché quel picchio, oltre che carpentiere, era anche un po’ scemo, come vedrete dal racconto.
Dunque, mi incaricarono di indagare nel Caracol di Morelia, nella zona Tzots Choj. La cosa o il caso riguardava un cristiano che era stato reso defunto da alcuni che però dicevano di no, che non erano stati loro ad ammazzarlo. La Giunta di Buon Governo di quel posto aveva inviato una richiesta di aiuto al Comando Generale dell’EZLN. Il Sup non c’era, così lo avvisarono per radio e mi dissero che aveva detto di mandare me. A La Realidad, il responsabile locale mi diede il necessario per il viaggio, qualche tortilla tostata, una gavetta di zuppa e dei fogli. In uno lessi…
Certificato di ritrovamento cadavere
Comunità Nich Teel appartenente al Municipio Autonomo Ribelle Zapatista Olga Isabel, Chiapas, 25 giugno 2004.
Il c. Pedro Sántis Estrada, Commissione di Onore e Giustizia municipale autonoma, alle 21.25 in merito al ritrovamento del cadavere dichiara quanto segue:
1) Il defunto Francisco Hernández Solís di 38 anni, stato civile: libera unione con 9 figli.
2) Il 25 giugno del 2004 si è recato al lavoro alle 6 del mattino nel suo campo di mais denominato 6a Wits, distante 5 km da casa sua.
3) Alle 13 stava rientrando in compagnia del fratello minore, Santiago Hernández Solís di 21 anni, e del figlio Pedro Hernández di 10 anni, quando a 300 metri dal campo Francisco Hernández Solís è caduto in un agguato: 4 colpi sparati da un’arma automatica calibro 22 da circa 2 metri.
4) Due pallottole gli hanno attraversato la parte destra del petto nello stesso punto, una terza nel centro del petto e la quarta nella natica destra.
5) Nel luogo dove ha subito l’imboscata ha corso per 48 metri gridando il proprio nome a quelli che stavano sparando, e dopo aver mostrato al fratello i punti in cui erano entrati i proiettili è caduto a terra morto: a faccia in su guardando verso sud con gli occhi aperti e la mano destra al petto e la mano sinistra a terra e le gambe distese.
Dati personali: Il defunto Francisco Hernández Solís portava in spalla mezzo sacco di mais, aveva un machete e la pietra per affilarlo alla cintura e una bisaccia, una camicia bianca a righe, pantaloni da lavoro chiari e cinturone di cuoio nero e stivali di gomma, capelli neri lisci, sopracciglia folte, occhi neri, naso grosso, baffi neri, bocca normale, faccia tonda di carnagione scura, orecchie grandi, altezza 1,60.
IL PRESENTE ATTO DI RITROVAMENTO VIENE CHIUSO NELLA STESSA DATA IN CUI È STATO INIZIATO. IN FEDE
Pedro Sántis Estrada
Commissione di Onore e Giustizia
Andai dunque alla comunità Moisés Gandhi e lì mi raggiunsero quelli della Giunta di Buon Governo di Tzots Choj. Arrivato nella comunità Morelia, dove c’è il Caracol, mi riunii con le autorità autonome dei MAREZ Ernesto Che Guevara e Olga Isabel. Secondo loro, lo stesso giorno dell’omicidio erano state fermate due persone che avevano avuto problemi con l’ucciso. I problemi erano di terreni, di piantagioni di caffè e di legna da raccogliere. Problemi che duravano da qualche tempo. I due presunti detenuti si chiamavano Sebastián Pérez Moreno e Fausto Pérez Gómez. Cioè i due nomi pronunciati dal defunto quando ancora non era del tutto defunto. Quelli però dichiaravano di non essere stati loro, cioè i due presunti colpevoli detenuti dichiaravano di non essere gli assassini del defunto. Che erano andati a lavorare nel loro campo di caffè. Che si erano portati dietro un fucile da caccia nel caso incontravano qualche animale. Che nella boscaglia avevano avvistato un picchio carpentiere. Che gli avevano sparato quattro colpi ma non erano riusciti a centrarlo. Che poi erano tornati a casa perché faceva caldo Che solo allora avevano saputo del morto.
Chiesi di essere accompagnato sul posto dove era successo il fatto. Mi volevano portare ma siccome ormai era molto tardi, mi offrirono un caffè e un po’ di pane. Poi mi fecero dormire nella scuola della comunità. Il giorno dopo, al mattino presto, ci andammo. Perlustrai il terreno intorno al punto dove il poveretto era stato defunto. Da una parte, cespugli e erba alta. Dall’altra, campi da pascolo. Solo qualche albero, ma più in là, verso le piantagioni di caffè. Seguii le orme dell’ucciso fin dove ci era rimasto secco. Poi cercai tracce nella zona dove i presunti accusati detenuti dicevano di aver camminato. Qualcosa non tornava, e non trovavo quello che cercavo. La solita storia. Continuavo a cercare senza sapere cosa cercavo, ma pensando che quando lo trovavo poi capivo. Era tardi quando mangiammo un po’ di zuppa. Chiesi a quelli che erano lì con me se il giorno della disgrazia pioveva. Sì. Abbastanza forte. Tutto il santo giorno. E pure la notte. Ci pensai su. Ci pensai molto. Poi capii che non potevo trovare quello che cercavo perché era proprio quello che cercavo, cioè cercavo di non trovare quello che cercavo. Gli altri dissero che i miei pensieri erano molto ingarbugliati. Risposi che infatti sì. Tornammo indietro.
Andai dalle autorità e dissi che non avevo trovato quello che cercavo e pertanto gli accusati erano colpevoli. Anche le autorità dissero che i miei pensieri erano molto ingarbugliati. Io pensai che facevo meglio a mettere nella bisaccia un mucchio di fogli con scritto “infatti sì”, per non dover dare tante spiegazioni. Ma siccome non avevo con me fogli del genere, dissi alle autorità che infatti sì, ma il problema era che non avevo trovato il picchio carpentiere. E allora?, chiesero le autorità. Sarà morto come il povero ucciso. Allora dissi che o il picchio doveva essere proprio scemo perché andava a fare buchi nei tronchi quando pioveva e tra l’altro in un campo di sterpi dove non ci sono alberi da bucare, e per di più continuando a svolazzare lì intorno nonostante i quattro colpi di fucile, oppure, non c’era mai stato un picchio carpentiere. Come sarebbe a dire che non c’era un picchio carpentiere, chiesero le autorità. Come sarebbe a dire, dissi io. Ammesso e non concesso che il picchio non c’era, allora a cosa avevano sparato gli accusati?, chiesero le autorità. La stessa cosa che mi chiedo io, risposi, ma senza parlare come un avvocato. Era chiaro che mentivano, dissi io.
E magari c’era qualcun altro coinvolto nella faccenda, dissi ancora io. Questo lo vedremo, dissero le autorità. Io intanto vado a fare un bagno nel fiume perché nei campi mi sono riempito di pagliuzze e lappe, dissi. Quelle maledette lappe si infilano da tutte le parti, pensai senza dirlo. Poi andai allo spaccio della cooperativa a comprare le sigarette. Quali, chiese il compagno. Le Gratos, risposi. Le vuoi mentolate, chiese lui. Voglio delle sigarette, non caramelle, risposi. La sera vennero a dirmi che le autorità avevano fermato un’altra persona di nome Pascual Pérez Silvano di sedici anni, scapolo, che viveva con i genitori. E aveva già raccontato tutto sui fatti accaduti. Stavano scrivendo la sua dichiarazione dell’accusato. E più tardi mi portarono la…
Dichiarazione pubblica dei fatti
Pascual Pérez Silvano dice che si è incontrato all’incrocio dei sentieri con Fausto e Sebastián, i quali avevano fucili automatici calibro 22 e invitato dai due a caccia dissi che non potevo andarci perché dovevo raccogliere il mais ma alla fine ho accettato di accompagnarli, abbiamo preso il sentiero per Corostik, passando da Mustajá e proseguendo per Xaxajatik, io ero già stanco e non avevamo trovato niente, ho detto che non ce la facevo a camminare ancora e Sebastián mi ha detto che sono una donnetta, allora abbiamo continuato fino alla fine del sentiero e lì ho deciso di fermarmi, lui mi ha detto che se dicevo qualcosa mi sparava, poi loro sono andati avanti altri quindici metri fino al sentiero del campo di mais, non li ho visti quando hanno cominciato a sparare, io sono scappato via di corsa perché ho avuto paura, non sapevo cosa volevano fare, hanno sparato diversi colpi, se lo sapevo non ci andavo con loro.
Sono venuto via da solo, di nascosto, e ho rifatto lo stesso sentiero ma senza incontrare Fausto e Sebastián, ho dovuto fare molti giri prima di trovare il mio campo ma per la paura non sono riuscito a riempire il sacco di mais e sono tornato subito a casa ma non ho detto niente ai miei. Poi, quando qualcuno ha detto che avevano ammazzato il signor Francisco Hernández Solís sul sentiero, allora ho pensato che erano stati loro, ma io non lo sapevo, e non ho visto a chi sparavano. La gente ha cominciato a riunirsi per andare a vederlo, a quanto ne so lui non aveva fatto niente.
Fausto e Sebastián non parlavano, guardavano solo Pascual Pérez Silvano mentre rilasciava la sua dichiarazione. Alla fine hanno detto che sono stati loro, hanno ammesso di essere i responsabili dell’assassinio di Francisco Hernández Solís.
NON ESSENDOCI ALTRO DA CHIARIRE, SI CONCLUDE IL PRESENTE ATTO DI ACCERTAMENTO PREVENTIVO NELLA STASSA DATA IN CUI È STATO INIZIATO.
In fede
Pedro Sántis Estrada
Commissione di Onore e Giustizia.
L’indomani mi avvisarono che dovevo tornare a La Realidad. Mi ringraziarono di tutto e mi diedero tostadas e zuppa per il viaggio.
Stava piovendo. Le sigarette si erano bagnate tutte. Dalle parti di Cuxuljá presi un passaggio in macchina per Altamirano e da lì per Las Margaritas. Quando arrivai a La Realidad era già notte. A casa di Max c’erano tamales, caffè e banane fritte. Max mi offrì altre sigarette. Pioveva sempre. Mi fermai a dormire nel piccolo spaccio che hanno chiamato Don Durito. Non dormii granché. Le lappe e il fieno mi si erano infilati pure nell’anima.
Elías e il Club del Calendario Rotto
Va bene, adesso vi racconto com’è avvenuto l’incontro fra Elías e il Club del Calendario Rotto.
Una notte si scatenò un piccolo casino dentro la baracca dove dormivamo noi degli accampamenti di pace. Il motivo era che Juin Hélene, la francesera, soffre di insonnia e dalla sua amaca aveva visto qualcosa che si muoveva sul soffitto. Fece luce con la torcia e risultò che era una biscia, o una vipera, comunque un serpente. Ovviamente si mise a urlare e ovviamente ci svegliò tutti. Panico generale, subito camuffato da dibattito ecologico con risvolti da terapia di gruppo.
Prima discutemmo se ammazzarla o no. La biscia, non Juin Hélene. Danna Mayo sosteneva argomentazioni di carattere naturalistico contro l’ipotesi di farla fuori, mettendo in guardia sul pericolo di alterare la biodiversità; Vittorio Francesco Augusto Luigi proponeva invece di ammazzarla sciorinando motivi d’ordine culinario in abbondanza riguardo alla squisitezza gastronomica della carne di serpente, perché aveva letto in un comunicato del Sup che la vipera arrostita ha un sapore di pesce alla brace. Juin Hélene era favorevole ad alterare l’equilibrio biologico ammazzando la biscia e a me il pesce è sempre piaciuto, dunque, a schiacciante maggioranza, il serpente fu condannato a morte. Il problema era come farlo scendere dal soffitto per poi dargli il colpo di grazia.
Danna Mayo disse che bisognava trovare una sedia e poi Vittorio Francesco Augusto Luigi l’avrebbe fatto cadere dandogli dei colpi con il mestolo della zuppa. Panchito disse, con inconfondibile accento messicano, che col cazzo. A quel punto arrivò Elías, si rese subito conto della situazione, uscì e tornò con una pertica, colpì la biscia facendola cadere sul pavimento e le tagliò la testa con il machete.
“Era una nauyaca” disse prendendo i due pezzi e portandoli non so dove.
Poco dopo tornò e ci chiese se saremmo partiti e quando. Tutti rispondemmo di sì, quella domenica stessa. Danna Mayo doveva prelevare dei soldi in banca, Juin Hélene tornare in Francia, Vittorio Francesco Augusto Luigi comprare alcune cose, e io rinnovare il visto turistico. Insomma, tutti dovevamo andare a Città del Messico.
Elías ci chiese se poteva venire con noi. Rispondemmo di sì, ovviamente sì, certo, anzi sarebbe stato un piacere, eccetera.
“Vabbè” disse lui.
Gli chiedemmo dove voleva andare e a fare cosa.
“Vado a Città del Messico a cercare una medicina, però non ditelo in giro” rispose lui, per poi scomparire nel buio della notte.
Dopo lo spavento della nauyaca ci era passato il sonno, e così venne convocata una riunione straordinaria del Club del Calendario Rotto. Argomento di discussione? Il viaggio di Elías.
Giugno Illegale sosteneva che quella della medicina era una bugia, secondo lui Elías andava a comprare i biglietti per il Festival del Jazz a Città del Messico, dove il Sup sarebbe andato camuffato da sassofono e poi si sarebbe messo a lavorare in un table dance “per sole donne” per raccogliere fondi utili alla causa.
Maggio Clandestino non era d’accordo, no, Elías andava a procurarsi l’indirizzo di una clinica specializzata in operazioni per cambiare sesso, perché il Sup era lesbico, cioè gli piacevano le donne ma quelle non se lo filavano nemmeno di striscio e allora voleva diventare donna anche lui per ottenere più attenzioni. Io, cioè Luglio Segreto, dissi che Elías andava a scoprire quando ci sarebbe stata la Marcia dell’Orgoglio Gay alla quale il Sup avrebbe partecipato uscendo, contemporaneamente, dalla selva e dall’armadio.
Agosto Proibito ci ascoltava in silenzio, poi, quando ci stufammo di chiacchierare, disse la sua: “Non sapete niente” sbottò con disprezzo. “Il Sup è più virile di Pedro Infante e Lando Buzzanca messi assieme, e in quanto a musica gli piace il son e lo huapango. Comunque, se leggeste i giornali, sapreste che Elías va su per la faccenda del Wal Mart di Teotihuacán.”
Restammo a guardarlo senza capirci niente.
Agosto sospirò prima di decidersi a spiegare: “Il fatto è che la Wal Mart ha costruito un supermercato a Teotihuacán per fregarsi le piramidi del Sole e della Luna. Se le ruberanno a poco a poco, sostituendo ogni pezzo che portano via con uno identico ma di cartapesta. Le parti originali le impacchettano negli scatoloni vuoti delle merci vendute. Ecco perché se gli vai a chiedere qualche scatolone per fare un trasloco o per mettere da parte libri, vestiti, dischi o aiuti umanitari, col cazzo che te li danno. Prima si porteranno via la piramide della Luna, in modo che per il 21 marzo ci sia ancora l’originale della piramide del Sole dove fanno le cerimonie della primavera, e così avranno un anno di tempo per smantellare anche quella senza che nessuno se ne accorga”.
Continuavamo a guardarlo e continuavamo a non capirci niente.
Giugno Illegale chiese perché la Wal Mart voleva rubare le piramidi di Teotihuacán. Agosto Proibito rispose con il tono da “elementare, Watson”:
“Ma è ovvio, per impedire agli extraterrestri buoni di individuare il punto giusto per l’atterraggio. Gli extraterrestri buoni stanno aspettando che gli zapatisti estendano il loro territorio e fondino un Caracol a Teotihuacán, allora atterreranno sulle piramidi e tan-tan, sarà finita per i Mac Donald’s e i Pizza Hut. Ma se le piramidi saranno finte, gli extraterrestri buoni non potranno scendere e ci terremo Bush, Blair, Berlusconi, Aznar e il Fondo Monetario forever. Ci siamo capiti?*”
Maggio Clandestino chiese dove la Wal Mart intendeva portare le piramidi di Teotihuacán. Luglio Segreto, cioè io, mi unii alla domanda. Giugno Illegale si stava addormentando.
“È proprio quello che va a indagare Elías” rispose Agosto Proibito.
Eravamo tutti d’accordo sul fatto che ne avevamo abbastanza di nauyaca, piramidi, fast food ed extraterrestri, e che era ora di dormire.
Sull’amaca, nel dormiveglia, mi si confuse tutto in testa. Perché a differenza degli altri mesi del nostro calendario frammentario, io avevo già letto i capitoli uno e due di questo romanzo, Morti scomodi, e a parte tutto il resto sapevo cosa andava a fare Elías a Città del Messico.
E mi venne paura. Una grande paura. Ma non una paura per l’ignoto. No, era qualcosa di più razionale. Paura per quello che già conoscevo. Paura della lunga storia di sconfitte. Paura dell’abitudine alla rassegnazione che produce il conto dove noi figuriamo sempre nelle sottrazioni e divisioni, mai nelle addizioni e moltiplicazioni. Avevo paura che Belascoarán ed Elías perdessero, e che noi, tutti noi, perdessimo con loro. Perché è risaputo che l’assassino torna sempre sul luogo del delitto. Ma supponiamo che Elías e Belascoarán non vadano dietro a un assassino, ma all’Assassino. Se si tratta di chi immagino, allora l’Assassino non tornerà sul luogo del delitto, semplicemente perché lui è il luogo del delitto. L’Assassino è il sistema. Sì, il sistema. Quando c’è un delitto bisogna cercare il colpevole sopra, non sotto. Il MALE è il sistema e i MALVAGI sono quelli che stanno al servizio del sistema.
Però il MALE non è un’entità, un demone perverso e malefico in cerca di corpi da possedere e, usandoli come strumenti, creare malefatte, crimini, omicidi, programmi economici, frodi, campi di concentramento, guerre sante, leggi, tribunali, forni crematori, canali televisivi.
No, il MALE è un modo di rapportarsi, è un atteggiamento nei confronti dell’altro. È anche una scelta. Il MALE è scegliere il MALE. Scegliere di essere MALVAGIO nei confronti dell’altro. Diventare, per propria scelta, il carnefice. Costringere l’altro a diventare la vittima.
Ma vaffanculo. Quelli degli accampamenti di pace non dovrebbero fare riflessioni metafisiche. Devono contare carri armati e soldati, devono ammalarsi per la roba che mangiano, devono litigare tra loro per delle scemenze, devono giocare a calcio e devono perdere contro le squadre zapatiste, devono partecipare ai progetti, devono ascoltare Radio Insurgente, devono criticare il Sup perché non è come loro vorrebbero e non fa quello che loro si aspettano, devono fare piani per esportare lo zapatismo nei rispettivi paesi, devono annoiarsi per la maggior parte del tempo. Tutto questo e molto di più, ma non devono assolutamente fare riflessioni metafisiche. E neppure dovrebbero infiltrarsi clandestinamente (nessuno ha chiesto il passaporto ai membri del Club del Calendario Rotto) nei romanzi polizieschi, tanto meno se si tratta di un romanzo a quattro mani, venti dita, otto estremità, due teste, molti mondi.
Zapatisti del cazzo, si mettono a lottare contro un mostro contando sull’aiuto di un detective e di un cinese. Sicuramente prima o poi comparirà un russo. E ci scommetto che il cinese è trotzkista e il russo maoista. Porcaputtana. Porca Wal Mart. Porca nauyaca. Fanculo le piramidi. Fanculo i fast food. E fanculo anch’io, perché così come tra gli extraterrestri ci sono i buoni e i cattivi, esistono anche i froci buoni e i froci cattivi, e io sono di quelli buoni. Sono un frocio buono perché ho scelto di non stare con i cattivi. Cazzo d’un’amaca. Ma vaffanculo pure a te. Non riesco a dormire. Col cazzo che mangio ancora zuppa pozol e fagioli. E a questo punto mi sono addormentato.
Elías e gli usi e costumi
Lasciatemi fumare una sigaretta e poi vi racconto di cose successe prima di incontrare Belascoarán al monumento alla Rivoluzione, lassù a Città del Messico. Io fumo sigarette Gratos. O Alas. Sono quelle che si trovano qua e comunque ci ho fatto l’abitudine. Anche avendone altre, io preferisco fumare Ingratos e Alacranes, come le chiamiamo qui tanto per fare gli spiritosi. Insomma, vi racconto dei giorni prima di andare a Città del Messico per prenderci la mano con le maniere dei cittadini. Passai al Comando dove il Sup doveva darmi certe cose e poi partivo per la città. Ci andai con il maggiore Moisés.
Dopo aver superato le sentinelle di guardia incontrammo un gruppo di miliziani. Il capitano Noé strimpellava la chitarra cantando sulle note di El Venadito, la canzone che dice “Sono un povero cerbiatto che vive sulle montagne”, ma con untesto diverso: “Sono un povero capitano che non ha compagnia, sono un povero capitano che non ha compagnia. E anche se non sono sposato neppure sono castrato, e tu mi piaci tanto morettina, vita mia. Vorrei essere la tua camicetta per tenerti sempre stretta. Vorrei essere la tua camicetta per tenerti sempre stretta. Per sfiorarti le tettine e abbracciarti i fianchi. Le prime piccoline e i secondi abbondanti”.
Il Sup non era al Comando ma in un’ala del quartier generale. Stava lì con il comandante Tacho, in una capanna che aveva le pareti ma non il tetto, ancora da costruire. Li salutammo e ci salutarono.
“Senti Elías” mi disse il Sup “sto discutendo con Tacho. Qui stiamo costruendo il capannone della sanità e lui dice che il tetto deve avere una trave di traverso così” e il Sup indicò il tetto che non c’era ancora, praticamente l’impalcatura di assi.
Il Sup prese la pipa, l’accese e disse: “Allora ho chiesto a Tacho perché deve avere quella trave di traverso, se c’è un motivo scientifico o se si tratta solo di usi e costumi. Perché se è una questione scientifica vuol dire che c’è un motivo per mettere la trave lì, e lui mi ha risposto che non lo sa, che così gli hanno insegnato, altrimenti il tetto casca giù”.
Il comandante Tacho rideva a crepapelle. Anche il maggiore Moisés cominciò a ridere. Si vedeva che ne avevano discusso chissà quante altre volte.
Il Sup continuò a parlare mentre si arrampicava sull’impalcatura del tetto: “Io applicherò il metodo scientifico per verificare se la trave deve essere messa qui o no. Cioè userò il metodo per tentativi ed errori, che vuol dire: se ci provi e va male, la cosa non funziona, se ci provi e va bene, la cosa funziona. Allora, se io salgo su questa impalcatura e crolla tutto, vuol dire che così com’è non può reggere il peso del tetto.”
Il Sup a quel punto era seduto a cavalcioni sull’asse portante. Proprio come se fosse in sella al suo cavallo. Dondolandosi, mi chiese: “Allora, Elías, tu che dici? È scientifico o è per via degli usi e costumi?”.
Io mi spostai da sotto l’impalcatura e riuscii a dire: “Per me dipende dagli usi…”.
Si sentì uno scricchiolio, l’asse si schiantò e il Sup precipitò giù, di schiena sul pavimento. Conclusi la frase: “… e costumi.”
Il comandante Tacho era piegato in due dalle risate. Il maggiore Moisés neanche riusciva a riprendere fiato. A quel punto arrivò di corsa la capitana Aurora che si fermò accanto al Sup e chiese, un po’ preoccupata: “È caduto, compagno subcomandante?”.
“No, è una simulazione per vedere quanto tempo ci mettono a intervenire i servizi di pronto soccorso zapatisti in caso di incidente” rispose il Sup senza rialzarsi. La compagna se ne andò ridendo pure lei.
Il Sup era ancora sdraiato sul pavimento, che cercava la pipa e l’accendino, quando arrivò una compagna miliziana:
“Compagno Subcomandante Insurgente Marcos” disse scattando sull’attenti.
“Compagna Insurgenta Erika” rispose il Sup salutandola militarmente dal pavimento.
“Compagno Subcomandante, ho bisogno di parlarti” disse Erika stringendo nervosamente un fazzoletto tra le mani.
“Dica pure, compagna Erika” disse il Sup accomodandosi meglio sul pavimento, con un pezzo di asse rotta sotto la testa come cuscino e accendendosi la pipa.
“Non so cosa ne penserai tu però il compagno capitano Noé mi sta intorteggiando” disse Erika.
Al Sup andò di traverso il fumo della pipa e, tossendo, chiese: “Ti sta cheee…!?”.
“Mi sta intorteggiando, cioè mi fa così con l’occhio” rispose Erika, facendo a sua volta l’occhiolino.
“Ah, ho capito, ma non si dice "intorteggiando”, semmai ti sta corteggiando o se preferisci, intortando" spiegò il Sup, riacquistando il respiro normale e riaccendendo la pipa. “Vuoi che gli faccia un rimprovero?”
“No” disse Erika “l’ho chiesto solo per sapere se è permesso, perché se è permesso, allora va bene. Se invece no, allora prima deve chiedere il permesso e poi mi intorteggia.”
“Si dice corteggia o intorta, non intorteggia” chiarì per la seconda volta il Sup.
“Sì, insomma, quella roba lì” disse Erika.
“Va bene, chiederò istruzioni e poi ti informo” disse il Sup fumando sul pavimento.
“È tutto, compagno Subcomandante Insurgente Marcos” disse Erika. Salutò e se ne andò.
Il Sup rimase lì a riflettere e a mordicchiare la pipa. Si sentì un altro scricchiolio, si tolse la pipa di bocca e sputò un pezzo di bocchino.
“Porcaputtana, mi sa che sono troppo vecchio per questo lavoro” disse infine il Sup, e non si sa se lo disse perché l’asse di legno si era rotta, o perché era caduto ed era rimasto sdraiato sul pavimento, o perché la pipa si spegneva di continuo, o perché Erika diceva intorteggiare anziché corteggiare, o perché aveva frantumato un altro bocchino a morsi, o per via dei suoi usi e costumi, cioè quelli del Sup.
“Io vado” dissi.
“Hai trovato qualcuno con cui partire?” mi chiese.
“Certo” risposi “parto con dei campamenteros che dovevano andare a Città del Messico.”
“Nel mostro, ricordati che Città del Messico la chiamiamo "il mostro”" disse il Sup.
“D’accordo” risposi. Non gli raccontai che ai campamenteros avevo detto che andavo a Città del Messico, cioè al mostro, per cercare una medicina. Non so se ci avevano creduto, però così mi aveva detto di dire il Sup. Perché sua nonna gli raccomandava, quando non poteva dire cosa stava facendo, di inventarsi una storia, la prima che gli veniva in mente, ma di raccontarla come un grande segreto e chiedendo di non dirlo a nessuno. E così tutti ci credevano. Questo mi aveva detto il Sup che gli aveva detto sua nonna. Che strana cosa. Avevo sempre pensato che il Sup non ce l’aveva una nonna.
“Va bene” disse il Sup e, voltandosi verso il maggiore Moisés, gli disse: “Dài a Elías le buste con le lettere.”
Il maggiore Moisés mi consegnò alcune buste. Le infilai nella bisaccia. Stava cominciando a piovere quando gli chiesi: “Bene, Sup, posso fare qualcosa per te?”.
“Sì” rispose il Sup “varie cose… Innanzi tutto passami quel sacchetto di nylon che sta là.”
Glielo passai e il Sup, sempre sdraiato sul pavimento, mise il sacchetto sulla pipa così il tabacco non si bagnava con la pioggia.
“Secondo favore, portami dal mostro una bibita che si chiama Chaparritas El Naranjo, al gusto di uva. E un’altra cosa, dì a Belascoarán che se non ti insegna a giocare a domino a coppie è proprio stronzo. No, stronzo no, forse per loro come insulto è un po’ forte. Meglio stupido, digli che sarebbe stupido, che suona più gentile e lo capisce comunque.”
“E a che serve?” chiesi al Sup perché non so che cos’è il domino.
“A parte le manifestazioni e i terremoti, il domino a coppie per la gente di città è la cosa che si avvicina di più a un lavoro collettivo. Tu impara a giocarci, poi torni e ce lo insegni, perché magari ci servirà per non farci bloccare da un doppio sei, vero?” e si voltò a guardare Tacho e Moy, che si misero a ridere. L’avevano capita solo loro.
“Domino? Non gli scacchi?” chiesi io, perché a quanto avevo visto nei villaggi gli scacchi piacciono molto e anche negli accampamenti di pace ci giocano spesso.
“No, questa faccenda che i comandanti militari e i detective giocano a scacchi è solo un mito. I comandanti giocano a carte, anzi per essere più precisi fanno i solitari, oppure i rompicapo. E i detective giocano a domino. Tu digli di insegnarti” concluse il Sup, rialzandosi.
“Vabbè” dissi io.
Il maggiore Moisés mi salutò perché lui andava da un’altra parte. Mi abbracciò e mi augurò buona fortuna. Abbracciai anche il Sup e il comandante Tacho. Pure loro mi fecero gli auguri e mi raccomandarono di stare attento. E di non dimenticare quello che mi era stato spiegato. Dai comunicati dovevo capire come procedere.
Quando me ne andai il Sup si stava arrampicando sulla parte di impalcatura ancora intera e intanto diceva al comandante Tacho: “E va bene, Tachito, adesso proviamo l’altra asse. Che metodo usiamo? Quello scientifico o quello degli usi e costumi?”.
Mentre superavo le sentinelle sentivo ancora le risate del comandante Tacho. Lungo il cammino infilai le lettere in un sacchetto di nylon, per ripararle dalla pioggia.
Il viaggio di Elías secondo il Club del Calendario Rotto
La domenica partimmo molto presto. Sul camion da tre tonnellate salimmo in cinque: Maggio, Giugno, Luglio, Agosto ed Elías. Arrivammo giusto in tempo per prendere il pullman diretto a Città del Messico. Giugno si sedette accanto a Elías, cedendogli il posto al finestrino, nel caso gli venisse da vomitare. Io ero di fianco a Maggio, e Agosto dietro di noi. Arrivando a La Ventosa il pullman si fermò a un posto di blocco dell’Immigrazione. Salì a bordo un ufficiale e passando rivolse appena un’occhiata a Maggio e a me. Agosto faceva finta di dormire e russava addirittura. Tornando indietro l’uomo si fermò di fianco a Giugno ed Elías, che stava sfogliando una copia dell’edizione francese di Le Monde Diplomatique.
“Documenti, prego” disse.
Giugno fece il gesto di tirare fuori il passaporto.
“Non lei, il signore” disse indicando Elías.
Elías, senza neppure voltarsi e rimanendo concentrato nella lettura del giornale, rispose: “American citizen”.
Benché Elías avesse un accento da “schiena bagnata”, cioè da emigrante clandestino, l’ufficiale dell’Immigrazione rimase indeciso. Dopo alcuni secondi che sembrarono eterni e, suppongo, si dilatarono il tempo necessario a mantenere la suspence che ogni romanzo poliziesco richiede, fece mezzo giro e scese. Il pullman ripartì. Giugno, senza aprire bocca, prese il giornale tra le mani di Elías e lo girò, perché lo stava “leggendo” al contrario.
“Ecco perché non trovavo le pagine dello sport!” disse Elías, prima di mettersi a dormire.
Quella notte, e per l’intero tragitto, il Club del Calendario Rotto monopolizzò il bagno del pullman. Senza discuterne tra noi, tutti davamo la colpa della diarrea alla zuppa della sera prima. Arrivati alla stazione dei pullman ci separammo da Elías. Lui se ne andò per conto suo. E noi pure.
Una volta tornato a La Realidad riferii al responsabile del Caracol il messaggio di Elías: “Quello con l’occhio grande è già dal dottore”.
Il giorno dopo incontrai il Sup al ruscello e gli chiesi se ci saremmo trovati ancora insieme a Elías nel romanzo. Mi rispose di no, che a noi era toccato comparire solo in un capitolo. Gli chiesi perché, e lui rispose: “Perché i morti non hanno compagnia”.
Insomma, siamo arrivati soltanto fin qui. Adesso, per sapere cosa succederà, dovremo aspettare di leggere i prossimi capitoli del romanzo, cazzo! Comunque, non so voi, ma io sono già stufo di questi romanzi polizieschi dove tutti i personaggi sono molto intelligenti e colti, e l’unico fesso e ignorante è il lettore. Non so fino a che punto fessi, ma qui siamo tutti ignoranti… perché manca sempre quel che manca.
Il viaggio di Elías secondo Elías
Ebbene sì, andai nel mostro. Mi svegliai mentre stavamo scendendo lungo una collina molto ripida. I campamenteros dormivano della grossa. E la vidi, la città. Eccola lì, tranquilla perché era ancora lontana.
E sì, come dirà poi Belascoarán, ha un casino di antenne, come cappelli flosci sulle teste delle case. Arrivato più vicino, vidi che, oltre alle antenne, la città era piena di gente, tanta gente. Non contai, ma mi sembrava che c’era più gente che antenne. E le macchine, poi, almeno quante le antenne. Vai a sapere.
Dalle mie parti posso capire dov’è il tale villaggio guardando gli alberi. Magari anche i cittadini guardano le antenne per trovare le case, pensai. Poi ho capito che non era così, che loro hanno strade con nomi e numeri, e case alte, altissime, come per poter stare al di sopra delle antenne, e mettono un numero anche a ogni pezzo di casa.
Alla stazione dei pullman mi aspettavano Andrés e Marta, due cittadini o meglio compagni di città, e ancora vivi, non defunti come me. Li avvistai da lontano e subito salutai i campamenteros per evitare di fargli conoscere Andrés e Marta. I quattro campamenteros erano molto pallidi, ma credo che in effetti quello è il loro colore normale nel mondo da dove vengono.
“Eccomi qui” salutai Marta e Andrés. Lui mi chiese se avevo bagagli. Solo lo zaino, dissi. Bene, andiamo. Sì, andiamo. Prendemmo il metro, come lo chiamano là.
Com’è andata, mi chiese Marta. Senza problemi, risposi. Andrés mi disse che ci voleva almeno un’ora per arrivare, colpa del traffico, che dipende se c’è una partita di calcio, e lui teneva per i Puma dell’Unam, ma da quando aveva saputo che anche la deputata Rosario Robles e un presentatore di Televisa tifavano per la stessa squadra, aveva cambiato e adesso teneva per i Giaguari del Chiapas, anche se avevano una divisa che faceva schifo. E io per chi tenevo? Dissi per la squadra dei fottuti di sempre. Non parlò più di calcio.
Arrivammo a una casettina che stava in cima a un edificio. Diedi loro la lettera del Sup. La lessero. Mi chiesero quanto tempo pensavo di rimanere da loro. Risposi sei mesi, giusto per prendere le abitudini cittadine e fare qualche lavoro. O almeno finché non usciva il comunicato del Sup dove parlava della defunta Digna Ochoa e del defunto Pável González.
“Ah, altri morti scomodi!” disse Andrés.
“Sì” disse Marta “i morti di quelli che perdono sempre non trovano mai pace.”
“Infatti” dissi io.
Questo succedeva in luglio o agosto, non mi ricordo bene, ma fu prima dei comunicati con i rapporti delle giunte di buon governo. Non avevamo ancora cominciato a cercare il più figlio di puttana di tutti i figli di puttana compresa quella puttana di sua madre, cioè quel tale Morales, che era come se il male e il malvagio si erano sposati e avevano avuto un figlio, cioè Morales. Insomma, ne è passato di tempo. Non me ne ero ricordato finché non è arrivata una lettera del Sup che finiva con…
Subcomandante Insurgente Marcos
Messico, dicembre 2004
Dalle montagne del Sudest messicano
(*) in italiano nel testo






