Dove abita l'oblio

Il Palazzo Nero di Lecumberri, lo storico carcere di Città del Messico, una delle colonne vertebrali delle tenebre del vecchio D.F., da diversi anni era diventato l’Archivio Generale della Nazione. Quell’operazione di maquillage politico, quella mutazione, non era riuscita a togliere all’enorme edificio il suo alone maligno, tanto più in uno di quei giorni di inizio inverno, quando Città del Messico si ammantava di grigio. Nuvoloni bassi e smog, venticello freddo, e per qualche motivo legato alla sua storia, sull’edificio stazionavano nubi leggermente più scure delle altre.
Dall’ingresso del Palazzo vide Fritz che attraversava la strada schivando le auto, cercando al tempo stesso di non essere investito e di accendersi una sigaretta. Andarono a sedersi ai giardini di fronte alla statua di Heberto Castillo.
“Quanti anni, fratello, quanti anni senza sapere niente di te. E di sicuro continuerò a non sapere niente di te, di sicuro mi hai cercato per farti raccontare qualche stronzata.”
Belascoarán sorrise. Fritz Glockner, per ragioni storiche, politiche e personali, da almeno quattro anni spulciava gli archivi delle polizie segrete del vecchio regime ed era immerso nelle vicende della “guerra sporca”. Archivi che per chissà quale caso erano confluiti nell’archivio nazionale, nel vecchio carcere. Una squisita casualità, qualcuno doveva averli confusi con il crollo del Partido revolucionario institucional, con i materiali della commissione patrocinio acque territoriali, o qualcosa del genere.
“Cosa sai di Jesús María Alvarado?”
Fritz fissò Belascoarán prima di rispondere, non a caso, nonostante il nome austriaco, era di Puebla e quindi giustificatamente diffidente.
“È morto, lo hanno ucciso nel ’71, come mio padre… Un colpo alla nuca.”
Una folata di aria fredda si intromise tra i due. Héctor rimase a fissare il profilo del palazzo dove Alvarado aveva trascorso gli ultimi giorni della sua vita. Un edificio dalle dimensioni impressionanti, tozzo, vetusto. Sembrava un enorme collegio per signorine gestito da suore che cercavano di rendere la vita allegra alle ragazze.
“Perché lo hanno ucciso?”
“Vai a sapere, a quei tempi prima sparavano e poi domandavano. Avranno pensato che era in contatto, o che era il capo, uno di quei gruppi di resistenza armata che si formarono dopo il ’68… O magari aveva già un gruppo prima e uscendo dal carcere lo avrebbe riorganizzato… Oppure una vendetta personale, da parte delle autorità della prigione, perché lui era stato uno degli organizzatori dello sciopero della fame nel ’69.”
“Tu lo hai conosciuto?”
“L’ho visto qualche volta, ma da lontano.”
“Aveva figli?”
“Quando io andavo a trovare mio padre, lo vedevo a colloquio con una donna piuttosto matura, e in effetti teneva per mano un ragazzino, un po’ più piccolo di me: cioè, se io ho quarantadue anni, il ragazzino adesso dovrebbe averne sui trentotto, o giù di lì. Però non so se fosse suo figlio, non ricordo di aver mai visto una donna giovane con il bambino. Forse era un nipote o un fratellino piccolo. Ricordo quel ragazzino perché durante i colloqui si metteva a giocare con uno yo-yo intorno a una fontana del cortile.”
“E dalle indagini fatte finora si è scoperto chi l’ha ucciso? Nelle carte che avete visionato c’è qualche riferimento alla sua morte, ai responsabili della faccenda?”
“Lasciami controllare e chiedere alle talpe che abbiamo negli archivi. Se salta fuori qualcosa ti chiamo.”
Si abbracciarono, poi Fritz ritentò l’attraversamento suicida del viale trafficato. A un tratto si bloccò e si voltò, tra le auto che strombazzavano.
“Perché non cerchi il Cinese? Era il suo compagno di cella.”
“Quale cinese?”
“Fuang Chu, l’unico cinese nel movimento del ‘68. C’erano soltanto lui e i poster di Mao Tse Tung. Credo che adesso viva a Guadalajara.”
L’ufficio di Héctor Belascoarán Shayne, detective indipendente, è in calle Donato Guerra quasi all’angolo con Bucareli, nel cuore del cuore di Città del Messico. E, come in una canzone di Juan Luis Guerra, è un cuore non cosciente di esserlo, che vanta poca gloria e molto rumore. Al mattino è invaso dagli strilloni, che impacchettano i giornali e fanno un gran casino, al pomeriggio è tutto un brulicare di bancarelle di dischi e cibarie.
L’ascensore non funzionava e Héctor arrancò sbuffando fino al terzo piano. Il freddo gli entrava nelle ossa e accentuava il suo zoppicare. Ma fanno male le ossa? “Solo quando fa freddo” pensò. Incrociò Carlos Vargas sulla soglia.
“Il suo funzionario progressista l’aspetta, capo.”
Ma fu il cane Tobías ad accoglierlo per primo. Zoppicava pure lui, trascinandosi dietro la zampa steccata; il freddo peggiorava anche i suoi dolori. Guardò fisso Héctor e gli rifilò una slinguata che bagnò la Delicados senza filtro che il detective stava tirando fuori dal pacchetto. Héctor diede la sigaretta al cane, che la inghiottì avidamente.
“Gli piace. Non sopporta che io fumi, ma a lui piacciono le sigarette” disse Monteverde.
Pensandoci bene, entrambi (ma chi dei due aveva adottato l’altro?) avevano la faccia da cane triste.
Héctor indicò al suo omonimo un divano di pelle nera, poi andò alla cassaforte che era sempre aperta, prese due Coca-Cola e una pistola automatica e le posò sulla scrivania. Offrì una sigaretta a Monteverde.
“Ho due nuovi messaggi” disse questi accendendo la sigaretta con un’imitazione di Ronson eccessivamente dorato, senza dubbio comprato su una bancarella.
Héctor stappò le bibite usando il mirino della pistola e ne porse una al misterioso informatore. Rimise la pistola nella cassaforte e si sedette. Riassunse l’espressione da Alec Guinness, perché non sapeva cosa dire.
“Dove la trova la Coca-Cola in bottiglietta? Nel mio quartiere ormai la vendono solo in bottiglie di plastica.”
“Qui sotto, nel negozietto. Devono essere vecchissime, è per questo che ne hanno ancora” rispose Héctor.
Ci fu una pausa di silenzio.
Monteverde gli porse un nuovo nastro di segreteria telefonica, lo guardò in faccia e alzò le braccia, come per scusarsi del disturbo, poi soffiò il fumo verso il soffitto e restò in attesa.
Trascorsero così alcuni minuti, fumando. Le note di un merengue salivano dalla strada vibrando lungo le mura dell’edificio, sembravano mescolate a un ritmo che assomigliava lontanamente al tex-mex. Il risultato era orrendo. Forse fu per questo che Belascoarán ruppe il silenzio.
“Qualcun altro è a conoscenza di questi messaggi?”
“Ma no, che dice. Vivo da solo, e al lavoro non oserei mai raccontarlo, penserebbero che sto diventando pazzo… E poi non capisco neanche cosa stia cercando di dirmi Alvarado, cosa mi stia raccontando.”
“È Alvarado?”
“Jesús María Alvarado o chiunque sia. Che importa? Il suo fottuto fantasma. Ma perché io? Certo, eravamo compagni di strada, ma niente di più, no? Tutto qui. E sono passati tanti anni.”
“E allora perché proprio lei?”
Monteverde si alzò in piedi. Oltre a essere alto, era piuttosto sgraziato. Anche il cane Tobías si alzò e zoppicò fino al padrone.
“Le giuro che ci ho pensato e ripensato e non trovo una spiegazione.”
“E perché io?”
Monteverde lo fissò con un’espressione sorpresa.
“Be’, perché lei si occupa di queste cose, no?”
Si occupava davvero di “queste” cose?
Vagabondò in calle Victoria con l’intenzione di comprarsi un registratore per ascoltare le piccole audiocassette della segreteria telefonica. “Quelle cose.” Morti che parlano in un paese dove i vivi non li lasciano parlare granché oppure parlano troppo. “Quelle cose.” Vedendo alcuni ambulanti che vendevano madonne di Guadalupe circondate di lucine rosa, si rese conto che si avvicinava il 12 dicembre. Mancava un mese al suo compleanno.
“Questa è una storia raccontata da Jesús María Alvarado, e senza dubbio ti interesserà, fratello. A Burbank, un bel giorno, al nostro Juancho, quello che faceva la parte di Bin Laden, venne proibito di scoparsi le attrici dei film girati nello studio di fianco, cioè il motel lì accanto, per motivi di sicurezza, gli dissero. E questo nonostante il fatto che Juancho, quando si spostava dal suo albergo a quello di fronte, si togliesse la barbetta finta usata per i comunicati e si travestisse da lottatore, El Horrible, con tanto di maschera verde e cornini sulla testa, esprimendosi esclusivamente a grugniti. Ma i suoi controllori si infuriarono perché a Juancho, quelli del motel di fronte, cioè lo studio Lux Cal XXX, gli avevano addirittura offerto una parte fissa, anche se si lamentavano che era un eiaculatore precoce, e questo succedeva in piene elezioni di Bush, ti rendi conto?, e Juancho faceva tutto il giorno provini, su e giù, e metti il Kalashnikov lì, e bevi il tè, e depilategli le sopracciglia, insomma, i controllori lo volevano a tempo pieno, e così gli dissero: Mister Juancho, no more fucki fucki. Juancho emise qualche grugnito però obbedì, perché lo pagavano in contanti, condizione ideale per un venditore di tacos che non faceva credito e non si fidava delle banche, né dei conti cifrati in Svizzera, perché dopo il governo di Salinas i messicani dubitano che la Svizzera esista davvero, e teneva sotto il letto della sua stanza una valigetta piena di banconote da cento dollari, che poi la sera contava sparpagliandole sulle lenzuola. Insomma, apparentemente obbedì, ma la mattina dopo l’agente che se ne stava seduto davanti alla porta, quando aprì per portargli la colazione a base di hot cakes, scoprì che Juancho era sparito. Ti rendi conto? Bin Laden gli era scappato sotto il naso. Certo, un Bin Laden che pensava di fare spot pubblicitari per turbanti o tende da campo. Un Bin Laden cazzone che non sapeva di essere Bin Laden. Capisci? E si era portato via la maschera, quell’imbecille…”
Seguì il suono di linea occupata. Héctor spense il registratore, si portò le mani alla testa e se le passò tra i capelli. Ultimamente li portava molto corti, con qualche spruzzata di bianco. E adesso sentiva che di capelli bianchi ne sarebbero spuntati altri. Si affacciò alla finestra e cominciò a ridere sommessamente, come se non si azzardasse a fare una risata piena. Accese una sigaretta con tutta la calma del mondo senza smettere di ridacchiare.
Héctor Belascoarán Shayne era messicano, quindi l’assurdo non lo stupiva più di tanto. Era messicano e cieco da un occhio, quindi vedeva la metà di quello che vedevano gli altri messicani, ma con maggiore precisione focale. Negli ultimi anni aveva vissuto sulla frontiera, al limite, di strani territori che sfioravano l’incoerenza, l’irrazionalità, la stravaganza, e anche la tragedia, la coglionaggine, l’irresponsabilità collettiva, l’impunità, la paura e il ridicolo. Territori che erano tutto fuorché innocenti, dove all’improvviso si poteva perdere un occhio, moriva un amico, ti sparavano una scarica di pallettoni mentre uscivi da una pasticceria. Territori che sfidavano la ragione eppure erano pieni di ragioni oscure. Il paese intero era un immenso affare, un territorio trasformato in bottino da cavalieri dell’apocalisse cialtroneschi e mezzo narcotrafficanti; un supermercato gestito da un Friedrich Nietzsche ubriaco, strafatto, dove niente era come appariva. Una sorta di telenovela venezuelana con Alì Babà in secondo piano e i Quaranta ladroni a fare da protagonisti. Ma questo… Questo era troppo: Bin Laden Juancho era più di quanto si potesse sopportare. Era un’intrusione planetaria, era come se il Messico si mettesse in testa di vincere i mondiali di calcio, le Olimpiadi o la Coppa Davis. Era come, e senza il come, se un venditore di tacos messicano si intromettesse in pieno nei notiziari della CNN.
La seconda storia che Alvarado propinava alla segreteria telefonica del progressista Monteverde sembrava situarsi su un altro piano di realtà, ma scollegata dalle altre raccontate in precedenza.
“Ciao, fratello, parla Jesús María Alvarado” diceva la voce roca, andando subito al sodo: “Sai come ha fatto Morales a diventare ricco? Ha assunto sette poliziotti della Judicial rimasti disoccupati perché avevano torturato la persona sbagliata, un facoltoso commerciante che era cugino di un deputato del PRI, e ha comprato delle transenne di ferro, di quelle che si usano per sbarrare il traffico nei quartieri dei ricchi, e le ha piazzate in cima a una pista sterrata, una mulattiera che per la maggior parte dell’anno era un pantano di fango ma che per un paio di mesi serviva a trasportare il caffè delle comunità contadine, e lì, dove passavano i carichi di caffè, aveva la sua sbarra e i suoi sgherri, armati di fucili, e non lasciava passare niente. Fermava quelli che scendevano giù con i sacchi sugli asini e diceva: ti offro un tot, e comprava il carico, ma lo comprava alla metà del prezzo che era già il prezzo miserabile pagato dagli intermediari a venti o trenta chilometri a valle. Ecco cosa faceva, ed è andato avanti per un paio di anni a fottere così quella gente, con metodi moderni, certo, usando una sbarra di ferro, di quelle che vedi nelle vie dei ricchi, con il cartello che dice PRIVATO. Proprio così. È la peggior carognata di tutte le carognate neoliberiste, privatizzare una strada pubblica, una pista sterrata, per fottere dei poveracci.”
Héctor compose lentamente le otto cifre.
“Senta un po’, Monteverde, ma lei ci crede alla storia di Juancho Bin Laden?”
“Per niente. Mi pare una pazzia totale. Anche se, vedendo cosa combinano gli statunitensi…”
“E aveva già sentito parlare di questo Morales?”
“Mai sentito in vita mia.”
“E cosa pensa di tutto ciò?”
“Non penso più niente. Ricevo questi messaggi demenziali e glieli passo… Si presume sia lei quello che pensa. E allora, lei che ne pensa?”
“Che se il defunto Jesús María Alvarado voleva darci un messaggio, ha scelto la maniera più contorta” rispose Belascoarán.
“Comunque, se voleva attirare la nostra attenzione, direi che c’è riuscito” ribatté Monteverde.
“La realtà sta diventando strana.”
“Scusi?”
“No, niente, è una frase di uno scrittore mio amico” concluse il detective, e riattaccò.

Stava immaginando la strada sterrata sulla Sierra, la sbarra, gli sgherri con i fucili. In quale zona della Sierra si trovava? In quale stato della repubblica? Di quali comunità produttrici di caffè si trattava? In che anno? Come avevano fatto a portare sbarra e transenne fin lassù…? Il telefono interruppe la serie di domande, le immagini. Era Fritz.
“Belas, volevi parlare con il cinese, con Fuang Chu, vero?”
“Sì, quello che era con Alvarado.”
“Allora se vai alla Gayosso in Félix Cuevas è probabile che ce lo trovi, stasera. Dopo le dieci. Sarà alla veglia funebre di Samuel, è quasi sicuro, così mi hanno detto. Ti richiamo domani, perché ti ho trovato alcune cose su Alvarado…”
“Samuel chi?” domandò Héctor, ma Fritz aveva già riattaccato.
Mangiò qualche tacos al pastor davanti all’ufficio, ma erano rinsecchiti e non c’era salsa che potesse farli resuscitare. Tornò in ufficio e perse tempo a controllare sull’elenco telefonico i dodicimila Morales che c’erano, come se un nome, un indirizzo e un numero potessero fornirgli una soluzione. Chiese aiuto a una sua amica, mezza hacker e mezza curiosopatica, una che negli anni sessanta avrebbero semplicemente definito pettegola ficcanaso, di fare una ricerca su Internet per vedere quanti Morales saltavano fuori e quali risultavano più strani, ma mezz’ora dopo ebbe uno scoramento quando lei gli disse: “Belascoarancito, Google mi dà tre milioni e 700mila pagine web su "Morales”, non potresti essere più preciso? Poesie di Lolo Morales? Ricette culinarie di Lola Morales? L’accademia di Scienze Morali?“.
"Prova con un Morales messicano.”
“Aspetta” disse Cristina Adler, e la sentì battere sui tasti. “Siamo soltanto scesi a 870mila. L’hacienda dei Morales? Martirio Morales, la zia di chissà chi?”
“Puoi associarlo al 1971?”
“Posso, Belasquín, posso…”
Silenzio, colpi di tosse.
“Solo 64mila… È messicano, il tuo Morales?”
“Sì.”
“Aspetta che restringo la ricerca alle notizie dal Messico.”
Héctor aspettò, cercando di non fare rumore al telefono per non distrarre Cristina.
“Ecco, 9510, avanti così e ce la facciamo… Aspetta, escludo un ristorante, l’Hacienda dei Morales, e tutti quelli con la minuscola… Assistenti esterni… Ma guarda, la politicante Elba Esther si chiama Elba Esther Gordillo Morales… un calciatore con il numero 7 sulla maglia, una tipografia di Chihuahua.”
“No, non ci siamo” disse Héctor, che per altro non sapeva neanche cosa stesse cercando.
“Il D.F., adesso limito al D.F. 815 pagine. Questo mi pare un numero sensato, gestibile… Lasciami togliere l’indirizzo Insurgentes Sur che è un ufficio che spunta fuori spesso. Ecco…”
“Ecco cosa?”
“671.”
“Prova con polizia” disse Héctor, che cominciava a disperare. L’eccesso di informazioni era simile, troppo simile, alla mancanza di informazioni.
“Okay” disse Cristina al telefono. “171. Niente male. Cosa cerchi?”
“Non lo so.”
“Provo a leggerti: polizia veterinaria, un fotografo che ha dei fratelli Morales nella brigata che ha giustiziato quelli del Partido de los Pobres di Lucio Cabañas… E questo che diamine è? Belascuarín, io nel ’71 non ero ancora nata… Un vicecapo della polizia stradale che fa Morales come secondo cognome, una sartoria che confeziona uniformi per la polizia…”
Héctor emise un sospiro tale che per poco non sfondò il timpano della sua amica cibernauta.
“Quello è un cretino, uno scimunito, tutto qui, siamo condannati a essere governati da ladri o da idioti, a turno, e adesso ci è toccato un imbecille” disse l’ingegnere Javier Villarreal, detto El Gallo, esperto in drenaggi profondi e altre attività sotterranee.
“Chiudo sul due” disse Gilberto Gómez Letras, di mestiere idraulico, appoggiando la tessera del domino sul tavolo. “La cosa peggiore è quando sono ladri e scemi al tempo stesso. Passo, ovviamente.”
“Col cavolo” disse Carlos Vargas, illustre tappezziere, e giocò il due-quattro. “Non abbiamo già avuto due scemi di seguito?”
Héctor strizzò l’occhio sano e fece un cenno con il braccio verso la sua sinistra. Lui passava. A Gilberto sarebbe convenuto di più restare fermo sui due.
“E cos’è che le dà più fastidio di questo scemo di turno?” chiese.
“Sentirgli dire continuamente che stiamo crescendo, che l’economia cresce, e poi dare i numeri, un sette, un cinque, addirittura un tredici, o mezzo punto. Da dove li tira fuori? Non coincidono con i numeri di nessun altro. Se quel tizio dirigesse la lotteria nazionale, sarebbe al posto suo. Ma quale crescita dell’economia? Parlerà della sua, cazzo” disse El Gallo, che di solito non era così veemente nelle discussioni politiche, però la sapeva lunga in fatto di matematica.
“È finita, socio” disse Gilberto a Héctor, e rivolgendosi agli avversari li fustigò con un: “Tirate le somme, plebei” e piazzò l’ultimo due.
Il domino è una scienza inesatta, come il marxismo di Engels, Plechanov, Bucharin. Ci sono solo ventotto tessere sul tavolo e sette mani per giocarle. Teoricamente, studiando le mosse iniziali, si potrebbe dedurre quali combinazioni ha ciascuno, tenendo conto delle proprie sette. Questo, come il marxismo, in teoria. Ma la rivoluzione sociale non si è verificata nell’Inghilterra del XIX secolo, nonostante fosse piena di fabbrichette orrende e con una classe operaia incline alle lotte e alla birra, e la dittatura del proletariato non ha mai rappresentato il proletariato, e a volte i salti quantitativi hanno prodotto regressioni qualitative. Perché nel domino, come nella vita, il caso è un fattore che conta, e molto, e se ciò non bastasse, oltretutto, soprattutto, il gioco prevede che vi siano quattro stronzi a un tavolo che cercano di fregarsi a vicenda.
Quel venerdì sera, come le ultime quarantacinque o cinquanta volte, in osservanza di un impegno preso all’inizio dell’anno, il Circolo Francisco Villa, composto dai quattro coinquilini di ufficio, si riunì per giocare a domino e parlare di politica, due aspetti basilari nella formazione di ogni messicano rispettabile.
“Come sarebbe a dire che è finita?” chiese El Gallo.
“Finita male per voi, sebbene lei sostenga che non ci si può più fidare dei numeri” rispose Carlos Vargas. “Sessantadue a quarantadue. Numeri chiari, senza interventi presidenziali. Avete perso.”
“Non pianga, ingegnere, e mescoli la zuppa.”
Villareal si mise a spostare le tessere sul tavolo con lenti movimenti circolari.
“Ringrazi, piuttosto, che il Trattato di libero commercio non colpisce gli interessi degli idraulici.”
“Questo lo dice lei, perché io da almeno un anno lavoro la metà di prima. Se a quegli stronzi là fuori si rompe un rubinetto, quelli non chiamano più un professionista, ma ci mettono una toppa con il nastro adesivo e gli elastici…”
“Adesso capisco cosa ci faceva Bejarano con gli elastici, gli servivano per sistemare le tubature di casa sua” disse Belascoarán riferendosi a un famoso caso di corruzione, dove un dirigente del Prd era stato filmato mentre riceveva migliaia di dollari e alla fine si era tenuto gli elastici delle mazzette nella cartella.
Avevano perso. Anzi, nelle ultime due partite Carlos e l’ingegner Villareal li avevano fatti a pezzi, umiliati. Ecco perché Héctor era quasi contento di dover andare a cercare il cinese, affrontando l’aria notturna del centro di Città del Messico. Prese un taxi e si fece portare all’impresa di pompe funebri della colonia Del Valle. Il cielo era sempre grigio, plumbeo, e il traffico infernale. Chissà se c’erano più antenne della televisione, di sicuro c’erano più auto. Cosa facevano i chilangos adesso, quando non avevano niente di meglio da fare? Dài, fratello, andiamo a vedere com’è messo il traffico, o come dicevano alla radio i conduttori petulanti, il “flusso di autoveicoli”. Héctor provò a usare la stessa formula con il taxista: “Allora, come va il flusso di autoveicoli?”.
“Flusso di autoveicoli ’sto paio di palle questa è la strafottuta classe media rincoglionita del D.F. Siccome non hanno soldi per fare acquisti in dicembre, vanno in giro a far finta di comprare, una volta andavano al cinema, adesso vanno nei parcheggi dei supermercati e poi tornano a casa” rispose il taxista, dimostrando una notevole capacità di analisi sociologica.
“Sì, ma così spendono in benzina, parcheggi, mance ai glielaguardoio, valeparkin e vengavenga” disse Héctor, dimostrando che anche lui se la cavava bene in materia di analisi sociologica, e che aveva scoperto la nuova fauna del D.F.
I “glielaguardoio” erano apparsi negli ultimi anni. Uno parcheggiava l’auto in una strada solitaria e all’improvviso, sbucando dal nulla, compariva un personaggio, panno rosso in spalla, che sorridendo proponeva: “Gliela guardo io, capo?”, con l’implicita minaccia che un tuo rifiuto avrebbe fatto cadere sulla tua macchina tutte le maledizioni talmudiche e i terremoti del D.F. I “valeparkin” non erano, come poteva lasciar credere il nome, ballerini del Bolshoi in sciopero, ma posteggiatori di ristoranti. I “vengavenga” erano una variante dei “glielaguardoio”, di solito più giovani, e comparivano nel preciso momento della manovra di parcheggio, quando stavi prudentemente andando in retromarcia, e il sorridente personaggio, quasi sempre con berretto da baseball, si piazzava di fianco dicendo: “Venga, venga, tocchi pure appena un po’”. Héctor, che era un pedone o fervente utente dei mezzi pubblici, non aveva mai avuto contatti diretti con quei nuovi figli dell’endemica crisi economica del D.F., però ne aveva comunque registrato la comparsa nello scenario urbano.
“Se la benzina della Pemex se la deve fottere il PRI per finanziare la campagna di qualche suo farabutto, allora meglio che la consumi la gente” concluse il taxista, che senza dubbio votava da anni per l’opposizione di Cauhtémoc Cárdenas.
La Gayosso in Félix Cuevas era praticamente deserta. Faceva freddo, la sera. Città del Messico senza il sole è una maledizione per il male alle ossa, pensò Héctor. Cercò e trovò un “Samuel” nell’elenco dei defunti. Entrò in una delle sale. Samuel non aveva avuto tanti amici, o forse era troppo presto, perché attorno alla bara e ai tavolini con i portacenere c’erano appena cinque o sei uomini e donne sopra la cinquantina. Andò dritto verso l’unico cinese che si trovava lì. Un uomo magrissimo, raggrinzito, prosciugato, con un completo color ruggine e cravatta nera.
“Fuang Chu?” domandò Héctor avvicinandoglisi.
“Martínez… Tutti mi chiamano con il cognome di mia madre… In cosa posso servirla?”
“Per caso mi sa dire se Jesús María Alvarado potrebbe essere ancora vivo?”
Il cinese lo fissò a lungo.
“E lei chi è?”
“Héctor Belascoarán Shayne, detective indipendente” rispose Héctor, ma subito dopo, vedendo la faccia dell’interlocutore, se ne pentì.
“Ma non dire cazzate” sbottò il cinese come se gli uscisse dal profondo del cuore.

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