«Una volta che hai venduto l’anima…»

Héctor Belascoarán Shayne era innamorato di una donna fantasma.
Una donna che era scomparsa. Questo era piuttosto abituale nella sua storia passata. Non il fatto che si innamorasse di donne fantasma, ma che la donna di cui era innamorato, e lo era stato per lunghi periodi tra passioni e delusioni negli ultimi anni, scomparisse.
Secondo i misteriosi calendari della ragazza dalla coda di cavallo, che ormai non era più una ragazza e da molto tempo non portava i capelli legati in una coda di cavallo, ma sciolti e con una ciocca che le copriva l’occhio, tipo Veronica Lake, aveva qualche affascinante capello bianco, era dottoressa in filosofia e beveva i suoi bravi bicchierini di tequila; dunque, secondo i casi fortuiti della vita che lei stessa programmava, non si trovava da nessuna parte.
E non si era neppure presa il disturbo, come sua abitudine, di salutarlo. Era semplicemente svanita nel nulla. Al lavoro non ci andava, all’università erano in vacanza, il suo telefono non solo non dava risposte ma era diventato muto e alla porta del suo appartamento si ammucchiavano pubblicità, bollette, estratti conto e copie di La Jornada e Proceso.
A volte, Héctor prendeva quelle sparizioni come pause di riposo obbligate in una relazione impossibile da definire in modo chiaro: innamorati occasionali ma regolari? Coppia instabile con fughe siderali? Matrimonio in stile maori? Amanti alla Un uomo e una donna ma venticinque anni dopo? Coppia di fatto con diritto a disfarsi?
Però stavolta non avrebbe dovuto sparire così, perché senza volerlo aveva reso Héctor triste, sbiadito, come se fosse stato rapinato da un taxista pirata, e forse anche un po’ più vecchio del solito.
In quale momento della sua vita si era innamorato perdutamente di quella donna, al punto da essere disposto a tagliarsi le vene per lei? Lei era una sorta di inquietudine improvvisa, un dolore d’assenza assolutamente adolescenziale che lo perseguitava, e quelle espressioni tipicamente cinematografiche sul suo volto che assumeva quando si stava lavando la faccia, mangiando tacos di maiale o ascoltando Mahler.
Mahler. Cosa aveva a che fare l’ex ragazza dalla coda di cavallo con quel meraviglioso ebreo flagellato dalla vita agli inizi del XX secolo? Aveva cominciato ad apprezzare Gustav Mahler molti anni dopo aver conosciuto la ragazza dalla coda di cavallo. Lei era arrivata prima. E ciò che univa il musicista e la ragazza non era l’Adagietto della Quinta sinfonia [ci avrebbe messo dei mesi per scoprire che un «adagietto» era una sorta di adagio in sordina, che non arriva ad animarsi, e l’adagio una composizione da interpretare lentamente], quello che molti associavano al film Morte a Venezia tratto da Thomas Mann e migliorato da Visconti. Quell’incremento di passioni che si perdono e svaniscono, onde sull’acqua, e non c’è un cazzo di nessuno che possa recuperarle. No, non era quel Mahler a ricordargli la ragazza dalla coda di cavallo e le sue apparizioni e sparizioni. Curiosamente, era una musica tremenda, grandiosa, immensa, che aveva scoperto un giorno in cui quelli dell’Orchestra Sinfonica del D.F. avevano chiesto il suo intervento per recuperare un camion carico di strumenti musicali. Un pomeriggio, a metà di una sessione di prove, Héctor si ritrovò in un teatro vuoto, abitato soltanto dai musicisti e dai loro suoni, a piangere per una musica che lo commuoveva e lo agitava. E finì per dedicare più tempo alle prove che alle indagini. Era l’Ottava di Mahler. Era quell’ inno alla grandezza degli esseri umani, che Belascoarán intuiva come qualcosa di personale, in mezzo alle miserie del D.F. E lei era associata a tutto questo. E sarebbe inutile chiederti perché Héctor Belascoarán Shayne, solitario detective della città più stravolta e smarrita del pianeta. Inutile chiedertelo, perché non sapresti rispondere.
Dunque, con il cuore gonfio di nostalgia femminil-mahleriana, si sedette sul bordo del letto, che per altro non rifaceva da almeno quindici giorni e avrebbe meritato un cambio di lenzuola, e mise sul piatto del giradischi l’Ottava di Mahler, premendo il tasto della ripetizione fino alla nausea, e già che c’era si mise a ripassare la sua conversazione con il cinese Fuang Chu Martínez, fumando una sigaretta dopo l’altra, fino a riempire la stanza di fumo.

«Ah, non dire cazzate» sbottò il cinese come se gli uscisse dal profondo del cuore.
Héctor non si sentì in obbligo di spiegargli perché faceva il detective a Città del Messico, e sostenne stoicamente lo sguardo del cinese che non era disposto a prenderlo sul serio. Cinese contro orbo. Vinse l’orbo, forse perché concentrava tutto il suo potere in un solo occhio.
«E perché mi chiede di Jesús María Alvarado?»
«Perché la persona che mi ha incaricato di questo lavoro ha ricevuto da lui alcuni messaggi nella segreteria telefonica».
Il cinese squadrò un’altra volta Héctor dalla testa ai piedi.
«Alvarado è morto. Io non c’ero al suo funerale, perché stavo in galera, ma è morto. Morì nel ’71, un sacco di anni fa… E lei ha detto di essere un poliziotto indipendente. Di quale settore del ministero degli Interni?»
Belascoarán accese una sigaretta. Nelle pompe funebri era consentito fumare; per qualche strano motivo erano rimaste immuni all’ondata di puritanesimo antitabacco che scendendo dagli Stati Uniti aveva inondato il Messico dei ceti medi.
Come avrebbe potuto spiegare a Fuang Chu Martínez quegli ultimi trent’anni? Come spiegargli i suoi rapporti tortuosi e piuttosto conflittuali con il potere? Scelse la strada delle cicatrici. La via delle cicatrici, come avrebbero detto i suoi amici cheyenne.
«L’occhio che mi manca me lo ha fatto saltare un ex comandante della polizia Judicial, oggi defunto. Zoppico per colpa di una scarica di fucile a canne mozze che mi hanno rifilato gli stessi che avevano organizzato gli squadroni della morte degli Halcones. E ho passato sette mesi e tre giorni in un carcere del Tabasco per aver cercato le prove dei brogli elettorali del Pri, qualche annetto fa. Poi mi hanno preso a bastonate le orde di un prete di Tlaxcala che voleva esorcizzare i Pokemon e sono stato io a mettere insieme la documentazione necessaria a sbattere in galera il banchiere Luisreta».
«Ah, vedo che lei è una persona seria» disse il cinese. «Come si dice, gente decente».
«Alvarado… Mi racconti. Tutto quello che so io, è che siete stati compagni di cella dopo il ‘68».
«E per quale motivo vuole saperlo?»
Héctor gli porse la copia dei cinque messaggi che Monteverde aveva ricevuto dal morto.
«Ah, macché Alvarado che torna dall’aldilà, stronzate…» disse il cinese sorridendo. Sorrideva come gli attori del cinema muto, con una parte sola della faccia.
«Lei sa chi lo ha ucciso?»
«Manda messaggi dall’aldilà, come no, che figata» disse il cinese rispondendo senza rispondere. «E si porta appresso Morales».
«Lei cosa sa di Morales?» chiese Héctor giurando tra sé che quella sarebbe stata l’ultima domanda. Che il cinese raccontasse quello che gli pareva, che lo raccontasse come voleva.
«Ecco, a me è arrivato questo» disse il cinese tirando fuori dalla tasca dei pantaloni un foglio di fax stropicciato.
Héctor lo prese e lo lesse ad alta voce:
«Non è un cane, ma morde
Non è Speedy González, ma viene sfocato nelle foto
Non è veleno ma uccide
Non è uno struzzo ma ha le piume
È come me, torna anche dopo morto.
Chi è?
Il tuo vecchio compagno di cella,
Jesús María Alvarado».
Era un indovinello piuttosto cretino, pensò Héctor, che comunque mise il fax assieme alle copie dei messaggi, senza che il cinese tentasse di impedirglielo.
«Lei ha la segreteria telefonica?»
«No» rispose il cinese. «Io sono premoderno, non ho la tele, e neanche l’allacciamento del gas».
«Ecco perché gliel’ha mandato per fax».
«E neanche poteva mandarlo a me, infatti l’ha mandato ai bagni pubblici, a Guadalajara, dove lavoro».
Héctor assunse l’espressione da Alec Guinness e pregò San Le Carrè che funzionasse. Funzionò. Il cinese prese fiato e raccontò: «Lei lo sa come si creano i traditori? Non lo diventano da un giorno all’altro. Non vanno a dormire guerriglieri e si svegliano agenti del ministero degli Interni. Semplicemente, si debilitano. Si tradisce per stanchezza, per sfinimento, per inerzia. È un po’ come se la fibra di cui sono fatti gli uomini, a forza di allungarla, si allentasse, diventasse flaccida; e negli interstizi dei muscoli si depositano piccoli accumuli di merda, vecchie paure. E tutto questo ha bisogno di una costante autogiustificazione, di un mucchietto crescente e denso di autoinganno e spiegazioni. Lo sa cosa ha fatto Morales quando ha compiuto venticinque anni? Ha denunciato la sua ex moglie alla polizia politica, che l’ha ammazzata di torture nei sotterranei degli uffici che aveva davanti al monumento alla Rivoluzione. Lo sa cosa ha fatto Morales per giustificare la sua delazione? Ha detto che voleva salvarla dalla morte certa. Sa cosa sognava Morales? Sognava l’ex moglie che passeggiava scalza su una spiaggia di Veracruz. Intanto la stavano stuprando almeno tre volte e le fracassavano tutti i denti a calci».
«E lei come lo sa?»
«Perché in una cella di sei metri quadri dove ci stanno tre persone, si sanno persino i sogni. Anche i sogni di merda di ciascuno, si conoscono. Senza bisogno di parlarne. Perché Alvarado era uno tosto e decise che a Morales, che era un traditore e una spia, di cui conoscevamo la storia, e sapevamo che lo avevano messo in cella per vedere se riusciva a tirarci fuori qualcosa, non avrebbe neanche rivolto la parola, e io, essendo cinese, mi chiusi nel più orientale dei silenzi e feci come se Morales non esistesse… Dunque, stavamo in tre nella cella facendo come se fossimo due, e se Morales chiedeva qualcosa non gli rispondevamo, se ci passava un cucchiaio lo lasciavamo cadere a terra, se gli sbattevamo contro non chiedevamo scusa, come se gli passassimo attraverso».
Héctor rimase zitto. Il cinese sembrava risucchiato dal passato.
«Morales era il suo vero nome?»
«E chi lo sa. Una volta si presentò con quel nome e gli rimase per sempre».
«Solo il cognome, o aveva anche un nome?»
«Morales. Soltanto Morales. Uscì molto prima di Alvarado, e ancora prima rispetto a me, che uscii tre mesi dopo Jesús María».
«E lei pensa che sia stato Morales a uccidere Jesús María Alvarado?»
«Lo penso. Non mi chieda perché, ma lo penso. Jesús uscì dal carcere disposto a riorganizzare la rete che aveva creato quando lo avevano arrestato alla fine del ’68, e voleva tutto, diceva che non era più tempo per le parole, e che le manifestazioni servivano solo per fare da bersaglio all’esercito. Era molto determinato. Cinque giorni dopo la scarcerazione, lo ammazzarono. Un colpo alla nuca».
«E lei come collega Morales a tutto ciò?»
«Non lo collego. Lo so e basta. Ricordo il suo sguardo».
Héctor rifletté, era un argomento buono quanto un altro.
«Io me ne andai a Guadalajara, ma per molto tempo ho continuato a scrutare le ombre, a camminare con la schiena contro il muro, pronto a tutto».
«Ha mai rivisto Morales o ha saputo qualcosa di lui?»
«Mai. Ma quando è arrivato il fax mi sono ricordato di una frase di Henry Miller: «Una volta che hai venduto l’anima, puoi stare certo che il resto avviene di conseguenza». Era perfetta per Morales. E se adesso Jesús María Alvarado vuole vendetta, è nel suo diritto, e nel nostro, e spero proprio che riesca a fotterlo» disse il cinese, che poi si infilò nell’agenzia di pompe funebri dando per conclusa la conversazione.

Héctor ricordava vagamente Henry Miller. I suoi tropici, che erano tutto meno che tropicali, erano mutande da donna lanciate in aria, eiaculatori volanti, e la capacità puritana di stupirsi che aveva uno studente di ingegneria diciannovenne, figlio dell’esotico ceto medio messicano in grado di produrre una cantante irlandese folk e un marinaio basco esiliati nel D.F.. In quale momento del passato il morto aveva incontrato Morales e Henry Miller? Perché riesumarlo dall’oblio? A Héctor il Marchese de Sade e Miller non sembravano affatto sovversivi, gli sembravano semplicemente due puttanieri. E nel fondo più silenzioso del suo cuore, quello che si rifiutava di parlare di letteratura con chicchessia, nel timore che i suoi amori e odi risultassero peccaminosi, politicamente scorretti o semplicemente anticonvenzionali, pensava che Miller fosse un gringo con un testicolo più grosso dell’altro. Comunque, la faccenda di vendere l’anima era qualcosa di noto. Sorprendentemente noto per un ateo che non credeva all’esistenza dell’anima, anche se la sapeva lunga sulle «svendite». Le immagini delle storie raccontate nei romanzi di Miller si sovrapponevano alle frasi sull’ex moglie di Morales. Ebbe un moto di nausea, fece un’espressione schifata; un brivido gli corse lungo la schiena.
Accompagnato da quel brivido si addormentò in un angolo del letto, come se non volesse occuparlo tutto, come per lasciare una parte ai fantasmi e ai morti.

Fritz camminava qualche metro avanti a lui, attraversando il corridoio 7, dopo aver ottenuto il permesso di dare un’occhiata a una cella, ma soltanto un’occhiata veloce.
Non c’era niente da vedere. Scatoloni e carte. Le tracce erano scomparse. L’archivio storico si era divorato la memoria storica, la semplice memoria.
«Non ci sarà una maniera per rintracciare i registri del penale del ’68?» chiese Héctor.
«Facile, andiamo nella sala lettura, lì c’è un amico che sta lavorando sul ’68 e su Lecumberri».
Si avvicinarono a un tizio con gli occhiali simili a fondi di bottiglia che era quasi nascosto da pile di scatole piene di documenti e faldoni.
«Il mio amico Belascoarán vorrebbe avere alcune informazioni sui detenuti del ’68».
Il supermiope alzò lo sguardo sorridendo.
«La cella di Jesús María Alvarado e Fuang Chu Martínez… C’era qualcun altro in quella cella? Almeno per un certo periodo?»
«In quale braccio?»
«Braccio C» rispose Fritz senza esitazioni.
Il ricercatore si tolse una ciocca di capelli che minacciava di limitargli la visuale e si mise a scavare tra quelli che sembravano i suoi appunti. Rintracciò in pochi istanti un elenco che scorse con l’indice.
«Alvarado Estrada, Jesús María. Chu Martínez, Fuang».
«E il terzo uomo?»
«Non c’è. Secondo la direzione del carcere lì non ci fu mai un terzo uomo. Perché, guarda, nell’elenco risultano trasferimenti, entrate, tutto. E nel caso di presenze temporanee, ci sono le date tra parentesi… E questo è l’elenco ufficiale dei detenuti del ‘68, quello che il direttore del carcere teneva sulla scrivania».
«Nell’elenco compare un certo Morales? Morales e basta» chiese Belascoarán ansioso.
Il dito scorse un altro elenco cercando nell’ordine alfabetico.
«Nessun Morales è stato qui come detenuto in seguito al movimento del ’68» affermò categorico l’efficiente miope.
Héctor tamburellò sul tavolo attirandosi lo sguardo di riprovazione di un altro studioso che sembrava perdere la concentrazione a causa di quel rumore.
«Fagli vedere la foto» disse Fritz.
«Quale foto?» chiese Belascoarán.
«Questa» e dalla cartella magica spuntò la foto con una dozzina di giovani.
Héctor osservò attentamente. Erano i detenuti del 68, riconosceva Pepe Revueltas e gli altri: Cabeza de Vaca, Salvador Martínez, Luis González de Alba. Posavano disordinatamente davanti a una fontana.
«Ce ne sono tre che non riesco a identificare, ma tutti gli altri so chi sono» disse il ricercatore con orgoglio e poi mostrò uno schizzo della foto dove in ogni profilo aveva tracciato un numero che corrispondeva a una tabella di identificazione.
«Qual è Jesús María Alvarado?»
«Questo» rispose senza esitare indicando un ragazzo robusto dai grossi baffi e con i capelli arruffati.
«E questo di fianco a lui è il cinese Fuang Chu, vero?»
«Sì, quello era facile».
«E quest’altro» disse Héctor puntando l’indice «sono sicuro che è uno dei tre non identificati».
«Come hai fatto a capirlo?»
«Il mio amico qui presente è un detective» disse Fritz con orgoglio mentre tutti e tre osservavano quella foto un po’ sfocata, il profilo di un giovane dal naso aquilino, molto magro, occhiali da miope, che doveva avere meno di venticinque anni, un ragazzo qualsiasi.

Qualche ora dopo, nel suo ufficio, l’amica Cristina Adler informò Belascoarán che nel direttorio dei dipendenti pubblici di primo livello del governo federale non c’era nessun uomo che faceva Morales come primo cognome, solo una Morales che lavorava per Creel agli Interni, dedicandosi a impacchettare e infiocchettare i regali da quattro soldi del ministro.
Héctor uscì a cercare il freddo delle strade per vedere se riusciva ad acuire la sua intellegenza. Più Morales diventava sfuggente e più appariva reale. Fermò il primo taxi che passava davanti al portone e si fece portare al supermercato di Pachuca, nella colonia Condesa. Voleva comprare due o tre etti di salsicce e un provolone per la cena.
Un quarto d’ora dopo, il taxista, imboccando una delle stradine senza uscita che abbondano intorno all’avenida Mazatlán, andò a fermarsi in una zona buia, si voltò e mostrò un coltello da cucina. Héctor, che per tutto il tempo aveva cercato di aggiungere trent’anni al volto di Morales nella foto, lo squadrò sorpreso.
«Dammi tutta la grana che hai in tasca e le carte di credito! Dài, stronzo, sbrigati!» sbraitò il taxista tramutatosi in rapinatore.
«Guardami bene, giovanotto, e guardami nell’occhio cieco» disse Belascoarán indicandosi la benda sull’occhio. E quando il taxista sorpreso lo sbirciò agitandogli il coltello a cinque centimetri dalla faccia, Héctor afferrò la lama con la destra e con la sinistra sfoderò la 45 automatica dalla fondina ascellare e la puntò in mezzo agli occhi del tipo, armando il cane con il pollice.
«Machecazzo!»
«Tu vuoi morire, coglione. Adesso, da bravo, lascia cadere quel coltello di merda, perché se non lo molli in un nanosecondo ti sparo».
Il tipo lasciò andare il coltello mentre Héctor ce la metteva tutta per non premere il grilletto, perché l’adrenalina, quando va in circolo, è una brutta bestia. E perché come tanti altri messicani ne aveva le palle piene della violenza gratuita che impediva a un poveraccio di finire la sua giornata lavorativa come si deve andandosene a casa a mangiare salsicce e provolone.
«Di chi è il taxi? È tuo o l’hai rubato?»
«È di mio cugino che me lo presta».
Il rapinatore aveva la faccia da carogna, e mentre spostava lo sguardo tra la bocca della pistola e il coltello caduto sul tappetino, non sembrava esprimere sconfitta, ma rabbia.
«E allora si è fottuto anche tuo cugino, visto che ha prestato il taxi a te per andare in giro a fare cazzate» disse Héctor, e di scatto gli sferrò una botta fenomenale sulla faccia con la canna della pistola.
Può darsi che quando questo succede nei film la gente svenga placidamente, il taxista invece si mise a urlare come un ossesso, neanche fosse lui il rapinato, sanguinando dalla fronte come una grondaia sfondata, e Héctor dovette rifilargli altre due mazzate in testa prima di vederlo acquietarsi. Lo trascinò fuori dal taxi per i piedi e lo legò a un albero usando una catena e un lucchetto trovati nel bagagliaio, a difendere la ruota di scorta dai tanti ladri che c’erano in giro. Doveva essere vero che il taxi era prestato e non rubato, perché la targa era coperta dal fango.
Decise di rubare il taxi. Ladro che ruba al ladro… Si accorse che la mano sanguinava per un taglio che andava dalla base del mignolo fino al polso. Non era molto profondo, ma sanguinava copiosamente. Anche la camicia era inzuppata di sangue, quello però veniva dalla testa del taxista rapinatore. Raggiunse una farmacia a tre isolati di distanza e riuscì a convincere la farmacista a prestargli cure d’emergenza nel retrobottega.
«Che brutta coltellata. Com’è successo?»
«Mia mamma, senza volerlo, mentre stava cucinando» rispose Héctor, che amava le bugie innocenti.
Arrivò in taxi fino al suo quartiere. Approfittò dell’oscurità di calle Mexicali per parcheggiarlo lì, anonimo nel totale anonimato. Controllò i documenti: stai a vedere che il proprietario si chiamava Morales… Fortunatamente, il libretto era intestato a Casimiro Alegre, niente a che vedere con «Autos Morales» o «Morales Motors» o roba del genere. La cena era andata a farsi benedire, a quell’ora non poteva certo presentarsi al supermercato coperto di sangue per comprare salsicce e formaggio. Lasciò l’auto con lo sportello semiaperto, e infilò la chiave all’interno della fodera del sedile anteriore. Se l’avessero rubata, pazienza, ladro che ruba a ladro, che ruba a ladro…

Sulla porta di casa lo stavano aspettando Monteverde e il suo cane zoppo.
«Cosa le è successo alla mano?»
«Mi sono tagliato con una sega mentre tentavo di salvare un bambino che stava affogando» disse Héctor minimizzando. Il cane sembrò guardarlo con un certo interesse. La strada ribolliva di gente in baldoria. I ristoranti ai quattro angoli erano strapieni, i «glielaguardo» si agitavano senza sosta, e i motociclisti in versione nagual di «nati per perdere» se ne stavano tranquilli davanti all’ingresso di un minimarket, leccando ghiaccioli al limone e alla fragola.
Monteverde non sapeva se continuare a chiedere notizie sulla salute del detective, o fare qualche commento scemo sui pericoli della città, o magari dire che a lui certe cose non succedevano mai. Ma di fronte alla faccia scanzonata di Héctor decise di lasciar perdere.
«Ho un nuovo messaggio di Alvarado. Al suo ufficio mi hanno detto che avrei potuto trovarla qui, e visto che siamo quasi vicini di casa…»
«Salite da me che l’ascoltiamo» disse Héctor. «Ho un avanzo di pasticcio di tacchino per il suo cane».
«Tobías va matto per i pasticci di carne».

La segreteria telefonica declamò: «Questa è la lezione di storia messicana contemporanea numero 27, offerta gratuitamente da Jesús María Alvarado. Comincia dalle scorse elezioni, quando il governo uscente del Pri e il governo entrante del Pan firmarono un patto. Si trattava di un patto alquanto singolare, perché non venne mai messo per scritto. Il patto segreto riguardava l’amnistia. «Se tu mi lasci governare, tutto il passato sarà dimenticato», prevedeva il patto mai scritto. In effetti non c’era niente da scrivere, bastava una strizzata d’occhio, qualche suggerimento, allusioni, certezze senza certezza. Se qualcuno avesse giurato qualcosa avrebbe perso credibilità. Nessuno di quei ceffi crede ai giuramenti, neppure se li facessero sulla Madonna di Guadalupe o sulla nazionale di calcio. Ma il patto era entrato in vigore. Pochi giorni dopo, l’ex presidente della Repubblica comparve nell’organigramma di due consigli di amministrazione, con diritto alla poltrona di pelle nera, della multinazionale Procter & Gamble e di alcune imprese ferroviarie statunitensi. Stranamente, entrambe le compagnie avevano ricevuto favori durante il suo mandato presidenziale: svendite a prezzi stracciati di ferrovie messicane e terreni liberi da tassazioni.
«Ma l’amnistia era ormai sancita. Il fatto che il neopresidente non avesse detto neanche ba, evitando di fare commenti sul particolare sorprendente che il predecessore si ritrovava in possesso di un pacchetto azionario di tale portata da garantirgli una poltrona nella sala dei bottoni di quelle illustri corporazioni, significava che il patto era stato siglato. Forse dietro c’era il ministro degli Esteri Jorge Castañeda, il quale in passato aveva spesso ripetuto che senza un’amnistia non ci sarebbe stata alcuna transizione. Ma quella era solo una parte della faccenda. Gli ultimi trent’anni avevano visto giochi sporchi in abbondanza; fortune ingiustificabili, omicidi, simpatie inspiegabili, una montagna di merda che bisognava spalare e nascondere sotto il tappeto. Però a volte le pressioni erano troppe e il patto si incrinava. E il povero Morales poteva forse restare con le mani in mano? Ovviamente no… Continua alla prossima puntata…»
E poi, il silenzio. E il suono di occupato.
Quando Monteverde e il suo cane se ne andarono, Héctor cercò di rimpiazzare salsicce e provolone con un pasticcio di ostriche affumicate giapponesi. Si mise a cucinare ascoltando Mahler. Cominciava a trovarlo simpatico, il morto, possedeva una certa prospettiva storica che ai vivi mancava, unita a un singolare senso dell’umorismo.

Il telefono squillò all’alba. Nel chiarore soffuso del giorno nascente, la stanza era ancora in penombra. Héctor si diresse barcollando verso l’ingresso e inciampò in un pacco di ventiquattro Coca-Cola avvolte nella plastica, sbattendo l’alluce. Lanciò un gridolino ridicolo e si afferrò il piede, quindi, zoppicando da entrambe le parti, raggiunse il tavolino accanto alla poltrona dei sogni. In quel momento scattò la segreteria: «Ascolta, fratellino, parla Jesús María Alvarado. [Seguiva una serie di colpi di tosse.] So che Monteverde e il suo cane ti hanno incaricato del caso. Che intendi fare? Dimostrare che sono morto? E come lo dimostri? Nel frattempo ti faccio un regalo: sai dove sta Juancho? Sai chi tiene in custodia Juancho? Sai dove si trova il taquero Bin Laden di Ciudad Juárez? È nelle mani di Morales… Giusto per darti qualche altra informazione, Juancho, con la sua valigetta di mazzette da cento dollari, ha deciso che gli piacevano il fucki fucki e le rivendite di tacos, quindi ha pensato al D.F.. Dove dicono che ci sono un fottìo di entrambe le cose. E va bene, però…»
Belascoarán sorrise alla segreteria telefonica che cominciò a emettere il suono di occupato. Neanche per un attimo aveva pensato di sollevare la cornetta, le regole erano quelle. Uno cercava l’altro, l’altro lasciava messaggi. Così era il gioco, così bisognava giocare. Come aveva trovato il suo numero? Di posti dove facevano tacos ce n’erano tanti… Ma quanto all’abbondanza di sesso nel D.F., pure e semplici dicerie. Deliri di grandezza generati nei sotterranei della città più grande del mondo. Ai chilangos piaceva darsi delle arie. E a quanto pareva, il mitico e metafisico e probabilmente metaforico Juancho Bin Laden il taquero, l’inesistente, Osama, il genio del male, era caduto nella trappola di credere ai D.F.-difettosi abitanti che andavano dicendo che lì si scopava alla grande.

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