Musharraf ha arrestato tutta l'opposizione

Imran Khan, ex campione di cricket e leader del partito di opposizione Terhik-i-Insaf è stato arrestato mercoledì mattina all’università di Lahore, dove ha cercato di tenere un discorso davanti agli studenti dell’organizzazione giovanile del suo partito. Khan era sparito dalla convulsa scena politica pakistana da quando, dieci giorni fa, il presidente Pervez Musharraf ha dichirato lo stato d’emergenza. Con l’arresto di Khan, tutti i principali leader dei partiti e dei movimenti di opposizione «costituzionale» sono stati bloccati: Benazir Bhutto è detenuta in casa sua e così anche Iftikar Chaudhry, il giudice della Corte suprema che si è opposto al decreto con cui Musharraf ha sospeso la costituzione.
Eppure, il generale-presidente non riesce a rimettersi in sella e non sembra capace di sopravvivere al momento più critico della sua gestione del Pakistan dal golpe che lo ha portato al potere nell’ottobre 1999. L’isolamento internazionale è alto, nonostante il tiepido supporto che ancora arriva dalla Casa bianca, principale sponsor politico di Musharraf. Prima di essere portato via dalla polizia, Khan è riuscito a dire che appoggia la linea di Benazir Bhutto, la quale, martedì ha definitivamente rotto gli indugi e deciso di interrompere i colloqui tra il suo Partito popolare del Pakistan [Ppp] e il governo. I colloqui erano la più concreta speranza che il «Paese dei puri» potesse tornare al governo democratico senza passare per una crisi che rischia di destabilizzarlo definitivamente. Lo stato d’emergenza, però, ha spinto Bhutto a troncare ogni trattativa con Musharraf. Agli studenti dell’università di Lahore, da parte sua, Khan ha chiesto di «unirsi alla mobilitazione contro la dittatura».
La richiesta delle opposizioni, ora, è una: fine dello stato d’emergenza prima delle elezioni, che Musharraf ha fissato – salvo ripensamenti – a metà gennaio. «Con lo stato d’emergenza in vigore le elezioni sarebbero una farsa», aveva detto martedì Benazir Bhutto, che ha eclissato, almeno sulla scena internazionale, gli altri oppositori.
Con l’attenzione concentrata sulle figure di spicco del fronte anti-Musharraf, rimangono nell’ombra i movimenti di ispirazione religiosa, che, almeno ufficialmente, sono stati il principale obiettivo del regime di Musharraf fin dal suo esordio. Qualche analista, quindi, inizia a pensare che la mano dura del generale stia colpendo in modo asimmetrico: cercare di debilitare l’opposizione «costituzionale» per mostrare al mondo che l’esercito rimane l’unico baluardo contro la talebanizzazione del Pakistan. Un azzardo che finora non ha pagato.

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