«La guerra al terrorismo e la globalizzazione non sono concetti condivisi – dice il premio Nobel Amartya Sen – E sbaglia chi pensa che il radicalismo religioso sia un fenomeno proprio dell’Islam». Sen, economista indiano, dirige la Commissione del Commonwealth sul rispetto e la comprensione. La scorsa settimana, a Londra, è stato presentato il rapporto «Percorsi civili di pace» commissionata dai capi di governo del Commonwealth per indagare le cause dei conflitti, delle violenze e degli estremismi nei 53 paesi membri del Commonwealth, quelli che una volta formavano l’impero britannico. Un’intervista all’economista indiano.
Qual è, secondo il rapporto, la principale causa dei conflitti?
Come la Prima guerra mondiale è stata alimentata enfatizzando le differenze nazionali, in questo momento tanti dibattiti e scontri si possono ricondurre a divisioni religiose. Per superarle dobbiamo prestare attenzione e cercare di valorizzare la ricchezza delle relazioni umane, che è anche l’argomento che ci interessa. E’ un argomento complicato ma se non trasformiamo la mentalità della gente, non avremo possibilità di sconfiggere, a livello globale, terrorismo e violenza. Non si può far tutto solo con la forza militare. Non siamo tra quelli che pensano che le azioni militari non facciano mai la differenza. Ma di sicuro le azioni e l’impegno civile e gli strumenti legati ai media, all’istruzione, ai processi politici e agli sforzi della società civile, possono essere almeno altrettanto importanti.
Spesso quando si dice problemi religiosi, tanta gente pensa a un problema dell’Islam.
Non credo che sia un problema della religione in quanto tale. Non sono credente ma noto che per tanta gente che lo è, la religione costituisce un arricchimento della propria vita. Cosa ben diversa dall’usare la religione per fomentare divisioni settarie e per perpetrare violenze contro chi ha una fede diversa.
Questo uso distorto non è confinato all’Islam e a ciò che viene definito terrorismo islamico. Lo stesso tipo di violenza si ritrova in altri gruppi. Ad esempio, quando in India son scoppiati gli scontri in Gujarat, son stati gli estremisti hindu a prendervi parte. La stessa cosa vale per gli estremisti buddisti in Sri Lanka, e così per altri casi ancora. Credo ci sia confusione con il ruolo positivo della religione, che costituisce una delle tante identità a disposizione degli esseri umani.
Ma la cosiddetta «guerra globale al terrorismo» è realmente contro il terrorismo islamico?
Il concetto di «guerra globale al terrorismo» non fa parte del nostro dizionario. Tutti pensiamo che i presupposti della «guerra al terrorismo» siano limitati perché, concentrandosi troppo su una sola causa della violenza, la chiave interpretativa dello scontro di civiltà ha preso il sopravvento, soprattutto nei rapporti tra la cosiddetta civiltà occidentale e la cosiddetta civiltà musulmana. E’ una divisione che non corrisponde al modo in cui il mondo è articolato. Musulmani, cristiani, ebrei, hindu, sikh partecipano alle stesse attività economiche, condividono lingue e letterature, ascoltano con piacere la stessa musica, sono infiniti i legami tra loro. Il problema è che prendiamo un sottoinsieme e lo facciamo coincidere con l’intero gruppo.
Le tesi sullo scontro di civiltà sono quindi infondate?
E’ un’espressione totalmente fuori luogo per almeno tre motivi. Primo, la divisione tra civiltà è fatta solo considerando la religione. Quando parlo con un mio amico musulmano, il mio punto di vista è quello delle mie radici hindu. Quando parlo con un mio amico musulmano, in India, in Bangladesh, o, perché no, in Egitto o Gran Bretagna, quello non è un rapporto tra le civiltà hindu e musulmana. Potremmo tranquillamente essere due indiani o comunque dal subcontinente. Potremmo essere due persone dell’Asia del sud, o due persone di paesi in via di sviluppo. Abbiamo, sotto mille aspetti, cose in comune che ci legano. Per questo motivo la divisione tra civiltà è uno strumento molto debole per capire i rapporti tra gli esseri umani. In realtà, classificare la popolazione mondiale in civiltà e vederla da quel punto di vista è un metodo rapido ed efficiente per fraintendere chiunque.
Secondo, mentre si sviluppavano, le culture hanno avuto numerosi scambi tra loro. La cucina indiana ha preso l’uso del peperoncino piccante dai conquistatori portoghesi. La cucina inglese è stata profondamente influenzata da quella indiana. Allo stesso modo la matematica, le scienze, l’architettura e la letteratura viaggiano per il mondo. Le civiltà no si sono sviluppate in contenitori a tenuta stagna.
Il terzo errore è assumere si debba necessariamente essere gli uni contro gli altri. Quella religiosa è solo una divisione tra le tante. La retorica dello scontro di civiltà non è solo sbagliata, ma sta anche provocando danni enormi, perché dimentica tutto questo, dimentica la molteplicità delle identità e l’emersione di una civiltà planetaria sempre più interconnessa. Dimentica che l’unica ragione per darsi battaglia secondo queste linee di divisione è la loro creazione.






