Sale rapidamente la tensione al confine tra Turchia e Iraq. Domenica, in un’incursione di guerriglieri kurdi del Pkk, 17 soldati turchi sono stati uccisi nel sud est dell’Anatolia. L’artiglieria turca, per tutta risposta, ha bersagliato presunti covi dei guerriglieri in territorio iracheno.
Negli scontri, secondo Ankara, almeno 34 guerriglieri sono stati uccisi, ma, ed è la prima volta che accade, il Pkk, attraverso l’agenzia di stampa kurda Firiat news, ha fatto sapere di aver catturato otto soldati turchi. Gli otto militari risultavano dispersi dopo i combattimenti tra esercito turco e guerriglieri, avvenuti nella zona di Hakkari, non lontano dal confine tra la Turchia e il Kurdistan iracheno.
Gli scontri e il successivo rapimento hanno scatenato in Turchia una dura reazione della stampa e dell’opinione pubblica. Proteste anti-Pkk, più o meno spontanee, si sono svolte in varie zone del paese. A Istanbul hanno manifestato alcune migliaia di persone, che chiedevano al governo di colpire i guerriglieri nelle loro presunte basi in Iraq. Il quotidiano nazionalista Cuhmuriyet ha pubblicato le foto dei soldati morti, con un titolo molto chiaro «Quando è troppo, è troppo». L’incursione, una delle più gravi avvenute in Turchia da quando nel 2004 il Pkk ha rotto il cessate il fuoco unilaterale, sembra essere la miccia capace di far esplodere la tensione latente ormai da mesi.
La scorsa settimana il parlamento turco ha autorizzato il governo a inviare l’esercito oltre il confine iracheno, per inseguire e colpire i guerriglieri del Pkk. La risposta del governo iracheno è stata relativamente conciliante, con il premier Nouri al Maliki che ha chiesto ad Ankare «tempo per affrontare il problema».
Molto meno concilianti, invece, le dichiarazioni delle autorità kurde, in quello che di fatto è uno stato semi-indipendente nelle province settentrionali dell’Iraq. «Se saremo attaccati, difenderemo la dignità del nostro popolo e il nostro esperimento democratico», ha detto venerdì 19 il presidente del governo regionale kurdo Massud Barzani.
Unione europea, Nato e Stati uniti hanno fatto pressioni sul presidente turco Abdullah Gul e sul primo ministro Tayyep Erdogan per scongiurare l’apertura di un «nuovo fronte» nell’unica regione relativamente tranquilla in Iraq. E Ankara aspetta.
Martedì è previsto un incontro tra il ministro degli esteri turco Ali Babacan e il premier iracheno Al Maliki, a Baghdad. Non sarà esattamente un incontro cordiale, perché la Turchia ha replicato con durezza agli inviti alla «prudenza» partiti da Washington, Londra e Bruxelles. «Gli Stati uniti non hanno chiesto il permesso a nessuno prima di invadere l’Iraq – ha detto Erdogan – e noi non dobbiamo chiedere il permesso a nessuno».
Da settimane l’esercito turco ha iniziato ad ammassare truppe e carri armati nelle regioni a ridosso del confine iracheno. Per ora sono uno strumento di pressione su Baghdad e Washington, ma le cose potrebbero cambiare all’improvviso. «Non abbiamo avuto alcun risultato da quando abbiamo informato il presidente Bush delle attività del Pkk in Iraq», ha detto ancora Erdogan, accusando Bush di tenere di più al fragile governo iracheno, in cui i kurdi hanno un ruolo di primo piano, che al rapporto storico e consolidato con la Turchia.
Erdogan sa di avere molte frecce al suo arco, prima e oltre l’intervento armato. La prima è l’Iran che negli ultimi mesi, coordinandosi con la Turchia, ha aumentato la pressione sui guerriglieri kurdi che sconfinano anche nel territorio della repubblica islamica. La seconda è la Siria, che ha appoggiato le accuse di Ankara contro il Pkk. La terza, non da ultimo, è il risentimento strisciante in Iraq contro i kurdi, finora gli unici veri beneficiari della caduta di Saddam Hussein e dell’occupazione statunitense.
La tensione si è già trasmessa lungo i mercati petroliferi che nei giorni scorsi hanno spinto il greggio oltre i novanta dollari al barile. Un segnale di quello che potrebbe accadere se, come alcuni analisti fanno notare, i carri armati con la stella e la mezzaluna dovessero proseguire oltre le «roccheforti» del Pkk, fino a vedere i pozzi di petrolio di Mosul e Kirkuk.






