«E pancho Villa non fu testimone»

«Non venitemi a raccontare la stronzata che la globalizzazione è la modernità».
Il Russo non è arrabbiato, lui si esprime così. E senza smettere di parlare, continua a preparare panini.
«Ma quale modernità, mi faccia il piacere. È una storia molto più vecchia. A noi cercano di globalizzarci da almeno cinquecento anni. Prima quegli stronzi degli spagnoli, poi quegli stronzi dei gringos, e dopo ancora quegli altri stronzi dei francesi. E adesso si sono messi contro di noi tutti assieme, compresi i giapponesi».
Il Russo è un indio purépecha, ma chissà perché è venuto fuori biondo e alto. Biondo vero, mica ossigenato. Anche se è originario del Michoacán, il Russo ha una rivendita di panini «salvati» a Guadalajara, sulla strada per la cattedrale che è il monumento simbolo della «Perla d’Occidente». Per capire la storia dei panini «salvati» bisogna vedere il posto e chi lo gestisce. Il Russo serve la clientela indossando un grembiule con la scritta «salvagente», ha un poster gigante di Pamela Anderson in Bay Watch e una grande insegna che dice: «I nostri panini non sono affogati, li salviamo in tempo. Dite no ai fast food». Sotto, un altro cartello avverte: «Qui tifiamo per i Chivos di Guadalajara, non si accetta propaganda per la squadra América né di altre religioni». Oltre che per i capelli biondi, il Russo lo chiamano così perché nel ’68 andò alla Villa Olimpica, a Città del Messico, a cercare di incontrare la delegazione atletica dell’Unione Sovietica per chiedere la loro solidarietà ai prigionieri politici del movimento studentesco. Lo mandarono a quel paese e lui si mise a sbraitare che erano tutti dei fottuti agenti della Cia e che lui, il Russo, era più sovietico di loro perché un giorno aveva venduto tacos a Lev Trockij nel sobborgo di Coyoacán. Il Russo passò tre giorni nel carcere di Lecumberri, per «offesa allo spirito olimpico e alla fratellanza tra i popoli», secondo la sentenza del giudice. Lo avevano sbattuto in galera perché era un ribelle e proprio perché ribelle lo avrebbero rilasciato. Nessuno riusciva a sopportarlo.
In quei giorni di prigionia, il Russo conobbe il cinese Feng Chu durante una discussione politica. Perché il Russo sarà stato russo ma in realtà era maoista, e il Cinese sarà stato cinese ma era trockista. Per due giorni e due notti discussero sulla natura della rivoluzione messicana, perché nonostante uno fosse russo e l’altro cinese, tutti e due erano messicani fino al midollo. Alla fine diventarono amici, anche grazie alla mediazione dialettica di Adolfo Gilly* detenuto a Lecumberri dal 1966, che prese parte alla disputa con un intervento poi riportato nel suo libro La Revolución interrumpida. Il Russo venne sbattuto fuori dal carcere dopo aver pestato un secondino. Ce ne erano voluti sei per tenerlo fermo. A Lecumberri scarseggiavano gli agenti di custodia e quindi risultò più pratico liberarlo che tenerlo sotto controllo. Il Russo e il Cinese si sarebbero rivisti alla Convenzione nazionale democratica tenutasi nell’agosto del 1994 nei territori zapatisti. Quella volta, dopo l’acquazzone, ripresero a discutere: il Russo sosteneva che gli zapatisti erano maoisti e il Cinese era convinto che fossero invece trockisti. La notte del 10 agosto 1994 parlarono con il maggiore Moisés e con il comandante Tacho e divennero filozapatisti. Si sarebbero ritrovati più volte nelle varie iniziative di appoggio al movimento. Entrambi lavorano a Guadalajara, stato del Jalisco, zona occidentale della Repubblica Messicana. Davanti al Russo c’è adesso Elías Contreras, commissione d’indagine dell’ezln. Elías non parla, si limita a mangiare un panino.
«Gringos di merda, ci hanno rubato metà del paese con una guerra, poi hanno provato a fottere Pancho Villa ma hanno dovuto attaccarsi al cazzo, e ora ci stanno rubando l’altra metà del Messico con quelle schifezze di hamburger transgenici e gli hot dog con le scorie nucleari».
Il Russo continua a preparare panini e Elías a mangiare il suo.
«E quegli stronzi dei francesi che hanno cercato di fregare don Benito Juárez, uno con le palle quadrate, non come quell’idiota che adesso si fa ritrarre con la foto di don Benito dietro le spalle. Ma don Benito ha organizzato la resistenza ed è riuscito a fottere i francesi. Poi sono arrivati quei giapponesi del cazzo con le loro noccioline, i takechi e i koyi, e i loro cibi dolciastri».
Elías dà un altro morso al panino.
«Eh no, caro mio. Ma come hai detto che ti chiami in questa missione? Ah, sì, Elías, Elías Contreras. Sono sicuro che è stato il Sup a metterti questo cognome. Ho conosciuto un Contreras verso il 1969, era una testa di cazzo che barava al domino, pensa che aveva un pennarello e metteva dei puntini sulle tessere e la partita diventava un casino perché uscivano due o tre doppie in più».
Il panino di Elías riceve un altro morso.
«No, il Cinese è andato nel D.F., credo che gli sia morto un parente o un amico, non so. Quei cazzo di cinesi. Prima ci hanno invaso con i film di Bruce Lee, poi con la loro cucina strana, e adesso con tutte quelle cianfrusaglie di attrezzi che si rompono appena provi a stringere una vite».
Elías dà il penultimo morso al panino.
«Ma se aspetti un minuto, adesso arriva la Cecenia, che deve portare questi panini ai giovani altermondialisti arrestati. Quei ragazzi li vogliono spezzare, ridurli a collaborare con lo Yunque, ma grazie a questi panini che gli mando io, pieni di vitamine, idrocarburi e minerali, quelli resisteranno e col cazzo che li piegano. Ecco, sta arrivando Cecenia. Come va, cara Cecenia? Questo è il signor Elías che sta cercando quel cazzuto del Cinese, dice che ha un messaggio del Sup per lui. Io gliel’ho detto che il Cinese non sta qui…»
La ragazza, che il Russo chiama «Cecenia», si rivolge a Elías: «Non creda a questa specie di russo purépecha, io mi chiamo Azucena. Lui si è inventato Cecenia perché vorrebbe stare con me e parla di presunte vicinanze geografiche, ma se lo sogna. Il Cinese è appena tornato dal DiFettoso, tra poco dovrei vederlo, se vuole le do un passaggio».
L’ultimo boccone scompare nella bocca di Elías. Il tovagliolino di carta è ormai un ricordo bisunto.
Il Russo, rivolto a Elías: «Il fatto è che Cecenia vuole un intellettuale e io gliel’ho detto che posso essere il suo intellettuale organico ma non transgenico».
Il Russo, rivolto ad Azucena: «Vedi di non perderti un’altra volta alla Glorieta di Minerva… e non mangiare i panini e soprattutto non darne neanche uno a quel Cinese del cazzo!».
Il Russo, di nuovo a Elías: «Se vede il Sup, gli dica che la pianti una buona volta con quelle puttanate di racconti e romanzi, che si decida a dirci cosa intende fare…».
Azucena, con una pila di panini «salvati» e Elías Contreras al seguito, guida nel traffico e alla fine si perde nella Glorieta di Minerva.
«Che rottura di scatole!» dice Cecenia stizzita perché non riesce a trovare la strada. Facendo finta di niente, Elías si guarda le mani e poi se le pulisce sui pantaloni. Dopo circa un’ora riescono a uscire da quel labirinto. Parcheggiano a due isolati da La Mutualista.
«Nel caso qualcuno ci segua» dice Azucena.
«Entro prima io» aggiunge Cecenia. Elías Contreras rimane ad aspettare in macchina.
Dopo un attimo Azucena ritorna. «Lui è qui. L’aspetta ai lockers». Elías non sa cosa siano i lockers. Azucena spiega: «Sono delle cassette di ferro grigie con il lucchetto, un casino di cassette tutte in fila, e lì troverà il Cinese».
Si salutano.
Elías si infila nei bagni pubblici. Su una panchina, davanti alle «cassette di ferro grigie con il lucchetto», c’è il cinese Feng Chu. I due si fanno un cenno. Il Cinese chiede come stanno tutti. Elías dice bene grazie, e che lui è in commissione d’indagine, e gli consegna una busta. Il Cinese la apre e guarda i documenti e la foto.
«Dunque anche voi state cercando questo tizio, Morales… Sembra un’epidemia. Là, nel mostro, ho conosciuto un tale che dice di essere un detective indipendente, e pure lui lo sta cercando. A me è arrivato un fax da un compagno che è morto da anni. Io ho conosciuto un certo Morales quando ero in carcere. Uno stronzo. Però non assomiglia a questo della foto. Adesso ti scrivo tutto».
Mentre il Cinese scrive, Elías cammina lungo le file di lockers come se cercasse qualcosa. Su una cassetta, dietro un vecchio manifesto che annuncia un evento in omaggio a Manuel Vázquez Montalbán alla Fiera internazionale del libro, c’è un foglietto incollato. Elías lo legge e si accende una sigaretta. Poi torna dal Cinese che ha finito di scrivere. Il Cinese gli consegna i fogli e la foto, gli stringe la mano e dice: «Salutami il Moy. E se vedi il Sup, digli che la pianti una buona volta con quelle puttanate di racconti e romanzi, e che si decida a dirci cosa intende fare…».

Una hacker negli States

Paris, Texas, Usa, dicembre 2004. Natalia Reyes Colás, 100% india ñahñú, nel ’44, ai tempi della Seconda guerra mondiale, aveva attraversato clandestinamente la frontiera ancora bambina, e a vent’anni aveva sposato un gringo, che poi aveva mandato al diavolo perché la picchiava. Adesso ha appena compiuto settantacinque anni e da almeno quindici si occupa di Internet e di trasmissioni radio. Leggendo e facendo pratica, è diventata una hacker di tutto rispetto, conosciuta nella rete con il nickname di NatKingCole. Radioamatrice ed esperta in sistemi cibernetici, all’alba di quel giorno di dicembre intercetta un segnale dal sistema di spionaggio elettronico satellitare noto come Echelon, che lei segue da anni. NatKingCole scarica la trasmissione e la decodifica. Ascolta e pensa: «Quei rompiscatole degli zapatisti non se ne stanno mai tranquilli. Vediamo di aiutarli un po’, e vaffanculo ai falchi e alle colombe». Batte veloce sulla tastiera, e la trasmissione di Echelon viene modificata. Al centro di ascolto di Medina Annex ricevono qualcosa di incomprensibile: «Nella fontanella c’era uno zampillino, diventava grande, tornava piccolino». L’operatore, sconcertato, riascolta più volte la registrazione. Contemporaneamente, il virus che più tardi verrà riconosciuto con il nome di «Pozol Agrio», invade il sistema operativo e si diffonde per tutta la rete Echelon. I tecnici impiegheranno tre settimane a «ripulire» il sistema dalle opere complete di Francisco Gabilondo Soler, detto Cri-Cri, la cui appartenenza ideologica non risulta dagli archivi della Central Intelligence Agency. L’«incidente» induce Bush a riorganizzare i servizi di intelligence e il Dipartimento di Stato emette un comunicato stampa in cui accusa Al Qaeda e Osama Bin Laden di «terrorismo cibernetico».
NatKingCole, conosciuta tra gli ex braccianti di Tlaxcala come doña Natalia, spegne il computer, accarezza il gatto Eulalio e gli chiede: «Dici che ci siamo guadagnati una tazza di cookies e latte tiepido?». Eulalio miagola. «Sì, anch’io» conclude Natalia Reyes Colás, neozapatista di Paris, Texas, Usa, aprendo lo sportello del frigo.

Magdalena

A volte è come se persino Dio si sbaglia. Quel giorno girolzolavo dalle parti del monumento alla Rivoluzione, insomma facevo dei sopralluoghi. Cioè delle ricognizioni del territorio per sapere da che parte scappare, nel caso che le cose o il caso si mettevano male, ecco. Va bene, giravo da quelle parti e mi ero fermato per un po’ in un giardinetto che si chiama San Fernando, vicino a un cimitero. E mi ero fermato davanti alla statua del nostro generale Vicente Guerrero, quella dove sulla pietra c’è scritto il motto dell’ezln, «Vivere per la Patria o morire per la Libertà». E allora mi si fece tardi e all’improvviso era già notte.
Mi incammino per quella strada che si chiama Puente de Alvarado e lì mi ferma la giustizia, cioè la polizia Judicial. E allora mi chiedono chi sono, che sto facendo, che cosa porto addosso, e altre cose che non ho capito bene perché quelli parlano in modo strano. E allora volevano portarmi via sulla loro macchina, ma si avvicina una ragazza con una gonna corta, proprio corta, e una camicetta che, per dire le cose come stanno, era più nuda che vestita. E allora la ragazza parlò con i poliziotti e quelli mi lasciarono andare. Poi la ragazza si avvicinò e si mise a parlare con me e disse che si chiamava Magdalena. E mi chiese di dov’ero perché secondo lei parlavo in modo strano. E allora io, siccome doveva essere una brava persona perché aveva mandato via i poliziotti, le dissi che venivo dal Chiapas. E allora lei mi chiese se ero zapatista. Io risposi che non sapevo cosa vuol dire essere zapatista. E lei disse che si capiva benissimo che io ero zapatista perché gli zapatisti non vanno in giro a dire che sono zapatisti. E allora mi raccontò che lei era stata del Fronte zapatista di liberazione nazionale, cioè l’fzln, ma che non aveva tempo di andare alle riunioni. E a quel punto mi disse che non era una lei ma un lui. E siccome non capivo, alzò la gonna e lì vidi bene il come-si-chiama che gli gonfiava le mutande. Io chiesi perché se era un lui si vestiva come una lei. E allora lei o lui mi raccontò che era donna ma aveva un corpo da uomo. E mi invitò nella sua stanzetta, perché non aveva clienti, disse così. E nella sua stanzetta mi raccontò tutto, cioè che lei o lui voleva mettere da parte un po’ di soldi per farsi un’operazione al corpo da uomo per diventare donna e quindi faceva marchette per questo. Io non avevo capito bene cosa voleva dire fare marchette e allora me lo spiegò.
Poi si era addormentata. E allora io andai a sistemarmi in un angolo con la giubba e una coperta della Magdalena che lei mi aveva prestato. Ma non riuscivo a dormire perché pensavo che a volte persino Dio si sbaglia, perché alla Magdalena, che è donna, le ha dato un corpo da uomo. Il giorno dopo bevemmo il caffè che era già tardi, perché Magdalena non si era svegliata presto. E allora le parlai della lotta zapatista e di come stavamo organizzando le comunità in resistenza e lei sembrava molto contenta di ascoltarmi. Però non le dissi che ero nella commissione d’indagine e lei non mi chiese che stavo facendo nel mostro, cioè a Città del Messico. E pensavo che era una brava compagna, perché era discreta e non faceva domande. Poi mi disse che se ne avevo bisogno potevo restare nella sua stanzetta tutto il tempo che volevo. Io la ringraziai e quindi uscii a comprarle un mazzo di rose rosse e le dissi che quando vinceremo la guerra faremo un ospedale dove riaggiustare tutto quello che a Dio è venuto fuori un po’ al contrario. E allora lei si mise a piangere, perché non le avevano mai regalato dei fiori, se ho ben capito. E pianse per un pezzo. Poi andai a cercare il posto dove lavora Belascoarán.

Alcuni brani della lettera di Alvaro Delgado, giornalista del settimanale messicano Proceso, al Subcomandante Marcos
[data: fine 2004]

«È indubbio che vi sia un legame tra lo yunque del Messico e quanto meno un’organizzazione di ispirazione fascista in Spagna, chiamata Ciudad Católica. Quest’ultima si mantiene fedele al franchismo e si oppone apertamente alla democrazia. Il fondatore dello yunque, Ramón Plata Moreno [fu ucciso nel 1979, probabilmente in seguito a una delazione interna al gruppo] aveva come eroe José Antonio Primo de Rivera, capo della Falange spagnola. Oltre che con la Spagna, lo yunque ha rapporti con organizzazioni dell’estrema destra francese, argentina, brasiliana e peruviana. Tutto ciò che ha qualche legame con lo yunque emana un tanfo di oscurantismo medievale e persecuzione ideologica.
«Nel gabinetto di Fox abbondano i membri dello yunque. Alcuni esempi: Emilio Goicochea Luna [alias Jenofonte], segretario particolare di Fox [oltre che capo nazionale dei boy scout]; Guillermo Velasco Arzac, ideologo di Fox e della moglie Marta Sahagún; Ramón Muñoz Gutiérrez [alias Julio Vértiz], capo dell’Ufficio della Presidenza per l’Innovazione governativa e, insieme a Marta Sahagún, il vero potere decisionale dietro il trono; Enrique Aranda Pedrosa, direttore dell’agenzia Notimex; Martín Huerta, responsabile della sicurezza pubblica federale; Alfredo Ling Altamirano [alias Daniel Agustín] all’Istituto di Accesso all’Informazione; Luis Pazos, direttore generale della banca Banobras e famoso per aver stornato fondi federali in favore della Provida di Jorge Serrano Limón. Nel pan, Luis Felipe Bravo Mena [presidente nazionale], Jorge Adame [senatore], Manuel Espino Barrientos [segretario generale], Juan Romero Hicks [alias Agustín de Iturbide] attuale governatore del Guanajuato, tra gli altri.
«Non solo il muro [Movimiento universitario de renovadora orientación] è un’emanazione dello yunque, ma lo sono anche le organizzazioni Vanguardia integradora nacionalista [vin], Frente universitario anticomunista [fua], Movimiento cristianismo Sí, Consejo nacional de estudiantes [cne], Desarrollo humano integral y Acción ciudadana [dhiac], Asociación nacional civica femenina [ancifem], Comité nacional Provida, Movimiento testimonio y esperanza, Comisión mexicana de derechos humanos, Alianza nacional para la moral, A favor de lo mejor, Coordinadora ciudadana, Guardia unificadora iberoamericana [guia], tanto per menzionarne alcune. I Legionari di Cristo di Padre Maciel sorgono in forma pressoché parallela, quindi è probabile che abbiano rapporti tra loro.
»Anche se, come la sinistra, la destra non è una, unica e indivisibile [esistono differenze e persino scontri], l’estrema destra in Messico ha un potere reale e agisce per espandersi in tutti gli ambiti politici, sociali e culturali.
«Ignoro se vi sia un certo Morales nella sua struttura, ma è certo che lo yunque, detto anche ‘l’esercito di Dio’, ha una struttura paramilitare e le riunioni di indottrinamento sono all’insegna della disciplina militare. Uno dei suoi bracci operativi si chiama Crociati di Cristo Re. Lo yunque ha cercato con ogni mezzo di instaurare legami con l’esercito, ma non ho ancora dati inconfutabili che lo colleghino alla formazione di gruppi paramilitari.
«Le mando il mio libro L’esercito di Dio. Nuove rivelazioni sull’estrema destra in Messico, edito da Plaza & Janés. Vi troverà informazioni agghiaccianti».

Una cosa semplice

Non si può vivere / con la morte dentro / bisogna decidere /
tra scagliarla lontano / come un frutto marcio /
o lasciarsi contagiare / e dunque morire.

Cominciava così il comunicato della defunta Digna Ochoa e del defunto Pável González. Fa parte di una poesia scritta da una signora che stava dalla parte dei poveracci e che si chiamava Alaide Foppa. La poesia si intitola La Sin Ventura. Di quel comunicato sapevo che doveva uscire il 6 gennaio. Perché risulta che un giorno vidi il compagno Alakazam, che è un mago, cioè uno che fa comparire e scomparire le cose e indovina i pensieri. E allora Alakazam mi diede un messaggio dove mi dicevano di andare a cercare il Cinese dove già sapevo, e mi consegnò delle carte da far vedere al Cinese per farmi poi dire cosa ne pensava. E allora andai a Guadalajara ma non direttamente dal Cinese, perché prima cercai il Russo. E stavo mangiando panini dal Russo quando arrivò una cittadina, cioè una compagna di Guadalajara, che si chiama Azucena, e lei mi portò dal Cinese. E insomma parlai con il Cinese e gli feci vedere le carte e una foto che il Sup mi aveva mandato tramite Alakazam. E mentre il Cinese scriveva cosa ne pensava, io feci un giro cercando qualcosa che aveva a che fare con don Manolo, cioè Manuel Vázquez Montalbán. E così trovai un manifesto con sopra scritto il suo nome. E dietro, un foglietto che diceva: «Quello sui defunti esce nel giorno dei Re Magi, quando hai le carte vai a trovare il tipo delle bibite».
Allora capii che dovevo aspettare il 6 gennaio per sapere dove trovare le carte per l’indagine da fare con Belascoarán, anche se allora non sapevo se Belascoarán ci stava o si tirava indietro. Dopo essere tornato da Guadalajara, andai a cercare il posto dove lavorava, cioè l’ufficio di Belascoarán, secondo il bigliettino che mi aveva dato mamma Piedra, cioè doña Rosario Ibarra de Piedra. Io sapevo già più o meno come era fatto Belascoarán, perché il Cinese aveva scritto come era secondo lui. E allora andai in quella strada che si chiama Donato Guerra e per un po’ gironzolai facendo finta di niente per vedere se c’era qualcuno a fare la guardia e se arrivava Belascoarán. Poi, quando era già pomeriggio, Belascoarán entrò in un edificio con un pacco di bottiglie di Coca-Cola. Capii subito che era lui perché è orbo, cioè gli manca un occhio. E in più è zoppo, cioè ha una gamba che non ci cammina bene. Comunque aspettai ancora un po’, vai a sapere se ci sono altri orbi e zoppo in calle Donato Guerra quasi all’angolo con Bucareli laggiù nel mostro. Ma c’era solo lui. Alla fine pensai che Belascoarán doveva essere proprio quello, perché oltre a essere orbo e zoppo, come aveva detto il Cinese, aveva pure un pacco di Coca-Cola, e il Sup lo chiamava appunto el refresquero, cioè il tipo delle bibite. Posso dirvi che Belascoarán ha più o meno la mia età, cioè la mia età quando non ero ancora defunto, che sarebbe tra i cinquanta e i sessanta. Pensai che conciato così, orbo e zoppo, lo guardavano tutti, quindi era meglio incontrarlo in un posto pieno di gente, perché in mezzo agli altri era più difficile che lo guardavano. Forse lui dorme lì, dove lavora, perché aspettai fino a tardi e Belascoarán non uscì. Così la mattina dopo mi piazzai in strada molto presto. Verso mezzogiorno uscii e io mi infilai subito nell’edificio. Salendo le scale, a un certo punto trovai una porta con un cartello che diceva: «Héctor Belascoarán Shayne, detective. Gilberto Gómez Letras, Idraulico. Carlos Vargas, Tappezziere. Javier Villareal, Ingegnere non so cos’altro».
E allora provai ad ascoltare con l’orecchio incollato alla porta. Qualcuno stava cantando quella che dice «di pietra dev’essere il letto, di pietra il capezzale, la donna che mi ama, deve amarmi davvero» e poi stonava sul ritornello «ay ay ay». E allora bussai. E lasciai un messaggio per Belascoarán a un signore che si chiama Carlos Vargas, uno che di lavoro sbudella le poltrone. Il messaggio era dentro una busta e ci infilai anche un mio biglietto con scritto: «L’aspetto alla tomba di Villa. Il giorno dei Re Magi. Alle 23, ora del fronte di combattimento sudorientale». Decisi così perché al monumento alla Rivoluzione c’era sempre un casino di gente, famiglie intere che mangiavano garnacha, che era non so bene cosa ma una cosa molto unta, roba che ai cittadini piace un sacco e io l’ho assaggiata e in effetti è piuttosto buona. Dunque, tra la gente e tutta quella garnacha, l’orbo e zoppo Belascoarán non si notava granché. E il 6 gennaio comprai il giornale che si chiama La Jornada e vidi che non c’era nessun comunicato. A quel punto cercai Andrés e Marta per chiedere se sapevano qualcosa del comunicato. Ero un po’ abbastanza preoccupato perché senza il comunicato come facevo a sapere dove diavolo andare a prendere le carte per Belascoarán, bella figura incontrarlo senza niente da fargli vedere. Andrés e Marta si misero a battere i tasti di un apparecchio che si chiama computer. Verso le quattro del pomeriggio, ora del presidente Fox, cioè le cinque del pomeriggio per il fronte di combattimento sudorientale, Andrés mi disse che in Germania avevano già ricevuto il comunicato. Allora chiesi dov’è che era questa Germania. E Marta mi mostrò una carta geografica e così scoprii che la Germania è proprio lontana. E mi chiesi se per caso il Sup era andato fino in Germania. Ma Andrés e Marta mi spiegarono che no, il fatto era che il comunicato lo mandano dal Centro informazioni zapatista in tutto il mondo e di sicuro alla Jornada lo avevano già ricevuto però aspettavano il giorno dopo per pubblicarlo. Pensai che ero fregato. Ma Andrés e Marta si rimisero a battere sul computer e poi mi dicono: «Eccolo qui», e lo stampano.
Allora fui un po’ contento, perché il comunicato era già lì, e l’ho letto subito per capire dove andare a prendere le carte. Sapevo che lo dovevo leggere con grande attenzione, perché il Sup me lo spiegava in maniera un po’ difficile. Insomma, alla fine ho capito che dovevo andare alla Unam, che era la Città Universitaria del mostro, e lì cercare il libro della signora Foppa e trovare la poesia che dicevo prima, dove c’era il messaggio del Sup. Presi il metro per la Città Universitaria, cioè la C.U., come la chiamano. Però scoprii che il metro non ti lascia dentro la C.U. ma ti scarica subito fuori. E allora chiesi in giro e camminai per un bel pezzo.
Erano quasi le sei del pomeriggio, ora di Fox, eppure c’erano ragazzi e ragazze dappertutto, con libri e zaini. È allegra, questa cosa che chiamano la C.U. Alla fine arrivai dove c’è una casa che si chiama Filosofia e Lettere, un posto pieno zeppo di gente, lì vendono anche dei film in piccoli dischi che chiamano cidì, e costano pochissimo. Ma non era lì, la biblioteca centrale, a quanto mi disse una ragazza mora che stava chiedendo se avevano un film che si intitola «Alice nel sotterraneo» o qualcosa del genere, però non ce l’avevano. Comunque, la ragazza mora mi indicò dove stava la biblioteca, cioè lì vicino. Io ci andai e chiesi se avevano libri di Alaide Foppa e me ne diedero uno che si intitola La Sin Ventura, che è un po’ lungo e parla di una signora che era molto innamorata e gli muore il marito e lei è triste perché gli voleva molto bene.
E insomma la poesia comincia a pagina 87 e quando arrivai a pagina 110 trovai la parte che il Sup aveva messo nel comunicato sui defunti Digna e Pável. In quella pagina c’era una piccola chiave e un foglietto con scritto solo «Stazione delle corriere del Nord». Allora capii benissimo che dovevo andare là a cercare le carte necessarie per il lavoro della commissione d’indagine. Mi precipitai perché erano già le sette di sera ora di Fox, cioè le 20 ora del fronte di combattimento sudorientale. Ero un po’ abbastanza preoccupato, mi rimanevano appena tre ore per vedere Belascoarán. Ripresi il metro, che era stracolmo di gente, e arrivai alla stazione degli autobus del nord verso le 21,30, ora nostra, 8,30 di sera secondo Fox. Ma dove dovevo cercare? Allora mi ricordai delle cassette di ferro che stavano dove lavora il Cinese. E magari la chiavina serviva per aprire una di quelle. Ce n’erano molte, di cassette, non potevo certo provare la chiave in tutte, una per una, altrimenti pensavano che volevo rubare. Mi misi seduto a rileggere il comunicato. E mi accorsi che la poesia all’inizio era di sette righe. Forse la chiave serviva ad aprire la cassetta numero 7. Sì, era proprio quella, e dentro c’era una busta gonfia, piena di carte. E allora mi sentii un po’ abbastanza contento e ripresi il metro fino alla stazione che si chiama Hidalgo, per incontrarmi con Belascoarán. E arrivai giusto in tempo per vederlo. E insomma, questa cosa, o caso, mi è parso facile, no?

Un cappello

Mi misi un cappello. Ma non uno di quelli che usiamo dalle nostre parti, no. Era un cappello da cittadino, senza le ali di lato e fatto con una stoffa bella e calda. Me lo aveva dato il Sup, dicendo che glielo aveva regalato suo padre tanti anni prima, quando lui era ancora un cittadino, prima di diventare il Sup. «Vedrai che ti servirà» mi aveva detto, e in effetti mi è servito, perché faceva freddo nel mostro, cioè a Città del Messico. Andai verso il monumento alla Rivoluzione con il cappello in testa. C’era abbastanza gente, famiglie in festa che si facevano fotografie assieme ai Re Magi. Tra la folla, cominciai a seguire Belascoarán, che fermò ad accendersi una sigaretta di fronte all’albergo, quello molto pupurufo che si chiama Meliá. Si vedeva benissimo che anche lui stava controllando se aveva qualcuno dietro, ma non c’era nessuno. Belascoarán restò intrappolato tra la folla che si accalcava davanti alla casa della Previdenza sociale, così io andai avanti per aspettarlo alla tomba di Pancho Villa.
Quando finalmente arrivò, lo guardai nell’occhio buono e gli dissi: «Quel Villa era un po’ fesso, ecco perché lo hanno defunto», e mi accesi una delle mie sigarette che noi chiamiamo «alacrán».
Lui ne tirò fuori una delle sue, dal pacchetto di Delicados, e l’accese dicendo: «Non era un fesso. Lo hanno ammazzato perché stava dalla parte dei fottuti di sempre».
Rimanemmo in silenzio per un po’, fumando, guardandoci. Mi fece una buona impressione, quel Belascoarán, così gli diedi la mano e il mio biglietto, dicendo: «Elías, Elías Contreras. Commissione d’indagine».
Lui mi strinse la mano e dandomi il suo biglietto disse: «Héctor Belascoarán Shayne, detective indipendente».
Poi mi spiegò che il defunto Pancho Villa non era sepolto lì perché il suddetto… Cioè, la parola «suddetto» si usa quando si sta parlando di qualcuno già da prima e per non ripetere il nome, quindi in questo caso, o cosa, si tratta di Pancho Villa e allora se dico «il suddetto» sto dicendo Pancho Villa, ma non è sempre così, perché dipende da come si usa, insomma è piuttosto complicato, ma siccome è una parola nuova che ho imparato, la uso ma non troppo perché mi si ingarbugliano i pensieri, come al solito. Dunque, il suddetto, cioè Pancho Villa, era sepolto chissà dove e al posto suo c’è una signora defunta. E Belascoarán mi stava raccontando la faccenda del suddetto morto che si trovava da un’altra parte e non dove tutti credevano.
Dopo tutte quelle chiacchiere, io gli dissi: «Sto cercando il Male e il Malvagio. Decidi se ci stai e dimmi cosa ne pensi», e gli passai la cartella con i documenti mandati dal Sup.
Belascoarán li guardò velocemente, gettò via il mozzicone e disse chiaro: «Ci sto».
E allora fui un po’ contento perché se diceva che non ci stava io ero venuto nel mostro per niente, cioè a Città del Messico. E restammo d’accordo di rivederci un altro giorno, dopo aver studiato attentamente quelle carte, per organizzare il lavoro assieme, cioè lui e io. Ci salutammo, ma prima di andarsene mi chiese se avevo bisogno di qualcosa.
Risposi: «Sì, non so dove trovare del pozol, qui nel mostro, cioè a Città del Messico. E ho anche bisogno di una bibita che si chiama Chaparritas El Naranjo, al gusto di uva».
«Vedrò, poi ti dico» rispose Belascoarán.
Ci separammo. La gente era sempre tanta. Nella stanzetta della Magdalena scrissi un breve rapporto per il Sup.
Pochi giorni dopo mi arrivò la sua risposta:

Ho saputo dell’incontro con il refresquero. Devi rivederlo per metterti d’accordo sulle indagini. Qua stiamo abbastanza bene, ce la spassiamo un mondo a ridere delle cacate che ha detto il Fox durante la sua visita da queste parti. Se non lo hai sentito dai notiziari, ha ripetuto le stesse asinate dette da Hernán Cortés, Agustín de Iturbide, Antonio López de Santa Anna, Massimiliano d’Asburgo, i gringos Polk, Taylor, Pershing e Eisenhower, Porfirio Díaz, Gustavo Díaz Ordaz, Salinas de Gortari ed Ernesto Zedillo, cioè ha detto che noi siamo praticamente una cosa del passato. Poi, quando avrò smesso di ridere, ti mando altre informazioni che ho ricevuto. Un abbraccio e buon anno nuovo.

Dalle montagne del Sudest Messicano
Subcomandante Insurgente Marcos
Messico, gennaio 2005

[*] Adolfo Gilly: noto intellettuale messicano
e opinionista del quotidiano La Jornada [N.d.T.]

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