Il segretario di stato statunitense Condoleeza Rice ha appena terminato un’altra visita in Medio oriente, dove ha incontrato il primo ministro israeliano Ehud Olmert e il presidente palestinese Mahmoud Abbas. Ha parlato della serietà degli sforzi di entrambe le parti per ridare slancio al processo di pace, ma ha di nuovo lasciato la regione senza inoltrare gli inviti all’incontro organizzato dagli Usa ad Annapolis, Maryland.
Nell’ultima settimana, Olmert, Abbas e Rice hanno detto di voler raggiungere un accordo prima che il presidente George Bush termini il proprio mandato, all’inizio del 2009.
Olmert è stato il primo a parlare della scadenza del mandato di Bush. «Se noi e i palestinesi agiamo insieme con determinazione, c’é una possibilità di raggiungere obiettivi concreti forse anche prima della fine della presidenza Bush», ha detto di recente a Gerusalemme. Poi è stata la volta di Rice, alla sua ottava visita dell’anno alla regione, che ha detto che la conferenza di Annapolis potrebbe essere la piattaforma di lancio per incontri tra israeliani e palestinesi che potrebbero portare alla creazione di uno stato palestinese. Negoziati che potrebbero raggiungere i propri obiettivi nel tempo residuo dell’amministrazione Bush. Infine, Abbas ha detto: «Tutte le parti sono determinate a raggiungere un accordo prima della fine del mandato di Bush, siamo convinti che quella rappresenti anche la nostra scadenza».
Stabilire scadenze per il Medio Oriente non è mai stato un problema. Le parti, però, hanno sempre trovato molto difficile rispettarle. E il fatto che Rice se ne sia andata senza consegnare inviti al summit e senza stabilire una data precisa–ormai sembra quasi inevitabile che sarà posticipato a dicembre–è il riflesso di quanto si sia ancora distanti da una posizione comune che sia presentabile ad Annapolis.
I palestinesi vogliono che la dichiarazione di principi riguardi tutti i punti alla base del conflitto–i confini del futuro stato, il destino di Gerusalemme e quello dei profughi–e di stabilire una chiara tabella di marcia dopo il summit di Annapolis. Israele, al contrario, vuole un documento più vago che si basi sulla «road map» del 2003, mai applicata. Secondo funzionari israeliani, i negoziatori palestinesi hanno accettato negli ultimi giorni una formula secondo cui ogni futuro incontro sarà subordinato all’implementazione del primo passo della «road map», sostenuta da Usa, Russia, Onu e Ue. Questo, dicono gli israeliani, non potrà portare alla tanto attesa dichiarazione di principi per Annapolis.
Secondo la prima fase della «road map», i palestinesi devono intraprendere una serie di misure di sicurezza, incluso il disarmo dei gruppi armati. Gli israeliani, da parte loro, devono sospendere tutte le costruzioni di nuovi insediamenti in Cisgiordania, evacuare dozzine di avamposti illegali e ritirarsi dalle principali città palestinesi.
Parlando a Ramallah domenica scorsa, in una cerimonia di commemorazione per il terzo anniversario dalla morte di Yasser Arafat, Abbas ha indicato la conferenza di Annapolis come un’occasione storica per aprire una nuova pagina nella storia del Medio oriente basata sulla istituzione di uno stato palestinese indipendente con capitale Gerusalemme est. Il leader palestinese ha anche detto che la sua gente vuole il ritorno dei territori arabi sottratti da Israele durante il conflitto del 1967, così come «la pace per noi, gli israeliani e gli abitanti di questa regione». Non c’é stata però nessuna conferma palestinese dell’accordo citato dai funzionari israeliani. I funzionari palestinesi hanno dichiarato che i negoziati per un documento comune sono ancora difficili, e Abbas ha chiamato Rice lamentandosi perché gli israeliani si stavano ritirando da quanto già stabilito. Quando ha lasciato la regione, Rice ha ripetuto che la conferenza dovrà tenersi entro la fine dell’anno. Se è vero, avrà già stabilito anche il suo nono viaggio in Medio oriente del 2007. E forse anche il decimo.






