Il male e il malvagio

Dove si narra di cosa parlarono Magdalena ed Elías in un caffè di cine-si; si spiega che la geografia del male è incompleta e spesso inattendibile, e che il mondo è pieno di porte e finestre; si rende noto come i comandanti zapatisti ricostruirono il rompicapo inviato dal compianto don Manolo; e si racconta cosa accadde quando Elías andò nell’ufficio di Belascoarán, le domande che si fecero e le risposte che si diedero, l’accordo a cui arrivarono, e come iniziò una partita a domino dall’esito incerto. Tutto questo e, inoltre, alcune riflessioni [o definizioni] sul male e il malvagio, fatte da comparse involontarie in questo romanzo.

«Insomma, se ho ben capito è una sorta di papà molto grande, un papà fichissimo, come dicono i cittadini.»
Dissi proprio così, io, Elías Contreras, commissione d’indagine dell’Ezln. E allora Magdalena scoppiò a ridere. E allora giù risate su risate, che non la finiva più. E allora dovette perfino correre in bagno perché dal gran ridere stava per farsela addosso. E la gente ci guardava, per quanto rideva forte Magdalena. E insomma, anche perché portava un vestitino così stretto che si vedeva tutto, praticamente girava quasi nuda, Magdalena. E allora, risulta che stavamo bevendo un caffè in un caffè di cinesi che sta in calle Puente de Alvarado, a notte fonda, dopo che Magdalena era passata a prendermi nella sua stanzetta, che era nella cologna Guerrero, là nel Mostro, cioè Città del Messico. E allora io me ne stavo lì e la situazione non era proprio delle migliori, perché risulta che avevano tagliato l’acqua, a Magdalena, e bisognava portarla su per le scale con il secchio, che tra l’altro era bucato e così dovevo fare vari viaggi, e allora a furia di passare sul bagnato scivolai e cascai per le scale. E allora, stavo lavando finalmente la mia roba ma senza rendermene conto esagerai con la varechina e i pantaloni diventarono pallidi, come un ammalato scolorito, e la camicia, che prima era bianca, non era più bianca, ma color dei pantaloni messi nello stesso secchio, però a macchie, e allora la cosa mi fece restare male perché era la roba che volevo mettere per uscire, i vestiti buoni che avevo portato per fare la commissione d’indagine nel Mostro, cioè a Città del Messico. E allora arrivò Magdalena, dicendo che quella notte per strada c’era troppa concorrenza e l’unica cosa che poteva prendersi era il raffreddore e allora propose di andare a bere un caffè e offriva lei. E allora, senza cambiarsi i vestiti, cioè senza mettersi qualcosa in più addosso perché non si può dire che aveva molti vestiti addosso, andammo in quel bar di cinesi. E allora, lì nel bar ove prendevamo il caffè ci mettemmo a chiacchierare e io chiesi a Magdalena cosa aveva detto ai poliziotti dell’altra sera, quando mi volevano portare via. E allora Magdalena rispose che aveva detto che io ero il suo padrote. E allora Magdalena mi chiese se sapevo cosa era un padrote, e allora io dissi che credevo di sì, cioè la faccenda del papà molto grande e pure fichissimo, per dirla alla maniera dei cittadini, e allora lei cominciò con quella risolera che non la finiva più. E allora quando finalmente riuscì a farsi passare la risolera, io dissi che allora lui, cioè lei, era come mio figlio, o figlia.

E Magdalena passò dalla risolera alla lacrimera, perché mi sa che pure lei aveva i pensieri molto ingarbugliati, perché magari riseva e riseva e un attimo dopo piangeva. Le diedi il mio caffè macchiato, il suo lo aveva già finito. E allora si calmò un po’, ma continuava a piangere piano piano. E allora le dissi che non doveva essere triste nel suo cuore. E allora lui, cioè lei, rispose che non era triste, che piangeva perché era contenta, cioè contento. E allora io la guardai pensando che era proprio vero che i suoi pensieri erano molto ingarbugliati. E allora le dissi che quando sconfiggeremo il male e il malvagio, lei, o lui, insomma, potrà raddrizzare quello che era storto, e magari trovarsi un marito e io ero pronto a farle da papino di nozze e procurare una marimba per fare un grande ballo e pozol e tostada dolce per tutti gli invitati e addirittura si poteva macellare una vacca, dipendeva dal momento, e meglio ancora farci un bel brodo. E allora Magdalena diceva soltanto «Ah, Elías, ah, Elías» e intanto rideva e piangeva, insomma, non ci capivo niente.

E allora lei, cioè lui, disse «Spero proprio che vincerete», perché noi, cioè gli zapatisti, stavamo lottando per i fottuti di sempre. E che lui, o lei, non importava se quel giorno o quella notte c’era ancora per vedere la nostra vittoria, ma comunque era pronta a fare tutto il possibile perché la causa zapatista meritava l’appoggio del meglio, e il meglio sta sempre in basso, tra la gente fottuta. E allora Magdalena mi chiese dove sta il male e il malvagio, per poter andare a spaccargli la faccia e subito, così disse. E allora le raccontai che stavo indagando proprio su questo, su dove stavano di casa il male e il malvagio.

Il male e il malvagio secondo Federico García Lorca
[spagnolo, poeta, fucilato dai falangisti di Francisco Franco, accusato di essere omosessuale, intellettuale, critico nei confronti della Chiesa e nemico del conservatorismo]

I cavalli neri sono.
Sono neri i loro ferri.
Macchie d’inchiostro e di cera
risplendono sui mantelli.
Hanno, per questo non piangono,
di piombo le ossa dei teschi.
Con l’anima di vernice
vengono lungo la strada.
Ingobbiti e notturni,
dovunque stanno decretano
silenzi di gomma oscura
e angosce di fine arena.
Vanno, se vogliono andare,
e occultano nella testa
una vaga astronomia
di revolver inconcreti.
Da Ballata della Guardia Civile Spagnola,
in Romancero Gitano, 1924-1927

Il male e il malvagio secondo Magdalena

Senti, Elías, forse tu puoi capirmi perché sei indio e sai cosa si prova con la discriminazione e il razzismo. Non so, c’è in giro una specie di odio per tutto quello che è diverso. Un odio che senti quando ti guardano male, ti prendono in giro, fanno battute o ti umiliano e ti insultano. Qualcosa che in certi casi arriva a uccidere. Alcune, o alcuni, di noi, sono già stati assassinati. A volte si viene a sapere, altre volte no. E non mi riferisco al fatto che si viene ammazzate in una rapina o in un sequestro. No, ci ammazzano solo perché gli dà fastidio la nostra diversità. E per giunta, se succede qualcosa di male, essendo quello che siamo, sospettano subito di noi. Perché quelli pensano che la nostra diversità non è naturale, ma è una perversione, una depravazione. Come se le nostre preferenze sessuali fossero il prodotto di una mente criminale, un tratto delinquenziale… o animalesco, perché un vescovo ha detto che siamo scarafaggi. Non so, ma il fatto è che se uno, o una, è omosessuale, lesbica, transessuale o lavoratrice del sesso, è il primo o la prima a venire sospettata di qualsiasi cosa. Allora una, o uno, deve nascondere la propria diversità o relegarla in un vicolo buio. E perché dobbiamo nascondere ciò che siamo? Lavoriamo come chiunque altro, amiamo e odiamo come tutti, sogniamo, abbiamo virtù e difetti simili agli altri, cioè siamo uguali ma diversi. E invece no, per quelli là non siamo normali, siamo fenomeni orrendi, degenerati da eliminare dalla faccia della terra. E non chiedermi chi sono quelli là, perché non te lo saprei dire bene. Quelli. Tutti. Persino coloro che si dicono progressisti, democratici e di sinistra.
Hai visto che dopo gli omicidi di Digna Ochoa e di Pável González le autorità hanno detto che lei era lesbica e lui omosessuale, come se fosse un buon motivo per non fare giustizia. E siccome erano così, allora si sono depressi e quindi suicidati, meglio per tutti. Che schifo. Altro che città della speranza, cazzo. Sì, perché se succede qualcosa di brutto a gente come noi, dicono che ce lo siamo meritato, qualche motivo ci sarà stato, e cose del genere. E poi, non si usano riferimenti omosessuali per insultare qualcuno? Puto, marimacha, mampo, mariposón… Be’, ma cosa ti sto a raccontare, a te, che «indio» viene ancora usato come insulto in questo paese che è stato costruito dagli indigeni e si regge sulle loro spalle. Chi sono quelli là? Be’, tutti. E nessuno. È una specie di ambiente. Qualcosa che sta nell’aria. E poi sono anche ipocriti, perché gli stessi che di giorno ci insultano e perseguitano, la notte vengono a cercarci «per capire cosa si prova» o perché il loro corpo confessi ciò che la testa rifiuta, cioè che sono come noi. È vero che a volte siamo aggressivi, ma è per difenderci. Se non ti danno tregua, a furia di subire è ovvio che quando si avvicina qualcuno pensi che voglia farti del male. La stessa repulsione che suscitiamo negli altri la usiamo per proteggerci. Ma perché deve essere così? Vorrei che fosse vero quello che mi hai detto, che potrei farmi operare e il mio corpo fosse ciò che sono io, e magari sposarmi, e avere dei figli. Ma a loro, ai miei figli, non mentirei, su quello che ero. E non vorrei che si vergognassero di me. Certo, molte cose sono cambiate, l’omosessualità non viene perseguitata, ma questo vale lassù, negli strati alti, tra i ricchi, tra la gente di prestigio. Perché qua sotto siamo fottuti come prima. Il male è l’incapacità della gente di comprendere la diversità, perché comprendere equivale a rispettare. E poi perseguitano ciò che non capiscono. Il male, papà Elías, posso chiamarti papà?, suona meglio di padrote. Il male, papà Elías, è l’incomprensione, la discriminazione, l’intolleranza. E si trova ovunque. O da nessuna parte…

Il male e il malvagio secondo don Chisciotte della Mancia
e Sancio Panza, suo scudiero

[vecchi riparatori di torti che compiono 400 anni]

In questo mentre, scorsero trenta o quaranta mulini a vento che sono in quella pianura, e come don Chisciotte li ebbe veduti, disse al suo scudiero: «La fortuna va guidando le cose nostre meglio di quel che potessimo desiderare; perché, vedi là, amico Sancio Panza, dove si scorgono trenta o pochi di più, smisurati giganti, con i quali penso di battagliare sì da ammazzarli tutti. Con le loro spoglie cominceremo a farci ricchi, poiché questa è buona guerra, ed è anche gran servigio reso a Dio sbarazzare da tanto cattiva semenza la faccia della terra».
«Quali giganti?» disse Sancio Panza.
«Quelli» rispose il padrone «che tu vedi laggiù, con le braccia lunghe, che taluni ne sogliono avere quasi di due leghe».
«Guardate» rispose Sancio «che quelli che si vedono laggiù non son giganti, bensì mulini a vento, e quel che in essi sembrano braccia sono le pale che, girate dal vento, fanno andare la macina del mulino».
«Si vede bene» rispose don Chisciotte «che in fatto d’avventure non sei pratico; sono giganti quelli; che se hai paura scostati di lì e mettiti a pregare mentre io vado a combattere con essi fiera e disuguale battaglia».
Miguel de Cervantes Saavedra,
Don Chisciotte della Mancia,
vol. I, 1605

Il male e il malvagio secondo doña Socorrito

Forse cammina sulla riva della spiaggia che, forse, a quell’ora è pressoché deserta. Forse ogni tanto si ferma a raccogliere qualche conchiglia. Forse sta per compiere settantun anni. Forse in marzo. Forse l’accompagna una delle sue nipoti. Forse la bambina ha meno di cinque anni. Forse le due canticchiano «Starai sempre con noi / e noi con te / nella stessa tasca dei pantaloni…». Forse la bambina stona sul finale.
Forse doña Socorrito sta dicendo che il mondo può essere come una grande casa o come un piccolo carcere; che il mondo è pieno di porte e finestre; che il mondo è un rompicapo con tante stanze, alcune buie, alcune illuminate; che il mondo è pieno di realtà diverse, distinte, e a volte contraddittorie; che nel mondo ogni realtà ha due porte, una è la porta del male certo e l’altra è la porta del bene incerto; che a volte uno può scegliere in quale stanza vivere; che a volte uno non può scegliere perché la vita e il male lo sbattono dove capita; che se uno può scegliere, allora deve scegliere due volte; se può, sceglie dove stare e, per di più, da quale porta entrare; che il lavoro degli adulti è mostrare ai bambini e alle bambine tutte le finestre possibili per affacciarsi in tutte le stanze possibili; che il lavoro degli adulti è lottare senza tregua perché i bambini e le bam-bine abbiano sempre la libertà di scegliere la stanza del mondo in cui vogliono stare, e la libertà e la responsabilità di scegliere da che porta entrarvi; che a quel punto uno può essere chiunque sia e in qualunque posto, ma prima deve scegliere se essere buono o essere cattivo.
Forse doña Socorrito sta dicendo che il male lotta per fare in modo che non vi sia libertà né responsabilità nella scelta della stanza e della porta; che gli uomini e le donne che lottano contro il male stanno lottando per tutti i bambini e le bambine, senza distinzioni di colore, cognome, statura, nazionalità, razza, lingua; che a nulla servirebbe un mondo nuovo se non facciamo nulla per cambiare quello che abbiamo; che il male presenta l’infanzia come un alibi dove il male è un destino manifesto; che quanti lottano contro il male vogliono che l’infanzia sia, semplicemente, uno sguardo aperto. Forse doña Socorrito dice queste cose, camminando in riva al mare d’Oriente. Forse la bambina la sta ascoltando.

[giornalista del quotidiano messicano La Jornada]

L’attuale inquilino della Casa Bianca, George Walker Bush, parla talmente tanto dell’Altissimo che induce a chiedersi quanto sia opportuno rispolverare la teologia per impiegarla come strumento di analisi del mondo contemporaneo. […] George Walker sembra essere sinceramente convinto del fatto che lui e Dio [in quest’ordine] formano una squadra formidabile. Di conseguenza, il presidente ritiene che l’aiuto divino è nella pratica molto più importante dei tradizionali alleati terreni degli Stati Uniti [Francia, Germania, Spagna, Canada]. […] Se l’Impero Celestiale fa parte di tale alleanza, non vale la pena di lamentarsi per la defezione di qualche paesucolo. Quale bisogno c’è di fornire una chiara definizione del male, se risulta evidente che il male è tutto ciò che si contrappone al Signore. Il Quale, a Sua volta, si è rivelato uno stratega geniale, un economi-sta brillante e un promotore elettorale acuto e infallibile.
«Bush e Dio»,
in La Jornada, 25 gennaio 2005

Il male e il malvagio secondo la Chapis

La Chapis è una suora, sorella, religiosa, o come la si voglia chiamare. Non si può dire che abbia «indossato l’abito» perché si veste normalmente, anche se è contraddistinta da una certa austerità e semplicità. La congregazione religiosa a cui appartiene Chapis è, come direbbero gli zapatisti, «tutta un’altra cosa»: anziché rinchiudersi a pregare o adulare i potenti con la promessa di indulgenze, i suoi membri si dedicano alla cosiddetta «opzione per i poveri». Cioè, come poi ammettono, lavorano con gli ultimi, che sarebbero i fottuti di sempre. La suora Chapis è anche piccolina. Così piccola che il soprannome chaparrita le andava largo, e allora gliel’hanno ristretto in Chapis. Lei si è scelta come nome di battaglia Lucrecia, perché, dice, i malvagi non penserebbero mai che Lucrecia sia una suora. Ma è stato inutile, tanto tutti la chiamano Chapis. Insomma, Chapis Lucrecia adesso sta parlando con Elías Contreras, in una taverna dalle parti di San Pedro de los Pinos, nel D.F.. Elías vuole molto bene alla Chapis perché, sebbene lei sappia che è morto, non ha paura e parla con lui, quindi Elías è a suo agio mentre mangia, per soli venticinque pesos, una tazza di brodo di pollo e riso, fegato alla cipolla [che schifo!], torta di riso e orzata a volontà. La Chapis parla, Elías ascolta.
«Il problema con il male e il malvagio è di tipo geografico. Cioè la geografia del male è stata invertita, l’hanno messa al contrario. Per esempio, quando i ricchi raccontano la storia della creazione, ribaltano tutto. Secondo loro il Cielo, cioè Dio, cioè il bene, sta in alto; e il male e il malvagio, cioè il diavolo, stanno in basso. Invece no, Dio non sta in alto. Per correggere l’errore Dio ha mandato suo figlio, il Cristo, sulla terra. Cioè per dimostrare che il bene, cioè il cielo, non stava lassù, lontano da quello che accade sulla terra. I potenti di allora avevano convinto tutti che la terra era organizzata come il cielo, cioè sopra ci stavano i buoni, cioè i governanti, quelli che comandavano, e sotto ci stavano quelli che obbedivano, i cattivi, i malvagi. Insomma, l’equivalente del cielo era il governo e l’equivalente di Dio era il governante. E così giustificavano, e giustificano tuttora, il fatto che bisogna obbedire a quelli che governano perché sono buoni. Ed ecco Bush, che usa Dio a suo piacimento, cioè lo usa per giustificare le sue malvagità. Dunque, Cristo lo crocifiggono perché mette in discussione tutto questo, ed essendo figlio di Dio, anziché riunirsi con i governanti, cenare nei loro palazzi, fondare un partito politico o diventarne consigliere, cosa fa? Va a nascere in una stalla, circondato di animali, cresce in una falegnameria e crea un’organizzazione di soli poveri. Dio andrebbe mai dove c’è il male? No. Allora va con quelli che stanno in basso, gli ultimi, e ci dice che il bene non sta in alto, perché se fosse così allora sarebbe nato nella casa di quel farabutto di Salinas de Gortari o di quello stronzo di Bill Gates, ma invece no.
Quindi il cielo non sta in alto, e neppure il bene. Il male sta in alto a destra, con i ricchi, con quelli del malgoverno, con quelli che opprimono il popolo. Ma allora dov’è finito il bene? Non lo sappiamo, bisogna cercarlo. Non so se, all’opposto, il bene sta in basso a sinistra, ma so che è un buon inizio cominciare a cercarlo da lì. È per questo che io, quando prego, abbasso lo sguardo, perché sto pregando Dio, che sta con quelli in basso. Ecco perché non sono d’accordo con quegli accidenti di vescovi e sacerdoti che se la passano con i ricchi e diventano come loro persino nel modo di vestire. Dunque, io ti consiglio, se cerchi il male e il malvagio, di guardare in alto a destra. Di sicuro stanno da quelle parti. Senti una cosa, Elías, non andare a dire al Sup che dico un sacco di parolacce. E se non vuoi la torta di riso, me la mangio io».

Il male e il malvagio secondo Leonard Peltier
[di origine Lakota, artista, scrittore e attivista dei diritti degli indiani americani, ora detenuto illegalmente e ingiustamente]

Il governo, con il pretesto della sicurezza e del progresso, ci «libera» delle nostre terre, risorse, cultura, dignità e futuro. Loro violano qualsiasi trattato abbiano stipulato con noi. Uso il termine «liberare» in tono sarcastico, allo stesso modo in cui loro usano «danno collaterale» quando assassinano uomini, donne e bambini. Loro descrivono la gente che difende la propria terra come terroristi, selvaggi e ostili, e accusano noi di essere gli aggressori. Le mie parole sono rivolte ai non indiani. Aprite gli occhi adesso prima che sia troppo tardi, guardate cosa si sta commettendo in vostro nome, e rendetevi conto di quante distruzioni permettete quando non dite niente. Il vostro stesso trattato, quello stipulato tra voi e il governo, viene violato tutti i giorni, il trattato comunemente conosciuto come Costituzione.
Penitenziario di Leavenworth,
Kansas, Usa, gennaio 2004

Il male e il malvagio secondo un certo Morales

Non si tratta di essere cinico, ma realista. E la verità è che se non fotti gli altri, gli altri fottono te. Certo che faccio affari, e non tiratemi fuori stronzate come etica e giustizia, perché tutti gli affari sono sporchi, si cerca sempre di comprare a poco e rivendere caro. Sennò, come credete che si siano create le grandi fortune degli uomini e delle donne più rispettati del Messico e del mondo? Tutto si compra e si vende: la terra, il corpo, la coscienza, la Patria. Sì, va bene, non sempre ho comprato. Sì, ho rubato, ho depredato, ma se non l’avessi fatto io lo avrebbe fatto qualcun altro. C’è gente che nasce per farsi fottere, lo portano scritto in fronte, Fottetemi. Ho tradito? Dipende dai punti di vista. Secondo me, ho solo cambiato paradigma, e questo lo fanno tutti ovunque, nel mondo, solo che lo chiamano «maturare», «essere realisti», «sensati». Ho ucciso? Be’, sì, ma uno non può arrivare a certi livelli senza sporcarsi le mani. No, non l’ho mai fatto faccia a faccia. Non per vigliaccheria, ma perché non sopporto di vedere gli occhi dei futuri defunti. Comunque, sarebbero morti in ogni caso, io ho soltanto affrettato la dipartita. Va bene, sì, a volte ho avuto paura di ammazzare qualcuno affrontandolo apertamente perché era gente con le palle. Ho ingannato? Non più di qualsiasi politico o imprenditore.
Insomma, ci sono livelli diversi. Anche in fatto di malvagità ci sono dilettanti e professionisti. Io sono un professionista, ma ho iniziato come dilettante. E non perdo la speranza di passare in serie A, cioè mettermi in politica e, chissà, magari divento presidente della Repubblica. Se altri ci sono già riusciti, non vedo perché io no. Sa, il male ha vari livelli: ci sono quelli che fottono i fottuti e quelli che fottono chi fotte i fottuti. Diciamo che io sto in un livello intermedio. Quando qualcuno con molto potere e denaro vuole fare un certo affare però non vuole che si sappia e preferisce evitare le piccole difficoltà che solitamente si presentano, ecco, a quel punto entro in gioco io. Una specie di intermediario, ma con maggiori responsabilità, perché oltre a vedere cosa si compra, io lo preparo anche, lo pulisco e lo consegno ben lavato e stirato. Il cliente non si sporca le mani di sangue né deve perdere tempo con scartoffie e documenti vari. Ovviamente mi tengo una buona commissione. Insomma, si potrebbe dire che sono una specie di intermediario del male. Senta un po’, lo sa qual è la scienza utile a trionfare in questa faccenda della malvagità? Saper cadere sempre in piedi, giocare in tutti i campi e con tutte le squadre, essere in buoni rapporti con Dio e con il diavolo, fottere chi sta per es-sere fottuto dal più bravo, abbassare lo sguardo davanti al potente e alzarlo davanti al debole. Insomma, fare politica in modo moderno. Cioè, in fatto di malvagità, occorre avere un buon timming. Come? Guardarmi allo specchio? No, e perché, tanto se hai i contatti giusti e tanti soldi, tutti ti vedono bello. Se ho qualche aspirazione? Come no, vede, io aspiro a diventare vecchio senza nessun problema, e con il materasso imbottito di carte di credito e un po’ di milioni in banche estere. Sì, un bel vecchietto come Pinochet. Sa, i vecchietti fanno tenerezza, non importa quante carognate abbiano commesso né quanta gente abbiano fatto fuori. In questa attività, il gioco consiste nell’arrivare alla vecchiaia, e mi dica lei quale malvagio, una volta diventato vecchio, sia mai stato punito. Militanza politica? Be’, cambio sponda a seconda della convenienza, in pratica le mie convinzioni politiche sono come le mutande. Ma sì, qualsiasi partito ti accetta se sventoli dei bigliettoni. Denaro, sì, ecco cosa cercano, che è poi quello che vogliamo tutti. E io so dove sta il denaro e cosa bisogna fare per ottenerlo. Paura della giustizia? Ma non mi faccia ridere, non l’ha ancora capito che la giustizia siamo noi?

Il male e il malvagio secondo Angela Davis
[attivista statunitense contro il razzismo e la repressione politica. È stata in carcere ingiustamente e illegalmente]

La tanto sbandierata funzione della polizia, «proteggere e servire la gente», è una caricatura grottesca, perché protegge e preserva gli interessi dei nostri oppressori e non è al nostro servizio bensì al servizio dell’ingiustizia. Il fascismo è un processo, cresce e si sviluppa con la naturalezza di un cancro. Mentre oggi la minaccia del fascismo si può restringere all’uso degli apparati della legge, le forze di polizia, l’apparato giudiziario e penale, contro le resistenze aperte o latenti delle comunità oppresse, domani potrebbe attaccare l’intera classe lavoratrice ed eventualmente anche i democratici moderati.
Prigione della contea di Marin,
Usa, maggio del 1971

Il male e il malvagio secondo il Russo

Tradire la memoria dei nostri morti. Rinnegare ciò che siamo. Perdere la memoria. Svendere la nostra dignità. Vergognarci di essere indigeni o neri o chicanos o musulmani o gialli o bianchi o rossi o gay o lesbiche o transessuali o magri o grassi o alti o bassi. Dimenticare la nostra storia. Dimenticare noi stessi. Accettare quello che il potente ci fa ingoiare. Arrenderci. Non lottare. Far finta di non vedere che quei maledetti fascisti si stanno impossessando di tutto. Assuefarsi al «lascia fare, non t’immischiare» e permettere ai potenti di commettere le carognate che dobbiamo subire. Lasciarci ingannare dai mezzi di comunicazione. Sbranarci tra di noi. Rifarsela con quelli che sono fottuti come noi. Lasciare che prendano la terra e la avvelenino con quella merda del transgenico. Restare in silenzio di fronte alle guerre imperialiste. Votare per Bush. Fare la spesa al Wal-Mart. Mentire a noi stessi e mentire alla nostra gente. Lasciare che quelli travolgano, ammazzino, saccheggino, ingannino e, alla fine, la passino liscia. Ecco cos’è il male. Questo e altre cose che adesso non riesco più a dire perché mi sono incazzato. E qui c’è il suo panino del cazzo.

Il male e il malvagio secondo il generale Vicente Rojo
[capo di Stato maggiore centrale dell’Esercito popolare repubblicano.Combatté contro i franchisti nella difesa della Repub-blica spagnola]

Il non intervento pesava come una lapide sulla Repubblica; e mentre si creava intorno a noi un clima di isolamento, ricevevamo rapporti attendibili relativi alle armi da guerra e alle munizioni d’ogni genere che sbarcavano nei porti del Cantabrico e del Sud; constatavamo come, in base alla mancata sconfitta totale della Repubblica, attesa per il mese di aprile, si firmavano patti con i paesi che invadevano il nostro suolo; vedevamo aumentare incessantemente i contingenti di tecnici tedeschi e italiani che alimentavano le Divisioni di Gambara, e osservavamo nel cielo l’avvicendarsi di nuovi modelli di aerei italiani e tedeschi, perfezionati dall’esperienza fatta nella nostra guerra, per fare ulteriori esperimenti sulla carne e sulla terra degli spagnoli. Quale orrendo crimine aveva commesso una Repubblica che difendeva la propria Costituzione e le proprie leggi, per essere sottoposta a un soffocamento materiale e morale, condannata a vedere vanificati tutti i suoi sforzi?
Da España Heroica, 1942

Il male e il malvagio secondo il Cinese

C’è una specie di Internazionale della destra. Sì, così come c’è stata un’Internazionale della sinistra, anche se poi è diventata un casino ed è scomparsa. Trockij ce l’hanno fatto fuori, e ci hanno perseguitato finché è durato il socialismo reale. Ecco a cosa serviva l’internazionalismo proletario, perché la sinistra si fottesse internazionalmente. Ma sì, l’Internazionale di sinistra non l’ha smantellata l’imperialismo o la Cia, siamo stati noi stessi a farla a pezzi e zac, è finita kaputt, l’Internazionale. Solo che quella di destra re-sta in piedi e adesso si sta riorganizzando. Ecco cos’è la globalizzazione neoliberista, una riorganizzazione internazionale della destra. Ma la destra ha imparato quello che noi non siamo riusciti a imparare, e mi riferisco alla vecchia sinistra, che quella di adesso non arriva neanche al centro. E la destra ha la sua parte scoperta e la sua parte clandestina. E ha imparato a infiltrarsi. Si è infiltrata nella Chiesa, nei partiti politici, nei mezzi di comunicazione, nelle università, nelle imprese, nei sindacati, nell’esercito, nella polizia, nella magistratura, tra i deputati e i senatori, persino nelle squadre di calcio. Ma non bisogna credere che la destra sia tutta ordine e disciplina. No, ha le sue divisioni e le sue lotte intestine. Per esempio, ci sono i «dottrinari» e gli «affaristi». Questi ultimi puntano ai soldi, al money, alla grana, e compaiono un po’ ovunque. I «dottrinari» si fanno carico della parte ideologica e non vedono di buon occhio gli «affaristi». Insomma, anche la destra ha le sue contraddizioni interne. I «dottrinari» sono dei fanatici, capacissimi di scatenare guerre. Sì, proprio come quella dei cristeros, gli ultracattolici messicani degli anni venti. Gli «affaristi» sono più pragmatici, cioè danno un prezzo alla loro «paziente prudenza», una cifra grossa, media o piccola, e via. Ma non ha visto come quelli del Pan saltano da un partito all’altro? Be’, sì, è vero, succede un po’ in tutti i partiti, non solo nel PAN. Ecco, sì, il Pan è un esempio eccellente di filiale dell’internazionale fascista. L’Internazionale del male, ecco cos’è la globalizzazione. Fanno quarantacinque pesos, per la doccia, lo shampoo, il sapone e l’asciugamano. Sì, facciamo lo sconto, perché fa freddo e non viene quasi nessuno a lavarsi. La gente si limita a mettersi il deodorante. E a volte, neanche quello.

Il male e il malvagio secondo Mumia Abu Jamal
[giornalista e attivista contro il razzismo, attualmente condan-nato a morte, per una sentenza ingiusta e illegale, negli USA]

[In riferimento alle recenti devastazioni causate dallo tsunami sulle coste asiatiche].
C’è un’altra guerra che comincia a emergere, quella dell’acqua, e può incidere sulla vita di milioni di persone. […] Nell’intero pianeta, in Africa, Asia e America Latina – compreso qui, negli Stati Uniti – la gente sta vivendo sotto la minaccia della privatizzazione dell’acqua e dei sistemi distributivi a vantaggio delle multinazionali. Le acque della terra, che fin dagli albori della civiltà sono state destinate all’uso collettivo della comunità, si stanno convertendo rapidamente in una comodità, cioè qualcosa da vendere. Se hai le risorse per ottenerla, bene. Altrimenti, peggio per te. […] Tra non molto, l’acqua rappresenterà un profitto, e dove c’è un profitto arrivano le multinazionali pronte a fare lauti guadagni. Questo è il lato oscuro, invisibile e infido della globalizzazione promossa dai go-verni occidentali e dalle multinazionali. Ed è anche il significato reale della privatizzazione: prendere l’eredità comune della natura e convertirla nell’ennesima proprietà privata.
Braccio della morte,
carcere della Pennsylvania, Usa
30 dicembre 2004

Il male e il malvagio secondo la comandante Esther
e il comandante David

[Esther e David spiegano al Sup la probabile origine degli appunti di Manuel Vázquez Montalbán]

«Io credo che sia successo questo, che don Manolo stava lavorando a uno scritto sulla destra al governo della Spagna…» comincia David controllando i propri appunti.
«Sì» dice Esther «praticamente stava studiando come il franchismo si è riorganizzato».
«Allora, stava indagando sull’organizzazione spagnola di Ciudad Católica e ha notato che questa organizzazione fascista aveva rapporti con altre dell’estrema destra in altri paesi» dice David indicando un mappamondo.
«In Messico, con l’organizzazione che si chiama El Yunque» precisa Esther mostrando il libro di Álvaro Delgado dal titolo omonimo, e continua: «Dunque, qui in Messico succede questo, che a partire dal 1998 comincia a compiere sopralluoghi in Chiapas la Commissione internazionale Human Rights Watch, che è, o era, formata da persone di vari paesi del mondo, principalmente europei, preoccupati per le violazioni dei diritti umani contro le comunità indigene, la militarizzazione e i gruppi paramilitari. Questa commissione compie un primo viaggio dopo il massacro di Acteal e in pieno attacco di Zedillo e di Croquetas Albores contro i municipi autonomi. Per evitare che vedano le carognate che sta facendo, il governo espelle dal Messico varie di queste persone, principalmente italiane».
David prosegue: «Di questa commissione faceva o fa ancora parte Daniel, il figlio di don Manolo, che tra le altre cose, gira sempre con una telecamera. Quindi, durante i lavori della commissione, David Vázquez Montalbán riprende le postazioni militari e le riunioni con quelli del malgoverno di Zedillo. Tornato a Barcellona, don Manolo vede, in compagnia di un certo Pepe Carvalho, i video girati dal figlio in Chiapas».
David torna a controllare gli appunti e riprende a parlare: «Pepe Carvalho era o è un detective e stava aiutando don Manolo nelle indagini sul neofranchismo negli apparati dello Stato spagnolo. Guardando i video, il signor Carvalho ha chiesto di rivedere le parti dove compaiono i rappresentanti del malgoverno di Zedillo e delle postazioni militari. Don Manolo e suo figlio non capivano perché, ma lo hanno accontentato. A un certo punto, il signor Carvalho ha riconosciuto qualcuno dicendo «Quello è Morales». La persona in questione appariva al fianco del generale Renán Castillo che, come ben sai, è l’organizzatore dei gruppi paramilitari negli Altos del Chiapas e fu, assieme a Zedillo, uno degli artefici del massacro di Acteal del 22 dicembre 1997».
«E allora» dice Esther «il signor Carvalho ha spiegato a don Manolo che, nell’indagine sulla destra spagnola, si era imbattuto più volte in quel personaggio e sapeva che aveva buoni rapporti con il governo di José María Aznar e lo conoscevano come «Morales», solo così, senza altri dati. Allora quello che fa don Manolo è chiedere a Carvalho di indagare su un certo Morales.»
«Insomma, come diciamo dalle nostre parti, gli chiede di mettere una «coda» su quel Morales» aggiunge David. «Proprio così» dice Esther «si mette sulle tracce del tale Morales e scopre la faccenda dell’hotel, della stazione del metrò, del Centro finanziario, dell’ambasciata del Messico. E grazie a qualche trovata di Carvalho, scoprono anche il particolare della valigetta e degli euro».
Ora tocca a David: «Proseguendo nelle indagini, scopre i rapporti del governo Aznar con i servizi segreti del governo messicano per perseguire i cittadini baschi residenti nel nostro paese accusandoli di appartenere all’Eta. Come sai, quei baschi vengono sequestrati, torturati, e poi consegnati ai magistrati, con le stesse tecniche usate dalla Brigata bianca nella cosiddetta Guerra sporca. Car-valho scopre che non solo in Messico esiste un accordo tra i potenti affinché non esca fuori la verità sulla Guerra sporca, ma anche che El Yunque sta riattivando gruppi paramilitari tramite una sua organizzazione che si chiama Muro. E non solo, Carvalho trova anche…»
«Un certo Morales» interviene Esther.
«E i Montes Azules, la biodiversità e le multinazionali?» chiede il Sup.
Risponde Esther: «Secondo il rapporto di Gola Profonda che ci hai passato, Morales starebbe trafficando con specie animali protette della Selva Lacandona, oltre a essere coinvolto nelle transazioni sporche di Julia Carabias ed Ernesto Zedillo per la vendita di terreni dei Montes Azules alle multinazionali. Forse don Manolo lo ha scoperto perché il signor Carvalho ha trovato qualcosa nella valigetta del tale Morales e perché era venuto a sapere della riunione tra Zedillo, Carabias, Tello e Morales in Spagna».
«Mmh, il rompicapo comincia ad apparire completo» commenta il Sup accendendo la pipa.
«Dov’è Elías?» chiede David.
«Nel Mostro. Si è già incontrato con il detective Belascoarán, che si è detto d’accordo a collaborare nelle indagini. Elías lo rivede in questi giorni per scambiare informazioni e decidere come andare avanti» risponde il Sup.
«Io credo che bisognerebbe farlo rientrare» dice Esther.
«Sì» dice David «secondo i rapporti della Giunta di Buon Governo di La Realidad, Morales era nel gruppo con cui Fox è venuto nella Selva Lacandona in questi giorni e hanno fatto una riunione a porte chiuse con alcuni personaggi arrivati di nascosto, ecco perché Fox si è fermato a dormire lì. Della comitiva di Fox sono rientrati tutti, meno uno…»
«Un certo Morales» interviene ancora una volta Esther.
«La zona del Chiapas dove è stato Fox possiede legnami pregiati, petrolio, è ricca di piante e animali, e c’è pure l’uranio… e l’acqua, soprattutto. Se il Male e il Malvagio stanno da qualche parte, allora è qui» dice David, e indica un punto della carta geografica del Chiapas, che dice «Riserva della Biosfera Montes Azules».

Il male e il malvagio secondo José Revueltas
[scrittore e militante della sinistra radicale messicana. È stato, tra le altre cose, prigioniero politico]
Il Pan rappresenta i settori economici il cui lavoro risulta meno «fecondo e creativo» nella vita del paese. Sono i settori del capitale bancario e commerciale, del capitale immobiliare e di ciò che vive e prospera all’ombra delle importazioni, e chi lo rappresenta ha il prototipo fisico del «dottore» la cui comparsa storica sulla scena del paese risale all’epoca della colonia e dell’Università Pontificia. […] Dunque, il progetto di Acción nacional e dei suoi dottori prevede che il Messico costituisca un campo d’azione privo di restrizioni per lo sviluppo e la prosperità dei capitali stranieri, senza il cui impulso – secondo il PAN – la nostra economia sarebbe condannata a farsi divorare le viscere dagli avvoltoi, per essersi ribellata agli dèi, nel nostro caso i grandi interessi del capitale imperialista statunitense.
México: una democracia bárbara,
ottobre-novembre 1957

Il male e il malvagio secondo Pablo Neruda
[cileno, poeta e militante di sinistra]
Il male e il malvagio ho visto, ma non nei loro covi.
È una storia di fate la perversità in caverne.
[…]
Trovai la malvagità assisa in tribunali:
nel Senato la trovai abbigliata
e acconciata, che sviava i discorsi
e le idee verso i portafogli.
Il male e il malvagio
uscivano allora dal bagno: erano
ben rilegati di soddisfazioni,
ed erano perfetti nella grazia
del loro falso decoro.
Da Si raduna l’acciaio, in Canto generale, 1945.

Brani dal rapporto sui lavori svolti da Elías nel Mostro
[inviato dal Sup al Comitato clandestino rivoluzionario indige-no – Comando generale dell’Esercito zapatista di liberazione nazionale all’inizio del 2005]
Stando al suo rapporto, Elías ha fatto il cameriere nel ristorante Champs Elisées, nel quartiere di Polanco, e lì ha causato uno degli attacchi di collera più acuti mai avuti da Diego Fernández de Cevallos, senatore del Partido acción nacional, avvocato di criminali, amico di narcotrafficanti e architetto della campagna di Santiago Creel, ministro degli Interni, per la candidatura del Pan alla presidenza del Messico.
Risulta che «la Coyota» [così viene soprannominato Fernández de Cevallos] stava mangiando in quel ristorante con i suoi amici Jesús Ortega [un corrotto del PRD, noto per trarre benefici materiali dalla nomina avuta dal partito, che aspira a governare il D.F. dopo l’estromissione di López Obrador], Manuel Bartlett [del Pri, coinvolto nel narcotraffico e aspirante a entrare in combutta con alcuni gruppi di narcos che stanno dietro ai precandidati del PRI alla presidenza della Repubblica e si disputano il potere] ed Enrique Jackson [anche lui del Pri, anche lui precandidato, titolare di vari affari loschi nel D.F. e, secondo le veline della Dea statunitense, legato a uno dei cartelli della droga]. Toccò a Elías servirli al tavolo. Il signor Fernández de Cevallos urlò a Elías: «Senti un po’, tu, cazzone di un indio scansafatiche, portaci il menù» e, rivolgendosi ai suoi compari di tavolo, aggiunse: «Vediamo se non si addormenta del tutto, quell’indio fannullone», al che gli altri scoppiarono a ridere e qualcuno batté pure le mani. Elías portò il menù. Prendendolo, Fernández de Cevallos gli disse: «Ehi, tu, non credere agli zapatisti, gli indios esistono per servirci, è per questo che vi abbiamo conquistato».
Altre risate e applausi dei narcodeputati.
Elías aspettò che finissero di fare le ordinazioni, fingendo di scrivere. Poi se ne andò per tornare poco dopo, ma non con i piatti, bensì con un flacone contro l’acidità di stomaco a cui era attaccato un biglietto che diceva «Per la Coyota e le sue creature». Fernández de Cevallos diventò di tutti i colori e non riusciva neanche a parlare. Secondo Elías, la Coyota strabuzzava gli occhi, come quando rimbrotta i giornalisti. Il maître si avvicinò per vedere cosa stesse succedendo e Fernández de Cevallos riuscì solo a indicare Elías, mentre i tre porcellini gli davano pacche sulla schiena e gli facevano aria con i tovaglioli. Chiamarono un’ambulanza. Mentre lo caricavano su, Fernández de Cevallos balbettò: «Questi fottuti indios». Probabilmente Elías fu licenziato, ma lui non rimase lì per appurarlo. In quei giorni Diego Fernández de Cevallos venne ricoverato in ospedale, secondo la sua versione «per fare delle analisi allo scopo di escludere la presenza di eventuali tumori». In realtà era stato un travaso di bile che gli aveva fatto diventare verde anche la barba. In un esclusivo salone di bellezza gli avrebbero poi chiesto una somma esorbitante per ritinteggiargliela pepe e sale, comunque il conto lo pagò il Senato della Repubblica.
[…] Prima dell’incontro con la Coyota Fernández de Cevallos, Elías aveva fatto il cameriere all’Hotel Oxford, nella colonia Tabacalera. In quel periodo, mise un passamontagna al busto di Che Guevara che si trova nel parco dietro il Museo San Carlos, nella stessa colonia. Questo accadeva l’8 ottobre dell’anno scorso, il 2004. Nessuno se ne accorse perché gli addetti alla manutenzione della delegazione Cuauhtémoc, alle prime luci dell’alba, tolsero il passamontagna e il cartello che diceva «Tornerà e saranno milioni».

Il male e il malvagio secondo Manuel Vázquez Montalbán
[scrittore catalano e feroce critico della destra – e della sinistra]
No. Non esistono verità univoche, né lotte definitive, però è ancora possibile orientarci tramite le verità probabili contro le non verità evidenti e lottare contro queste ultime. Si può scorgere parte della verità e non riconoscerla. Ma è impossibile osservare il male e non riconoscerlo. Il bene non esiste, ma il male mi sembra o temo di sì.
In Pamphlet dal pianeta delle scimmie, fine 1994

Il male e il malvagio secondo Héctor Belascoarán
ed Elías Contreras

Andai a trovare Belascoarán nel suo posto di lavoro, cioè nel suo ufficio. Ci andai che era pomeriggio, anzi, ormai sera. Al mattino ero rimasto a leggere, sul giornale che si chiama La Jornada, quello che diceva un signore molto informato che si chiama… si chiama… ce l’ho qui… sì, si chiama Miguel León Portilla. E allora ho qui quello che ha scritto il signor León Portilla. Dice «La parola non si vende e non si compra, sancisce la testimonianza [preispanica] di una madre alla figlia. È una bella frase, no? Quanto contrasta con ciò che fanno e pensano tanti politici di oggi». Ha scritto proprio così, quel signore, su La Jornada. E allora ci pensai e ripensai, a quelle parole, ma non troppo perché dovevo andare da Belascoarán.
Credo che era domenica, non mi ricordo bene, però ricordo che passai davanti alla grande casa di un giornale che si chiama El Universal, ed erano le 6 ora di Fox, cioè le 19 ora del fronte di combattimento sudorientale. Me ne ricordo perché, proprio mentre stavo passando da lì, sentii la musica dell’Inno nazionale messicano, e allora scattai sull’attenti e feci il saluto con la mano sinistra a un lato della fronte, come noi zapatisti salutiamo sempre l’inno e la bandiera del nostro paese che si chiama Messico. Allora, io ero sull’attenti, da solo in mezzo alla strada perché nessuno passava da lì a quell’ora, e giravo gli occhi da una parte all’altra per capire da ove veniva la musica dell’inno che dice Mexicanos al grito de guerra…, ma niente da fare. E quando finì la musica, mi resi conto che veniva dal grande orologio che stava in cima alla casa di quel giornale. Dunque, la strada si chiama Bucareli e proprio lì dietro l’angolo c’è l’ufficio di Belascoarán, la calle che da una parte si chiama Artículo 123 e dall’altra Donato Guerra.
Ero appena arrivato che stava arrivando anche Belascoarán con dei bicchieri o qualcosa del genere e una busta di pane e ci salutammo e poi salimmo dove lui lavora insieme a tre tizi che sono brava gente e fanno un gran casino. Belascoarán mi presentò dicendo «Questo è Elías Contreras e viene dal Chiapas». E allora tutti e tre mi salutarono e chiesero cosa facevo. E allora io, vedendo che Belascoarán si fidava di loro, risposi che sono della commissione d’indagine. E allora Belascoarán disse che ero un detective ma nella mia terra, cioè nei territori in lotta a favore dell’umanità e contro il neoliberismo, i detective li chiamano commissione d’indagine. E allora io chiesi a Belascoarán di vedere la cosa di quel certo Morales. Insomma, la cosa o il caso di Morales. E Belascoarán disse che non si dice «cosa» ma si dice «caso». E allora io dissi va bene, cosa o caso, parliamo di Morales. E allora Belascoarán tirò fuori la cartella che gli avevo dato qualche giorno prima, che poi era di notte, e lì c’erano i fogli mandati dal Sup con i rapporti su Morales. Belascoarán li aveva messi assieme ai materiali di altre sue indagini e tutto sembrava molto ingarbugliato.
E allora Belascoarán li aveva riordinati per avere una «prospettiva». Gli chiesi cosa voleva dire quella parola, «prospettiva», e allora lui mi spiegò che serviva a guardare le cose, o i casi, tutto in una volta e da lontano per vedere tutto insieme. Insomma, a quanto ho capito, la prospettiva è guardare le cose in maniera collettiva, cioè in tante persone, perché uno da solo soletto guarda soltanto un lato e allora con gli altri si possono vedere più lati, e allora lo sguardo sulla cosa, o caso, è più completo. E allora intervenne il signore che si chiama Gilberto Gómez Letras, dicendo: «E che cazzo, capo, gli dia una buona spiegazione, al nostro don Elías, se no poi va in giro dalle sue parti a dire che siamo degli ignoranti».
E allora parlò quello che sbudella le sedie, Carlos Vargas: «Adesso vedrai che un idiota di idraulico conosce la definizione della parola prospettiva».
E allora quello che secondo lui era un idiota di idraulico, disse: «Altroché, non per nulla il mio secondo cognome è Letras».
E allora prese un librone, cioè un libro molto grosso, che si chiamava Dizionario dello spagnolo moderno e si mise a cercare la parola e quando la trovò disse che voleva dire… voleva dire… aspettate che l’ho appuntata sul mio quaderno. Sì, eccola qui, proprio sotto «suddetto», e dice: «Prospettiva. Rappresentazione piana di una superficie spaziale. Opera eseguita con tale tecnica. Aspetto che offrono gli oggetti a chi guarda, specialmente quelli lontani. Punto di vista, modo di vedere qualcosa. Previsione, possibilità».
Insomma, questo è quello che ho appuntato sulla definizione del librone del signor Gómez Letras. E allora lo sbudellatore, cioè Vargas, disse: «Porcputtana, il rimedio è risultato peggiore del male».
E Belascoarán concluse che funzionava meglio la sua, di spiegazione. E allora io chiesi se era come vedere tutto insieme in una volta e Belascoarán rispose che era qualcosa del genere, e allora pensai che i miei pensieri sono ingarbugliati però con una certa prospettiva, perché guardo tutto in una volta, tutto in un colpo solo. Forse i pensieri di Belascoarán sono in una «prospettiva ordinata» e i miei in una «prospettiva ingarbugliata», però lui è un detective cittadino e io sono della commissione d’indagine zapatista, e allora credo che è per questo che il mio modo di pensare è diverso dal modo di pensare suo, di Belascoarán. E allora lui disse che bisognava sistemare le indagini secondo il modo di vedere per capire quando certe cose erano successe e dove e come, perché così potevamo decidere se avevano a che fare con la cosa o il caso, dipende, e si vedeva se procedevamo bene con l’indagine o se stavamo pisciando fuori dal cesso. E allora Belascoarán disse agli altri di sbrigarsi a mangiare le loro donas. Che poi le donas erano una specie di pane dolce con un buco in mezzo, cioè roba che non è venuta intera ma te la fanno pagare come intera.
E allora Belascoarán disse di sbrigarsi con le donas e col caffè e di andare poi a vedere se la scrofa aveva partorito oppure se ne restassero zitti e muti, che potevano scegliere tra le due cose per pura «disciplina democratica e libertaria», disse così. E allora i tre rimasero in silenzio, ascoltando Belascoarán e me che studiavamo la cosa, o il caso, su quel tale Morales, con prospettiva, quella di Belascoarán ordinata e la mia ingarbugliata, ma lavorando di comune accordo, cioè collettivamente, all’indagine sul male e il malvagio. E allora Belascoarán sistemò le carte che aveva lui con quelle mandate da noi e alla fine ce n’erano un casino, persino sopra la tazza del signore che si chiama Villarreal aveva messo un foglio, e sulle sedie sbudellate, insomma dove ti giravi c’erano carte. E allora Belascoarán cominciò a spiegarmi che siccome non potevamo fare domande alla gente, cioè a dei cristiani, dovevamo farle a quelle carte, e c’erano domande grandi e domande piccole. E allora io capii benissimo che quelle carte non potevano parlare, eravamo noi che dovevamo trovare le risposte da quello che c’era scritto lì oppure potevamo anche non trovarle, dipende. E allora le domande grandi davano risposte grandi e poi da lì venivano le domande piccole. E allora io ero proprio contento, perché vedevo che anche Belascoarán aveva i pensieri ingarbugliati, altroché, almeno quanto i miei, e allora io quindi ci capivo benissimo, e gli altri invece se ne restavano zitti zitti, e allora non so se era per «disciplina democratica e libertaria» o perché non ci capivano niente. E allora Belascoarán disse che bisognava fare le domande grandi, e io tirai fuori il quaderno e scrissi tutto, perché uno deve essere sempre pronto a imparare cose nuove e poi metterle a frutto nella lotta. E allora la prima domanda grande che fece Belascoarán fu: «Tutte queste informazioni hanno una relazione che le lega tra loro?», cioè voleva sapere se quelle carte erano collegate le une con le altre.

E allora Belascoarán rimase zitto e gli altri pure, e allora io pensai che stava aspettando una risposta da qualcuno, e allora dissi di sì, che c’entravano le une con le altre. E allora Belascoarán accese una sigaretta e mi guardò fisso, poi mi chiese perché avevo detto di sì, e quale era la relazione. E allora io risposi: «I morti».
E allora tutti rimasero in silenzio, e non per «disciplina democratica e libertaria», ma perché aspettavano una spiegazione. E allora spiegai che le indagini erano state avviate dai morti. Cioè non dissi che io ero già defunto, magari si prendevano uno spavento e gli andava di traverso il caffè e il pane col buco in mezzo. E allora dissi che il defunto Manuel Vázquez Montalbán aveva iniziato l’indagine zapatista e quella di Belascoarán l’aveva iniziata il defunto Jesús María Alvarado, che uno scriveva e l’altro parlava per telefono ma tutti e due erano morti. Insomma, erano morti che non rimanevano tranquilli, non stavano semplicemente ad aspettare il giorno dei defunti per prendere un caffè e mangiare i tamales e le arance e l’atole dolce, ma rompevano le scatole ai vivi.
E allora Belascoarán sorrise, guardò dalla finestra e disse: «Sì, i morti. Morti scomodi».
E allora, mentre stavo scrivendo sul quaderno la parola «scomodi», Belascoarán disse: «Molto bene Elías Contreras». E allora Belascoarán disse che non solo i morti scomodi erano un collegamento tra tutte quelle carte, ma che erano come il librone dell’idraulico, cioè il dizionario, perché quei fogli erano come il dizionario della corruzione e della merda di un sistema, erano come una «prospettiva» delle carognate commesse dal sistema dei potenti, cioè dei ricchi e dei loro malgoverni. E allora disse che lì c’era di tutto, la repressione, gli omicidi, il carcere, le persecuzioni, i desaparecidos, le frodi, le ruberie, le terre confiscate, la svendita della sovranità nazionale, l’alto tradimento, la corruzione.
«Riassumendo» disse «ci sono quelli che stanno in alto e che fottono quelli che stanno in basso.»
E allora ci pensai su per un po’, e intanto accesi una delle mie sigarette «ingrate» e sorridendo dissi: «Il male».
E allora vidi che Belascoarán sembrava un po’ contento perché andò a prendere delle bibite e le aprì con la punta di una pistola automatica, cioè con il mirino, e ne diede una a ciascuno.
E allora il signore che si chiama Villarreal alzò la mano e disse: «Chiedo la parola».
E allora non aspettò per vedere se gli davamo la parola, insomma questa storia della «disciplina democratica e libertaria» mi sembra un po’ strana. Se Villarreal fa così in un’assemblea del mio villaggio, sicuro che tutti lo guardano male. Ma Villarreal non era in un’assemblea nel mio villaggio, e allora chiese subito: «E quel tale Morales?».
Belascoarán e io ci guardammo, cioè io guardai lui e lui me, e si capì benissimo che pensavamo la stessa cosa, perché dicemmo in coro: «Il malvagio».
E allora Belascoarán si mise a spiegare cercando nel casino di fogli sparpagliati e aiutandosi con le foto del tale Morales attaccate alla parete, la stessa dove c’era una grande foto di una signora come l’aveva fatta sua madre, cioè senza copritettine e senza mutande, niente di niente addosso. E allora disse: «Del tale Morales non coincidono i luoghi né le date né l’età». E allora indicò la parete e disse: «E neanche le foto».
E allora si capì benissimo che tutti stavamo guardando la signora nuda e non le foto del tale Morales. E allora Belascoarán disse di piantarla di fare gli scemi, che stava parlando del malvagio, non della signora che invece era proprio buona, così disse. E allora si rivolse a me e mi disse, cioè mi chiese: «C’è un solo Morales o ce ne sono tanti?».
E allora tutti restammo in silenzio a pensarci su.
E allora io dissi: «Il male è grande e quindi devono esserci tanti malvagi».
E allora ci mettemmo a controllare quanti Morales c’erano e in effetti erano tanti. E allora Belascoarán disse che non potevamo indagare su tutti e prenderli tutti, perché noi eravamo in pochi. E allora io dissi che forse dovevamo sceglierne uno o due, perché di più era difficile, cioè non è che ci mancava la voglia, ma le mani. E allora Belascoarán disse che una linea d’indagine, usò quelle parole, stava nel Mostro, cioè a Città del Messico, e l’altra linea d’indagine portava in Chiapas. E allora potevamo decidere di andare tutti e due in Chiapas per acciuffare il malvagio che faceva le sue carognate laggiù, oppure restare a indagare nel Mostro, dove il malvagio faceva altrettante porcate, oppure ognuno agiva nel proprio terreno, lui nel Mostro e io in Chiapas, ma collaborando e scambiandoci le informazioni.
E allora eravamo d’accordo. Insomma, a ciascuno il suo, Belascoarán nel Mostro, e io, Elías Contreras, sulle montagne del Sudest messicano. E allora Belascoarán mi passò tutte le informazioni che aveva lui e che mi servivano per la commissione d’indagine in Chiapas, e io gli passai tutte le informazioni che avevo io e che gli servivano per detectivare a Città del Messico. E allora eravamo tutti contenti e ci mettemmo a ridere per le spiritosate che venivano fuori sulla signora nuda, cioè sulla foto alla parete.
E allora dissi a Belascoarán che il Sup mi aveva detto di chiedergli se aveva tempo di insegnarmi a giocare a domino. E allora lui rispose: «Anche subito». Però adesso non mi ricordo tanto di quella lezione sul gioco, magari Belascoarán si ricorda meglio e ve la racconta lui, io ricordo solo che nella tasca della giubba avevo un pennarello nero in caso di bisogno, perché il Russo mi aveva detto che si potevano aggiungere dei puntini sulle tessere del domino.
E allora ce ne stavamo seduti quando dissi che mi sentivo un collego di ognuno di loro. E allora Belascoarán disse che non si dice collego ma collega. E allora io dissi che collega è una donna, un uomo deve essere collego. E allora mi chiesero perché avevo detto che eravamo colleghi. E allora io spiegai che il nostro lavoro non si vede quando viene bene, nessuno si accorge che facciamo bene un lavoro, ma se lo facciamo male, allora è una disgrazia.
E allora io dissi che il signor Gómez Letras è un idraulico, cioè fa in modo che l’acqua viene fuori bene da dove deve uscire, la calda da una parte e la fredda dall’altra, e quando tiri la catena l’acqua si porta via il 50 e il 25, come diciamo noi per la merda e l’orina. E allora, se Gómez Letras fa male il suo lavoro, allora è un casino, perché se dove lavi i piatti esce del piscio, o la calda al posto della fredda, insomma, tutti dicono che Gómez Letras è uno stronzo che non sa fare il suo lavoro.
E allora dissi che il signor Vargas è un tappezziere, cioè aggiusta le sedie e le poltrone in modo che non salta fuori una molla quando ti ci siedi, e se il signor Vargas fa bene il suo lavoro, nessuno se ne accorge e tutti se ne stanno seduti e contenti, a bere un caffè o a guardare il calcio o un film alla televisione. Ma se il signor Vargas fa male il suo lavoro, allora è un problema, perché mentre uno è tutto emozionato e guarda il film dove stanno per ammazzare il malvagio, zac!, gli si pianta un ferro nel culo, oppure sprofonda giù e gli si piallano le chiappe sul legno. E allora tutti dicono stronzo di un Vargas, non ha fatto bene il suo lavoro.
E allora dissi che il signor Villarreal è un ingegnere delle fognature, cioè fa in modo che l’acqua putrida non viene fuori e i cittadini così non affogano nella merda. E allora, se il signor Villarreal fa bene il suo lavoro, nessuno se ne accorge, perché uno si alza la mattina e cammina per la strada e quella non è piena di merda, e il metrò non è inondato di piscio, e tutto sembra normale. Ma se il signor Villarreal fa male il suo lavoro, allora è una gran disgrazia, perché può arrivare all’improvviso uno tsunami di merda e piscio che allaga la città, compresi i secondipiani. E allora tutti danno dello stronzo a Villarreal che non ha fatto bene il suo lavoro.
E allora dissi che Belascoarán e io siamo commissioni d’indagine, o detective, cioè cerchiamo di trovare il male e il malvagio per dargli la punizione che meritano. E allora, se facciamo bene il nostro lavoro nessuno se ne accorge perché il male sta dove deve stare, cioè dove non può fottere la brava gente, che se ne sta contenta a casa sua e nei posti di lavoro. Ma se Belascoarán e io facciamo male il nostro lavoro, allora è un grosso problema, perché il male e il malvagio girano dove vogliono e ne combinano di tutti i colori, e la gente dice che siamo due stronzi perché non abbiamo fatto bene il nostro lavoro.
E allora rimasero tutti zitti, a pensarci su, credo, per decidere se sono un loro collego. E allora presero quelle tavolette, cioè le tessere del domino, e giocando si misero a parlare in modo strano. E allora, conclusa la partita, ci salutammo. E allora Belascoarán e io ci stringemmo in una specie di abbraccio. E allora me ne andai, e credo che se ne andarono pure loro, perché si era fatto tardi. E poi mandai un rapporto al Sup ove gli raccontavo tutta l’assemblea, cioè la riunione nel posto di lavoro di Belascoarán e gli accordi presi.
E allora mi ricordo che la luna era bella tonda, arrampicata sulla gobba del Mostro, cioè nel cielo notturno di Città del Messico, quando mi arrivò il messaggio del Sup che diceva:

Ho saputo degli accordi. Secondo le nostre informazioni, il tale Morales è da queste parti, quindi torna qui. Quando arrivi mi racconti tutto e facciamo il piano d’azione. Durante il viaggio stai molto attento e controlla di non avere la coda. Ti aspetto, perché manca quel che manca. Nel frattempo, un abbraccio.

Dalle montagne del Sudest messicano
Subcomandante Insurgente Marcos
Messico, gennaio 2005

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