La crescente attenzione internazionale sullo sfruttamento minorile ottiene spesso l’effetto sperato: ieri, la famosa casa d’abbigliamento Gap ha annunciato una serie di misure, dopo che il giornale inglese The Observer aveva denunciato l’utilizzo di manodopera infantile in un laboratorio tessile di Dehli che confeziona gli abiti della famosa casa statunitense. Ironia della sorte: nella manifattura si producevano gli abiti della linea GapKids, rivolta ai bambini occidentali. Le vittime, anche di dieci anni, erano costrette a lavorare sedici ore al giorno, a vivere tra gli escrementi ed erano picchiati se non lavoravano abbastanza. La società, come di solito accade, si è giustificata dicendo che il produttore a cui si era rivolta aveva subappaltato la commessa. Gap ha stanziato 200 mila dollari per migliorare le condizioni lavorative nelle proprie fabbriche e ha annunciato, per l’anno prossimo, una conferenza internazionale sullo sfruttamento minorile.
Il presidente della società, Marka Hansen, ha promesso, in una lettera aperta pubblicata sul sito, che ai bambini che lavoravano nella piccola fabbrica degli orrori saranno pagati gli studi fino a quando non entreranno in età lavorativa. I bambini sono per ora ospitati in una casa-famiglia gestita dall’Ong Bachpan Bachao Andolan e si attende il verdetto del giudice che li lascerà liberi di far ritorno dalle loro famiglie nella regione del Bengala Occidentale. In India, nonostante la legge vieti l’impiego di bambini di età inferiore ai 14 anni in attività pericolose, lavorano tra i 12 e i 60 milioni di bambini, secondo le stime.






