In coda in dall’alba sui sei chilometri di strada che collegano l’aeroporto internazionale di Karachi con il centro della città, centinaia di migliaia di persone hanno atteso il ritorno in Pakistan della ex primo ministro Benazir Bhutto. Bhutto, leader del Partito popolare del Pakistan [Ppp] è rientrata dopo otto anni di esilio volontario, e ha diretto il convoglio composto da cento funzionari del Ppp verso la tomba di Ali Jinnah, il «padre della patria» per il Pakistan. Il discorso che ha tenuto davanti alla folla annuncia il ritorno della figlia di Ali Bhutto alla politica attiva, dopo che le accuse di corruzione [secondo lei solo politiche] l’avevano costretta alla fuga a Dubai.
In otto anni lo scenario pakistano è cambiato. L’uomo forte, Pervez Musharraf, al potere dal golpe dell’ottobre 1999, è meno saldo in sella di quanto non fosse solo uno o due anni fa e il paese rischia di «talebanizzarsi» se la pressione dei movimenti islamisti armati dovesse tracimare oltre le frontiere delle province del nord ovest, al confine con l’Afghanistan. Il primo colloquio politico di alto profilo nell’agenda della Bhutto è proprio con Musharraf: l’obiettivo è di traghettare il paese, grazie a una «tregua» politica tra i militari e l’elite politica laica, fuori dalle acque turbolente dell’opposizione islamista e dalle tensioni sociali ed etniche che rischiano di frantumare il paese musulmano moderno sognato da Jinnah.
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