In Amazzonia esiste un tribunale galleggiante

«Il mio sogno è lavorare perché le generazioni future costruiscano una nuova giustizia, senza confini, liberata dai Palazzi del potere, dai suoi gabinetti inaccessibili, dalla sua struttura maschilista e misogina e cosa più grave in un rito che si autoalimenta». Parola di Sonia Regina Ribeiro Dos Santos, trentacinque anni, di origine indigena, magistrato nel tribunale di Macapà, una città di un milione di abitanti tagliata in due dall’equatore, nel profondo della foresta amazzonica brasiliana. Sonia Regina è venuta in Italia nello scorso mese di ottobre, invitata dalla vicepresidente della provincia di Roma Pina Rozzo, per partecipare all’Onu dei popoli e alla marcia Perugia-Assisi.
Da dieci anni Sonia Regina, insieme a un’equipe, composta da pubblici ministeri, avvocati, psicologi, assistenti sociali, salpa dal porto di Macapà a bordo di un barcone denominato «Tribuna – a justiça vem a bordo» [La giustizia arriva a bordo] – per risalire la corrente e raggiungere l’arcipelago di Bailique nel delta del Rio delle Amazzoni, un pugno di isole distanti più di dodici ore di navigazione dalla capitale. Tribuna è un progetto in Amazzonia, in cui le strade sono fiumi, i tribunali si organizzano dappertutto, sotto gli alberi, nei barconi, sotto le tettoie dei villaggi e delle case sociali e dove i giudici in sandali si fanno portatori di una giustizia orizzontale, che non spaventa, punisce di meno e usa la mediazione e la riparazione per le violazioni commesse.

Come nasce il progetto del tribunale galleggiante itinerante?

Tutto è cominciato quando la giudice brasiliana Sueli Pereira Pini, arrivò al Palazzo di giustizia di Amapà, e si rese conto che lì i cittadini del Bailique non esistevano: erano privi di documenti, di certificati di nascita, per lo stato erano semplicemente inesistenti. Sfidando l’immobilismo del palazzo, Sueli Pereria Pini pensò che la giustizia aveva un debito storico enorme verso quella parte di popolazione senza diritti. Le venne in aiuto la legislazione brasiliana, in cui una legge del 1995 prevede che «in condizioni speciali i processi devono tener conto dei criteri di oralità, semplicità, celerità, cercando dove possibile la conciliazione delle parti». Fu così che nacque il tribunale fluviale, proprio per provare a ridurre questo debito. Noi questa legge l’abbiamo applicata a fondo. Il barcone della giustizia ogni due mesi salpa dal porto di Macapà e viaggia per giorni e giorni nel Rio delle Amazzoni, portando oltre all’equipe giudiziaria, insegnanti, educatori, infermieri, dentisti e assistenti sociali. Per noi portare giustizia significa anche portare i diritti elementari come la salute, l’istruzione la cittadinanza, se no di che giustizia parliamo?

Quante persone sono state raggiunte dal tribunale galleggiante e che servizi gli avete portato?

I giudici del tribunale galleggiante hanno regolarizzato più di 150 mila persone prive di documenti di identità. Hanno celebrato matrimoni, dato documenti per l’iscrizione scolastica e per votare.

Quali sono i casi penali più comuni che incontrate? Avete mandato qualcuno in prigione o avete risolto diversamente il problema della punizione?

Ci sono casi di lesioni corporali, violenze sessuali, omicidi per litigi o a sfondo sessuale.
Molti casi di incesto, uomini che avevano relazioni con la figlia, la nipote o la bisnipote.
All’inizio abbiamo avuto un ruolo anche punitivo per i crimini più gravi e dunque i colpevoli sono stati portati in carcere nella capitale, anche perché era importante dare un segnale alle vittime. La giustizia sa prendere decisioni anche dure, sta dalla loro parte, insomma funziona. Per altri tipo di reati meno gravi, abbiamo fatto un lavoro educativo e di prevenzione, abbiamo lavorato per spiegare l’importanza della famiglia, in una situazione di relazioni promiscue, abbiamo lavorato cercando di insistere sulla responsabilità per la cura dei propri figli e del partner.

Ritieni esportabile la vostra esperienza?

Il nostro scopo è dimostrare che la giustizia deve andare incontro ai conflitti e alla fatica del vivere comune. Prima di giudicare o emettere sentenze deve garantire inclusione sociale e migliori servizi. Per me la democrazia è accesso ai diritti di cittadinanza. Per una volta il potere non si chiude all’interno dei suoi palazzi, ma bussa alle porte dei cittadini e prova ad ascoltare i loro bisogni. La cosa più significativa è che in questi anni è nata una rete di cittadini delle diverse isole dell’arcipelago di Bailique, che attraverso una radio comunitaria, hanno potuto far conoscere e rafforzare il progetto all’interno dell’arcipelago.

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