E vivo nel passato

Era una strana alba, e Héctor seguì la nascita di quel nuovo giorno con particolare attenzione, quasi con precisione matematica. Prima, la presenza ancora invisibile del sole aveva stemperato la densità del buio, poi alcune striature grigiastre all’orizzonte e infine la comparsa di nubi stranamente violacee; e infine, la luce. «Lo smog fa cose meravigliose» disse tra sé il detective. Quindi scese a tentare di svegliare quelli del ristorantino che sistemavano sempre i tavoli per la colazione brancolando in uno stato di sonno profondo, per farsi preparare un succo d’arancia fresco, cioè appena tirato fuori dal frigorifero dopo la spremitura avvenuta almeno un mese e mezzo prima in un’azienda di Miami.
Quando Monteverde uscì dal portone di casa sua, Héctor era lì ad aspettarlo.
«E il cane?»
«Non posso certo portarlo in ufficio. Lui resta a casa».
«Conosce Barnie? Barnie il dinosauro viola».
«Prego?»
«Credo di sapere chi ci sta lasciando i messaggi» disse Héctor accendendo una sigaretta. «Jesús María Alvarado aveva un figlio, Angel Alvarado Alvarado, e mi hanno detto che di mestiere fa il doppiatore dei cartoni animati alla televisione, degli Antenati, e di un dinosauro viola».
«Gli Antenati non li danno più alla tele».
«Insomma, qualcosa del genere… Lo conosce?»
«No».
«Lo immaginavo».

Arrivato in ufficio, Héctor scoprì che i suoi coinquilini erano in giro a fare commissioni varie. Due biglietti lo annunciavano: «Sono andato ad aggiustare le tubature a una signora. Gilberto» e «Sto alla Merced a comprare stoffe di Java e di Juir. Carlos». Ciò significava che oltre a sbrigare le sue faccende investigative, doveva anche rispondere alle telefonate e prendere nota dei messaggi.
Fece per l’ennesima volta il numero di Angel Alvarado che gli avevano dato e ascoltò gli interminabili squilli a vuoto. Non rispondeva nessuno. Ma esisteva davvero Alvarado?
Tirò fuori gli appunti sui ministri di Juárez e prese le pagine gialle, ma prima di tentare una ricerca incrociata tra i cognomi e i negozi di mobili, ricorse a una logica più semplice: non potevano essere Ruiz, Ramírez o Guzmán, troppo comuni. Perché in tal caso nessuno avrebbe detto «hai lo stesso cognome di un ministro di Juárez», semmai avrebbero detto «tu e altri diecimila tizi sull’elenco telefonico vi chiamate così». Doveva essere uno dei ministri più conosciuti, non una qualsiasi comparsa della storia, e con un nome che ricordasse una via, una statua sul Paseo de la Reforma. Non era Melchor Ocampo, troppo famoso, a cui era intestata una grande avenida; quello era un punto di riferimento, non lo avrebbero citato come «ministro di Juárez». Prieto? Zarco? Santos Degollado? Lerdo de Tejada? Non poteva essere neppure González Ortega, difficile che usasse un doppio cognome.
L’elenco telefonico è come la Bibbia per i fondamentalisti del Kansas o i Tarocchi per le cartomanti. Se hai ben chiare le domande, in quel volume dalle pagine giallognole ci sono tutte le risposte. Tre negozi di mobili Prieto, un venditore dell’usato Lerdo, un negozio di elettrodomestici Zarco, un «deposito» mobili Degollado. Sei, per cominciare. Annotò gli indirizzi, e brindò all’indagine con una bibita.

Héctor rifece il numero della sua Gola Profonda e stavolta una voce diede segni di vita all’altro capo della linea.
«Il signor Alvarado?»
«Non è ancora arrivato, ma sarà qui verso mezzogiorno, ha un doppiaggio».
«Mi scusi, qui dove?»
«Lei ha chiamato gli Estudios, gli studi Gama. Siamo nella colonia Roma, calle Puebla 108, vicino alla fermata del metrò Insurgentes».

Il dinosauro Barnie aveva l’aspetto di un messicano robusto che non si radeva da giorni, un quarantenne panzuto. Quando finì di doppiare uno dei tre porcellini con una vocina vezzosa, gli passarono il messaggio di Héctor, che lo stava guardando dall’altra parte del vetro. Un biglietto con su scritto: «Jesús María Alvarado vuole parlare con te».
«Salve» disse poco dopo, un po’ timido, tendendo cerimoniosamente la mano, pelosa e calda. La voce risultavainconfondibile. Andarono a sedersi in un giardinetto dietro gli studi e AlvaradoBarnie tirò fuori un sacchetto di pane duro che diede da mangiare ai piccioni. Héctor prese il pacchetto di Delicados con filtro e quindi si mise a soffiare il fumo sui volatili che si avvicinavano attratti dalle briciole.
«Lei deve essere uno di quelli che hanno ricevuto le telefonate».
Héctor annuì assumendo ancora una volta l’espressione da Alec Guinness. Lo avrebbe lasciato raccontare la sua storia in tutta tranquillità.
«È un’idea che mi è venuta a un certo punto».
Héctor sorrise. Angel Alvarado gli stava simpatico.
«Non era una cattiva idea» disse.
«Sì, vero? Del resto, è la cosa che so fare meglio. Parlare a un microfono. Che altro avrei potuto fare, sparare a quello stronzo? Macché. Rivolgermi alla polizia? Neanche per sogno. Cosa avrei detto? Ho incontrato per strada una carogna che credo abbia ammazzato mio padre trent’anni fa, un certo Morales che non si chiama Morales. E dirgli che è un poliziotto pure lui, come voi, o lo era, o magari eravate nella stessa congrega, o che ne so. No, non era possibile».
«E perché telefonava a Monteverde?»
«Chi è Monteverde?»
«Quello che era amico di suo padre nel ’68, che ha un cane di nome Tobías, quello che mi ha coinvolto in questa storia».
«Ah, be’, era uno dei tanti che chiamavo. Ho trovato un’agendina di mio padre e mi sono messo a telefonare a tutti i numeri che c’erano. La maggior parte dei suoi amici degli anni sessanta non rispondeva più a quei numeri, qualcuno era morto, altri vivevano fuori Città del Messico. Comunque, ne ho lasciati un sacco di messaggi nelle segreterie».
«E a me? Perché ha chiamato anche me?»
«Lei chi è?»
«Héctor Belascoarán».
«Il detective».
«A volte».
«Ah, be’, con lei è stata davvero buffa, la cosa. Stavo lasciando un messaggio quando il tizio in questione ha alzato la cornetta per dirmi: «Non rompermi più le palle, fratello, perché non provi con un detective che si chiama Belascoarán, uno che ho incontrato all’Archivio generale della nazione mentre cercava foto tue?».
«E poi?»
«Niente, ho seguito il consiglio».
«E Morales?»
«La carogna?»
«Proprio lui».
«Una settimana fa camminavo per calle San Juan de Letrán, volevo comprare dei video piratati, di quelli da quindici pesos, roba fina, e magari farmi una tazza di cioccolata e una ciambella, quando a un tratto, merda, me lo vedo davanti. Vedo un tizio e subito provo una strana sensazione, un brivido nella schiena. Lei crede ai fantasmi?»
«Ad alcuni sì e ad altri no, dipende» rispose Belascoarán, che non voleva apparire enigmatico, ma solo stabilire la differenza tra Hollywood e l’Olocausto».
«L’ho osservato bene. Era lui, era il Morales che avevo visto a Lecumberri. Che una volta mi aveva regalato la sua collezione di yoyo, tutto gentilezza e moine, quel figlio di puttana. Lui, quello che ha ucciso mio padre. E mi sono messo a tremare come una foglia. Poi sono riuscito a controllarmi, e l’ho visto entrare nella Torre Latinoamericana, dritto agli ascensori. Ho tentato di capire a quale piano scendeva, ma le soste sono state al 7°, al 17° e al 41°».
«E allora?»
«Allora me ne sono andato a casa, e non ho detto niente a mia figlia. La notte non ho potuto chiudere occhio, sudavo freddo. E al mattino ho preso l’agendina di mio padre e ho cominciato a lasciare messaggi».
«E quella storia che racconta di Morales, quando piazzò una sbarra in una strada di campagna per rubare il caffè ai contadini?»
«Me l’hanno raccontata tempo fa».
«E tutta la sua teoria che ci sarebbe stata un’amnistia sottobanco in questo paese e Morales ne ha beneficiato?»
«Perché, non è vero? Non è la pura, semplice e schifosa verità? Non se ne vanno forse in giro impunemente, gli assassini, e ben pasciuti?»
Héctor annuì.
«E il colpo alla nuca?»
«Io avevo sette anni e mio padre era appena uscito dal carcere. Se ne stava sdraiato sul letto a leggere il Diario del Che in Bolivia. Non lo dimenticherò mai, quel libro lo conservo ancora, nell’edizione di Siglo XXI, con le pagine scollate, casca a pezzi, ma ce l’ho ancora. Qualcuno gli telefonò, lui si mise le scarpe e uscì. Mia nonna ha sempre sostenuto che a chiamare fosse stato Morales… E non tornò più. Lo ritrovarono nei giardini di Tlatelolco, seduto su una panchina, con una pallottola nella nuca».

AlvaradoBarnie si era accomiatato con un «Posso continuare a telefonarle?».
Héctor stava per rispondere con un no secco, ma vedendo il suo sguardo malinconico aveva fatto un cenno affermativo con la testa. Rimase per un po’ nel parco cercando di unire i bandoli della matassa. Nessuno dei mobilifici del suo elenco aveva gli uffici nella Torre Latinoamericana. Ma poteva esserci andato per caso. Finendo l’ultima sigaretta del pacchetto si rese conto di non aver chiesto a Barnie della faccenda di Bin Laden.
Andò a cercare il taxi del rapinatore, sicuro che qualcuno lo avesse già rubato, e invece no, era ancora lì, sgangherato e funzionante.
Guidando nel traffico che nella tarda mattinata diventava sempre più caotico, fece il giro degli indirizzi dell’elenco. I negozi di mobili Prieto appartenevano a tre fratelli molto giovani che li avevano ereditati dal padre un paio di anni prima. Il venditore di mobili usati Lerdo, nella colonia Doctores, era un libanese che aveva rilevato il magazzino negli anni cinquanta. Durante il giro, a un certo punto Héctor fu fermato da una coppia di sposini che andavano alla stazione delle corriere per Toluca. Quando disse loro che la corsa era gratis, i due attribuirono il merito all’amore e alla fortuna, e Héctor non volle disilluderli spiegando che il suo era un taxi pirata rubato a un rapinatore e che lui non faceva quel mestiere.
Si avvicinava l’ora di pranzo. Lo capiva dall’acuirsi dell’olfatto. Da quando era rimasto cieco da un occhio, sentiva meglio gli odori e da maggiore distanza. Lasciò che l’olfatto lo guidasse fino a una taqueria michoacana specializzata in carne di maiale, nella colonia Escandón, nella zona dove più tardi avrebbe cercato il deposito di Degollado.
Un’ora e tredici tacos più tardi, Héctor Belascoarán si fermò in calle Prosperidad, un nome alquanto singolare per quella zona condannata alla decadenza dopo che la Rivoluzione aveva tolto l’hacienda al signor Escandón.
Il portone di ferro del deposito era chiuso dall’esterno con un lucchetto. Nonostante ciò, Héctor bussò tre volte, senza aspettarsi alcuna risposta.
«A volte il signore non sente, è mezzo sordo, entri dal retro» gli disse un ragazzino che stava giocando a pallone, indicandogli un vicolo tra i condomini.
Dopo vari giri Héctor finì in un cortile ingombro di detriti e davanti a un altro portone chiuso con il filo di ferro legato alla meno peggio. Bussò anche a quello, e fedele alla massima secondo la quale non conosceva nessun gatto che fosse stato ucciso dalla curiosità, sciolse il filo di ferro ed entrò.
Quando richiuse il portone alle sue spalle, si rese conto di essere nel buio totale. L’assenza di finestre e lucernari non permetteva neppure di capire quali dimensioni avesse il locale. Ovviamente non aveva con sé una pila, e tenendo in alto l’accendino, come una statua della libertà proletaria, Héctor Belascoarán tentò di aprirsi un varco nelle tenebre. Inciampò in qualcosa che immaginò fosse una cesta e cercò a tentoni una parete, e quando la raggiunse tornò verso l’entrata per localizzare l’interruttore. Lo trovò quasi per caso, molto più in basso di dove lo stava cercando. I tubi al neon illuminarono un fantasmagorico cimitero di mobili. Accatastati per genere e suddivisi in zone: qui i tavoli da cucina, con le gambe di ferro, là i vecchi giradischi con mobiletto, a dir poco arcaici, laggiù un mezzo centinaio di frigoriferi risalenti ad almeno trent’anni addietro, e poi sedie da cucina, da giardino, sgabelli, una dozzina di banconi da bar. In un angolo del magazzino, circa cinquanta metri per cinquanta, scatoloni aperti pieni di giocattoli.
Uno storiografo amico suo, un giorno che era in vena di filosofeggiare, gli aveva detto che bisognava saper distinguere l’antico dal vecchio. A Héctor sembrava una scemenza, ma lì, in effetti, si avvertiva una qualche differenza, non erano soltanto cose vecchie, quello era un cimitero del ceto medio rimasto a metà del guado, la gloriosa classe media degli anni sessanta, soffocata negli ottanta, defunta alla fine del secolo. Era così?
In un angolo del capannone, una scrivania isolata dal resto sembrava voler sancire l’esistenza di un ufficio. Cercò un ferro vecchio per forzare il cassetto, ma non ce n’era bisogno, era aperto. E vuoto. Niente elenchi, registri, neppure la vaga apparenza di un inventario. Soltanto una scatola di biglietti da visita che offrivano due numeri di telefono e due indirizzi, quello della colonia Escandón, dove si trovava, e un ufficio al 41° piano della Torre Latinoamericana, intestati a Juvencio Degollado, direttore generale.

La Torre Latinoamericana è stata per tanti anni il centro di Città del Messico. Lo Zócalo era il centro cerimoniale, il centro simbolico. Ma il luogo dove dare un appuntamento d’amore memorabile era ai piedi della Latinoamericana, all’angolo tra Madero e San Juan de Letrán. Lì, all’ombra dell’edificio più grande della capitale, si radunavano gli aspiranti suicidi, finché la terrazza panoramica non fu circondata da una rete metallica, e si trovavano le coppie di belle speranze, per salire fino al bar dell’ultimo piano da dove la vista poteva spaziare quasi fino alla fine del mondo conosciuto. Adesso la torre non era più la più alta della più grande città del mondo, e c’era persino chi andava dicendo che neanche Città del Messico era ormai la città più grande, che il primato sarebbe stato insidiato da Tokyo o da Buenos Aires. Comunque, c’erano giorni nei quali l’inquinamento impediva di vedere il panorama da lassù. E in un certo fottutissimo senso, giusto per piantarla di rompere le palle con quella faccenda, Città del Messico aveva perso il centro, non aveva più un centro, era diventata una serie di quartieri i cui abitanti non si conoscevano tra loro, dove i chilangos non uscivano più ad ammirare il pericoloso splendore del mondo urbano.
Accanto alla porta dell’ufficio c’era una piccola targa:
«Mobili Degollado». Non era chiuso a chiave, e Héctor si limitò a girare la maniglia. Una sola stanza, con una scrivania in fondo, sulla moquette verde marcio, dove Morales, seduto sulla poltrona girevole dallo schienale molto alto, con le mani sul ripiano stranamente privo di qualsiasi oggetto, lo fissava.
«Lei dev’essere quello che mi sta seguendo. Lo sapevo».
«No, io sono un amico di quello che la sta seguendo».
Héctor cercò con lo sguardo una sedia per sé, ma non c’era nient’altro che un frigorifero, un obsoleto portaombrelli, due pessime riproduzioni di Velasco con la Valle del Messico e i suoi soliti paesaggi porfiriani incorniciati alla parete.
Morales portava occhiali dalle lenti spesse e il suo sguardo da miope seguiva quello di Belascoarán che osservava la stanza.
«Uno schifo di ufficio, vero?»
Héctor annuì.
«Un tempo era così elegante avere l’ufficio nella Torre Latinoamericana. Era roba da manager con le palle, da usurai di successo, da dentisti che usavano oro a profusione, da rappresentanti di macchinari tedeschi».
«Tanto tempo fa» disse Héctor riposando sul piede buono. Poteva camminare per diverse ore, ma non sopportava di stare in piedi, tra un po’ gli avrebbe fatto male la schiena.
«Vuole una bibita?» chiese Morales indicando il vetusto Westinghouse alto un metro e settanta. Héctor lo aprì. Era quasi vuoto, a malapena una CocaCola e cinque o sei birre Sol.
«Non me ne sono mai andato. Sono sempre rimasto qui, in questa città del cazzo. E ogni tanto qualcuno mi guardava fisso, come se mi riconoscesse, ma non succedeva niente. Si voltava e se ne andava da un’altra parte, con la sua fottuta paura di merda. E a volte ero io che mi sentivo stringere il culo, e mi infilavo di corsa nel metrò con le chiappe sudate, guardandomi dietro le spalle».
Morales indossava un completo blu sbiadito e una cravatta rossa sulla camicia celeste. Non aveva nessuno che gli stirasse i vestiti e lui sicuramente non aveva imparato a farlo. Héctor stappò la bottiglietta usando il manico di una cucitrice che stava sopra il frigorifero e ne prese una sorsata. Aveva uno strano sapore. Morales voleva forse avvelenarlo? Sputò la boccata di CocaCola sulla scrivania. Morales, colto di sorpresa, fece un salto indietro e aprì un cassetto da cui tentò di estrarre una pistola, ma Belascoarán lo richiuse con un calcio, schiacciandogli la mano dentro. Mentre Morales sbraitava parole inintellegibili, il detective si sentì molto orgoglioso del passo di danza con cui volteggiò intorno alla scrivania per poi sferrare il calcio con la gamba scassata; adesso sì che avrebbe trascorso la nottata con un tremendo mal di schiena. Sfoderò la pistola e la mostrò al tipo, che cercava contemporaneamente di asciugarsi la camicia inzuppata di CocaCola rancida e di massaggiarsi la mano malridotta.
«Cosa ha messo nella CocaCola?» Héctor pensava che ci avesse sciolto una dozzina di valium. Morales non era il tipo da arsenico. Tutt’al più, un etto di polvere topicida. Ma la vendevano ancora, quella?
«Ma che cazzo, ahia, ahia, vuole che ci abbia messo?»
«Sapeva di merda» disse Héctor come per scusarsi di tutto quel trambusto. «Sarà stata vecchia».
Héctor gli indicò con la canna della pistola l’angolo della stanza dove c’era la finestra. Una bella vista, quaranta piani più sotto doveva esserci la città. Morales si alzò e Belascoarán si sedette al posto suo. Non era male, la poltrona girevole.
«Dunque, lei è Morales» disse Héctor rivolto al nulla, senza degnare di uno sguardo l’uomo che si teneva stretta la mano, già gonfia e violacea all’altezza del polso. Prese la pistola di Morales dal cassetto e se la infilò nella tasca del giubbotto.
«Lei ha ucciso Jesús María Alvarado».
«Assolutamente no. Io lo stavo solo spiando. Glielo giuro sulla Vergine di Guadalupe. Io lo spiavo, nient’altro. Fu Ramírez a ucciderlo».
«No, lei era lì e lo uccise».
«E invece no. Io lo indicai a Ramírez, e quel giorno non ero neanche armato. Gli dissi, guarda, quello è Alvarado, tutto qui. Gli puntai contro il dito, e con il dito non si uccide nessuno. Non sapevo cosa voleva fargli».
«Negli anni settanta lei era un torturatore».
«Le hanno detto questo? Quegli stronzi le hanno detto una cosa simile?»
«Lei denunciò sua moglie e per colpa sua la massacrarono».
«Eravamo separati. Non stavamo più insieme, e mi aveva denunciato perché secondo lei le avevo rubato dei quadri e i gioielli di sua nonna».
«Lei faceva parte della Brigata bianca».
«Mi tenevano con loro ma senza alcun ruolo preciso. Io non contavo un cazzo di niente. Tutt’al più mi mandavano a comprare le birre quando un’operazione andava per il verso giusto».
Morales cominciò a singhiozzare. Si tolse gli occhiali e li gettò sul pavimento. Poi gli uscirono dei lacrimoni.
«Io sono solo un povero coglione. Neanche come merda sono di quelle grosse. Sa come ho fatto un po’ di soldi? Nella maniera più squallida, rubando frigoriferi e stufe nelle case di quelli che sequestravamo e poi sparivano. È stato facile. Tanto, li avremmo ammazzati. Che se ne facevano della stufa quando li aspettavano tre mesi di torture, e semmai ne fossero usciti vivi per una botta di culo, sarebbero finiti in galera per anni. Che? Lasciare tutta la roba ai proprietari degli appartamenti? Macché, nessuno si azzardava a entrarci, in una casa dove avevamo fatto irruzione noi. Puzzava di morte, era bruciata. E così mi misi a rivendere stufe e tavoli di fòrmica, e poltrone con qualche bruciatura di sigaretta. Ecco come ho fatto un po’ di soldi, e neanche tanti».
Era un miserabile, una canaglia di mezza tacca. E Héctor Belascoarán non aveva dubbi sul fatto che nelle torture facesse da gregario, e che avesse rubato gli archivi, e che ogni tanto premesse il grilletto, o usasse il pugnale, o la bottiglia di acqua gasata per soffocare il prigioniero versandogliela nel naso, o che prendesse a calci qualcuno che era già a terra nudo e sanguinante. E adesso cosa ne avrebbe fatto di lui? A chi poteva denunciarlo? In Messico?
«Usciamo di qui» disse a un tratto Héctor.
Il corridoio era deserto. Héctor gli indicò le scale. Quarantuno piani a piedi, non male come punizione. Come punizione per la sua gamba scassata.
«Ma dove vuole portarmi?» chiese Morales abbozzando un vago sorriso. «Dove andiamo?»
«Lei, va in culo a sua madre» disse Belascoarán e, con tutta la rabbia che gli provocava il ricordo di un Jesús María Alvarado che non aveva mai conosciuto e il cui fantasma gli lasciava messaggi in segreteria, gli fece lo sgambetto dandogli contemporaneamente uno spintone, e lo guardò rotolare per quelle scale infinite, interminabili, probabilmente per tutti i quarantuno piani della Torre Latinoamericana, fino all’avenida San Juan de Letrán, altrimenti conosciuta come Lázaro Cárdenas, ufficialmente detta Eje Central. Fino alla fine. Fino all’inferno.

FINE

Epilogo

Camminando verso casa Héctor Belascoarán intravide due o tre possibili Morales. Uno stava scendendo da un’auto davanti all’Hotel Reforma. Cercò di togliersi di dosso quella sensazione paranoica, di scuotersi come si fa con un cattivo pensiero che viene sempre seguito da un brivido, ma riuscì solo ad acuirla.

Incrociò una donna che piangeva, silenziosa, senza sussulti, coprendosi il volto con un fazzoletto di carta azzurrino. Scambiò due chiacchiere sul calcio con un venditore di biglietti della lotteria.
Vide un paio di contadini dall’aria smarrita e li accompagnò alla fermata dei pullman davanti alla stazione del metrò Chapultepéc. Lui aveva in mano un sassofono, lei un sacchetto di pane secco.
La città, quel giorno, aveva un aspetto gradevole, ma Héctor non riusciva a sintonizzarsi con la sua metropoli. I Morales continuavano a comparirgli davanti nei momenti e luoghi più inaspettati: dietro una coppia di adolescenti che si salutavano con un bacio furtivo all’arrivo dell’autobus, sulla porta di una gioielleria che stava abbassando la saracinesca…
Stava diventando pazzo? Oppure era più lucido e assennato che mai? O era più solo di un cane randagio e per questo vedeva fantasmi che riemergevano dal passato?
L’idea del cane gli ricordò che doveva chiamare Monteverde per riferirgli il finale della vicenda. E doveva anche portare un regalo al cane. La salsiccia gli era piaciuta, a suo tempo. Mezzo chilo di luganega di Toluca? Poteva rimanerci secco, il povero Tobías, ma di felicità. Decise che al cane sarebbero bastati due etti e mezzo, il resto lo avrebbe mangiato lui con uova sbattute.

Si tolse le scarpe e le spinse in punta di calzino fino al centro della stanza. La sala da pranzo era vuota. Non aveva mai potuto, né voluto, e neppure pensato di comprare mobili per quella sala. C’era solo la moquette e, in un angolo, la lampada a stelo, la poltrona per sedersi a pensare e il telefono accanto, che vacillava sopra la pila di elenchi telefonici di Città del Messico, i vecchi e i nuovi.
Andò a vedere se c’era una bibita in frigo e trovò una enorme Lulú al ribes da tre litri, ancora intatta. Si sentì felice. Ma quando l’aveva comprata? Quando gli era venuto in mente di organizzare un festino a base di bibita al ribes, sigarette e Mahler? Giù in strada, gli adolescenti yuppies che avevano invaso il quartiere per cenare nei ristoranti facevano un gran fracasso e ridevano a squarciagola.
Arrivavano in macchina inchiodando di colpo e suonando il clacson. Chissà cosa stava facendo in quel momento Elías Contreras in Chiapas. Laggiù tutto doveva essere più chiaro, l’aria più trasparente, i nemici più nitidi, le cose più semplici, le trappole più visibili, come le buche lungo il sentiero. Si affacciò alla finestra e guardò al di là della strada, a molti isolati di distanza, verso l’invisibile Ajusco, verso le pallide luci del Castello di Chapultepéc, oltre la selva di antenne televisive.
Pensò di spedire un telegramma a Elías Contreras, ma se avesse scritto qualcosa tipo «Il mio Morales è andato in culo a sua madre» glielo avrebbero censurato.
Squillò il telefono. Héctor rivolse un’occhiata torva al vetusto apparecchio nero, roba degli anni sessanta, ereditato dal precedente inquilino che lo aveva ereditato dal vecchio proprietario dell’appartamento, e lasciò che suonasse un altro paio di volte. Poi scattò la segreteria.
«Belascoarán, parla Jesús María Alvarado. Sai una cosa? Se pensavi di beccare Morales e togliergli dalle mani Juancho, è troppo tardi. L’ha venduto ai gringos, che se lo sono riportati a Burbank. Pensa che fico se fosse rimasto in Messico, Juancho che lavorava alla tele facendo spot per le merendine Gansito Marinela sul secondo canale. «Osama Bin Laden vi consiglia la migliore merendina ricoperta di cioccolato..». Te lo dico solo perché quando vedrai il prossimo comunicato di quel tizio alla Cnn, guardi bene il segno che ha sopra l’occhio destro, la piccola cicatrice: perché risulta che…»
Héctor lasciò che la registrazione si bloccasse allo scadere del minuto e mezzo. Poi si avvicinò al telefono, sollevò la cornetta e fece un numero a caso.
Rispose la voce registrata di una succursale di Investimenti finanziari internazionali: «Le nostre linee sono momentaneamente occupate. Se desidera lasciare un messaggio prema uno, se desidera parlare con un operatore, prema due, se desidera entrare nel nostro menù principale, prema tre…».
Premette l’uno.
«Salve, vi parla Jesús María Alvarado per informarvi che se nel vostro indirizzario compare un certo Morales, è bene che abbiate molta cautela, perché il tizio in questione crea un sacco di guai, è un esperto in truffe finanziarie ai danni dello Stato grazie alle quali tenta di fregare la stragrande maggioranza delle persone nell’interesse di un’infima minoranza. Più o meno quello che fate voi, ma lui lo fa violando la legge. Insomma, quel Morales può trascinarvi in un bel casino…»
Riattaccò sentendosi profondamente soddisfatto, come un bambino che gioca con un pallone nuovo. Come un adolescente che ha scoperto l’abbonamento clandestino a Playboy del papà. Prese la cornetta e fece un altro numero a caso.
«Questa è la segreteria telefonica di Susana Quirós» disse una voce giovanile «se desidera mandare un fax può farlo subito, se vuole lasciare un messaggio attenda il segnale acustico…»
«Parla Jesús María Alvarado, per informarla che…» attaccò Héctor Belascoarán Shayne, detective indipendente.

  • FINE*

Città del Messico,
fine inverno 2005

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