E’ il tramonto del venerdì 12 Ottobre 2007, in tutto il mondo musulmano è festa dell’Aid tranne in Siria e in Libia dove si è digiunato un giorno in più. Il mese di Ramadan dura tra 29 e 30 giorni. Secondo il detto del profeta Maometto: «Digiunate alla sua vista e rompete il digiuno alla sua vista», alla vista della luna. Il mese sacro per i musulmani comincia all’apparizione del primo spicchio di luna del mese di Ramadan fino alla sua scomparsa completa e all’apparizione della luna nuova del mese di Shaaban, secondo il calendario religioso. Soltanto che non si era mai sicuri del giorno esatto in cui comincia il mese, allora in tutti i paesi musulmani è rimasta la tradizione della sorveglianza delle lune per decidere le notti dette «del dubbio». In ogni paese musulmano esiste una commissione istituita per raccogliere le chiamate dei cittadini da tutto il territorio e verificare l’attendibilità di ogni segnalazione. Se entro la mezzanotte del 29 qualcuno ritenuto degno di fede dalla commissione segnala la luna allora l’indomani è Ramadan se il dubbio riguarda il suo inizio, oppure è Aid [festa di fine digiuno] se il dubbio riguarda la sua fine. Qualche malalingua non manca mai di sussurrare che gli stati vedono o non vedono la luna a seconda dei loro progetti per organizzare i giorni festivi e la necessità di dare meno giorni di ponte possibile, sapendo che il mondo musulmano è diviso tra chi segue il fine settimana occidentale del sabato e domenica, chi quello musulmano del giovedì e venerdì, e chi taglia la pera in due fermandosi il venerdì e il sabato.
Ma se in Siria il Ramadan è durato un giorno in più non è di certo per eccesso di zelo religioso. Venendo dalla puritana Giordania la prima cosa che colpisce il viaggiatore durante il Ramadan a Damasco è la presenza di mercanti ambulanti di bevande e di cibo e il numero di persone che tranquillamente vanno in giro con la sigaretta accesa tra le labbra. Il tempo sembra si sia fermato a Damasco. Si direbbe in una qualsiasi città del Medio oriente, ma venti anni fa, quando l’ondata di integralismo religioso non aveva ancora travolto tutta la regione.
Il belvedre del monte Kassiun che domina la città dall’alto dei suoi oltre mille metri è strapieno di persone. L’ultima sera di Ramadan è molto speciale à Damasco. Mentre le moschee si riempiono di fedeli che aumentano il fervore delle loro preghiere, i bar e i negozi di alcolici, rimasti chiusi durante tutto il mese sacro aprono le porte e cominciano a impilare sul marciapiede casse di birra, bottiglie e di whisky e di arak, il liquore del levante mediterraneo a base di anice. La città di Damasco si prepara alla «tewqifet el aid», letteralmente «l’interruzione dell’Aid». Sami, damasceno da generazioni, dice che la notte dell’Aid è la preferita dei venditori di alcolici. In questa occasione. la maggior parte dei damasceni musulmani, cristiani o ebrei hanno per tradizione di ubriacarsi fino all’alba. I bar sono chiusi, i negozi fanno affari d’oro e le ragazze dei cabaret praticano i prezzi più alti di tutto l’anno.
Sul monte Kassiun, dopo il tramonto, i più romantici bevono il loro araq guardando lo spettacolo della città tentacolare che si illumina di milioni di punti colorati mano a mano che diminuisce la luce del giorno.
Bere araq e mangiare «mezze», gli assaggini che sono un parte essenziale di ogni pasto, guardando la città fa pensare inevitabilmente a quanta storia si trascini sulle spalle questa metropoli, capitale da migliaia di anni. Passano gli imperi e le civiltà ma Damasco rimane uguale a se stessa: grande, bella e accogliente.
Fino al loro smantellamento da parte dei francesi, dopo la prima guerra mondiale, le porte della città avevano sempre dato rifugio a tutti quelli che fuggivano da qualche aggressione. Ma le stesse porte erano usate dai despoti per opprimere chi abita all’interno delle mura. Come quando la maggioranza della popolazione damascena, che aveva aderito al cristianesimo nestoriano, era sotto il dominio dell’ortodossia bizantina. Fu per liberarsi dall’umiliazione e dalla schiavitù di Bisanzio che alcuni preti decisero di aprire le porte della città a Khalid ben al Walid generale dell’esercito musulmano. Aprirono in realtà la porta dell’epoca d’oro dell’impero musulmano e la città con l’arrivo di popolazioni provenienti dai quattro angoli del vecchio mondo, divenne sempre più ricca, famosa e accogliente.
Alla caduta dell’impero ottomano, fu quindi del tutto naturalmente che vi si rifugiassero perseguitati di tutti i cieli: algerini, ceceni, circassi, armeni, ebrei… I campi dei profughi palestinesi arrivati dopo il 1948 sono cresciuti velocemente fino a diventare vere e proprie città nella città. E’ questa vocazione di accoglienza che ha attirato i milioni di iracheni che vivono oggi in Siria, la maggior parte dei quali a Damasco.
Il problema è preoccupante in tutta la regione ma in Siria, a causa delle facilità di transito che incontrano i profughi iracheni, i numeri sono impressionanti. A Sayeda Zineb, un quartiere popolare non lontano dal centro storico ormai si parla soltanto con l’accento iracheno. Tutto, case, negozi, bancarelle del mercato, caffè, ristoranti… tutto ha assunto i colori della Mesopotamia
Anche in Giordania i numeri sono altissimi. Ma la presenza dei profughi non è molto gradita alle autorità che non esitano a lanciare dei blitz nelle zone piu frequentate e a organizzare delle operazioni di rimpatrio forzato. Gli iracheni, perciò, cercano di farsi dimenticare. Non girano per le strade se non è proprio necessario, lavorano in luoghi poco esposti, cercano di passare inosservati, parlano perfino a bassa voce per non far sentire l’inconfondibile accento di Baghdad, di Samarra o di Bassora. In Siria invece è tutto il contrario. Gli abitanti della Siria sono in genere più gracili di corpo e di natura schietta, cortese e riservata e gli iracheni invece sono spesso robusti e di statura alta, estroversi e un po’ grezzi nei modi, esuberanti. Occupano la scena e passeggiando si ha l’impressione che in giro ci siano solo loro.
Il problema sta toccando quasi tutto il Medioriente. Se pensiamo che l’esodo di circa un milione di palestinesi tra gli anni cinquanta e gli anni sessanta ha sconvolto tutta la regione in profondità, pensiamo all’effetto che avranno circa 5 milioni di sfollati iracheni sparsi per tutta l’area compresa tra il golfo Persico e l’Egitto. Un po’ dappertutto, i cittadini cominciano a mostrare segni di insofferenza. Le città stanno crescendo e inglobano sempre piu terre sottratte all’agricoltura, consumano più acqua potabile e più energia e risorse di tutti i generi. I prezzi sono alle stelle ovunque e gli affitti sono diventati ormai inaccessibili per la maggior parte dei cittadini. Tutti i paesi limitrofi hanno ormai chiuso le loro frontiere con l’Iraq, ma tutti sanno che non è una soluzione.
Una soluzione equa e veloce della questione irachena è nell’interesse di tutta la regione, ma le direzioni politiche dei paesi dell’area lottano soltanto per la propria sopravvivenza e non si occupano quasi più di questioni internazionali e regionali. Sami ha una sua teoria a questo proposito: «I regimi arabi sono conosciuti per il loro attaccamento agli slogan, ma ora, ‘Ognuno per sé e lo Zio Sam sopra tutti’ sembra il nostro nuovo slogan comune» , dice ridendo tra un sorso e l’altro di araq.
Sami è comunista. Sostiene di uno dei tanti partitini nati dalla scissione del grande partito comunista siriano. Anche questa è una particolarità della Siria. I partiti comunisti che erano potenti in tutto il Medio oriente oggi sembrano scomparsi nella maggior parte dei paesi. A Damasco i muri del centro sono ancora tappezzati dai manifesti del ramo filo governativo [tendenza Khaled Bakdach] con tanto di falce e martello, profilo di Lenin e foto del defunto Bakdach e con uno slogan che emana un forte odore di canfora: «Una nazione unita e un popolo felice».
La Siria è lontana dall’essere una democrazia. All’entrata del paese, i doganieri continuano a confiscare i giornali e le riviste provenienti dall’estero. Anche se il cittadino non ha più paura di parlare apertamente dei problemi, una buona parte dell’opposizione rimane in clandestinità o in carcere. Ma è una descrizione comune a tutti i paesi della regione. Almeno, la Siria gode di una grande libertà religiosa. Tutte le comunità possono praticare e vivere come pare a loro. Il consumo di alcolici si fa alla luce del giorno, fino ai piedi della grande moschea degli Omayyadi, a Damasco, e le donne non sono obbligate indossare l’hijab. Sembra l’ultimo baluardo di resistenza contro l’integralismo invadente, anche se il fenomeno c’è, ed è preoccupante, nascosto nel cuore dei quartieri popolari. Alcune città come Hamah e Hums sarebbero interamente in mano agli integralisti. Ma nel frattempo nel paese la vita rimane piacevole. Le città sono piene di attività. I mercati straboccano di merce e di clienti arrivati da tutte le parti del mondo. Le città turistiche non si svuotano e le spiagge sono piene. Sono lo specchio del paese, in un certo senso, e vi si vede di tutto dal bikini ultima moda alla donna che si immerge completamente vestita. La vita culturale è molto ricca, i teatri non si fermano, le case editrici sfornano grosse quantità di libri incoraggiate dall’esenzione totale dalle tasse per i prodotti culturali.
In taxi di ritorno verso Amman, i cartelli pubblicitari sfilano lungo la strada. Regolarmente passa qualche ritratto del presidente o qualche slogan patriottico. Tra questi uno attira la mia attenzione «Souria Allah yahmiha!». Proprio così, che Dio protegga la Siria.






