Nel buio si sente uno sparo e contestualmente appare la fiammata. Da una parte c’è un contadino bengalese che ci lascia la vita. Dall’altra un attivista del Partito comunista del Bengala occidentale che il partito, al governo in uno degli stati più popolosi della federazione indiana, ha mandato per «riconquistare» le terre di cui i contadini, dopo la confisca, si sono riappropriati. Non è fantapolitica raccontata da qualche sito internet destrorso e nemmeno un film di fantasia a soggetto. E’ realtà pura e anche di solo qualche mese fa.
Il cortometraggio di 8 minuti che Piero Pagliani, un filosofo prestato alla macchina da presa, ha girato nei mesi scorsi in Bengala non è stato scelto a caso per presentare a Roma il Festival di Asiatica Film Mediale [settima edizione] che, fino al 25 novembre, si può seguire in due sale della capitale [per il programma www.asiaticafilmmediale.it]. La rassegna nata nel 2000 e diretta da Italo Spinelli presenta 47 tra documentari e film, per l’80 per cento in digitale, un sistema che tra l’altro consente di abbassare i costi così come la soglia delle varie censure. Asiatica Film Mediale è il manifesto della ricerca nell’avanguardia del cinema sperimentale e indipendente di un continente che, oltre ai grandi numeri del Pil che cresce a ritmi vertiginosi, produce arte ma anche tutte le contraddizioni di un pianeta dallo sviluppo impetuoso quanto impietoso.
E così, la «democrazia più popolosa del mondo», l’India dipinta a colori vivaci e ottimisti dall’epopea di Cindia, si presenta qui coi chiaroscuri più tipici della realtà quotidiana. Gli otto minuti di Pagliani [e un saggio sui naxaliti indiani appena pubblicato per Mimesis] è infatti solo l’assaggio di quanto racconteranno del Bengala diversi autori indiani, tra cui registi noti come Goutam Ghose e documentaristi che si sono occupati degli espropri delle terre: chiaro richiamo allo stretto rapporto tra i contenuti del festival e l’attualità. Il Bengala occidentale lo è più che mai anche perché, com’è noto [ma neppure tanto visto che la vicenda è piuttosto sotto tono sulla stampa italiana], gli espropri della terra, praticati paradossalmente dallo stesso partito comunista che introdusse la riforma agraria, riguardano, oltre che il colosso metalmeccanico indiano Tata, anche la Fiat, industria nazionale che di quegli espropri deve beneficiare grazie ai programmi congiunti con Tata per la produzione di utilitarie a basso costo.
Il problema è che l’esproprio non è stato indolore, i contadini si sono ribellati, l’esercito ha sparato e il Partito comunista bengalese [Pcm] ha mandato i suoi attivisti a far «ragionare» i contadini visto che la legge dell’investimento e dello sviluppo, anche se in un paese a due velocità, non può fare marcia indietro. La scelta del Festival è stata dunque quella di concentrasi quest’anno proprio sulle vicende bengalesi, raccontate da un’intellighenzia che, fino a ieri, aveva guardato con simpatia al partito comunista che, sia detto per inciso, è uno degli alleati chiave del Partito del Congresso, pietra angolare della coalizione che tiene in piedi il governo federale indiano di Manmohan Singh.
Altra attualità arriva dalla Birmania, paese inquadrato da diverse angolazioni e con giornate dedicate anche a libri usciti sul tema [«Il pavone e i generali» di Cecilia Brighi, ad esempio] in una scelta che, per la prima volta, accoppia film a saggi o a rivisitazioni di un’Asia del passato sapientemente indagata da Fosco Maraini negli anni Cinquanta o da Marina Colonna e Gaia Ceriana [nel Ladakh appena aperto ai turisti] negli anni Settanta.
Sull’attualità ce n’è per tutti i gusti: basti qui citare Andibachtiar Yusuf, giovanissimo regista indonesiano, che documenta le passioni dei supporter di una squadra di calcio della capitale Giacarta. O il documentarista iraniano Mehdi Ghorbanpour con un titolo che è tutto un programma: «Io non sono energia nucleare».
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