L'attentato di Karachi contro Benazir Bhutto dimostra che la presa di Musharraf sul paese asiatico è molto più scivolosa di quanto si credesse. L'ex prima ministro accusa i seguaci del dittatore Zia ul-Haq, il generale che nel 1977 rovesciò il governo di Zulfikar Ali Bhutto.
E’ un paese più debole e diviso, il Pakistan che si è svegliato venerdì mattina, giorno di preghiera, dopo l’attentato di giovedì notte a Karachi. La conta ufficiale delle vittime si è fermata a 139 morti e 550 feriti. Secondo la polizia di Karachi sarebbe stata trovata anche la testa del presunto kamikaze che giovedì si è fatto esplodere in mezzo alla folla di sostenitori dell’ex premier Benazir Bhutto, rientrata nel paese dopo otto anni di esilio volontario.
Doveva essere una festa politica, per il ritorno della prima donna capo di governo di un paese musulmano. E lo era stato, dalla mattina quando centinaia di migliaia di persone avevano iniziato a riempire i sei chilometri di strada dall’aeroporto di Karachi alla città, fino alla fine della giornata, mentre il corteo di auto di Butto si dirigeva alla tomba di Ali Jinnah, l’architetto della partizione dell’India britannica da cui nacque, nel 1947, il Pakistan.
Poi l’esplosione, trasmessa quasi in diretta dalle emittenti pakistane e subito rimbalzata sugli schermi di mezzo mondo, ha trasformato la festa del Partito popolare del Pakistan [Ppp, il più grande partito del paese] in una sequenza irachena di ambulanze, auto della polizia, corpi trascinati via. Benazir Bhutto, obiettivo dell’attentato, è rimasta illesa. Secondo la ricostruzione della polizia di Karachi, le esplosioni sono state due. Prima una granata è stata lanciata tra la folla, poi un kamikaze ha completato il massacro.
Fino a venerdì mattina uno degli attacchi più gravi della storia del Pakistan, non aveva ancora una firma. Nemmeno il presidente Pervez Musharraf, che ha parlato pochi minuti dopo l’esplosione, ha puntato il dito contro qualcuno in particolare. «Sono nemici della democrazia», ha detto con involontaria autoironia il generale, al potere dall’ottobre del 1999, quando estromise con un colpo di stato Anwar Sharif, successore di Bhutto alla carica di primo ministro.
Musharraf ha preparato il ritorno di Bhutto con una legge che, pochi giorni prima delle elezioni presidenziali di due settimane fa, ha cancellato le accuse di corruzione che avevano tenuto la figlia di Ali Bhutto – ancora il premier più amato della storia del Pakistan – in esilio dorato a Londra e a Dubai. Era un segnale di disponibilità del generale, e delle gerarchie militari, verso l’elite politica «laica» del paese, per combattere quello che viene percepito sempre di più come il «comune nemico»: l’estremismo islamico dei movimenti che simpatizzano, per ragioni etniche, religiose o sociali, con i vicini guerriglieri afghani.
Sarebbe semplice, tutto sommato, se dietro le bombe di Karachi ci fossero i «soliti sospetti». Ma non è detto che sia così. Il Ppp, poche ore dopo l’esplosione, ha accusato i «servizi segreti». In assenza di rivendicazioni, le speculazioni non fanno che evidenziare che tra Musharraf e Bhutto i nemici, forse in comune, sono molti più di uno. Asif Ali Zardari, marito di Benazir, da Dubai ha dichiarato che dietro l’attentato non ci sono i «combattenti islamici», ma «un’agenzia dei servizi segreti». Benazir ha accusato i «dignitari e seguaci» di Zia ul-Haq, il dittatore militare che nel 1977 rovesciò il governo di Ali Bhutto e che nel 1988 morì in un misterioso incidente aereo. I seguaci del generale Zia sono, secondo Bhutto, «dietro l’estremismo e il fanatismo di oggi».
Le bombe di Karachi, chiunque siano i responsabili, dimostrano almeno due cose: la prima è che la presa di Musharraf sul paese e sugli stessi apparati che in teoria gli sarebbero fedeli, è molto più scivolosa di quanto non sembrasse finora. La seconda è che il patto di «non belligeranza» tra il generale e la «figlia dell’Oriente» durerà solo fino a quando uno dei due non si sentirà abbastanza forte da romperlo, e non un minuto di più. Le elezioni legislative di gennaio, l’obiettivo politico immediato di Benazir, sono ancora molto lontane. La campagna elettorale si è aperta nel modo peggiore che si potesse immaginare.
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