L. Bruce Laingen era un funzionario del ministero degli esteri statunitense a Teheran, nel 1979. Era in servizio quando gli studenti, presi dal furore della rivoluzione islamica, assalirono l’ambasciata statunitense e cambiarono irrevocabilmente il corso delle relazioni tra i due paesi.
Laigen e altri 51 diplomatici sopportarono un sequestro durato 444 giorni, fino alla loro liberazione il 20 gennaio del 1981. Quel giorno, mentre si preparava a salire sull’aereo di linea algerino che lo avrebbe riportato alla libertà, il diplomatico statunitense si rivolse a uno dei suoi rapitori iraniani e disse: «Guardo con speranza al giorno in cui saranno possibili tra i nostri due paesi delle normali relazioni diplomatiche». Domenica 4 novembre saranno esattamente 28 anni da quando, dopo la crisi degli ostaggi, gli Usa hanno rotto le relazioni diplomatiche, d’affari e militari con l’Iran. Lunedì 29, in un dibattito organizzato dal Centre for global justice and reconciliation, i relatori, tra cui lo stesso Laingen, si sono impegnati in una discussione sobria come raramente si vede sui media statunitensi o, a giudicare dalle ultime decisioni, nell’aula del Congresso e alla Casa bianca.
Tutti sono stati d’accordo sul fatto che la tensione difficilmente potrebbe essere più alta. La retorica ha raggiunto un preoccupante punto critico: l’incredibile negazione dell’Olocausto fatta dal presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad si mischia con gli avvisi di George Bush sull’imminenza della terza guerra mondiale, se l’Iran dovesse acquisire capacità di sviluppare armi nucleari.
Riferendosi alla retorica e alla paralisi politica che ha caratterizzato la condotta di entrambi i paesi, Laingen ha detto che il «muro della sfiducia è molto alto e sarà difficile rimuoverlo».
Di fronte alle conseguenze dei fallimenti militari in Iraq, la bellicosità di Washington verso l’Iran è aumentata. La scorsa settimana l’amministrazione Bush ha deciso di imporre le più pesanti sanzioni unilaterali dal 1979 e di procedere con l’inclusione della Forza Quds delle guardie della rivoluzione nella lista delle organizzazioni terroristiche per i suoi presunti programmi di sviluppo di armi di distruzione di massa e per il presunto supporto al terrorismo in Iraq.
«L’etichetta di ‘terrorista’ è priva di significato oggi, è ipocrita», dice Stepehen Kinzer, autore del libro «Tutti gli uomini dello Shah», sul golpe organizzato dalla Cia nel 1953 per estromettere il presidente iraniano democraticamente eletto Mohammed Mossadeq. «Prima gli Usa cercano nel mondo i gruppi che non gli piacciono – ha detto Kinzer – e poi cercano il modo di etichettarli come terroristi». Kinzer ha fatto l’esempio di due gruppi separatisti kurdi che, dal lato iracheno del confine attaccano la Turchia e l’Iran. «Uno dei due gruppi, il Pkk è considerato ‘terrorista’, l’altro, il Partito per una vita libera in Kurdistan riceve invece l’appoggio americano».
Gli analisti e gli esperti riuniti per il dibattito di lunedì hanno sottolineato che la tensione attuale evidenzia l’incapacità statunitense di capire l’Iran, la sua storia, la sua cultura, le aspirazioni dei suoi cittadini e gli effetti che le politiche statunitensi hanno sulla loro percezione del mondo.
«C’è una fondamentale simpatia per la democrazia in Iran, gli iraniani hanno una coscienza democratica unica nel Medio oriente», ha spiegato Kinzer. «Se non fosse stato per il fatto che il governo democratico arrivato al potere negli anni cinquanta avesse scommesso sulla nazionalizzazione del petrolio, non ci sarebbe stato un golpe nel 1953 – ha aggiunto – e se gli Usa non avessero rovesciato Mossadeq nel 1953, avremmo avuto nell’ultimo mezzo secolo una vivace democrazia nel cuore del Medio oriente».
Il colpo di stato appoggiato dalla Cia [nome in codice, Operazione Ajaz], venne concepito durante l’amministrazione del presidente Dwight Eisenhower e aveva l’appoggio della Gran Bretagna. Con ampio ricorso alla corruzione, la Cia rovesciò Mossadeq e il suo governo per rimettere al potere l’impopolare dittatore Mohammed Reza Pahlevi, lo Shah. «E se non fosse stato per l’invasione irachena nel 1981, e per l’appoggio statunitense a quella invasione, i mullah non avrebbero potuto consolidare il loro potere politico» ha aggiunto Trita Parsi, esperta di relazioni internazionali.
«Khomeini è sopravvissuto non nonostante, ma grazie all’invasione irachena – ha aggiunto Parsi – e questo insegna che una guerra contro l’Iran vorrebbe dire che i cittadini iraniani si raccoglierebbero attorno alla loro bandiera, il governo sarebbe rafforzato e non rovesciato. E il programma nucleare, più che rallentare, andrebbe più veloce». Kinzer ha criticato anche la stampa mainstream statunitense che sta aiutando ad amplificare la retorica bellica, proprio come ha fatto per la guerra in Iraq. «Abbiamo sbagliato perché abbiamo sempre visto i problemi tra Iran e Stati uniti attraverso il paradigma ufficiale statunitense – ha spiegato Kinzer – Questo spiega anche perché il governo ottiene l’appoggio popolare per scelte politiche che sono contro il nostro stesso interesse».
Il vice presidente Dick Cheney e i suoi alleati «neocon» nell’amministrazione Bush, hanno cominciato ad agitarsi per l’uso della forza contro l’Iran solo quando hanno definitivamente abbandonato l’illusione che un cambiamento di governo potesse avvenire «pacificamente». E non hanno abbandonato questa illusione fino alla fine del 2005, secondo quanto dice un ex funzionario di alto livello del ministero degli esteri che ha partecipato alle trattativa tra Iran e Stati uniti dal 2001 fino alla fine del 2005.
Hillary Mann, che è stata la direttrice degli affari per il Golfo persico e l’Afghanistan nel Consiglio di sicurezza nazionale nel 2003, e successivamente nell’ufficio di Pianificazione politica del Dipartimento di stato, osserva che la chiave del punto di vista politico neocon sull’Iran fino al 2006 è stata la ferma convinzione che una delle conseguenze di un vittorioso spiegamento di forze militari statunitensi in Iraq sarebbe stata una scossa alle fondamenta del governo iraniano. Questa convinzione è stata riferita all’editorialista conservatore Arnaud de Borchgrave del Washington Times da importanti figure neocon che gli avevano detto che l’amministrazione Bush aveva deciso di ridisegnare la mappa del Medio oriente. La rimozione di Saddam Hussein, secondo lo scenario neocon, avrebbe dovuto portare a un Iraq democratico che si sarebbe affermato nella regione, portando la democrazia dalla Siria all’Egitto fino agli sceiccati, emirati e monarchie del Golfo.
Sotto l’influenza di questa profezia, dopo gli attacchi dell’11 settembre, gli alleati di Cheney al Pentagono concepirono l’obiettivo di rimuovere qualunque regime mediorientale ostile agli Stati uniti e a Israele.
Nel novembre del 2001, il generale Wesley Clark, che da poco ha lasciato il suo incarico di capo del Southern Command statunitense, aveva appreso da un generale del Pentagono che era stata stilata una nota dall’ufficio del segretario alla difesa che delineava l’obiettivo di abbattere sette governi mediorientali nei successivi cinque anni.
Il piano doveva partire con l’invasione dell’Iraq, per proseguire poi con la Siria, il Libano, la Libia, la Somalia e il Sudan, secondo Clark stesso scrive nel suo libro del 2003 «Vincere le guerre moderne». La nota indicava che il piano era di tornare e prendere l’Iran entro cinque anni.
I neocon non scherzavano sull’ipotesi che la Siria sarebbe stata la seconda tappa. Secondo il magazine conservatore Insight, nelle settimane successive al primo attacco degli Stati Uniti a Saddam Hussein, Paul Wolfowitz, il principale architetto dell’invasione, spinse senza successo per sfruttare il presunto trionfo militare in Iraq per rovesciare il regime siriano del presidente Bashar Assad. Ma al contrario di quanto si ritiene normalemnte, nessun neocon aveva ancora proposto l’Iran come prossimo obiettivo militare.
Nel settembre del 2003, Cheney ha assunto come suo consigliere per il Medio Oriente David Wurmser, caro amico e protetto di Richard Perle, uno degli architetti del piano neoconservatore per il cambio di regime in Iraq. Wurmser, aveva sviluppato alcune idee su come far cadere Saddam Hussein con la forza avrebbe aiutato a destabilizzare il regime iraniano. In un libro del 1999, Wurmser sviluppava un piano per usare la maggioranza sciita irachena e il suo clero conservatore come alleati degli Stati uniti contro il regime islamico in Iran. Ma Wurmser credeva anche che il regime baatista in Siria fosse un ostacolo al cambio di regime in Iran. Nel memorandum per l’insediamento del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, che scrisse nel 1996 con Perle e Douglas Feith, Wurmser sostiene che una volta rimosso Hussein, il prossimo passo sarebbe stato abbattere Assad.
In un’intervista del settembre 2007 al The Telegraph, Wurmser confermò la sua convinzione che un cambio di regime in Siria – con la forza, se necessario – colpirebbe direttamente la stabilità del regime di Teheran. Secondo l’ex consulente del Consiglio di sicurezza nazionale, Hillary Mann, dal 2003 al 2005, Wurmser e i neocon vennero smentiti dalla realtà sempre più ovvia che l’occupazione americana dell’Iraq stava invece aumentando l’influenza iraniana. Mann era ben informata del pensiero neoconservatore, a causa della sua partecipazione al Washington Institute for Near East Policy negli anni novanta, e in una recente intervista a Ips ha affermato di essere rimasta scioccata nell’aver sentito i neocon nell’amministrazione suggerire, non più tardi del 2005, che la situazione in Iraq era indirizzata ad aiutare la destabilizzazione del regime iraniano.
In un’apparizione televisiva al Don Imus show, il 21 gennaio 2005, Cheney disse che gli israeliani potevano attaccare i siti nucleari iraniani. Ciò sottolinea il fatto che Cheney non stava pensando seriamente a un’azione militare Usa in Iran. Secondo Mann alla fine del 2005, comunque, i neocon avevano finalmente accettato la realtà dell’insuccesso in Iraq. Inoltre la vittoria alle elezioni presidenziali del 2005 di Mahmoud Ahmadinejad, che rappresenta una nuova specie di conservatorismo nazionalista con un forte appoggio popolare, ha suonato la campana a morto per l’ottimismo neoconservatore sul rovesciamento del regime iraniano. E dall’inizio del 2006 il ragionamento è cambiato.






