Avrebbe dovuto sciogliersi oggi uno dei nodi più intricati della crisi politica libanese, cioè l’elezione del nuovo presidente della repubblica, che deve prender il posto di Emile Lahoud, il cui mandato scade il 24 novembre. Invece, la mancanza di un accordo tra i partiti rappresentati in parlamento ha costretto all’ennesimo rinvio. La nuova scadenza è fissata a venerdì 23, ultimo giorno utile per evitare che si apra un pericolosissimo vuoto istituzionale. La comunità internazionale è mobilitata per evitare che il paese dei cedri sprofondi in un baratro: negli ultimi due giorni sono arrivati a Beirut il ministro degli esteri francese Bernard Kouchner, il segretario generale della Lega araba Amr Moussa, il presidente russo Vladimir Putin e oggi arriva anche Massimo D’Alema. La tensione è palpabile. L’esercito libanese è in allerta e pronto a intervenire in caso di possibili scontri tra i sostenitori dei due principali campi politici, trasversali rispetto alle linee etniche e religiose che attraversano la società libanese: il fronte raccolto attorno all’eredità politica dell’ex premier Rafiq Hariri [filo-occidentale] e quello dell’opposizione, guidata da Hezbollah. L’esercito ha diffuso un allarme minaccioso, prima di iniziare a pattugliare le principali città del paese: «Qualsiasi minaccia alla sicurezza sarà considerata come un tradimento dell’unità del paese».
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