Una notte con «Morales»

Nell’incontro con l’investigatore zapatista Elías Contreras, tre cose sarebbero rimaste impresse nella memoria di Héctor Belascoarán Shayne: il caotico brulicare di gente attorno a quel Monumento a una Rivoluzione perduta tra Re Magi e roba fritta, la faccia dell’inviato Contreras quando aveva messo a confronto le virtù di Pancho Villa e di Emiliano Zapata, e i «dossier Morales» che gli avevano fatto avere gli zapatisti. Quei tre particolari gli rimasero incisi nell’anima.
Il monumento alla Rivoluzione di Città del Messico in realtà nacque come un mostro in onore del potere porfiriano, poi la rivoluzione del 1910 lo lasciò a metà e così rimase fino ai primi anni trenta, quando venne riciclato per diventare un magniloquente monumento alla lotta armata morta e sepolta. Ai piedi delle sue colonne si trovano i resti di Venustiano Carranza, Plutarco Elías Calles, Lázaro Cárdenas e, si dice, quelli di Pancho Villa, personaggi che si ritrovarono spesso su fronti contrapposti e che soltanto la magia pragmatica del pri, capace di trasformare la storia in materiale di uso e consumo per legittimare il suo potere, poteva riunire nello stesso posto. Bisognerebbe ricordare che Villa combatté contro Carranza, che Calles fu tra i responsabili dell’assassinio di entrambi e che Cárdenas ordinò l’espulsione di Calles dal Messico. Eppure stanno tutti lì, insieme. Gli abitanti del D.F. attribuiscono a quelle sepolture scomode l’eccesso di terremoti che sconquassano la città con devastante frequenza.
In quell’occasione la piazza era invasa da giostre, bancarelle di cibarie, tiri al bersaglio con le palline, corse di cavalli di latta, artigianato d’ogni sorta e centinaia di Re Magi, con tanto di fotografi, l’unica forma di monarchia tollerata a furor di popolo nel Messico repubblicano. E a quell’ora di sera si scatenavano con cumbia, norteño da ballo, ritmi tropicali sgangherati, e a tutto volume, tra gli effluvi di mele caramellate e zucchero filato.
La zona centrale del monumento era rimasta immune ai festeggiamenti dell’Epifania e nella penombra Belascoarán andò verso il tipo con il cappello grigio che se ne stava ai piedi del mausoleo di Pancho Villa, per poi presentarsi, fatto curioso, con un formale scambio di biglietti da visita.
«Lei sa che lì dove dicono che sia Pancho Villa in realtà non c’è nessun Pancho Villa?» chiese Belascoarán indicando la tomba ufficiale.
«E chi hanno messo al posto del suddetto?» chiese a sua volta Elías Contreras.
«Ecco, la faccenda è un po’ complicata, ma divertente. Nel novembre del 1976 il presidente Echeverría, in vena di mettersi un’altra piuma al cappello, ordinò di riesumare i resti di Villa a Parral per seppellirli in questa parte del monumento con tutti gli onori militari. Ma il fatto è che già nel 1926 la tomba di Villa era stata violata per rubare il suo cranio, mai più ritrovato, e una delle vedove..».
«Ne aveva più di una?»
«Ufficialmente tre, ma in realtà erano almeno venticinque… Insomma, una delle vedove, perché non tornassero a trafugare i resti del nostro generale un pezzo per volta, aveva fatto spostare la bara centoventi metri più avanti, sempre nel cimitero di Parral, e qualche anno dopo, quando una signora che andava negli Stati Uniti per curarsi il cancro era morta a Parral, ne approfittarono per seppellirla nella tomba vuota di Villa. Dunque, quando nel ’76 riesumarono la salma, in presenza di un antropologo, qualcuno fece notare agli alti papaveri dell’esercito che quel morto aveva ancora la testa, e per giunta il bacino risultava inconfondibilmente femminile, ma gli incaricati lo mandarono al diavolo, loro avevano una missione da compiere e tutto il resto poteva andarsene affanculo: chissenefregava che Villa avesse la testa o no e il bacino da donna. E con gli onori militari, sopra un affusto d’artiglieria, scortato dai cadetti in alta uniforme, portarono qui il cadavere della signora e lo inumarono, e ogni anno gli rendono omaggio e suonano trombe e clarinetti. In fondo la signora se lo è meritato, per essere andata a morire a Parral».
«E Villa?»
«No, Villa è riuscito a filarsela anche da morto».
Il sorprendente personaggio, con quel cappello antidiluviano sulla zazzera ritta, fissò a lungo Belascoarán.
«Lei starà pensando che Emiliano Zapata era molto più in gamba di Pancho Villa, vero?» chiese Belascoarán, giusto per capire di che stoffa era fatto il compagno zapatista.
Elías Contreras non solo lo pensava, ma non capiva come qualcuno dotato di intelligenza potesse dubitarne. Guardò Belascoarán chiedendosi se per caso lo avesse morso una nauyaca togliendogli il cervello.
Per impedirgli di sostenere che Villa era molto meglio di Zapata, il che avrebbe messo fine al loro rapporto, perché il Sup gli aveva detto che se Belascoarán si rivelava un mezzo rincoglionito era il caso di mollarlo subito, Contreras gli porse la busta.
Héctor la prese e lesse quel nome tutto in maiuscolo: morales. C’erano dentro varie cartelle, una serie di dossier su quel «tale Morales». La sorpresa quasi lo paralizzò. Non sapeva se ridere o farsi buddhista. Vuoi vedere che Juancho Bin Laden era un personaggio reale? Anche gli zapatisti erano sulle tracce di «Morales»? C’è da credere alle coincidenze? «È l’unica cosa a cui non credox». C’è da credere forse al caso? «Solo quando non esiste».
Lo zapatista Contreras, serissimo, a quel punto gli disse: «Sto cercando il Male e il Malvagio. Decidi se ci stai e dimmi cosa ne pensi».
«Ci sto» rispose Belascoarán senza esitare.

Héctor Belascoarán non credeva ai complotti, ne aveva vissuti troppi per crederci. Era un messicano che rientrava nella definizione messicana di paranoico: «un cittadino dotato di senso comune che dice di essere perseguitato da tipi che in effetti lo perseguitano». Ma la sua non era una versione semplicistica della questione. Suo fratello Carlos, l’eterno militante della famiglia, diceva che, paradossalmente, il marziano Héctor era un marxista esistenziale, di quelli che pensano che l’essere sociale adegua la coscienza alla situazione; come dire che Alì Babà, a forza di stare con i quaranta ladroni, era diventato uno di loro e si era iscritto al pri. Héctor pensava che a forza di fare da sedia finisci per essere contento quando ti mettono il culo sopra. Non credeva neppure che i governanti fossero malvagi per natura. Pensava che a forza di governare finisci per diventare un vero figlio di puttana, che stare al potere crea l’ossessione di voler perpetuare il potere, e quando il potere politico si esaurisce resta il potere del denaro e questa è un’altra forma di potere, e per questo ci sono tanti cassetti aperti in cui infilare la mano, tanti abusi; e per tenere in piedi il paese che a loro piaceva tanto, i governanti del Messico degli ultimi anni avevano instaurato una sorta di legge suprema nazionale mai resa pubblica, che stava nascosta nel supremo armadio del capo supremo, e sanciva cose come «l’unico principio di sussistenza è il principio di autorità» e «una volta che la tua morale è stata risucchiata nelle fogne, meglio diventare un topo di fogna» e «la rivoluzione farà giustizia» e «alè alè, tutto quello che piglio lo tengo per me» e «questo è l’anno di Hidalgo, vaffanculo a chi lascia un soldo in cassa»* e «io gratto la rogna a te e tu gratti la rogna a me». Héctor riteneva che il Messico fosse stato, in quegli ultimi anni, un paese essenzialmente ingiusto, dominato dall’abuso di potere, dall’arbitrio, dalla violenza contro gli indifesi, e ultimamente dalla mediocrità, dalla cialtroneria, dalla cattiveria e dal pessimo gusto.
Ma quando lesse il «Dossier Morales» rimase a bocca aperta e fu sul punto di scottarsi con la sigaretta che si consumava tra le sue dita. Era troppo. Quello era l’album di Barbie e Ken sull’abuso di potere. Era la giustificazione dell’idea che il sistema aveva pagato il pizzo al demonio.
La busta conteneva le carte di Manuel Vázquez Montalbán, una foto enigmatica, un foglio battuto a macchina intitolato «Gli affari del terremoto», la scheda nera della Brigata bianca, alcuni comunicati del Comando dell’Esercito zapatista, il sunto di una conversazione tra Marcos [?] e qualcuno chiamato Gola profonda e un breve messaggio del Subcomandante che diceva:

Riceva il saluto di tutti noi e il mio personale. Qualche settimana fa sono arrivati nelle nostre mani alcuni appunti dello scrittore Manuel Vázquez Montalbán, trovati dal figlio tra le sue carte dopo la morte, che richiamavano fortemente l’attenzione su un personaggio a cui attribuisce il nome di Morales. Ignoriamo in che modo le indagini svolte a Barcellona abbiano prodotto questi appunti. Non sappiamo se fossero appunti per un prossimo romanzo o qualcosa di molto più serio, o entrambe le cose. Visto che ha l’aspetto di un rompicapo investigativo, ho pensato che forse lei poteva essere interessato ad aiutarci a dipanarlo. Inutile aggiungere che il personaggio, se esiste, può risultare estremamente pericoloso. Se lei accetta di collaborare all’indagine, il compagno Elías Contreras sarà il contatto permanente tra lei e noi. In caso contrario le chiediamo la massima discrezione.
Un abbraccio dalle montagne del Sudest messicano.
Subcomandante Insurgente Marcos

Tra tutti i possibili scenari aveva scelto il suo ufficio nel cuore della notte, forse perché per stendere davanti a sé tutti quei fogli aveva bisogno delle scrivanie di Gallo Villareal, del tavolo da lavoro dell’idraulico Gómez Letras e delle poltrone sventrate di Carlos Vargas. Cercò di riordinare i materiali e di aggiungere i dati a sua conoscenza: mettere tutto in ordine e in prospettiva. Prospettiva, quella signora a cui non era più abituato.
Verso la fine del ’68 un ex guerrigliero, sui venticinque anni, tradisce i compagni, compresa l’ex moglie, e diventa: complice? informatore? agente? dei servizi segreti messicani [secondo il Morto che Parla].
Quest’uomo in carcere condivide la cella con Jesús María Alvarado e Fuang Chu Martínez, e cerca di carpire loro informazioni [secondo il Cinese]. Si fa chiamare Morales.
Ma nel carcere non restano tracce del suo passaggio, a parte una foto in cui si vede un giovane dal naso affilato, molto magro e con occhiali da miope. Sui venticinque anni al massimo.
Questo personaggio uccide Jesús María Alvarado quando questi esce dal carcere nel 1971 (il Cinese].
Negli anni seguenti sembra avere rapporti con la Brigata bianca [secondo le carte di Vázquez Montalbán] nel periodo della Guerra sporca. Nell’opuscolo dal titolo «Le pagine nere della Brigata bianca», uno scritto anonimo, di otto fogli, battuto a macchina, stampato con un arcaico ciclostile e copertina celeste, si elenca un’agghiacciante sequela di orrori attribuiti a questa organizzazione poliziesco-militare, creata nel 1974 durante il mandato presidenziale di Luis Echeverría. Un’organizzazione trasversale che coinvolgeva settori dell’esercito e del ministero degli Interni, con lo scopo di eliminare a qualunque costo le nascenti guerriglie urbane. E impiegava ogni mezzo, al di là di qualsiasi legge: sequestri, omicidi, torture. La dirigeva un certo Nazar-Haro. Un brevissimo commento a margine, nell’opuscolo che ricostruiva diverse operazioni della cosiddetta Brigata bianca, sembra confermare la presenza di Morales, con una riga sottolineata in rosso: «tra i torturatori c’erano Morales, l’agente Urteaga e un novellino il cui cognome era Canseco», tutto qui.
Nelle carte di Gola profonda c’è un’altra menzione: quando nella Brigata bianca si torturava qualcuno, «Morales era tra quelli che prendevano appunti. […] Quando Nazar cade in disgrazia presso i suoi superiori, Morales scompare, ma portandosi via la copia, quella personale e inedita, degli archivi segreti della Direzione federale di sicurezza. Cioè gli archivi veri, non quelli resi pubblici».
Belascoarán scrisse «1983» come probabile anno in cui Morales era svanito nel nulla. Nel suo passato quella data risultava abbastanza chiara.
Poi c’era un breve periodo di vuoto e successivamente si potevano inserire i dati del foglio battuto a macchina che sembrava un frammento di una registrazione trascritta, e diceva testualmente:

Quello che mi ha raccontato Gustavo Arce, che faceva parte di una delle brigate di volontari organizzate dagli studenti di antropologia per tentare di fermare quei tipi, perché dopo il terremoto cercavano, soprattutto nel centro storico, di approfittare delle crepe e degli smottamenti per abbattere le case e cacciare fuori a calci gli inquilini, per poi ricostruire quello che volevano, e arrivavano i granaderos con l’ordine di sgombero dicendo che era per la sicurezza della gente, capito? E gli studenti delle brigate dell’inah li fermavano applicando sigilli alle case con la scritta: monumento storico, capito? Quelli non si possono abbattere senza l’autorizzazione dell’Istituto di antropologia. E assieme agli abitanti, li fermavano. Che storia schifosa, quelle carogne che speculavano sulle disgrazie della gente, e a coordinare le operazioni con la polizia e con i proprietari degli edifici era un certo Morales, il signor Morales. Gustavo, che ha parlato diverse volte con lui, ci aveva anche litigato di brutto, dice che era uno sciacallo, un cinico di merda, sulla cinquantina, che zoppicava leggermente e portava un anello al mignolo della mano sinistra con una grossa pietra rossa e un altro all’anulare. Poi mi è venuta la curiosità di saperne di più su quel Morales, perché non lavorava per il governo locale del D.F.. A un certo punto la situazione si è appianata, e nel centro storico non si è fatto più vedere. Ho chiesto di lui in giro ma nessuno ne sapeva niente, comunque pare che avesse voce in capitolo sulle squadre della sezione Lavori pubblici del governo del D.F. e tra gli ufficiali del corpo dei granaderos, come se fosse un veterano dei loro. Quando ho cercato di scrivere su questa faccenda, lui era sparito dalla circolazione, anche se Laura, quella dell’Unione terremotati, mi ha detto che si ricordava di Morales, che aveva i baffi e le basette ingrigite. Poca roba, no? Insomma…

Dunque, nel settembre 1985 bisognava situare Morales a Città del Messico, nel periodo del terremoto di 8,1 gradi della scala Richter. Solo che era un Morales «sulla cinquantina», mentre il Morales di Alvarado e della Brigata bianca non aveva più di trentacinque o trentotto anni. Si trattava dello stesso Morales invecchiato? Forse. Nessuno è bravo a calcolare l’età di un altro. Sulla questione, come aveva dimostrato María Félix compiendo cinquant’anni almeno tre volte, i messicani non sono molto abili.
E poi, un salto mortale.
Un altro foglio con un appunto: inizio della rivolta zapatista in Chiapas. Gennaio del ’94.
Héctor prese il telefono e fece il numero di Luis Hernández, antropologo e giornalista che scriveva sullo zapatismo, possedeva l’unico zaino al mondo da cui uscivano birre gelate e rispondeva al telefono a quell’ora di notte nella redazione del giornale.
«Sono Belascoarán. Ti dice niente il nome Morales?»
«A quest’ora di notte qualsiasi cosa mi dice tutto e niente. In relazione a che, mio caro?»
«Agli zapatisti, per esempio».
«Allora sì, ci sarebbe il Morales che li ha traditi. Un tizio che credo si chiamasse Daniel. C’è in Internet un articolo di Gilberto López y Rivas. È l’uomo che ha fornito a Tello tutte le informazioni sullo zapatismo per il libro La rebelión de Las Cañadas».
«Grazie, fratello».
«Che stai combinando? Qualcosa di cui si possa scrivere?»
Belascoarán fece dei grugniti al telefono che potevano essere interpretati in vario modo.
«Ah, tutto chiaro».
Fece un altro numero, stavolta della sua amica internauta Cristina Adler. Non correva il rischio di svegliarla. Lavorava di notte alla traduzione di romanzi polizieschi.
«Senti, piccola, ci sarebbe un articolo di chissà quale giornale di chissà quale anno, di un certo López y Rivas su un certo Daniel. Riesci a dirmi qualcosa al riguardo? Io sono in ufficio».
«Meno male che sono un vero genio. Ti richiamo tra un po’, Berlusquis».
Héctor ne approfittò per uscire in corridoio, raggiungere il bagno in comune sul pianerottolo e farsi una lunga pisciata. Basta bibite, disse tra sé, ma la prima cosa che fece rientrando in ufficio fu assaltare la cassaforte e aprire una Coca-Cola miracolosamente ancora fredda. Proprio quando squillò il telefono.
«Ebbene sì, c’è un certo Morales, Salvador Morales Garibay, alias Daniel. Ecco spiegata la confusione sui nomi. «Comandante Daniel». Era uno dei dirigenti militari dell’ez, ma poco prima dell’insurrezione, nell’ottobre del ’93, lasciò la selva con il pretesto di prendere contatti per un carico di armi dal Centroamerica e non è più tornato. Ricomparve sulla porta dello Stato maggiore presidenziale, dalle parti di Molino del Rey, offrendosi come informatore per l’Esercito federale. Fornì dati sulla dirigenza dell’ez e, secondo l’articolo in questione, grazie a lui smisero di brancolare nel buio».
«E perché disertò?»
«Sembra che fosse il responsabile di un accampamento individuato dai militari e fece una tale stronzata che per poco l’insurrezione zapatista non andò a monte, così lo rimproverarono, o qualcosa del genere. Lui se la squagliò e finì a fare lo spione ‘con il grado di capitano in seconda dell’intendenza amministrativa con funzioni specifiche nei corpi speciali della seconda sezione dello Stato maggiore della Difesa nazionale’, cito testualmente dall’articolo».
«E non ne dà una qualche descrizione? Che età potrebbe avere?»
«No, in questo articolo no, ma in un altro sì. Anticipo le tue richieste, Bascorancín. Cito ipertestualmente: ‘statura un metro e settanta, quarantadue anni – magari oggi sono quarantacinque, vai a sapere di quando è, suppongo sia stato scritto almeno un paio di anni fa – capelli neri con incipiente calvizie; occhi castano scuro, labbra sottili, carnagione chiara e fisico asciutto, venne ribattezzato El Dedo dai militari di basso rango; altri lo chiamavano Chava’».
«Qualcos’altro, geniale amica?»
«Ci sarebbe un’intervista che gli hanno fatto Maité Rico e La Grange su Letras Libres».
«Io non leggo Letras Libres».
«E allora sei fottuto, perché non la leggo neanch’io, visto che ero responsabile della cellula Angela Davis della Gioventù comunista negli anni ottanta e qualcosa deve essermi pure rimasto dentro la testa».
Héctor tornò agli incartamenti degli zapatisti. Fuori, i rumori della notte si erano attutiti, restava solo una lontana eco del traffico. Accese una sigaretta per poi scoprire che ne aveva altre due cominciate nel portacenere.
Tra il 1994 e il 2000, stando agli appunti di Manolo Vázquez Montalbán, Morales ha accesso alla valigetta diplomatica dell’ambasciata del Messico a Madrid. Per cosa la usa? Con chi è in contatto? Quali affari sta facendo in Spagna? E per conto di chi? Ma sta anche lavorando come delatore per l’esercito, e possiede gli archivi della Direzione federale di sicurezza, ed è coinvolto nella più grande truffa immobiliare della storia messicana attuata dopo il terremoto. E ha… Un momento, si disse Héctor, prima bisogna mettere in ordine e poi fare domande. Riprese la sequenza cronologica e piazzò un foglietto con la scritta in stampatello acteal.
Ore 11,20 del 22 dicembre 1997. Massacro di Acteal. I documenti di Vázquez Montalbán collegano Morales al massacro e l’autore si chiede: «In quali rapporti è con il generale Renán Castillo?». Secondo un comunicato dell’ezln, un gruppo paramilitare organizzato dal pri e finanziato e armato dall’esercito aveva ucciso quarantacinque indios tzotzil che stavano pregando in una chiesa, un gruppo appartenente a una fazione neutrale, senza legami diretti con lo zapatismo. Il comunicato era molto preciso: i paramilitari erano «appoggiati, addestrati e finanziati da distaccamenti regolari dell’Esercito federale. Tra i vari elementi castrensi ebbero un ruolo diretto: il generale di brigata in pensione Julio César Santiago Díaz; Mariano Arias Pérez, soldato semplice del 38° Battaglione di Fanteria; Pablo Hernández Pérez, ex militare che capeggiò il massacro, e il sergente Mariano Pérez Ruiz». Nel rapporto non compariva il nome di Morales. Era stato lì? Faceva parte della strategia di formare gruppi paramilitari?
Poi un salto fino al 2002. Negli appunti di Vázquez Montalbán c’erano alcuni riferimenti topografici: Hotel Princesa Sofía, plaza Pío xii, Centro financiero [nell’hotel?!?].
«Sono di nuovo io, piccola. Cosa riesci a sapere di un certo Hotel Princesa Sofía, a Barcellona?»
«E poi cosa mi chiederai? Le quotazioni di Borsa? Il prezzo delle patate all’ingrosso? Aspetta, Belisquín, non riattaccare..». Ci mise appena qualche secondo, doveva avere una macchina volante, e un giorno anche Belascoarán sarebbe entrato nel paradiso perduto della rete. «Tombola! Ce l’ho. Trecentonovanta euro a notte, centotrentaquattro a tariffa speciale, con asciugacapelli in stanza, sull’avenida Diagonal, vicino al Museo delle Arti decorative, un albergo coi fiocchi, grande, lussuoso, in plaza Pío xii..».
«Te ne sarò eternamente grato».
Che ci faceva lì? Manolo dixit: Morales viveva da solo in una suite del Princesa Sofía. Andava al centro finanziario. Entrava alle 21 e usciva alle 22. Si infilava nella stazione del metrò María Cristina alle 22,30 e rispuntava fuori alle 23. E via in albergo. Secondo gli appunti di Manolo la valigetta che aveva con sé nel metrò era piena di soldi, di euro.
Altra telefonata.
«Quando è entrato in vigore l’euro in Spagna, bambina mia?»
«Per questo non ho bisogno del computer, gentile signore. Ma che stai facendo? Cruciverba per tarati mentali? Gennaio 2002».
Aveva delle carte nella valigetta: come faceva a saperlo Manolo? E di quali materiali si trattava? Sui Montes Azules. Ma che erano i Montes Azules?
Cristina Adler venne distolta dal suo lavoro per l’ennesima volta.
«Solo perché sto traducendo un romanzo horror piuttosto insulso e le tue ricerche mi divertono. Un hotel di Barcellona, un misterioso traditore chiamato Daniel, l’entrata in vigore dell’euro, una riserva ecologica. Stai diventando ecologista, Belasquito?»
«No, resto del parere che i tacos di delfino sono ottimi».
Dieci minuti dopo squillava il telefono: «Prendi nota, Belascucho, ma a dire il vero i tuoi interessi stanno diventando un po’ troppo variegati, sembri un detective del secolo dei lumi: da 16 gradi e 4 a 16 gradi e 57 latitudine nord e da 90 gradi e 45 a 91 gradi e 30 longitudine ovest, in Chiapas, a est dello stato. Municipi di Ocosingo e Las Margaritas. Cavolo, in piena zona zapatista… La chiamano Riserva della Biosfera e si estende su 331, 200 ettari. L’8 dicembre 1977 è stata dichiarata Riserva della Biosfera; il decreto fu pubblicato il 12 gennaio 1978 sulla gazzetta ufficiale. E ora ti do la perla, senti come lo argomentano, mio stimato Belus: ‘D’altra parte, considerando le bellezze naturali della zona, la riserva presenta un notevole potenziale turistico incrementato dalla presenza di resti archeologici al suo interno e nelle vicinanze’. Alla fine degli anni novanta sono stati realizzati molti ‘ecoaffari’ in quella riserva. Farfalle, campioni di batteri, volatili, che ne so, non ci capisco granché di questa faccenda. Qualcos’altro, Belascas?».
Héctor riattaccò tirando le somme mentalmente: dunque il governo federale attiva i propri interessi su una riserva ecologica durante la presidenza di Zedillo, in piena zona di conflitto, qualche anno dopo l’insurrezione zapatista, con la tensione militare al massimo livello. Una riserva ecologica, per proteggere gli avvoltoi ed evitare che i nativi pisciassero nelle acque limpide e che i turisti lasciassero lattine di Coca-Cola sulle piramidi maya.
Qualcuno aveva fumato maria di pessima qualità, tra i federali.
C’era una foto tra i documenti mandati dagli zapatisti. Sul retro, a matita, un’annotazione criptica: «Morales, presidente, Legazpi, Ramos de Miguel, Hotel Princesa Sofía, Barcellona, 2002». Il tizio indicato come Morales sembrava un uomo di poco più di cinquant’anni, calvizie incipiente, sguardo deciso, baffi; quello indicato come «presidente» è di spalle. Presidente o ex presidente? Ernesto Zedillo. Era in Spagna? Héctor non riconobbe gli altri.
Cosa veniva dopo?
13 ottobre 2004. Tra gli incartamenti degli zapatisti c’era un comunicato di Marcos sulle comunità indigene dei Montes Azules:

A causa della presenza aggressiva di gruppi paramilitari e dell’intolleranza istigata in alcune comunità da parte del Partido revolucionario institucional, decine di famiglie indigene zapatiste si sono viste costrette, da tempo, a lasciare i propri villaggi formando piccoli insediamenti nella cosiddetta Biosfera dei Montes Azules. Da allora, malgrado la terribile situazione in cui si ritrovano, lontani dalle proprie terre d’origine, gli zapatisti sfollati si sono sforzati di adeguarsi alle nostre regole, che impongono l’assoluto rispetto della natura e nella fattispecie dei boschi. Tuttavia, il governo federale, su pressione delle multinazionali che pretendono di impossessarsi delle ricchezze della Selva Lacandona, hanno minacciato, più e più volte, di deportare con la violenza tutti gli abitanti di quella zona, compresi gli zapatisti. I compagni e le compagne delle diverse comunità hanno deciso di resistere finché il governo non rispetterà gli accordi di San Andrés. La loro decisione è condivisa e appoggiata dall’Esercito zapatista di liberazione nazionale. A suo tempo lo abbiamo annunciato e adesso lo confermiamo: se qualcuna delle nostre comunità verrà allontanata con la violenza, risponderemo tutti con lo stesso tenore.

«Zedillo, Carabias e Tello. Morales» dicono gli appunti di Manolo. C’è un riferimento a una cena. Okay. Montes Azules, l’ex presidente, l’ex ministra dell’Ambiente, l’autore del libro sugli zapatisti commissionatogli dallo stesso Zedillo e con la collaborazione del capitano Morales. Un affare? Un grosso affare? Un ecoaffare?
E questo lo portava alla fine del 2004. E al personaggio che secondo l’indovinello lasciato dal Morto che Parla: «Ha la penna [scrive?], è più veloce di Speedy González, torna dopo morto, uccide e morde». Oggi.
E oggi, ecco i rapporti con lo Yunque. La società segreta dell’estrema destra che si è incistata nel governo di Vicente Fox. E sempre oggi, stando ai messaggi del Morto che Parla, Morales aveva sequestrato un venditore di tacos di Ciudad Juárez detto Juancho, che la cia usava come clone di Osama Bin Laden.
Si affacciò alla finestra a prendere una boccata d’aria.
Se Morales era tutti quei Morales, allora aveva avuto una vita molto movimentata, ma qualcosa non quadrava, a parte le differenze di età e le contraddizioni tra le due foto, che tutto sommato non erano poi così importanti, perché in trent’anni la gente cambia e molto. L’assassino spia divenuto torturatore, poi capitano traditore per la seconda volta, poi finanziere truffatore, quindi organizzatore di gruppi paramilitari, successivamente protagonista di strani bisnes a Barcellona, poi di nuovo superfinanziere truffatore, nonché punto di contatto con l’estrema destra, e sequestratore di un venditore di tacos.
C’erano forse tre Morales? Uno solo però mutante, cangiante? O cinque? O cinquanta? Erano una famiglia? Un trio? I Morales, padre e figlio? Quale speculazione stavano progettando sui Montes Azules? E avevano concluso l’affare? Chi era stato a riesumare la voce di Alvarado per riportare alla luce quella storia? Era forse la trama di un romanzo di Manuel Vázquez Montalbán con Pepe Carvalho in Messico? Era tutto questo più un mucchio di casi fortuiti?

Preparò un sunto delle registrazioni del Morto che Parla con una nota esplicativa per Contreras. Si sorprese a sbadigliare. Richiuse la finestra per evitare che la brezza notturna scompaginasse i fogli disposti per tutta la stanza. A un tratto si ricordò una cosa fondamentale.
«Cristina, ho bisogno che mi verifichi dove vendono Chaparrita El Naranjo, al gusto di uva».
«Dici sul serio? Non prendermi in giro, sono le tre del mattino. Ma sì, certo che dici sul serio. Sei come un cane astronauta, Belascurris… Ti richiamo».
Qualche minuto dopo squillò il telefono.
«A quanto pare nel D.F. hanno smesso di venderle, perché la pagina web della ditta che le produceva, una certa Alimentaria de Refrescos, non si apre più… Però a Guadalajara le distribuiscono ancora, e a Tuxtla Gutiérrez, in Chiapas, le vendevano a domicilio. ‘Sulla porta di casa tua una confezione di ventiquattro pezzi al mandarino, ananas e uva, tutto a sessantacinque pesos’. Ma mi sa che è roba vecchia, perché neanche in questa offerta mi è stato possibile entrare per comprartene una… Dicono che si sia fusa con la Coca-Cola. Qualcuno mi ha detto di aver comprato una Chaparrita all’uva proprio l’altro giorno, forse stanno tornando in commercio. E un tizio che gestisce un sito di battute e doppi sensi da strapazzo ne ha inseriti alcuni ispirati alle Chaparrita, vuoi che te li legga?»
«No, basta così, grazie».

(*) «L’anno di Hidalgo» è il nome popolare dell’ultimo anno del mandato presidenziale, nella convinzione che avvicinandosi il cambio di poteri il governo uscente ruba tutto quello che può; il «proverbio» dice: El año de Hidalgo, chinga su madre quien deja algo. [N.d.T.]

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