Un vertice sinistro tra Ue e paesi del Mediterraneo

Domenica e lunedì scorsi, nella cittadina portoghese di Albufeira, nella regione meridionale dell’Algarve, c’è stato il primo summit euromediterraneo dedicato all’immigrazione. Hanno partecipato i 35 paesi che fanno parte del network governativo Euromed, la partnership tra l’Ue [tutti i paesi membri, tranne Romania e Bulgaria] e dieci paesi della sponda meridionale del Mediterraneo: Algeria, Egitto, Israele, Giordania, Marocco, Autorità palestinese, Tunisia, Turchia, Libano e Siria, più la Libia, che partecipa solo come osservatore.
La cornice che ha messo d’accordo tutti, tanto i governi europei preoccupati per l’arrivo di migranti dal sud e dall’est del Mediterraneo, quanto i governi – quasi tutti autoritari – della sponda sud, è stato il contrasto all’emigrazione illegale, che alimenta la tratta di esseri umani e finanzia le organizzazioni criminali. La dichiarazione finale afferma che la collaborazione tra i governi è essenziale per «ottenere risultati concreti nel maggior controllo sui confini», che è poi il punto che sta più a cuore all’Ue. I ministri dell’interno e gli altri rappresentanti dei governi che hanno partecipato al vertice hanno annunciato una serie di meccanismi per agevolare l’immigrazione legale: corsi di formazione professionale e di conoscenza della lingua dei potenziali paesi di destinazione; campagne di informazione sulle norme che regolano l’immigrazione legale e sulle opportunità di lavoro nei diversi paesi, nonché attività e programmi mirati per i nuovi arrivati. E’ rimasta invece poco più di un’idea la possibilità di allargare le maglie dell’immigrazione legale, facilitando per esempio i ricongiungimenti familiari o sganciando il permesso di soggiorno dal contratto di lavoro.
Una rimostranza specifica dei paesi arabi del Mediterraneo è stata quella che riguarda la «fuga dei cervelli» dal sud al nord. Secondo il ministro degli affari sociali del governo tunisino, l’emigrazione «specializzata» è un’ipoteca sul futuro dei paesi di origine, che si perdono i lavoratori con migliori capacità. La polemica si riferisce alle ultime linee guida proposte nell’Ue che, attraverso la Blue card, vorrebbe «selezionare» gli aspiranti migranti per puntare a quelli con la migliore preparazione professionale e il più alto livello culturale. In questo modo, secondo Bruxelles, si ridurrebbe «l’allarme» legato alla trasformazione sociale e culturale dei paesi di destinazione.
La discussione sulle questioni economiche si è concentrata sulle rimesse dei migranti. La scorsa settimana, Euromed ha diffuso uno studio sulle rimesse dei migranti che dimostra, per quanto sui dati del 2004, che il Maghreb [Tunisia, Marocco e Algeria] è la principale destinazione delle rimesse che partono soprattutto da Spagna, Francia e Italia. Il Marocco è di gran lunga il più importante paese per destinazione: ogni anno i marocchini che vivono in Europa mandano a casa 4,2 miliardi di dollari, che sono una risorsa essenziale per il tenore di vita di milioni di famiglie. Al secondo posto, l’Algeria, con 828 milioni di dollari e al terzo la Tunisia, con 228 milioni. Nel periodo 2000-2004 preso in esame dal rapporto, i flussi finanziari di rimesse dei migranti sono passate da 15,5 miliardi di euro a 18,7. Un aumento del 25 per cento che, peraltro, è continuato anche negli anni successivi al 2004.
Nel vertice intergovernativo le critiche delle organizzazioni sociali delle due sponde del Mediterraneo sono state solo una flebile eco. Nessun accordo, per esempio, sulla possibilità di introdurre un permesso temporaneo di soggiorno per ricerca di lavoro, che, secondo molte Ong, potrebbe essere uno strumento utile a ridurre i «viaggi» che seminano il Mediterraneo di cadaveri. L’Alto commissario Onu per i rifugiati, il portoghese Antonio Guterres, ha mandato un messaggio al summit per criticare l’assenza di qualsiasi discussione specifica sullo sfruttamento dei migranti e sulla questione dei richiedenti asilo, per i quali i canali illegali sono spesso l’unico modo per fuggire da paesi con record negativi di violazioni dei diritti umani. Quello dell’asilo politico, però, è un tema che rischia di far saltare qualsiasi facciata di accordo mediterraneo sull’immigrazione, perché allude direttamente alla situazione interna dei paesi della sponda sud, che l’Ue si ostina a trattare come «partner». Il prezzo della «collaborazione» è il silenzio: l’Ue tace sulle violazioni dei diritti umani in paesi come la Tunisia, il Marocco o la Libia, e in cambio i governi della sponda sud accettano di diventare il fossato davanti alle mura della fortezza Europa. Lo scambio avviene anche su altri livelli: le polizie dei paesi rivieraschi, per esempio, si incaricano – in ultima analisi per conto dell’Ue – di bloccare i migranti che arrivano dall’Africa subsahariana e accettano di «accogliere» gli irregolari espulsi dall’Europa, salvo poi rinchiuderli in campi di detenzione in condizioni disumane. E’ la sorte di centinaia di migranti eritrei, intercettati dalla polizia libica [addestrata ed equipaggiata dall’Italia] e da mesi confinati nel deserto.

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