Le notizie filtrano con il contagocce. Ma è certo che nella prigione di Ain Borja, a Casablanca, il forno è spento, la cucia è chiusa e tutte le attività sono ridotte al minimo. Si esce dalle celle solo per la preghiera nella moschea. I detenuti di Ain Borja, un carcere riservato ai prigionieri politici, tutti o quasi islamisti, si sono uniti allo sciopero della fame che dal 25 settembre sta contagiando tutte le prigioni del Regno del Marocco.
La protesta è partita dalla prigione di Salé, una delle peggiori del Regno, quando alcuni detenuti sono stati trasferiti senza che alle famiglie fosse comunicato nulla e senza che si sapesse la loro destinazione. L’atto di arbitrio ha colpito i detenuti politici islamisti, arrestati a più riprese e condannati a migliaia, spesso in processi sommari dopo gli attentati che nel 2003 sconvolsero Casablanca. I detenuti islamisti sono stati sempre esclusi dalle grazie che il re del Marocco Maometto VI ha concesso negli ultimi due anni. La decisione di trasferire alcuni prigionieri da Salé è caduta su una situazione già esasperata e tesa: le violazioni dei diritti umani e gli abusi contro i detenuti sono pratica comune a Salé, così come in altre prigioni marocchine.






