Prove di democrazia? L'Europa incontra la Cina

Nei giorni precedenti l’apertura del XVI congresso del Partito comunista cinese, a Lione si apre un seminario internazionale sulla «La partecipazione dei cittadini alla vita e alle scelte della società», parte integrante del «Forum Cina-Europa», un più vasto evento destinato a mettere in relazione europei e cinesi su temi legati alle trasformazioni sociali, politiche, economiche e ad ambientali.
I partecipanti sono ricercatori ed attivisti di diversi paesi europei, [Romania, Italia, Germania, Francia, Portogallo, Finlandia, Irlanda del Nord] e quattro ospiti cinesi che nel loro paese si occupano di come favorire la graduale apertura delle impermeabili istituzioni al dialogo con gli abitanti. Due di loro, in particolare, sono specialisti del mondo rurale.
Entra subito nel tema delle maggiori differenze tra Europa e Cina Zhao Shukai, segretario generale della Fondazione di ricerca e sviluppo, l’unico tra i presenti a essere iscritto al partito, e ad avere elaborato una proposta-tecnica di legge sull’apertura politica alla partecipazione popolare nei villaggi, che al momento è in corso di valutazione da parte di Hu Jintao.
«Da noi il termine ‘partecipazione’ – difficile da tradurre in una sola parola – è usato non per caratterizzare un intervento diretto della popolazione nelle scelte di trasformazione territoriale, quanto per designare i vari meccanismi di coinvolgimento ‘indiretto’ che per voi europei fanno piuttosto parte dell’ambito della democrazia rappresentativa. Va riconosciuto che – spesso – la qualità di una buona democrazia partecipativa è influenzata dall’esistenza di una funzionante democrazia rappresentativa che non si limita ad aprire spazi di dialogo, ma prende in carico seriamente le richieste dal basso. Su questo noi siamo ancora lontani da una situazione ideale, perché la nostra politica è più impegnata sul tema della governabilità che della rappresentanza. Ed è per questo, forse, che ci è difficile capirvi quando voi europei parlate di qualcosa che va al di là e complementa le istituzioni elettive».
Zhao cita la riflessione che su questo ha fatto di recente Li Rui, novantenne segretario personale di Mao, nel suo accorato appello alla democratizzazione del paese pubblicato sull’autorevole rivista «Yanhuang Chunqiu». E precisa che «il concetto di partecipazione in Cina ha anche altre due declinazioni più vicine al vostro uso. Ad esempio, oggi lo si usa per indicare il coinvolgimento dei dipendenti nelle stock-option di molte aziende specie straniere. In tal senso non è tanto una possibilità per i lavoratori, ma un’arma dei proprietari per evitare fughe di segreti industriali e scarso impegno lavorativo che possano minare lo sviluppo di un’azienda. La si potrebbe definire una forma di partecipazione ‘coatta’. Il terzo uso traduce piuttosto quella che voi chiamate ‘concertazione’ o ‘tavoli di negoziazione’ con grandi forze sociali organizzate, come gli ordini professionali, le rappresentanze del commercio e dell’industria, o le multinazionali straniere che operano sul nostro territorio. In questo senso, si riferisce piuttosto a operazioni di lobby esercitate – ad esempio – in fase di costruzione di leggi e regolamenti».
La Cina ha di recente istituzionalizzato questa formula con le «Audizioni amministrative», adottate come prassi dal Congresso del popolo con una legge del marzo 2000.
Aggiunge Zhao che «una simile apertura – non dissimile da quanto fa l’Unione Europea con le grandi lobby radicate a Bruxelles – è comunque ben lontana dal divenire prassi comune. E oggi può persino danneggiare la regolamentazione ambientale o quella sullo sviluppo urbano facendo sì che la politica, già talvolta connivente con i grossi interessi imprenditoriali, diventi istituzionalmente sensibile ad essi nello svolgere il suo compito di legiferare».
In un simile quadro, c’è spazio per qualche lettura differente del termine di partecipazione?
Secondo Guo Weiquing, professore di politiche pubbliche all’università di Sun Yat-Sen [vicino a Canton], una possibilità è aperta oggi dalle trasformazioni in atto nella legislazione sulle zone rurali e sui loro processi di costruzione dell’identità politica. «Il quadro normativo istituzionale non è mai stato di estrema chiarezza. Intanto perché il linguaggio usato non è di interpretazione univoca, e poche circolari rispondono ai dubbi che si sollevano a livello locale. E poi perché le suddivisioni amministrative sono complesse, e di fatto esistono almeno 5 livelli [seppur la Costituzione ne preveda tre], dato che le aree urbane e gli oltre 700.000 villaggi [riuniti in oltre 30.000 distretti] sono regolati diversamente. Inoltre, delle 33 suddivisioni provinciali 22 sono regolamentari, ma vi sono poi 5 regioni autonome, 4 municipalità e 2 regioni amministrative speciali, Hong Kong e Macao».
Guo spiega che l’immagine che filtra all’estero è soprattutto quella della Cina urbana, mentre i villaggi [da fuori visti appena come la parte arretrata del paese] rappresentano oltre 600 milioni di persone che partecipano più attivamente e da più tempo alla lenta apertura della vita politica. Da oltre 20 anni, infatti, la Cina rurale elegge i direttori dei comitati di villaggio
«Peraltro, anche l’apertura economica ha avuto i villaggi come laboratori del cambiamento negli anni ‘80. Nell’economia totalmente pianificata, le cosiddette collettività di villaggi erano degli atelier di produzione, la cui pianificazione era nelle mani di potenti capi-villaggi scelti dai potentati dei villaggi. Nessun villaggio poteva mutare produzione senza un permesso dall’alto, e nessun abitante poteva lasciare il villaggio. Trenta anni fa la riforma economica ha aperto alle campagne la scelta sui prodotti da coltivare e la possibilità di migrazione, mentre per qualche anno ancora la produzione industriale restava controllata a livello centrale. Dal 1984 si è aperta una possibilità sperimentale: in pratica gli abitanti potevano scegliere o meno se votare.». Dato che molti hanno colto l’opportunità offerta al suffragio universale per eleggere i consigli e i direttori di villaggio, nel 1998 l’Assemblea nazionale ha ritenuto le condizioni mature per instaurare una democrazia elettorale diffusa nelle zone rurali, aprendo spazi pubblici di discussione sui beni comuni del villaggio: terre, strade, servizi.
In molti casi nei villaggi, specie nelle zone del Sud, persino i permessi per costruire sono al centro di ampi dibattiti. E si vanno costituendo società di cooperazione economica.
Le città, invece, sono rimaste indietro. I milioni di abitanti, lì, sono consultati–da autorità politiche tutt’altro che rappresentative – al massimo su temi legati alla salute e la pianificazione familiare, mentre il tema dei permessi di costruzione resta soggetto a un potere discrezionale, e diviene oggetto di scambio mercantile con le imprese.
«In particolare non è stato risolto,e neppure affrontato, il problema della migrazione interna. I waidi, i tanti forestieri o ‘paesani lavoratori’, stanno in un limbo, non partecipano più alle consultazioni elettorali locali né nei luoghi d’origine, né a quelle nei contesti di migrazione. Ciò costituisce un elemento di forte frustrazione, dato che spesso vengono da esperienze di villaggio più democratiche. E mina la fiducia nelle istituzioni, rendendo così sempre più necessaria la discussione sul rinnovamento della democrazia nel paese».
Oggi – secondo Zhao Shukai–i maggiori ostacoli all’attecchimento e allo sviluppo ‘armonioso’ delle riforme nei villaggi sono dati – da un lato – dalla continua violazione dei principi di sussidiarietà da parte dei governi di livello superiore, dall’altro dall’estrema mobilità degli abitanti, che trascina con sé il problema dell’invecchiamento dei leader comunitari. «A volte–chiosa Wei Zusong, direttore del Centro per lo studio degli sviluppi delle scienze sociali del Guangdong–l’indeterminatezza è peggio del decisionismo, ed in ogni caso rischia di legittimare il più forte e di giustificare la mancanza di apertura democratica appoggiandosi sul caos delle sperimentazioni. Peraltro, i cittadini sono sempre più esigenti sui temi delle leggi, e sempre più esperti sui loro diritti, anche grazie al fenomeno recente dei Gruppi di auto-aiuto, che si concentrano proprio su materie giuridiche, come quelle legate agli espropri delle case e dei terreni sia nei campi che nei centri storici delle metropoli».
Zhao ha l’impressione che «in Europa si creda che la mancata apertura politica sia l’unico problema della Cina. Ma noi ogni giorno ne scopriamo di nuovi che, con un’apertura frettolosa, potrebbero determinare una forte instabilità interna. Altri problemi che si vivono nella democratizzazione dei villaggi riflettono le stesse problematiche che oggi ritroviamo ad altri livelli dello Stato. Ad esempio, la corruzione e la velocità dei cambiamenti, soprattutto nell’ambito dello sviluppo economico. Questi esigono decisioni rapide che paiono in contrasto con la possibilità di sviluppare una buona democrazia in grado di ascoltare le voci di tutti. Qui il tema della governabilità riprende il potere. Molti si erano illusi che il mercato potesse risolvere tutti i problemi in automatico, ed oggi i più accorti hanno buon gioco a dimostrare che invece ha creato nuovi squilibri».
Per Zhao l’apertura democratica è la grande sfida del presente. E sottolinea la parola che in cinese si scrive unendo i radicali degli ideogrammi che significano «crisi» e «opportunità». Secondo lui esistono due percorsi che vanno compiuti insieme, senza temere di usare gradualità e lentezza [che Zhao riassume parlando di «riformismo rivoluzionario»]. Il primo è quello legislativo, che dovrebbe rafforzare l’autonomia dei villaggi e – al contempo – rinforzare la democraticità degli ambiti urbani, e la trasparenza delle scelte degli amministratori pubblici attraverso obblighi di rendicontazione e limiti alla discrezionalità delle trasformazioni urbanistiche. Il secondo asse deve rinforzare la formazione di comunità e educare alla democrazia, a partire dalle nuove generazioni.
Esperimenti sono già in atto. Ad esempio, il recente film «Votate per me» di Weijun Chen, prodotto dalla Arte France nel ciclo di documentari «Démocratie pour tous?» sui diversi modi di concepire la democrazia nel mondo, ha seguito e documentato alcune scuole di villaggi cinesi dove i piccoli alunni partecipano a simulazioni elettorali multipartitiche, presentando programmi diversi e votando i loro candidati. Giochi innocenti o prove di democrazia?

*Centro de estudos Sociais, Università di Coimbra, Portogallo

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