«Non lasceremo che nessuna organizzazione o gruppo di individui, nemmeno il Pkk, possa rovinare le nostre relazioni bilaterali», con queste parole il vicepremier iracheno Hoshyar Zebari ha concluso l’incontro avuto martedì mattina a Baghdad con il ministro degli esteri turco Ali Babacan. L’incontro ha raffreddato la temperatura politica, almeno tra i due governi, dopo la tensione degli ultimi giorni, con Ankara che aveva ammassato alla frontiera con l’Iraq le truppe necessarie a «inseguire» i guerriglieri del Pkk nel Kurdistan iracheno.
Babacan ha ribadito che la Turchia non ha mire territoriali sull’Iraq ma che si «riserva il diritto di intervenire con la forza in qualsiasi momento, se Baghdad non rispetterà gli impegni». Parole confermate, da Londra, da Tayyip Erdogan: «Non possiamo aspettare per sempre», ha detto il premier turco al termine di un incontro con il collega britannico Gordon Brown.
La miccia, quindi, sembra spenta. Meglio, brucia in un’altra direzione. Ankara infatti è riuscita a dare prova di «buon senso» [come chiesto dagli Usa, dalla Nato e dall’Ue] senza rinunciare alla possibilità di colpire il Pkk anche in Iraq. E’ il governo iracheno del premier Nouri al Maliki che adesso si trova nella poco invidiabile posizione di dover disinnescare il Pkk, senza inimicarsi i kurdi, essenziali nella fragilissima coalizione di governo e di fatto semi-indipendenti nelle province del nord.






