Non mi telefona più. Jesús María Alvarado non mi telefona più» disse il funzionario progressista con una certa tristezza. Il cane, con lo sguardo ancora più triste, sembrava confermarlo.
«No, perché adesso telefona a me» disse Belascoarán porgendogli il nastro della segreteria. Era comparso alle due del mattino, «Ho visto la luce accesa e così ho suonato» aveva detto per scusarsi, mentre strappava spudoratamente al sonno il malcapitato detective. Adesso il funzionario e il cane zoppo si stavano scolando l’ultima riserva di Coca-Cola, seduti sul pavimento del salotto di Belascoarán, nonostante lui li avesse invitati ad accomodarsi sulla poltrona.
«Mi rende un po’ triste, ormai cominciava a piacermi essere coinvolto in questa follia, e in un’indagine. Lo ammetto, è un po’ morboso… Forse la mia vita a volte è piuttosto noiosa» disse Monteverde.
«Io invece preferisco la vita noiosa, mi faccio delle gran dormite… Dormo per ore e ore, per giorni interi, leggo tutti i libri che non ero riuscito a leggere, guardo i film di Stanlio e Ollio».
Al cane parve piacere quell’idea, perché fece un’espressione da Ollio quando Stanlio non capiva niente, e si mangiò l’avanzo di salsiccia vecchia che gli aveva regalato Belascoarán.
«Be’, mi fa piacere che Alvarado continui a manifestarsi. Anche se lascia messaggi a lei e non a me. Ed è vicino a scoprire qualcosa su quel Morales?»
«Che ce n’è più di uno» disse Héctor enigmatico, come un prete di campagna che parla della Santissima Trinità.
«Anche se non mi lascia più i messaggi, io continuo a pagare le sue indagini» disse Monteverde con un tono piuttosto deciso, alzandosi in piedi e porgendo una busta a Belascoarán.
«E su cosa sto indagando? Su chi sia il Jesús María Alvarado che telefona? O forse su chi è e dove si trova il Morales che un giorno lo ha ammazzato?»
«Faccia lei, il detective è lei».
«Allora la seconda, perché non potrei accettare il suo denaro se al centro di tutto vi fosse scoprire chi è il nuovo Alvarado».
«Per quanto mi riguarda, ultimamente cominciavo a pensare a lui come a un amico che voleva raccontarci certe cose… Sì, va bene, e mi tenga al corrente». Il cane si avvicinò zoppicando a Belascoarán e gli leccò i piedi scalzi. Il detective lo interpretò come un gesto di solidarietà e si accese una sigaretta.
Aprì un occhio, anzi l’occhio, e disse ad alta voce: «Il cane si chiama Tobías».
Non sapeva perché gli veniva da parlare ad alta voce, al mattino. Forse perché aveva bisogno del suono della propria voce impastata per svegliarsi del tutto. Il sole splendente dell’inverno che entrava dalla finestra illumi-nava le pareti bianche della stanza. Accese una sigaretta e saltò giù dal letto inciampando in una pila di romanzi storici, voluminosi, dalla copertina dura, che promettevano centinaia di ore di lettura.
Camminando verso il bagno si chiese sempre ad alta voce: «Qual è il mio Morales? Qual è il mio stramaledetto Morales?».
Zoppicando doppiamente, Héctor Belascoarán Shayne, detective indipendente messicano, si guardò allo specchio e decise che era giunto il momento di passare all’azione. Ma quale azione? Pensò che tutto gli sarebbe apparso migliore se si fosse lavato la faccia con l’acqua fredda.
Héctor osservò l’immensa galleria. Quello che un tempo era un corridoio del carcere, adesso era delimitato da un bancone. Alle sue spalle, le celle. Di fianco, diversi tavoli. Un paio di studiosi alzarono lo sguardo dai polverosi manoscritti per scrutarlo. Non dovette sembrare loro granché interessante, il detective orbo, perché tornarono alla lettura.
Fritz gli fece un cenno per invitarlo a uscire in un piccolo patio su un lato della galleria. Un paio di alberi asfittici, una fontana asciutta, un paio di uccelli mutanti, di quelli che l’inquinamento di Città del Messico ha reso straordinariamente intelligenti.
«Pausa sigaretta» disse offrendo una Delicados con filtro.
Belascoarán gli fece tutto d’un fiato il riassunto che aveva rimuginato nel tragitto fino alla prigione trasformata in archivio: «Credo di poter collegare il compagno di cella e poi assassino di Alvarado con la Brigata bianca, ma non ho trovato niente dopo l’80. Se avesse fatto carriera nella polizia politica di questo paese ti dovrebbe risultare. Morales. Certa gente fa strada. Un tale chiamato Morales. Quello della foto, naso aquilino, magro, occhiali da miope. Se nel ’71 aveva venticinque anni, adesso dovrebbe averne circa sessanta. Esiste pubblicamente un simile personaggio? Ti ricorda qualcuno?».
«No» rispose Fritz. «E guarda che ho scartabellato tra i miei appunti e gli album di foto, e ho parlato con un mucchio di gente, e ho mostrato in giro la foto che abbiamo visto l’altro giorno. Niente di niente. È svanito nel nulla. Ma questo non è un fatto insolito nella storia della Guerra sporca in Messico. Ci sono personaggi che compaiono, commettono le loro schifezze, vincono a qualche lotteria, rubano alla grande, fanno favori, e spariscono. Da qualche parte saranno: facoltoso imprenditore di una catena di mobilifici a San Antonio, Texas, narcotrafficante morto anonimamente in Ecuador, e che si presume fosse messicano. Stimato presidente dell’Associazione padri di famiglia di un collegio di suore…»
«Tu hai qualcosa per le mani» affermò Belascoarán.
«Come lo sai?»
«Perché sei di Puebla, e quelli di Puebla quando hanno un segreto fanno come quelli di Pénjamo, sorridono e distolgono lo sguardo» rispose il detective.
«Sì, ce l’ho. Jesús María Alvarado aveva un figlio. Ti ricordi cosa ti ho raccontato la prima volta, di quel ragazzino di cui mi ricordavo, e di una signora matura… La signora era la madre di Alvarado, e il ragazzino suo figlio».
«E quanti anni avrebbe adesso?»
«Più o meno la mia età, forse due anni di meno». Sulla quarantina, calcolò Héctor.
«E si chiama Angel Alvarado Alvarado». «Perché quel doppio cognome?»
«Chissà, magari Alvarado era un padre scapolo».
Un Alvarado che parlava per suo padre? Imitando la voce del padre morto perché aveva scoperto Morales nel presente? Il Morales che ricordava da bambino? Héctor gettò il mozzicone e si accese un’altra sigaretta.
«E ha un telefono dove puoi chiamarlo».
Héctor prese il foglietto che Fritz gli porgeva sorridendo.
«E fa un lavoro che ti affascinerà. Doppia i mostri dei cartoni animati. Dà la voce a orsi, draghi e renne. Doppiaggi per la televisione. È la voce di ScoobyDoo e di Barnie».
«Chi è Barnie?»
«Secondo le mie nipotine, ma non farci caso, è una sorta di dinosauro viola».
«In base alla definizione potrebbe essere benissimo un ministro dell’attuale governo».
«In effetti. Abbiamo visto le cose più strane, in questi ultimi anni».
In ufficio, Gilberto Gómez Letras e Carlos Vargas sembravano molto indaffarati. Héctor li salutò con un grugnito e andò diretto alla sua scrivania, per fare il numero dell’Alvarado figlio. Cinque squilli, sei. Niente, non c’era nessuno in casa, o nell’ufficio, o nella trattoria. Si spostò nell’angolo dove giaceva il mucchio di carte all’interno di una cartella verde con la scritta ‘Morales’. Doveva separare i Morales. Almeno i tre che nelle conversazioni con Contreras erano stati ben delineati. L’assassino di Alvarado, lo zapatista traditore e il protagonista di massacri e affari sporchi in Chiapas. Una volta che fosse riuscito a separarli, avrebbe potuto trovare i bandoli della matassa che spuntavano da ciascuna storia per poi prendere una direzione. Tutto lascia dei fili penzolanti, tutto ha una coda, tutto lascia tracce.
Era coerente che l’ex guerrigliero segaiolo fosse diventato un informatore, che lo avessero piazzato a Lecumberri per carpire confidenze ai prigionieri politici e che poi avesse ucciso Alvarado appena uscito dal carcere. Era coerente che lo stesso personaggio avesse fatto parte della Brigata bianca e che fosse stato un torturatore, senza dubbio lo stesso che era fuggito con l’archivio nell’83. Occorreva eliminare quello che aveva fatto affari sporchi con il terremoto, la descrizione fisica non coincideva e poteva essere il Morales del Chiapas cercato da Contreras. E ciò conduceva al Morales rimasto nel nulla per vent’anni e al delirio di Juancho e di Bin Laden che collegava la storia alla voce del morto.
Era quello il suo Morales. Aiutato dalle martellate di Carlos e dai colpi che Gómez Letras sferrava su una tubatura arrugginita, Héctor cercò di cambiare prospettiva: quello che sembrava ovvio, diventava verosimile. Un bambino di allora scopre [incontra per caso, riconosce per strada] tanti anni dopo i fatti l’assassino di suo padre e si mette a fare telefonate, perché non sa cosa fare di quell’informazione.
L’espressione determinata di Héctor non passò inosservata ai coinquilini, che lo sbirciavano. «Mi dica una cosa, lei è molto istruito?» chiese a un tratto Gómez Letras.
«Chi? Io?» fece Belascoarán colto alla sprovvista.
«Sì, lei».
«Ma no, io sarei un ingegnere. Per le cose che contano sono autodidatta, le ho imparate ascoltando, guardando, camminando e soprattutto leggendo. Ma ancor più, le ho imparate ascoltando voialtri».
«Gliel’avevo detto, scemo, che la sua è saggezza popolare» sbottò Gómez Letras tirando un bullone a Carlos Vargas che lo ricevette sulla nuca e vacillò leggermente.
«Che cazzo fa, stronzo?» esclamò Vargas massaggiandosi la testa e dirigendosi verso l’idraulico con il martello da tappezziere in resta. «Saggezza popolare ’sto paio di palle, lei se la passa tutto il cazzo di giorno a leggere l’enciclopedia, un’istruzione da coglione». Gómez Letras si rifugiò dietro la scrivania di Héctor.
«Mi salvi, capo, questo è in preda a furia omicida».
«Dottor Vargas, se ha intenzione di ucciderlo, la prego di non schizzare di sangue l’ufficio, per giunta sangue di idraulico puttaniere, difficilissimo da ripulire» disse Héctor alzando le mani per proteggersi dall’attacco imminente.
«Buffone… furia omicida… Sono disposto a perdonarla se mi lecca le palle».
Lo squillo del telefono salvò la situazione. Carlos Vargas posò il martello, prese la cornetta con la destra e continuò a massaggiarsi la testa con la sinistra.
Rimase in ascolto per un istante e poi disse: «Il suo amico Gritz-Pitz ha un messaggio urgente per lei, detective Belascoarán».
Héctor fece un sospiro profondo, accese una sigaretta e prese la cornetta.
«Vuoi parlare con uno di loro? Mi ha dato delle condizioni» disse Fritz al telefono.
«Uno di loro?»
«Uno di loro».
«Quali condizioni?»
«Io non posso dire chi è, tu non puoi fare domande, e non dobbiamo parlare di lui, ma solo di Morales. E niente registratori».
«E perché ‘uno di loro’ vorrebbe parlare con me?»
«Continuano a mandarci messaggi, a noi che stiamo lavorando su quella fase della Guerra sporca, canti di sirene, e chiedono se abbiamo un po’ di tempo, che gli piacerebbe fare due chiacchiere. Adesso che sta saltando il coperchio, vorrebbero parlare ma non troppo. Ci tengono a dare una parte della loro versione, o magari inventarsi una versione. Erano clandestini, non apparivano mai nelle foto e non ricevevano medaglie. Sentono di essere stati usati, di aver ricevuto ordini da ‘altri’. Se c’è qualcosa che odiano più della sinistra sono i presidenti a cui hanno obbedito. Per giunta, sono un branco di psicopatici mitomani, a cui piacerebbe poter avere tutt’altra storia».
«A nessuno piace essere la strega di Biancaneve. E hai intenzione di rispettare le condizioni di uno di quei tipi?»
«Per ora sì, nel caso tu abbia bisogno di far saltare il coperchio, poi vedremo. Ti aspetta tra mezz’ora al Café La Habana, a venti metri dal tuo ufficio. È un uomo sulla sessantina. Per farsi riconoscere, terrà in mano una copia della Costituzione messicana».
«Non diciamo cazzate. Questo è un abuso».
«Lui ha detto così».
Il Café La Habana era stato per lungo tempo terra di nessuno, oggi è terra di niente. Le cameriere o sono invecchiate o a loro non piace il caffè che servono. Il caffè non è buono come un tempo, e comunque a Héctor non piaceva il caffè. Lì, negli anni sessanta, i giornalisti del Partito comunista convivevano con gli agenti federali del vicino ministero degli Interni. Era un locale dove chi tendeva bene le orecchie aveva l’illusione di sapere molte cose. Adesso, se si ascolta attentamente, si sente il frastuono della musica narcoranchera, e se si guarda attentamente, ai tristi tavolini si notano vecchi narcorancheros in pensione. La nostalgia non può sanare i guasti del tempo. L’uomo seduto da solo, con la Costituzione degli Stati Uniti Messicani, un’immagine che a Belascoarán sembrava uscita da una favola di Disney in versione noia mortale, non aveva volto, era un tizio che si avvicinava alla vec-chiaia con una di quelle facce anonime che vanno bene per i sondaggi o per gli spot della lotteria nazionale. Era mediamente moro, baffi mediamente brizzolati, statura media, fisico nella media, capelli neri e ormai radi, e un completo grigio topo. Forse nel signor Anonimo l’unica cosa che spiccava era la cravatta, rosso granata brillante, e un grosso anello con pietra dello stesso colore all’anulare della mano sinistra, non alla destra, perché con quella si deve sparare ed è meglio non avere intralci sul grilletto.
Héctor cercò di dissimulare l’andatura claudicante. Lo faceva sempre quando si relazionava col nemico, e dall’occhio buono indurì lo sguardo, sperando che la benda sull’altro aumentasse la fierezza. Si sedette di fronte al personaggio senza dire una parola.
Il tipo sbottò senza preamboli: «C’era una guerra. Un branco di cani rognosi che si credevano figli di Che Guevara sparavano in testa a soldati dell’Esercito messicano. E noi, dovevamo lasciarli fare?».
No, non potevano lasciarli fare. Li avevano braccati, loro e tutti i familiari, li avevano assassinati, li avevano torturati, avevano ammazzato i loro figli, avevano stuprato le mogli davanti ai mariti, avevano occultato i cadaveri e mentito alle madri dei desaparecidos. Héctor ne aveva conosciuti diversi, torturatori e torturati, aveva ascoltato le loro storie che gli avevano tolto il sonno per mesi. E il peggio era che le aveva sentite raccontare almeno dieci anni dopo che erano accadute. Perché lui era un marziano all’epoca dei fatti. Lui stava per diventare un ingegnere felice, a quei tempi.
«Non l’avete ancora capito che noi siamo la giustizia?»
Sì, certo, Héctor l’aveva capito. Quello che non capiva era l’uso del ‘loro’, ‘gli altri’, ‘voi’ e ‘noi’ che faceva il tizio.
«E adesso che non se ne vengano fuori con certe cazzate. Se avessero vinto loro ci avrebbero sbattuti contro le cancellate di Chapultepéc, ci avrebbero fucilati tutti, al muro, al muro, come a Cuba quando vinse Fidel».
«Ha conosciuto Jesús María Alvarado?»
«Ne ho sentito parlare, ma non l’ho mai visto» disse l’Anonimo giocherellando con l’anello.
«Ha conosciuto un certo Morales?»
«Era un povero diavolo, era uno di ‘loro’, ma poi saltò il fosso. Non ci siamo mai fidati troppo di lui, e abbiamo fatto bene, eccome. Non fidarsi è meglio, sempre. Alla fine ha rubato certe cose. Le ha rubate a noi» e tentò di ab-bozzare un sorriso, che non gli venne bene. «Ci ha rubato i nostri incartamenti, per coprirsi la ritirata. Ma non aveva le palle, non li ha mai tirati fuori, non ha neanche provato a ricattarci, quel coglione».
«Quando ha lasciato la sua squadra?»
«Non faceva parte della mia squadra».
«Lei dice ‘loro’ e ‘noi’. A chi si riferisce quando dice “noi”?»
L’Anonimo non rispose e si limitò a bere un lungo sorso di caffè.
«Quando ha smesso di vederlo?»
«Verso l’83. Non so se gli avessero dato un incarico in provincia, o se semplicemente sparì, dicendo vado a comprare le sigarette… Saltò il fosso un’altra volta. Chi tradisce una volta, lo rifarà sempre…»
«E sa qualcosa della sua vita privata? Una moglie? Un altro lavoro? Dove viveva? Amici?»
«Era un solitario. Infatti aveva fottuto moglie e amici. E di lavoro… vendeva mobili». Mentre lo diceva gli spuntò un sorriso fuori luogo. «Vendeva mobili usati… Abitava nella zona di Santa María, credo… Ma a lei perché interessa tanto quel povero stronzo di Morales?»
Adesso toccava a Héctor restare in silenzio. Fece un cenno alla cameriera che passava con un vassoio di bibite di portarne una anche a lui. Per un attimo Héctor e l’Anonimo si fissarono.
«Morales non è un nome, è uno pseudonimo. Qual era il vero nome di Morales? Lei lo sa?»
«Io so tutto» disse l’Anonimo sorridendo. Héctor non restituì il sorriso. Accese una sigaretta.
«Si chiamava Juvencio. Me ne ricordo perché non poteva esserci nome più scemo in tutto il fottuto mondo. Il cognome non mi è rimasto nella memoria, ma posso darle una traccia. Una pista da seguire. Una volta qualcuno gli disse: ‘Hai lo stesso cognome di un ministro di Juárez’».
«Quale Juárez?»
«Adesso non mi venga a dire che quelli di sinistra non sanno chi è Juárez… don Benito, che cazzo».
«Ah».
A quanto pareva l’evocazione del fantasma del presidente liberale Benito Juárez gli fece tornare la memoria, perché l’Anonimo disse: «Sa una cosa, anziché romperci tanto i coglioni con quelle scartoffie del passato che tira-no fuori, dovrebbero farci un monumento, una cazzo di statua in piena Alameda, con…».
Lasciò la frase in sospeso e si alzò all’improvviso. La conversazione era terminata. Tese la mano. Héctor la ignorò e prese il conto, avrebbe pagato lui la bibita e il caffè, non poteva permettere che offrisse il tizio.
«Già pagato» disse l’Anonimo, e si incamminò lentamente verso l’uscita.
Con un po’ di fortuna, il traffico indemoniato di mezzogiorno in calle Bucareli avrebbe fatto giustizia e magari sarebbe finito travolto da un minibus. Ma Dio non esiste, perché l’Anonimo, con il suo passo stanco, attraversò la strada schivando le auto e ignorando i clacson infuriati.
Aveva un paio di bandoli per andare avanti nell’indagine, ma per togliersi dalla bocca il sapore fetido che gli aveva lasciato l’incontro con l’Anonimo Belascoarán uscì dal Café La Habana e prese un taxi per Chapultepéc.
Un venticello gelido spazzava le terrazze del Castello di Chapultepéc. Quando al mattino il sole non splende su Città del Messico, è un brutto segno. I chilangos, che sono come le lucertole anche se non lo ammetteranno mai, diventano nervosi e parlano di freddo polare o di altre cose che in Siberia o a Goteborg saranno anche ben viste, ma qui non risultano affatto consuete.
Quando giunse nel patio dove c’erano le carrozze, la guida stava tenendo un piccolo comizio di nascosto, a bassa voce, ma non per questo con meno enfasi: «… È una vergogna che tengano qui le carrozze di Massimiliano, che sono bellissime e lussuose, accanto al carro di Juárez, sul quale è stata fatta la Patria».
Quando il gruppo si allontanò, Héctor rimase a gironzolare attorno al carro di Juárez. Aveva letto un romanzo in cui veniva narrata la storia della Repubblica itinerante, inseguita dalle truppe francesi per quattromila chilometri. Un carro su cui viaggiava l’autorità repubblicana scortata da soldati scalzi, perché il presidente non aveva neppure i soldi necessari a comprare gli scarponi, figuriamoci per darsi uno stipendio. Da Città del Messico a Paso del Norte, ai confini del Chihuahua, che non per niente oggi si chiama Ciudad Juárez. Finché quel carro va avanti e percorre il territorio nazionale, la Repubblica esiste. Era proprio una bella storia.
Héctor si avvicinò, sperando in una distrazione dei sorveglianti per accarezzare la ruota del carro allungando la mano oltre il cordone rosso che fungeva da limite di sicurezza. La ruota era lucida, come se tante altre mani l’avessero accarezzata nel corso degli anni.
Decise di mangiare in casa. Passò dal mercato di Michoacán per comprare salsicce e anche avocado, patate, pomodori e frutta. Dopo aver rimuginato tanto su, optò per un melone un po’ ammaccato ma che sembrava appetitoso.
Quando entrò in casa, la spia della segreteria telefonica lampeggiava. Héctor se la prese con calma, mise a bollire le patate in cucina e tagliò a fette i pomodori condendoli con sale e pepe, e infine, con una Coca-Cola in mano, si sedette sulla poltrona del destino ineluttabile e premette il tasto.
«Don Héctor, le parla Jesús María Alvarado. Così, mi era venuta voglia. Non avevo niente da fare e mi sono detto parliamo un po’ con il detective. Mi ricorda la barzelletta di quel tale che va dal medico un sabato pomeriggio e dice: dottore, sono molto preoccupato perché ho tre palle, e il medico dice, va bene, ora la visito, facciamo una palpazione, si dice così, no? E comincia a controllarlo, e alla fine dice: ma no, qui è tutto normale, lei ha solo due testicoli. E il paziente: be’, lo sapevo già, solo che è sabato pomeriggio e non avendo niente da fare mi sono detto andiamo dal dottore a farmi tastare un po’ i coglioni… Tutto qui. E già che ci sono, le dico che tanti anni fa ero Alvarado, poi lui mi ha trovato, mi ha messo la canna della pistola alla nuca, e mi ha ammazzato, e così…»
La voce si interruppe. Lui lasciava solo messaggi da un minuto e mezzo.
Dopo aver gustato il melone, Héctor telefonò a Fritz e poi uscì a fare una passeggiata fino alla Torre de Lulio, una libreria dell’usato a pochi isolati da casa sua, in calle Nuevo León, dove per un modico prezzo si procurò le opere complete, con tanto di lettere, discorsi, appunti e scritti di Benito Juárez in quindici volumi. Il problema non fu comprarle, ma portare le tre borse di plastica da supermercato fino a casa. Poi, come se fosse regredito alle peg-giori giornate da studente universitario, sfogliò i quindici volumi dall’orrenda copertina arancione, dalla prima all’ultima pagina, cercando tutti i nomi dei ministri di Juárez. Era ormai sera quando pose fine alle ricerche, assolutamente certo che gli fosse sfuggito qualcosa, perché di sicuro doveva esserci stato qualche cambio di ministri qua o là.
Fece il numero del figlio di Alvarado e rimase ad ascoltare i soliti squilli a vuoto.
A un tratto, Héctor si ricordò di qualcosa, una poesia che aveva annotato. Ma di chi? E doveva averla conservata in un libro. Quale libro? Cosa stava leggendo quando l’aveva trascritta? Stava leggendo Robin Hood. Cercò tra gli scaffali del corridoio finché trovò la sdrucita edizione di Thor, con il dorso giallo in disfacimento, e scosse il libro facendo cadere un foglietto che planò sul pavimento volteggiando.
La poesia di un autore che non riusciva a ricordare chi fosse, diceva:
Se scompaio dal presente
e vivo nel passato
non c’è dubbio alcuno
che finirò per essere
reale.
Le due bambine si rincorrevano intorno alla poltrona. Doveva sembrare loro molto divertente una casa senza mobili, perché percorrevano gioiose i corridoi e si precipitavano nella sala, rischiando di scivolare mentre vorti-cavano intorno alla poltrona. Da brave bambine educate, avevano lasciato le scarpette nell’ingresso, ben allineate accanto alla porta.
«Perché volevi vedere le mie nipotine? Guarda un po’ se non mi fido di te, è bastata la tua telefonata e te le ho portate qui. Ma ho faticato non poco a ottenere il permesso della loro mamma. Non puoi andare a dire a una mamma ‘Prestami le tue figlie, te le riporto subito, devo farle vedere a un detective’» disse Fritz.
«Bimbe, voglio farvi sentire una cosa».
Dovevano avere sei e sette anni, non di più, ma erano senza dubbio disciplinate, perché si bloccarono di colpo, prestando attenzione al signore orbo.
«Voglio che chiudiate gli occhi e ascoltiate una voce, e poi mi direte di chi è la voce che sentirete».
Le bambine fecero segno di sì con la testa e chiusero gli occhi. Belascoarán premette il tasto della segreteria telefonica.
«Senti, fratello, parla Jesús María Alvarado. Spero che il nastro duri un po’ perché voglio raccontarti una storia che mi è successa. Una storia stronzissima, davvero assurda. Mi trovavo a Juárez, in una cantina, e siccome tutti i tavoli erano…».
«Ma sì, quello è Barnie, e ha detto ‘stronzissima’, ha detto ‘stronzissima’» sussurrò la maggiore delle due, e l’altra annuì sorridendo e spalancando gli occhi.
Da Città del Messico
Paco Ignacio Taibo II
Messico, febbraio 2005






