«Il trucco è fare in modo che la gente guardi dall’altra parte».
Così mi disse il compagno cittadino che si chiama Alakazam ed è un mago, cioè fa magie. Andai a salutarlo perché era ora di tornare dalle mie parti. E allora stavamo mangiando dei tacos che chiamano «suadero». Be’, non è che stavamo mangiando, era lui che mangiava e io guardavo, perché qualche giorno prima avevo mangiato di quei tacos lì e me l’ero passata sul cesso tutto il giorno, cioè, in bagno. E allora Alakazam mi stava spiegando come fa le sue magie, cioè quella faccenda di far sparire e riapparire le cose e leggere i pensieri della gente. E allora io non ci capivo granché e lui diceva che fa in modo che la gente guarda una mano e intanto con l’altra nasconde o tira fuori qualcosa. E allora io gli chiesi se era un po’ come fanno i politici che ti fanno vedere una cosa mentre dall’altra parte ne combinano di cotte e di crude. E allora Alakazam mi disse che era proprio così, ma che i politici non erano maghi, erano solo figli di puttana, disse così. E allora Alakazam cominciò a spiegarmi che, per esempio, ci sono due agende. E allora io gli chiesi cos’era un’agenda, e lui disse… disse… aspettate che avendo i pensieri ingarbugliati qua mi si è incasinato pure il quaderno… eccolo qui, dopo la parola «prospettiva», dice che «agenda» è come un quadernetto dove uno prende appunti su quello che deve fare e quando e come e con chi, e vuole anche dire l’ordine del giorno a seconda di cosa è più importante. E allora Alakazam spiegava che ci sono due agende: quella dei potenti e quella dei fottuti. E allora l’agenda dei potenti è quello che è più importante per loro, cioè aumentare le loro ricchezze e il loro potere. E allora l’agenda dei fottuti è invece quello che è più importante per noi, cioè lottare per la liberazione. E allora Alakazam mi spiegò che i potenti, cioè i ricchi e i loro malgoverni, vogliono convincere tutti che la loro agenda è l’agenda di tutti, compresi i fottuti di sempre. E allora ecco perché ci fanno ascoltare ogni giorno le preoccupazioni dei ricchi e ci convincono che sono le cose più importanti e urgenti da risolvere. E allora ci fanno guardare da una parte mentre dall’altra rubano tutto e svendono la Patria e le sue risorse naturali, come l’acqua, il petrolio, l’energia elettrica e persino la gente. E allora, quando ce ne renderemo conto si saranno già rubati tutto mentre noi stavamo guardando da un’altra parte. E allora la malvagità non sta solo nel fatto che ci siamo distratti, ma che le preoccupazioni dei ricchi ce le fanno credere nostre. E allora la politica moderna, dice Alakazam, è che la democrazia fa sì che la maggioranza, cioè i fottuti di sempre, sgobba e si preoccupa di fare andare bene le cose alla minoranza, cioè i potenti.
E allora, si tratta che tutti noi fottuti dobbiamo guardare dall’altra parte mentre ci rubano la terra, il lavoro, la memoria, la nostra dignità. E allora i potenti vogliono addirittura che applaudiamo con i nostri voti. E allora Alakazam mi disse che c’è una magia nera, quella che fanno i demoni, e c’è una magia bianca, quella che fa lui e altri maghi; e poi c’è una magia sporca, cioè quella che fanno i politici.
E allora, tutto questo mi diceva il compagno Alakazam quando andai a salutarlo. Prima avevo salutato gli altri cittadini. Be’, non tutti. Perché risulta che non tornai indietro da solo, ma venne con me anche Magdalena. Lei, o lui, diceva di voler conoscere i territori zapatisti e aiutarmi a cercare il male e il malvagio. Io le dissi che non avevo i soldi per pagare il viaggio per tutti e due, e allora lui, cioè lei, disse che poteva usare i risparmi messi da parte per l’operazione. E allora pensai che era una buona cosa farmi accompagnare da Magdalena per farle vedere la lotta delle comunità zapatiste. E così viaggiammo insieme. Una parte con Muciño e il resto in corriera.
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Il viaggio di ritorno di Elías
Il mio nome poco importa, comunque, mi chiamano Muciño.
Sì, come il calciatore. Ma quello era «El Centavo Muciño», e credo che giocasse con la Cruz azul. Solo che io non gioco a calcio, io sono un poliziotto. Sì, della Polizia federale preventiva. No, non si spaventi. Come in tutte le cose di questo mondo, c’è il bene e il male. Anche tra i poliziotti ci sono i buoni e i cattivi, però temo che se ci fosse una votazione, noi buoni perderemmo e di molto. Va bene, ho dato un passaggio a Elías. L’ho portato da Città del Messico a Puebla. Il problema era che dovevo riconsegnare l’auto di servizio, altrimenti lo accompagnavo fino in Chiapas. Così passavo a salutare i compagni. Invece no, fino a Puebla e basta. No, non era da solo. Con lui c’era una donna. Be’, non proprio una donna, ma comunque vestita da donna.
Elías ha detto che si chiamava Magdalena. Insomma, ho incontrato Elías e lui mi ha detto che era venuto nel D.F. per curarsi e che stava per ripartire e allora mi sono offerto di dargli un passaggio per un tratto. Sì, la verità è che volevo parlare un po’ con lui. Elías è un brav’uomo, ascolta con attenzione e, anche se parla in modo strano, dà sempre buoni consigli. Gli zapatisti? Be’, ne avevo sentito parlare fin dai giorni dell’insurrezione. Allora ero più giovane. Poi mi toccò seguire la Marcia Indigena nel 2001, e siccome stavamo scortando la delegazione zapatista, mi feci tutti i discorsi dei comandanti in tutte le manifestazioni. Poi ci riunimmo in un gruppo di compagni e, discutendone tra noi, ci rendemmo conto che è giusto quello che propongono, gli zapatisti. No, non abbiamo mai fatto niente di concreto, leggiamo e commentiamo quello che arriva da laggiù. Sì, una volta ci sono andato, in Chiapas, in una delle Giunte di Buon Governo. Ma no, non certo per spiare. Anche se ero in abiti civili, ovviamente lo dissi subito che ero un poliziotto. Sì, mi accolsero bene, spiegandomi tutto quello che stanno facendo. È lì che ho conosciuto Elías.
No, lui non fa parte della Giunta di Buon Governo, non è un’autorità. No, lui stava lì perché aveva ricevuto un incarico. Io stavo aspettando un passaggio per tornare in città e così parlammo un po’. Mi piaceva quello che diceva, capivo tutto. Sì, a volte i comunicati del Sup sono un po’ complicati, si capiscono poco perché ogni tanto usa delle parole difficili. Elías, invece, parla come noi. Quando ci salutammo gli dissi che se fosse capitato a Città del Messico poteva contare su di me per qualsiasi cosa, e un bel giorno l’occa-sione è arrivata. No, lui quasi non ha aperto bocca, durante il viaggio, però mi ascoltava con attenzione. Io? Gli ho raccontato di cosa era successo a San Juan Ixtayopan, a Tláhuac. Sì, dove hanno linciato due colleghi poliziotti e un altro lo hanno lasciato mezzo morto. Sì, era su tutti i giornali.
Sì, perché così lo raccontava al Sup e magari quello ci faceva un comunicato. Insomma, quello che è successo là non è come l’hanno raccontato. Il fatto è che in paese c’era una troupe televisiva. Stavano facendo uno di quei programmi che chiamano reality show o qualcosa del genere. Dunque, quelli della televisione hanno cominciato a spargere la voce sui sequestratori di bambini e la gente del posto ha cominciato a radunarsi. Sì, stavano proprio davanti alla scuola. Sì, insomma, hanno aizzato la gente. La verità era che volevano girare la scena di come reagiva la gente. Certo, per quel loro programma. No, non ricordo come si chiama. Dunque, il caso ha voluto che lì c’erano quei poliziotti, in borghese, e qualcuno della troupe ha cominciato a dire che erano i sequestratori di bambini. No, immagino che a un certo punto avrebbero spiegato che era tutta una recita, che serviva per un programma della televisione, ma gli è sfuggita di mano la situazione, come si dice. Se la sono squagliata. Sì, quelli della televisione si sono tolti di mezzo e hanno lasciato la gente infuriata. Poi i padroni della televisione hanno sborsato un sacco di soldi a quelli del governo perché non dicessero come era iniziato tutto. Sì, è per questo che fa rivoltare lo stomaco vedere certi mezzi di comunicazione che fanno finta di preoccuparsi tanto per quello che è successo. Bugiardi schifosi. Ma se sono proprio loro a dire che tutti i poliziotti sono ladri e delinquenti, e adesso si stracciano le vesti. D’accordo, sì, ci sono certi po-liziotti peggiori dei delinquenti, ma c’è anche della brava gente, tra noi. No, a loro non frega niente dei morti, a loro interessa solo vendere, vendere menzogne. E ovvio, gli serve anche a togliere e mettere funzionari a seconda dei loro interessi. Il fatto è che ormai a governare sono i mezzi di comunicazione.
Be’, le televisioni, soprattutto. Sì, noi che stiamo sotto ci mettiamo i morti, e quelli che stanno sopra ci mettono gli spot pubblicitari. Fanno venire da vomitare.
Ma no, si figuri, non le faccio la multa per il fanalino rotto.
Non mi offenda, per favore. Sì, la multa deve andare a pagarla alla Giunta di Buon Governo. Una qualsiasi, a Oventic, a La Realidad, poi c’è quella di Morelia, e di Roberto Barrio, e anche a La Garrucha. Sì, là mi conoscono. Sì, tutti quelli che fermo per un’infrazione li mando laggiù, perché imparino qualcosa. Sì, come è successo a me.
L’ora di Nessuno
E va bene, allora vi racconto di quando ci riunimmo con il Sup per valutare le informazioni messe assieme su quel tale Morales. Era il 4 o il 5 febbraio di quest’anno, cioè il 2005. Perché risulta che, oltre a quello che avevo appurato con Belascoarán a Città del Messico, cioè il Mostro, anche qui in Chiapas avevano trovato un bel po’ di dati sul caso, o sulla cosa, insomma, del tale Morales che era toccato a me nella distribuzione dei mali e dei malvagi fatta nella riunione nel posto dove lavora Belascoarán. E allora, una delle informazioni che aveva il Sup era stata mandata dal Frayba alla Giunta di Buon Governo dei Los Altos, cioè a Oventic, in risposta alla lettera dei compagni che chiedevano al Frayba informazioni sui paramilitari.
Qualche giorno dopo, il 9 febbraio del 2005, cioè quando cadeva il decimo anniversario dell’attacco a tradimento di Zedillo contro gli zapatisti, il giornale messicano che si chiama La Jornada pubblicò una parte di quel rapporto del Centro per i diritti umani Fray Bartolomé de Las Casas, cioè il Frayba, come lo chiamiamo noi indigeni qua in Chiapas, e che è un’organizzazione che sta a Jovel, cioè a San Cristóbal de Las Casas, e che difende i diritti umani degli indigeni. Il rapporto parlava dei paramilitari e di come sono appoggiati dai malgoverni.
E allora, be’, non sto a raccontarvi cosa diceva perché già l’ha pubblicato quel giornale che si chiama La Jornada, comunque lì si vede benissimo che c’è un accordo del malgoverno per fottere i popoli indigeni zapatisti con quella che chiamano Guerra sporca, che vuol dire che è una specie di guerra di nascosto, che non si fa vedere e fanno come se tutto va bene e invece non va bene per niente, perché ci sono morti e gente che sparisce e sfollati e un sacco di disgrazie per i fottuti di sempre. E allora il problema è che non si tratta solo di quelli che hanno fatto le loro carognate negli anni del governo di Zedillo, ma il fatto è che i colpevoli continuano a fare le stesse cose perché noi zapatisti non ci arrendiamo e non ci vendiamo, non scordiamo mai per che cosa lottiamo e per questo vogliono sconfiggerci a qualunque costo.
E allora vi racconto che stavamo studiando le carte con il Sup e si vedeva benissimo che c’era una grande malvagità che si stava impossessando del nostro paese, il Messico.
E allora stavamo bevendo un caffè caldo, cioè lo stavamo ancora guardando, perché era così bollente dimodoché scottava la lingua. E allora, mentre fumavamo e aspettavamo di poter bere il caffè, pensavamo a come il male e il malvagio stavano combinando le loro canagliate, eppure la gente non diceva niente. E allora ci chiedevamo se la gente non se ne rende conto oppure non gliene frega niente. E allora venne fuori che forse la gente non li vede, il male e il malvagio, ma non perché stanno nascosti, no, quelli vanno in giro allo scoperto ove gli pare, altroché. Cioè non si nascondono, eppure la gente non li vede, come per una magia.
E allora mi tornò in mente quello che mi aveva spiegato il compagno Alakazam, e lo raccontai al Sup. E allora lui disse che è proprio così, cioè guardiamo da un’altra parte. E i potenti, cioè i ricchi e i loro malgoverni, fanno in modo che la gente guarda da un’altra parte e allora quando tutti i cristiani sono distratti è proprio in quel momento che il male e il malvagio fanno quello che vogliono e ci rovinano la vita. E allora provai a bere il caffè ma era ancora bollente, e allora dissi al Sup che quelli stanno distruggendo la
Patria, cioè il Messico, e andando avanti così resteremo tutti orfani, a piangere da soli, senza più sapere da dove veniamo, senza la memoria di noi stessi e di quello che siamo.
E allora il Sup non disse niente, ma anche lui assaggiò il caffè e si scottò la lingua, e allora cominciò a dire un sacco di parolacce e a stramaledire, non so se perché il caffè era troppo caldo o perché stanno distruggendo il nostro paese e intanto tutti guardano da un’altra parte. E allora pensavo che era un po’ come quando uno guarda la televisione e intanto gli rubano tutto in casa. E allora la gente dice che è ben informata perché crede di sapere molte cose, o casi, dipende, ma sa le cose che vede guardando dall’altra parte, mentre non si rende conto che ci stanno rubando il cuore. E allora pensavo a come nei telegiornali saltano da una notizia all’altra e a un certo punto ti bruciano gli occhi, a furia di immagini che cambiano in continuazione.
E allora il caffè si era un po’ raffreddato, e cominciammo a berlo senza paura di scottarci la lingua.
E allora il Sup mi disse: «Tu che ne dici, Elías, perché mi sa che sia arrivata l’ora di Nessuno».
Nessuno
La posizione strategica dello stato messicano sudorientale del Chiapas ha suscitato gli interessi delle grandi potenze mondiali. In seguito a ciò, i governi di Stati uniti, Canada, Giappone, Russia, Cina e dell’Unione europea hanno piazzato agenti dei rispettivi servizi di intelligence. Sommandoli a tutti quelli inviati dai diversi apparati del governo messicano, siamo giunti alla cosiddetta «saturazione» del teatro operativo. Come è risaputo, la saturazione dei servizi di intelligence provoca quella che viene definita «intossi-cazione», cioè le informazioni non solo risultano inservibili, ma producono danni all’apparato in questione. Forse si deve a tali fenomeni di «saturazione» e «intossicazione» il fatto che nessuna agenzia si sia resa conto che nell’organigramma dell’Ezln c’è un settore che equivale a quello dei corpi speciali o truppe d’élite degli altri eserciti. La sua esistenza è conosciuta da pochi elementi: i membri dello Stato maggiore dell’Ezln e alcuni veterani tra i comandanti e le comandanti del Ccri. Quel settore della struttura neozapatista è formato da appena sei persone, e ha svolto missioni di enorme importanza, ma segrete, in diversi momenti della storia dell’Ezln. Per esempio, furono i suoi membri a proteggere il Subcomandante Marcos durante l’attacco a tradimento di dieci anni fa, nel febbraio del 1995. Si narra che, con la comunità di Guadalupe Tepeyac completamente circondata dalle truppe aerotrasportate dell’Esercito federale, riuscirono a rompere l’accerchiamento per portare il Sup al sicuro. Sempre a questa squadra speciale si deve l’indagine, svolta nel giro di ventiquattr’ore, su quanto accadde ad Acteal il 22 dicembre 1997. Le informazioni ottenute permisero di elaborare la serie di comunicati usciti nei giorni successivi, che uniti ai resoconti di alcuni mezzi di informazione e ai rapporti di alcune Ong, sgretolarono la strategia governativa di presentare il massacro come risultato di contrasti interni alle comunità indigene. Nel gennaio del 1998, questa squadra si incaricò di mettere in salvo i membri del Comando generale dell’EZLN quando l’Esercito federale tentò di occupare la comunità di La Realidad, lo stesso giorno in cui Francisco Labastida Ochoa assumeva l’incarico di ministro degli Interni.
Se pochi sanno della sua esistenza, il nome di questa squadra speciale è a conoscenza soltanto dei suoi membri e del Subcomandante Marcos. Solo loro sanno che il nome in codice è… Nessuno.
1] Erika. Miliziana. Indigena, quindici anni, va per i sedici.
Aveva quattro anni all’epoca dell’insurrezione. Suo padre morì nei combattimenti di Ocosingo, e lei è cresciuta nella Resistenza. Ha deciso di arruolarsi nelle truppe insorte dell’EZLN nel 2001, dopo la Marcia Indigena. Elías allora parlò con lei. E lei disse una bugia, cioè di avere già sedici anni, quando in realtà stava per compierne dodici.
È operatrice radiofonica, e a volte, quando il Sup e il Monarca non salgono abbastanza in fretta sulla collina della stazione radio, lei inizia a trasmettere per Radio Insurgente, la voce dei senza voce. È nota anche per le liti con i maschi della truppa zapatista quando qualcuno fa commenti o battute sulle donne. Dimostra notevoli doti per le questioni militari e politiche. Esperta in radiocomunicazioni.
Ama la poesia, le canzoni di Juan Gabriel, Los Bukis e Los Temerarios. Di notte usa senza permesso la lampada per leggere un libro malandato di poesie di Miguel Hernández, che ha trovato in un vecchio rifugio di montagna.
Quando canta la canzone dei caracoles zapatisti, stona spesso. È addetta alle comunicazioni di Nessuno.
2] Doña Juanita. Indigena. Si dice sia la vedova del Vecchio Antonio, morto nel 1994. Non si sa bene quanti anni abbia, ma è piuttosto anziana. Possiede profonde conoscenze di medicina erboristica, un buon occhio clinico e una pazienza lunga cinquecento anni. Sa fare un’ottima tostada dolce e il marquesote, che è un pane di mais con zucchero e burro. Quando parla nelle assemblee della sua comunità tutti la ascoltano con attenzione e rispetto. È stata una delle compagne che stilarono la cosiddetta Legge rivoluzionaria delle donne e la prima a sostenere che le donne possono assumere mansioni di governo. Persino gli uomini più maschilisti si rivolgono a lei per chiedere consigli. È l’infermiera di Nessuno.
3] Toñita. Indigena. Ha circa dieci anni, va per gli undici. Figlia di genitori combattenti. La madre la portava nel ventre quando partecipò all’occupazione di Las Margaritas nel gennaio del 1994. È molto abile nell’ottenere e interpretare informazioni. Sa come passare inosservata in qualsiasi luogo e situazione. Le piace molto disegnare e correre. Non c’è maschio che possa batterla nell’arrampicarsi su un albero o nel tiro con la fionda. Va alla scuola autonoma e quando sarà grande, dice lei, diventerà un’autorità municipale e vieterà la matematica, perché con i numeri non se la cava molto bene. È addetta al settore intelligence di Nessuno.
4] Maa Jchixuch [maa in lingua tojolabal vuol dire pappagallo e jchixuch vuol dire porcospino in lingua tzeltal; pappagallo si dice moo in tzeltal e porcospino si dice ixchixuch in lingua chol e tek tikcal chitom in lingua tzotzil].
Giovane meticcio. Sui vent’anni. Porta i capelli in stile punk, per cui li ha dritti come un porcospino, e colorati come un pappagallo. Ha una bancarella al Mercado de los Ancianos, a Tuxtla Gutiérrez, Chiapas. Vende un po’ di tutto, a seconda dei periodi. Vendendo anche fuochi pirotecnici, è diventato un esperto in materia. È anche un cantautore. Cioè, lui scrive canzoni e le canta, ma la musica non è sua. A quanto si dice, manda i testi ad altre persone che poi li mettono in musica. Un esempio è la canzone intitolata Altre carezze, e che dice così:
In un angolo del mondo
Due pelli si incontrano.
Si parlano, si ascoltano.
Si fanno domande, si danno risposte.
Si accarezzano.
Perché una carezza è una domanda.
Perché una carezza è una risposta.
Un pezzetto di pelle chiede: qui? così?
E un pezzetto di pelle risponde: lì, così.
Non sempre.
Nel mondo ci sono uomini e donne.
E ci sono anche fantasmi.
I fantasmi, per esempio, sono un po’ strani.
I fantasmi, quando accarezzano, fanno male.
Ma non è una cosa grave.
La loro carezza non lascia ferite.
E se ferisce, non è che non cicatrizza.
La cosa grave è che i fantasmi dedicano la loro greve tenerezza
ad accarezzare la terra intera.
E impedire così che cicatrizzi la memoria.
Quando un fantasma accarezza
fa domande e dà risposte.
Ribellione.
Questa canzone l’ha spedita a un gruppo rock in Europa, e dicono che ne ha scritte altre che usciranno in un disco dal titolo Fantasmas. Maa Jchixuch è addetto agli esplosivi di Nessuno.
5] Il Giustiziere. Meticcio. Sulla quarantina. Scuro come la notte. Prima faceva il manovale. Adesso guida un camion di materiali da costruzione. Nella parte posteriore del cassone, il Giustiziere ha attaccato un cartello che dice «Materialista storico dialettico», e poco più su, un altro che avvisa: «Vecchio, ma non per tutte». Parlò con Elías quando il suo camion ebbe un’avaria, una certa notte, davanti al caracol di La Garrucha. Dicono che all’alba stavano ancora parlando. Da quella volta diventò zapatista. Parlò con i suoi compagni di lavoro, e tutti si iscrissero alla Giunta di Buon Governo. Poi ha reclutato anche taxisti, impastatori di tortillas, camerieri e cameriere, e persino qualche soldato. È l’autistameccanico di Nessuno.
6] Elías, commissione d’indagine. In parte lo conoscete già. È al comando di Nessuno.
7] Magdalena. La conoscete già. Si è arruolata provvisoriamente, su proposta di Elías, come settimo elemento. Solo da poco fa parte di Nessuno.
Un fiume di lacrime
Parlai a Magdalena e le dissi che dovevo andare a prendere il malvagio, di aspettarmi che poi tornavo, ma lei, o lui, disse che voleva rendersi utile in qualche modo. E allora lo portai, cioè la portai con me dove ci riunivamo con il collettivo che si chiama Nessuno. E allora la presentai a tutti e dissi che era mio figlio o figlia, dipende, si salutarono, e via. E allora spiegai che dovevamo fare un piano per prendere il tale Morales e che non avevamo molto tempo, doveva succedere il 9 di febbraio, cioè subito. E allora studiammo i rapporti che avevamo messo assieme. In prospettiva.
E allora spiegai cosa significa la parola «prospettiva» e tutti presero appunti sui quaderni. Analizzammo collettivamente e da tutti i lati il caso o la cosa, a seconda, del tale Morales, e facemmo il piano con una agenda. E allora spiegai cosa vuol dire «agenda» e tutti presero appunti.
E allora Erika sistemò la sua cioccolatiera, come chiamiamo noi le radiotrasmittenti. E allora prima mise su l’antenna e la orientò in modo da far arrivare lontano il segnale.
E allora poi cominciò a comunicare con le stazioni radio delle comunità zapatiste e degli accampamenti ribelli.
E allora Toñita si mise a scrivere tutti i messaggi che riceveva Erika. E allora Maa Jchixuch cominciò a preparare alcune cose che servivano per catturare Morales. E allora il Giustiziere andò a prendere il camion per portarci dove era necessario. E allora doña Juanita incartò delle erbe nella bisaccia, più pozol e tostadas, nel caso facevamo tardi. E allora Magdalena si mise a preparare i suoi colori per la faccia e i vestiti utili alla missione. E allora io, cioè Elías Contreras, commissione d’indagine, rimuginavo in testa il piano per catturare il male e il malvagio, cioè il tale Morales, che faceva le sue carognate nei territori zapatisti.
E allora mi ricordo di qualcosa e subito dico a tutti di fermarsi un attimo e di appuntare sui quaderni la parola «suddetto», spiegando poi che in questo caso o cosa, il «suddetto» era il tale Morales. E allora tutti se ne andarono a fare la propria parte nel piano per catturare il suddetto e portarlo davanti alla giustizia zapatista.
E allora l’intero piano lo mettemmo a punto all’alba del giorno 8 febbraio 2005. E stava spuntando il sole quando Erika e Toñita vennero a dirmi che, secondo le informazioni ricevute, il tale Morales, cioè il suddetto, era andato nel municipio di Ocosingo e lì si era sbronzato e aveva fatto un gran casino con le donne. E allora il tal Morales, cioè il suddetto, aveva due uomini di scorta, cioè due tipi che lo seguivano dappertutto, non lo mollavano neanche al cesso. E allora Toñita disse che forse a Ocosingo non c’era molta gente per fare baldoria perché era già passata la festa della Candelaria e nessuno aveva più i soldi per spassarsela.
E allora Toñita disse che magari potevamo prendere il Morales, il suddetto, senza fare troppo casino. E allora il Giustiziere disse che il camion era pronto. E allora Maa Jchixuch disse che anche lui era pronto. E allora doña Juanita disse che era pronta. E allora Magdalena disse che era pronta pure lei. Erika e Toñita l’avevano già detto prima, che erano pronte. E allora io dissi che non ero pronto, aspettatemi un momento che vado a fare un 50 e poi si parte. E allora una volta fatto il 50 salimmo tutti sul camion del Giustiziere e arrivammo a Ocosingo quando la notte stava cominciando a mettersi comoda per le strade. E allora ci sistemammo alla periferia della città, in un casolare di campagna che si chiama El Paraíso.
E allora Erika mise l’antenna alla cioccolatiera e trasmise il messaggio: «Occhio Grande a Cavallo Vecchio. Occhio Grande a Cavallo Vecchio. Nessuno è pronto. Ripeto. Nessuno è pronto». E allora questo era il messaggio per il Sup, per fargli sapere che eravamo pronti a mettere in atto la nostra agenda in prospettiva per catturare il suddetto. E allora Toñita tirò fuori dalla bisaccia una scatola di gomme da masticare dicendo che ci aveva messo il purgante e poi uscì a fare un giro per vedere se trovava il suddetto, cioè il tale Morales. E allora doña Juanita andò a parlare con una comare che lavorava nel mercato di Ocosingo, una pettegola che sapeva tutto di tutti. E allora Maa Jchixuch andò a sistemare in cortile quello che aveva preparato per l’occasione. E allora il Giustiziere andò a parcheggiare il camion in modo da averlo pronto all’uso ma non troppo in vista. E allora Erika montò la sua apparecchiatura e piazzò un altoparlante nel cortile e un altro nel parcheggio delle macchine. E allora Magdalena cominciò a farsi bella. E allora io pensavo che Nessuno è bravo nei lavori speciali che ogni tanto ci incarica il Comando generale dell’Ezln. E allora tornò Toñita e disse che il suddetto si trovava all’inferno. E allora io dissi che doveva essere a Ocosingo e così avevamo fatto un altro giro a vuoto per niente. E allora Toñita mi guardò di traverso e spiegò che quello era il nome della cantina ove si trovava Morales, cioè il suddetto. E allora io capii che L’Inferno era una cantina. E allora Toñita disse che il tal Morales, cioè il suddetto, ha più o meno la mia età, cioè andava per i sessant’anni, capelli bianchi e un po’ grasso.
Era sicuro che quello era il suddetto, perché aveva sentito i guardaspalle che lo chiamavano Morales. E allora Toñita disse che quei due di scorta erano grandi e grossi, belli robusti, e portavano i capelli corti come i soldati del malgoverno.
E allora tornò doña Juanita e disse che secondo la comare il suddetto, cioè Morales, era mezzo sbronzo, e pure quelli della scorta.
E allora ci riunimmo per controllare il piano in ogni dettaglio. E allora aspettammo per fare andare un po’ più avanti la notte, e quando fu molto tardi, mi misi in testa il mio cappello. E allora tutti capirono che la missione stava per cominciare. E allora Nessuno era pronto.
E allora Maa Jchixuch, Erika, il Giustiziere e doña Juanita presero le loro posizioni. E allora mi incamminai con Toñita con la sua scatola di gomme al purgante e Magdalena che si era messa un paio di scarpe con i tacchi così alti che rischiava continuamente di cascare. E allora arrivammo alle porte dell’inferno, cioè all’ingresso della cantina che si chiama L’Inferno. E allora Toñita entrò dentro mostrando la sua scatola di gomme. Dopo un po’ uscì. E allora ci disse che non c’era molta gente, e che il suddetto stava proprio lì dentro, ubriaco fradicio, e anche i guardaspalle erano sbronzi. E allora Toñita disse che aveva regalato le gomme al purgante ai due della scorta, ma che non facevano effetto subito, ci voleva un po’. E allora dissi a Toñita di andare a prendere la sua posizione. E allora dissi a Magdalena di entrare all’inferno, cioè nella cantina L’Inferno. E allora entrai anch’io per controllare che non succedeva niente di male a Magdalena.
E allora Magdalena entrò muovendosi in un modo davvero strano. E allora il suddetto, cioè il tale Morales, vedendo Magdalena cominciò a sbavare. E allora anche i due guardaspalle erano bavosi quanto lui. E allora il tale Morales, il suddetto, si mise a dire certe cose a Magdalena, del tipo cosa ci fai sola soletta mia reginetta, vieni che ti suoniamo una bella serenata, e anche un sacco di porcherie che non vi dico, perché può darsi che ci sono dei bambini a sentirci o a leggerci, a seconda. E allora Magdalena si avvicinò al tale Morales, e gli disse che stava cercando un uomo capace di soddisfarla, perché lei era una vera femmina. E allora Magdalena disse che lì non c’erano uomini veri e magari faceva meglio ad andare con gli zapatisti, per vedere come si comportavano. E allora il suddetto, cioè il tale Morales, disse che gli zapatisti sono tutti froci, così disse. E allora gli altri due risero. E allora Magdalena si avvicinò al tale Morales e gli mostrò le chiappe, e intanto si voltava verso di me e mi strizzava l’occhio, dicendo: «In effetti, tra gli zapatisti ci sarà anche qualche frocio».
E allora Magdalena si sedette sulle gambe del suddetto, e gli disse senti paparino, cosa ci fai qui all’inferno quando io posso farti conoscere il paradiso. E allora il tale Morales rispose portamici subito, bella mia. E allora si alzarono tutti e uscirono. E allora io andai dietro a loro. E allora sulla porta il suddetto cominciò a smaneggiare sulla Magdalena. E allora lei disse ah no, aspetta di essere nella mia stanzetta, che lì ho certe cosette che ti faranno proprio contento. E allora il suddetto disse va bene, andiamo.
E allora andarono ove il tal Morales aveva lasciato la sua macchina, cioè la macchina del suddetto. E allora io mi misi a correre per arrivare prima di loro. E allora arrivai e presi la mia posizione.
E allora poco dopo vidi le luci della macchina, che entrò nel parcheggio. E allora scesero tutti e quattro. E allora uno dei guardaspalle disse senta capo, devo andare in bagno, ho paura che mi ha fatto male qualcosa che abbiamo mangiato là dentro. E allora l’altro disse che pure lui doveva andare in bagno. E allora Magdalena disse che lì nel cortile c’era la latrina. E allora quelli ci andarono di corsa, facendo a chi arrivava primo al cesso, ma inciampavano perché erano sbronzi.
E allora Magdalena entrò nella casetta. E allora disse al suddetto, cioè al tale Morales, aspettami tesoro che vado a mettermi qualcosa di comodo che vedrai quanto ti piacerà. E allora Magdalena entrò nella stanzetta dove stavamo nascosti tutti. E allora diedi il segnale.
E allora Erika accese gli altoparlanti e cominciò a dire al microfono arrendetevi, siete circondati. E allora Maa Jchixuch accese tutti i petardi che aveva preparato. E fu come una sparatoria. E allora si scatenò un gran casino.
E allora quelli della scorta vennero fuori di corsa, ma si muovevano male per via della sbronza e delle braghe calate e si cagavano addosso, un po’ per la paura degli spari e un po’ per l’attacco di diarrea provocato dalla purga della Toñita. E allora scapparono verso i campi. E allora il suddetto Morales disse che cazzo succede. E allora credo che per lo spavento gli era passata la sbronza, perché sembrava tornato in sé. E allora uscimmo fuori e lo circondammo.
E allora io gli dissi che era in arresto per ordine delle autorità autonome di giustizia delle Giunte di Buon Governo e che lo dovevamo portare via per rendere conto delle sue malefatte. E allora il suddetto Morales rispose: «A me nessuno mi può arrestare».
E allora Erika disse: «Infatti noi siamo Nessuno».
E allora doña Juanita stava per legargli le mani, quando il suddetto Morales tirò fuori una pistola e ce la puntò contro dicendo su le mani. E allora noi alzammo tutti le mani. E allora il tal Morales, cioè il suddetto, disse che era un osso troppo duro per i luridi pezzenti zapatisti, che lui non si faceva arrestare da dei nessuno. E puntò la pistola contro Toñita dicendo lurida cagna, e poi la puntò contro doña Juanita dicendo lurida vecchia incartapecorita, e poi la puntò contro il Giustiziere dicendo lurido negro rognoso, e poi la puntò contro Maa Jchixuch dicendo lurido punk del cazzo, poi la puntò contro Erika dicendo lurida mocciosa, e poi la puntò contro Magdalena dicendo lurido frocio, e poi la puntò contro di me dicendo lurido indio. E poi continuando a girare la pistola disse che ci voleva ammazzare tutti, che noi siamo quelli che rompono sempre i coglioni, che se crepiamo nessuno sente la nostra mancanza perché come noi ce ne sono sempre troppi.
E allora mentre il tal Morales, cioè il suddetto, ci propinava la sua solfa neoliberista, Magdalena sembrò farsi coraggio e si lanciò su di lui e cominciarono a lottare. E allora fu come un segnale, perché tutti ci buttammo addosso al suddetto. E allora ci fu lo sparo. E allora riuscimmo a tenerlo fermo e gli togliemmo la pistola. E allora fra doña Juanita, il Giustiziere, Toñita ed Erika, lo legarono mani e piedi. E allora Magdalena era rimasta per terra. E allora pensai che era per via delle botte prese. Andai a tirarla su. E allora vidi il buco nella pancia. E allora dissi a doña Juanita di fare presto, che Magdalena era ferita.
E allora doña Juanita cercò subito qualcosa nella sua bisaccia delle erbe medicinali, e le fece un impacco per fermare il sangue. E allora dissi a Erika di avvisare subito per radio che avevamo un ferito. E allora dissi a Magdalena di non preoccuparsi, che la portavamo all’ospedale per farla curare. E allora la povera Magdalena era sempre più pallida. E allora dissi al Giustiziere di prendere il camion che ce ne andavamo via. E agli altri di caricarci sopra il suddetto Morales, che lo consegnavamo alla giustizia, e di fare posto per la Magdalena. E allora rimasi accanto a lei, e mi chiese come era andata la missione. E allora io le dissi molto bene, perché grazie a lei, o lui, avevamo finalmente catturato il malvagio. E allora lui, cioè lei, mi chiese se era bella. Io le risposi che sembrava una principessa. E allora lei si mise a piangere. E allora pensai che era per la ferita che le faceva male, e le dissi di non piangere, che la portavamo subito a curarla. E allora lui, cioè lei, disse che non piangeva per la ferita, piangeva perché nessuno le aveva mai detto che sembrava una principessa. E io le dissi che mi era sempre sembrata una principessa, però non glielo avevo mai detto per paura che pensava male. E allora tornarono tutti lì, per occuparsi di Magdalena. E allora doña Juanita, che cercava di curare la ferita, mi disse all’orecchio, piano piano per non farsi sentire dagli altri, che Magdalena non poteva farcela, che la pallottola le aveva fatto troppo danno nella pancia. E allora io non mi staccavo da Magdalena e le tenevo la mano e provavo a farle coraggio. E allora lei, cioè lui, mi chiese se stava per morire. E allora io risposi di no, ma no che non stai per morire. E allora lui, cioè lei, disse che voleva essere portata in un ospedale zapatista, così già che c’era la operavano per avere il corpo di quello che era in realtà, cioè una donna. E allora io le dissi sì, certo che sì. E allora lei, cioè lui, disse che te ne pare se uno zapatista si innamora di me e poi ci sposiamo e a te ti chiama «suocero». E allora io dissi magari, anzi, sicuramente sì. E allora lui, cioè lei, disse papà Elías, hai visto che alla fine abbiamo fregato il male e il malvagio. E allora io dissi sì, figlia mia, alla fine li abbiamo fregati. E allora Magdalena mi disse ascolta papà Elías, se muoio piangi per me un fiume di lacrime. E allora io le dissi ma no che non muori, cioè sì ma non adesso, tra chissà quanti anni. E allora Magdalena non disse più niente. E allora doña Juanita le prese il polso, e disse che Magdalena ci aveva lasciato.
E allora restammo tutti in silenzio, come se eravamo morti tutti…
Il tale Morales non è quel tale Morales
DICHIARAZIONE PUBBLICA DEI FATTI
Comunità di La Realidad, Municipio Autonomo Ribelle Zapatista di San Pedro de Michoacán, Giunta di Buon Governo.
Alle 10 del mattino del giorno 9 febbraio 2005, riunite le autorità di giustizia di tutti i municipi autonomi ribelli zapatisti delle cinque Giunte di Buon Governo degli Altos del Chiapas, Zona Selva Tzeltal, Zona Nord, Zona Tzotz Choj e Zona Selva di Frontiera, per risolvere il problema di cosa sta succedendo nei Montes Azules, che si trovano nel nostro stato del Chiapas nel nostro paese che si chiama Messico, per colpa dei malgoverni nazionali e internazionali. Il problema è che i ricchi e potenti vogliono rubarsi i Montes Azules che appartengono a tutta l’umanità e li vogliono usare per il loro interesse senza preoccuparsi delle grandi disgrazie che così possono provocare.
Per individuare i presunti responsabili di tali fatti è stato arrestato oggi un uomo accusato di aver commesso tale crimine con l’appoggio del malgoverno. Il detenuto è stato messo a disposizione delle autorità autonome per appurare le sue responsabilità. Il compagno che lo ha catturato è Elías Contreras, commissione d’indagine dell’Ezln, che non si trova qui presente perché un suo parente è rimasto ferito gravemente durante l’operazione per arrestare il tale Morales, il quale però non si chiama così e ha molti altri nomi. Il detenuto è in buono stato di salute, senza segni di colpi o ferite e ha solo le mani un po’ gonfie per via dei legacci, misura necessaria a impedirgli di compiere altre malefatte, e inoltre sembra risentire dei postumi di una sbronza. Oltre al detenuto, sono state consegnate le seguenti cose che portava con sé:
1] Un’arma corta, cioè una pistola semiautomatica Colt calibro .45 Acp, di quelle in dotazione agli ufficiali dell’Esercito federale messicano. La pistola ha l’emblema nazionale del Messico sulle guancette dell’impugnatura e il numero di matricola limato, illeggibile. Nel caricatore ci sono sei pallottole.
2] Vari documenti di identità e passaporti, tutti con la foto del detenuto ma con nomi diversi, e cioè: Diego Manuel de Jesús Cevallos Bartlett y Ortega, Santiago Felipe Creel Calderón y Sahagún, Onésimo Iñiguez Cepeda Sandoval, Roberto Carlos Madrazo Salinas de Gortari, Vicente Ernesto Fox Zedillo, Enrique Mario Renán Cervantes Castillo, Jorge Morales Serrano Limón.
Nota: alcune sono tessere elettorali, i passaporti hanno foto e impronte digitali del detenuto, in altri documenti c’è solo la foto, come le tessere di Pro Vida, Movimiento universitario de renovadora orientación, Unión nacional de padres de familia, Desarrollo humano integral e Acción ciudadana.
3] 150 000 pesos, 12 000 dollari, e carte di credito di varie banche.
4] Un telefono satellitare marca Goldstar, cioè un telefono con cui si può parlare in qualsiasi parte del mondo. Un piccolo computer che viene chiamato palmare, cioè che sta in una mano, dove compaiono molti nomi, numeri e indirizzi.
Dopo che il detenuto ha potuto vedere con i suoi occhi tutte queste cose, o casi, e riconoscere che sono suoi, cioè di sua proprietà, lo abbiamo informato che è accusato di molte malefatte compiute contro le popolazioni indigene del Messico e contro tutte le persone che vivono in questo paese, come la svendita agli interessi stranieri delle risorse naturali della nostra Patria, e anche di aver architettato la morte di tanti fratelli indigeni. Gli abbiamo detto chiaro che è accusato di fare affari con il malgoverno e con i neoliberisti, svendendo le ricchezze della regione del Chiapas conosciuta come Montes Azules.
PRIMA DICHIARAZIONE PUBBLICA DEL TALE MORALES
Il detenuto ha detto che non si chiama così, che Morales è uno dei nomi da lui usati nel suo lavoro, che non si ricorda neanche più come si chiama veramente perché ha cambiato nome tante volte, a seconda di con chi fa affari.
Dice che è stato catturato nel capoluogo municipale di Ocosingo, qui nello stato del Chiapas, Messico. Dice che nessuno lo ha arrestato. Gli è stato chiesto cosa significa questa storia che nessuno lo ha arrestato e lui ha risposto che così gli hanno detto quelli che lo hanno catturato, che sono nessuno. Le autorità non hanno ben capito cosa diamine sta dicendo e gli hanno ordinato di parlare in modo chiaro. Il detenuto a questo punto si è infuriato e ha cominciato a insultare le autorità e tutti gli zapatisti in generale e ha detto chiaro che lui ha conoscenze influenti nella Corte suprema di giustizia della Nazione e nel Congresso dell’Unione e nella Presidenza della Repubblica e anche con Bush, Blair, Berlusconi, il re e la regina di Spagna e ha fatto altri nomi che non siamo riusciti a scrivere perché parlava troppo in fretta, perché aveva un attacco di rabbia. Ci siamo limitati a guardarlo aspettando che gli passasse. Il detenuto, superata l’incazzatura, è diventato più mansueto e ha detto che può darci del denaro e dei liquori e pure delle donne se lo lasciamo andare. A questo punto la compagna Lupe si è incazzata lei per la mancanza di rispetto verso le donne dimostrata dal detenuto, comunque la compagna Lupe non ha detto niente e ha aspettato anche lei. Siccome non dicevamo niente e continuavamo a fissarlo, il detenuto ha cominciato a piagnucolare dicendo che lo avremmo ucciso.
Noi, intanto, aspettavamo. Tra gli insulti, le cose che ci offriva per lasciarlo andare e i piagnistei, è arrivata l’ora del pozol e le autorità hanno deciso di fare una pausa. Il detenuto non ha voluto mangiare il pozol.
SECONDA DICHIARAZIONE PUBBLICA DEL TALE MORALES
CHE NON SI CHIAMA MORALES
Dopo aver mangiato il pozol, abbiamo ridato la parola al detenuto con domande e risposte. Ma prima lo abbiamo avvertito che se non parlava in modo chiaro e non la piantava con le minacce, lo consegnavamo alle autorità del malgoverno alla presenza dei giornalisti mostrando tutto quello che gli avevamo trovato addosso. Allora il detenuto ha detto di no, di non fare una cosa simile, perché i suoi padroni lo avrebbero ammazzato per non farlo parlare, perché nelle sue malefatte erano coinvolte molte persone potenti del Messico e del mondo e lo avrebbero fatto tacere per impedire che li accusasse. Ha detto che i potenti fanno così, che quando qualcuno non gli serve più o li mette in pericolo quelli lo eliminano e se ne cercano un altro. Il detenuto a questo punto ha detto di essere disposto a collaborare e a dire la verità.
AUTORITÀ: Si chiede all’accusato perché possiede un telefono satellitare.
QUELLO CHE NON SI CHIAMA MORALES: Risponde che gli serve a comunicare direttamente dai Montes Azules con i suoi amici negli Stati Uniti e in Europa.
AUTORITÀ: Per quale motivo comunicava con quegli amici?
QUELLO CHE NON È MORALES: Per informarli su come andava il piano dei Montes Azules.
AUTORITÀ: Quale piano?
QUELLO CHE NON È MORALES: Ottenere la privatizzazione di quelle terre per venderle. Prima avremmo dovuto far sloggiare le comunità indigene che vivono lì. Il piano era di provocare un problema per giustificare l’occupazione militare dell’intera zona e quindi ripulirla dagli abitanti.
Il nostro piano, perché non crediate che sono da solo in tutto questo, era di distribuire droga in giro come pretesto per far intervenire l’esercito, ma non è stato possibile perché voi proibite la droga. Poi volevamo appiccare incendi forestali, ma neanche questo è stato possibile perché avete fatto una legge sulla salvaguardia dei boschi. Poi il piano era di scatenare uno scontro fra indios. Avevamo già contattato alcuni lacandoni, quelli di Socama e qualcuno della Aric ufficiale. Li avremmo sottoposti ad addestramento paramilitare, come abbiamo fatto nel Nord del Chiapas e negli Altos, per poi mandarli contro le comunità zapatiste della zona, ma anche questo piano è finito in merda perché voi avete stabilito degli accordi convincendo quelle comunità a risistemarsi altrove, e così niente più pretesto. Il piano era naufragato e occorreva inventarne un altro. Ci stavo lavorando quando mi avete preso.
AUTORITÀ: Cosa significa che non è da solo in queste imprese?
QUELLO CHE NON È MORALES: Perché nell’affare è coinvolta molta gente ricca e potente. I loro rappresentanti si sono riuniti con Fox qualche giorno fa, proprio nella Selva Lacandona. L’hanno escogitata per questo, la visita di lui e sua moglie. La faccenda di promuovere l’ecoturismo era una balla. Sono venuti quaggiù perché i potenti stanno facendo pressioni per privatizzare tutto così loro comprano e fanno un sacco di affari. C’erano lì Zedillo e Carabias.
Il telefono satellitare mi serviva proprio per parlare con qualcuno molto vicino a Fox, uno che lo segue nel suo giro in Europa. Ero incaricato di capire come risolvere la questione dei terreni privatizzabili e anche di trovare certi animaletti molto richiesti dalla corte spagnola.
Se riuscivo a trovarli, dovevo avvisarlo per telefono in Spagna, e starà ancora aspettando la mia chiamata.
AUTORITÀ: A cosa serviva tutto il denaro che portava con sé?
QUELLO CHE NON È MORALES: A pagare il trasporto degli animali fino in Spagna e darne una parte agli indios che abbiamo comprato per farci appoggiare nella questione delle privatizzazioni. E comunque bisogna distribuire soldi a destra e a manca, a funzionari piccoli, medi e grandi, municipali, statali e federali.
AUTORITÀ: Chi doveva organizzare i paramilitari?
QUELLO CHE NON È MORALES: Alle armi e all’addestramento ci avrebbe pensato l’Esercito federale. Ma la selezione e la preparazione ideologica degli uomini da arruolare era compito di El Yunque.
AUTORITÀ: Cos’è El Yunque?
QUELLO CHE NON È MORALES: È un’organizzazione clandestina di destra, di estrema destra, sono quelli che adesso si sono infilati nel Pan e nel governo Fox. E sono dentro anche altri partiti. In questa organizzazione ci sono politici, imprenditori, vescovi. Da anni seguono gli insegnamenti dei predecessori, cioè Salinas e Zedillo. Il piano consiste nel vendere tutto quello che si può e diventare straricchi. Non gliene frega niente di niente, né della Patria, né della religione, né della gente, anche se a parole dicono l’esatto contrario.
AUTORITÀ: Lei fa parte di El Yunque?
QUELLO CHE NON È MORALES: No, mi hanno contattato loro perché ho lavorato al reclutamento dei paramilitari nel Nord del Chiapas, con quelli di Paz y Justicia. E anche negli Altos, con i cardenisti e quelli di Máscara Roja.
E da altre parti con vari gruppi, come Los Puñales, Los Chinchulines, Los Albores de Chiapas, Los Aguilares, il Mira, Socama… Oltre ai Montes Azules, stavo organizzando quelli del Prd di Zinacantán. El Yunque è convinto che lo zapatismo è il principale ostacolo per i suoi piani.
È disposto a tutto, persino a scatenare la guerra, per eliminare voialtri. E adesso si è ringalluzzito per la vittoria di Bush negli Stati Uniti. I gringos ricchi vogliono tutto il pianeta e i politici messicani vogliono vendergli la parte di pianeta che si chiama Messico. El Yunque è uno dei venditori, ma esistono altri gruppi all’interno dei partiti.
Chi rimane al potere, poco importa che sia il Pan, il Pri o il Prd, si occuperà della vendita.
AUTORITÀ: Queste cose che sta dicendo, le sanno quelli dei vari malgoverni?
QUELLO CHE NON È MORALES: Certo che le sanno. Sono loro che stanno organizzando tutto! Io sono soltanto un impiegato.
Nota: Si sospende la seconda dichiarazione perché è arrivato un dispaccio dal Comando generale dell’Ezln che dice che sono state fatte le indagini sul telefono satellitare e il numero risulta intestato alla Fondazione Vamos México, diretta dalla signora Marta Sahagún de Fox, cioè la moglie del presidente Fox.
TERZA DICHIARAZIONE DI QUELLO CHE NON È MORALES
È stato chiesto all’accusato se ha qualcos’altro da dichiarare e quello che non è Morales ha detto di sì, ed è partito con una lunga tirata sui questo e quello e non si capiva bene perché un momento era arrabbiato e subito dopo piagnucolava e poi sbraitava e poi mormorava chissà cosa come se parlasse da solo. Quel poco che siamo riusciti a capire è che ha parlato del defunto Pável González, che era uno studente della Unam che è stato ucciso e quello che non è Morales ha detto che il suo assassinio era un avvertimento di El Yunque alle autorità che volevano portare allo scoperto le sue attività all’interno della Unam e altrove, e il messaggio era che si sarebbe scatenata la guerra. E che anche l’assassinio di Digna Ochoa era un avvertimento. Che quelli di El Yunque, cioè l’estrema destra, usano gli stessi metodi dei governi gringos, cioè la guerra preventiva, che ammazzano la gente ancor prima di chiedere chi sono e cosa vogliono. Che tutti i governi devono fare finta di cambiare le cose senza cambiare niente, e se no si ricomincia da capo. Che lui, il tale Morales che non è Morales, è soltanto uno tra i tanti, e se anche lo facciamo fuori ne arriveranno altri come lui o peggio ancora. E ha chiesto perdono, dicendo che non lo farà più. Che vuole rivedere sua mamma. E che vadano a farsi fottere tutte le nostre, di madri. Che spera che nessuno muoia. Che lo perdoniamo. Che ha paura, tanta paura. E allora quello che non è Morales se l’è fatta nei calzoni, cioè si è cagato e pisciato addosso, senza neanche avvisare, e vista la porcheria che aveva combinato la dichiarazione è stata sospesa a causa della puzza, che era proprio un vero schifo, per dargli il tempo di andarsi a ripulire.
Quando è tornato ha detto che non aveva altro da dire.
Si conclude qui la dichiarazione del tale Morales che non è tale.
Firma del detenuto e accusato, dei compagni e compagne delle commissioni di Onore e Giustizia dei vari municipi autonomi ribelli zapatisti
SENTENZA
Le commissioni di Onore e Giustizia di tutti i municipi autonomi zapatisti che si sono organizzati nelle cinque Giunte di Buon Governo, si riuniscono per emettere la sentenza sul caso di quello che non è Morales.
Alle ore 16,40 [le quattro e quaranta del pomeriggio] del giorno 9 febbraio 2005, le commissioni, dopo aver ascoltato la prima, la seconda e la terza dichiarazione del tale Morales, accusato di svendere la sovranità nazionale, cioè la Patria, e di pianificare la morte di indigeni messicani, essendo stata provata la sua partecipazione in tale crimine, emettono la seguente sentenza:
1] Che il signore conosciuto come Morales ma che non si chiama così e ha molti altri nomi, è condannato a dieci anni di lavoro comunitario nei progetti che le Giunte di Buon Governo hanno avviato in diverse comunità zapatiste, in seguito alla sua partecipazione diretta a un crimine così malvagio contro l’umanità.
2] Che non potrà riacquistare la libertà sulla parola finché non avrà scontato la condanna.
3] Che non essendoci altra questione da trattare si dà per concluso il procedimento alle 17 [le cinque del pomeriggio].
Firma del detenuto, accusato e ora condannato
Firma delle autorità delle commissioni di Onore e Giustizia dei municipi autonomi.
Brani della conversazione telefonica multipla,in collegamento simultaneo da Washington, Roma,Madrid, Londra, Mosca e Città del Messico
[intercettata il giorno 10 febbraio 2005 dal sistema di spionaggio satellitare Echelon e cancellata dagli archivi per ordine di Condoleezza Rice, segretaria di Stato Usa]
«Hanno preso Morales in Chiapas».
«Fatelo rilasciare».
«Non è possibile, lo hanno catturato gli zapatisti e su quelli non abbiamo alcun controllo».
«Fuck! Quello vuoterà il sacco e gli zapatisti renderanno pubblico tutto. Bisogna fare qualcosa».
«Dove lo tengono?»
«Lo hanno processato per la faccenda dei Montes Azules e dei paramilitari. Lo hanno condannato al lavoro collettivo nei villaggi degli indios. Sicuramente gli avranno trovato tutto quello che portava con sé. I documenti d’identità non sono un problema perché possiamo dire che sono stati fabbricati dagli zapatisti, ma l’agenda elettronica è piena zeppa di nomi che potrebbero mandare tutto all’aria».
«Bisogna localizzarlo ed eliminarlo».
«Sì, fatelo fuori e poi date la colpa agli zapatisti».
«Non è una buona idea. Non ci crederà nessuno. Se gli zapatisti non hanno ammazzato il generale Absalón Castellanos Domínguez, che avevano catturato ed era come lui o anche peggio, men che meno ammazzerebbero Morales».
«Hai ragione. Però non c’è altra scelta».
«Sapete dove lo tengono?»
«No, ma possiamo scoprirlo».
«Fatelo e poi mandate qualcuno che gli dia qualcosa per farlo ammalare gravemente. Dobbiamo agire in fretta, perché gli zapatisti non ci metteranno molto a rendere tutto pubblico».
«Ci manderemo López, che da tempo si trova nella zona sotto l’identità di un giornalista, lui è come Morales, cioè capace di ammazzare anche sua madre».
«Okay, ma ricordati che se qualcosa va storto tu sarai il primo a cadere».
Io arrivo soltanto fin qui
Insomma, così è andata con questa cosa o caso del mio viaggio a Città del Messico, cioè nel mostro, per cercare il male e il malvagio e lavorare con Belascoarán, e della gente che ho conosciuto e di quello che ho fatto qua e là, in Chiapas e a Città del Messico. Poco tempo fa ho spedito una lettera a Belascoarán per raccontargli che il tale Morales non era Morales e tutto quello che è successo, riguardo al male e al malvagio. Di Magdalena non gli ho detto niente, e forse non ne parlo neanche a voi, perché come ho detto all’inizio di questa storia ci sono ferite che non si rimarginano se ne parli, anzi, sanguinano di più quando le vesti di parole. Adesso che finisco con voi vado a portare dei fiori sulla sua tomba. Ci sarà anche Nessuno.
Sulla tomba di Magdalena ho scritto nel cemento fresco queste parole: «Qui riposa il cuore di Nessuno».
Bene, io vado. Io arrivo soltanto fin qui. E poi devo ancora spazzolare la mula, senza offesa, comunque prima voglio ringraziarvi tanto perché vi siete fermati a guardarci, almeno un poco, che è sempre meglio di niente. Io ho fatto il mio lavoro. Manca di sapere come è andata a Belascoarán là nel Mostro, a Città del Messico. Vi consiglio di continuare a seguire la faccenda, perché gli zapatisti sono fatti così, quando sembra che abbiamo finito, tutto a un tratto ce ne veniamo fuori con qualche altra cosa, o caso, insomma. Cioè la nostra lotta è fatta così: manca sempre quel che manca. E volete sapere una cosa? Risulta che il Sup non c’è, perché è andato a parlare con Moy e Tacho e allora io mi ritrovo qui solo soletto, e allora tocca a me mettere la parola fine alla nostra partecipazione in questa storia di morti scomodi e all’intera cosa, o caso, come preferite. Dunque, sarò io a firmare:
Dalle montagne del Sudest messicano
Elías Contreras
Commissione d’indagine dell’Esercito zapatista
di liberazione nazionale
Messico, febbraio 2005






