I sindaci coreani sull'isola della pace

Si è concluso venerdì 2 novembre, nell’isola coreana di Jeju, il secondo Congresso mondiale di città e governi locali uniti [Cglu, www.cities-localgovernments.org], la federazione di amministrazioni locali e regionali formatasi nel 2004 a Parigi, con lo scopo di acquisire maggior forza dialogando a una sola voce dentro il sistema delle Nazioni unite.
Aperto da un saluto del segretario generale dell’Onu Ban Ki-Moon e del primo ministro coreano Han Duck Soo, l’incontro – che le federazioni asiatiche di amministrazioni locali e regionali hanno voluto in Oriente fin dal 2004 – portava il titolo «Le città che cambiano guidano il nostro mondo». L’incontro di Jeju, come il consiglio mondiale tenutosi a Marrakesh nel novembre 2006, ha riconfermato l’ambiguità di fondo di questa istituzione, che oggi riunisce oltre mille amministrazioni e sessantadue associazioni nazionali di enti locali di oltre centoventi stati membri dell’Onu nelle sette regioni continentali dove ha strutture organizzative.
L’ambiguità della Cglu risiede principalmente nella sua natura lobbistica e compromissoria, e nella prevalenza che le sue battaglie danno al «discorso» rispetto ai fatti. A guardare i «panels» generali del convegno questi aspetti saltano subito agli occhi. Quasi tutti i relatori chiamati ad aprire le sessioni principali appartenevano a grandi città, quasi che la rete «Metropolis» [a rigore solo uno tra i tanti soci fondatori] avesse lasciato un’impronta fortissima nella struttura di governo della federazione.
Poco hanno potuto – anche in sede di elezione dei nuovi organi dirigenti – le tante amministrazioni locali di piccole dimensioni convenute tra gli oltre 1800 delegati presenti a Jeju, molti anche originari di paesi ancora non formalmente rappresentati nell’organizzazione.
Così, alla fine delle quattro giornate di dibattiti e assemblee del consiglio e dell’ufficio esecutivo della Cglu [l’Italia era rappresentata da Irma Dioli, Assessore alla pace e alla cooperazione internazionale della provincia di Milano], sono stati riconfermati praticamente in toto i dirigenti in carica dal 2004. Ovvero la segretaria generale Elisabet Gateau, e il drappello tutto maschile composto dal presidente Bertrand Delanoë [sindaco di Parigi], dal co-presidente Paco Moncayo Gallegos [sindaco di Quito, Ecuador] e dal tesoriere Clarence Anthony, sindaco di South Bay, Florida. Piccoli riaggiustamenti hanno riguardato la sostituzione del secondo copresidente Smangaliso Mkhatshwa [ex sindaco e oggi consigliere comunale di Tshwane, l’antica Pretoria] con il sindaco di Johannesburg Amos Masondo, e l’aggiunta di due nuovi coreggenti: Kadir Topbas [sindaco di Istanbul] e il cinese Zhang Guangning, sindaco di Guangzhou.
Quest’ultima scelta – immaginabile data la forza della delegazione orientale e la pressione del grande paese asiatico che ospiterà nell’ottobre 2008 il quarto Forum urbano mondiale dell’Onu – è stata al centro di qualche polemica. Per alcuni, infatti, dare visibilità a personaggi politici scelti in maniera flebilmente democratica rappresenterebbe un errore per il messaggio che la Cglu intende dare al mondo. Per contro, ha trionfato la posizione di quanti ritengono, invece e forse contro troppo ottimismo, che affidare ai sindaci metropolitani cinesi maggiori responsabilità nell’organizzazione possa spingere verso un’apertura democratica maggiore almeno le istituzioni locali del colosso asiatico. In ogni caso, una simile elezione non è stata un thriller, visto che [come si era già visto nel forum di «Africities» del settembre 2006] sembra che nella Cglu chi più offre maggior spazio trovi per le sue rivendicazioni…
Il secondo fronte «conservatore» della Cglu riguarda la passione per i proclami e i bei discorsi, stigmatizzata dal consigliere comunale di Liverpool Richard Kemp, che ha chiuso l’ultima conferenza plenaria dall’ironico titolo «un mondo migliore è possibile! I governi locali in una nuova governance mondiale».
I 30 punti della dichiarazione che ha chiuso il congresso dell’isola di Jeju [in coreano, l’isola della pace] si concentrano sul «grande» traguardo rag-giunto nel 2007, che – secondo le stime dell’Onu – ha segnato il raggiungimento del 50 per cento della concentrazione umana nelle città, viste unicamente come spazi di «creatività e innovazione» piuttosto che come condensati anche di effetti negativi conseguenti all’abbandono della cura del territorio aperto e come poli di catalizzazione delle disuguaglianze sociali. Nel documento, gli amministratori presenti si compiacciono dell’espandersi della democrazia a livello locale [preludio quasi automatico, secondo loro, a un consolidamento democratico globale anche dei governi nazionali] e del diffondersi di forme sempre nuove di partecipazione dei cittadini alla vita politica, ma si interrogano poco su come la partecipazione vada spesso moltiplicandosi su microtematiche per lasciare intatta la capacità di manovra dei poteri tradizionalmente più forti sulle questioni che riguardano lo sviluppo strategico del territorio.
Perfino la «delusione» espressa dai sindaci per il mancato raggiungimento degli Obiettivi del Millennio in molti paesi pare appena un «atto dovuto», quasi di maniera, visto che poi su alcuni punti [come ad esempio la promozione della presenza femminile in politica] la stessa Cglu pare incapace di realizzare almeno forme di «discriminazione positiva» nei suoi organi. Il grande ruolo delle donne nei governi locali è largamente sottostimato negli organismi di vertice della Cglu.
Il documento contiene anche una lunga serie di «impegni» che riaffermano quanto già scritto nella dichiarazione del Millennio dei governi locali [Bei-jing, giugno 2005] e in tutti gli altri summit internazionali che negli ultimi due anni hanno riunito i rappresentanti dei governi locali su vari temi, dai cambiamenti climatici alla gestione delle risorse idriche, dalla lotta all’Hiv/Aids alle politiche sulla casa.
Gli unici impegni che paiono uscire rafforzati dall’incontro sono quelli relativi alla lotta ai cambiamenti climatici, sulla quale in questi anni molte amministrazioni locali e regionali hanno mostrato una convinzione maggiore dei propri governi statali – ben sapendo che il 75 per cento della spesa energetica e l’80 per cento delle emissioni sono prodotte nei centri urbani. In tal senso, la Cglu fa propria la «chiamata» dei 670 sindaci statunitensi che hanno firmato il «Mayors climate protection agreement», impegnando le amministrazioni firmatarie a perseguire gli obiettivi del protocollo di Kyoto attraverso campagne informative, una migliore pianificazione, l’integrazione della difesa della biodiversità nella progettazione urbana, la moltiplicazione dell’uso di energie rinnovabili, la costruzione di forme di bilancio ambientale, l’uso di sistemi di trasporto e materiali da costruzione più ecologici e la riforestazione del territorio. Attraverso i propri comitati tematici rappresentativi i sindaci della Cglu intendono far sentire la propria voce al prossimo vertice di Bali sul clima, per far pressione sui propri stati nella sottoscrizione di accordi internazionali e per ottenere un accesso semplificato a finanziamenti sulla promozione di energie a basso impatto
Proprio in relazione a questi temi, il congresso della Cglu ha mostrato il suo volto innovatore, quello che emerge nel lavoro delle commissioni tematiche che lavorano in maniera «orizzontale» [cioè antitetica al comportamento verticistico che per altri versi caratterizza l’organizzazione] sullo scambio di buone pratiche territoriali. Non solo tra metropoli, ma anche tra piccole città che talora lavorano ai loro «margini» con profonda attenzione ai temi del «rururbano» [i territori agricoli tra gli spazi abitati] e diventano polmoni importanti per il mantenimento dell’equilibrio climatico.
Per chi ha preso parte agli oltre 20 atelier tematici svoltisi durante il congresso di Jeju l’impressione di un pomposo evento in cui «tutto era già scritto» esce notevolmente attenuata. Perché dallo scambio fitto e appassionato di pratiche emerge un brulicare di saperi che sostanziano l’impressione di un movimento silenzioso che [pur dovendo combattere contro i mulini a vento di decisioni assunte spesso «a monte», come quelle sulle privatizzazioni o i tagli dei finanziamenti statali] ha in sé energie per poter proporre qualcosa di nuovo. Ad esempio, molto interessante è constatare come la maggior parte delle città intervenute negli atelier sulla «sicurezza urbana» non concentrino le loro battaglie sull’interpretazione securitaria del tema, ma su letture più legate al diritto alla città per tutti, alla difesa dei bambini e degli anziani dai rischi di una «civiltà della fretta e della disattenzione» o all’aumento delle catastrofi naturali dovute al poco impegno nel difendere la natura e a informare i cittadini.
Dispiace che lo spirito cooperativo orizzontale che emerge da questo «ombrello» di relazioni e scambi multipolari non trovi degna rappresentanza nello spazio di maggior visibilità della Cglu, salvo rare eccezioni come quelle legate agli incontri tra sindaci israeliani e palestinesi, o tra quelli curdi e turchi.
E’ però un bene raro e da proteggere, che dà corpo a quel «movimento silenzioso» di evoluzione democratica che ha ben fotografato il miglior lavoro prodotto dalla Cglu in questi tre anni. Ovvero il primo e complesso Rapporto globale su «Decentramento e democrazia locale nel mondo», dove oltre 100 paesi sono analizzati nel percorso che va mutando il volto e le competenze delle amministrazioni locali, e che rafforza così gli auspici e le indicazioni contenute nelle «Linee guida sul decentramento» approvate dall’Onu nell’aprile di quest’anno.
Il Forum, molto attento anche ai problemi della pace e del riarmo nucleare, si è concluso con un formale invito all’Associazione nordcoreana delle città a unirsi alla Cglu per lavorare insieme a favorire una futura «pacifica riunificazione dei due paesi».

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